Cos’è il FISCAL COMPACT e dove ci può portare

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In questi giorni si parla molto di nuovi patti fiscali in Eurozona, o del cosiddetto fiscal compact.
Ma innanzitutto, cosa diavolo è il Fiscal Compact?
Il Fiscal compact è il “pacchetto” che porta ad un coordinamento delle politiche economiche e a migliorare la governance dell’eurozona. Le nuove regole prevedono che i paesi Ue s’impegnino ad avere il deficit sostanzialmente in equilibrio, con un valore massimo dello 0,5% rispetto al pil, e questa “regola d’oro” dovrà assumere la forma di una legge costituzionale o equivalente. Sarà la Corte di giustizia Ue a vegliare sulla corretta trasposizione di questa norma, mentre in caso di mancato rispetto potrà anche imporre multe pari allo 0,1% del pil.

Nel caso in cui il deficit di un Paese superi la soglia del 3%, scatteranno sanzioni semiautomatiche. Gli altri Stati si impegnano infatti ad approvare le raccomandazioni della Commissione Ue, che potranno essere bloccate solo con un voto a maggioranza qualificata rovesciata. Quanto al debito, confermata la soglia del 60% e il ritmo medio di riduzione pari a un ventesimo all’anno, ma resta uno dei nodi aperti sul tavolo se aggiungere o meno il riferimento alle sanzioni semiautomatiche nell’articolo 7. In entrambi i casi, però, verrà effettuata una valutazione complessiva dell’andamento del ciclo economico e dei “fattori rilevanti” come richiesto dall’Italia. (Source)

Per meglio spiegare cosa è , come funziona e dove ci porta, preferisco riprendere due ottimi testi scritti dal Prof. Stefano Micossi, e dal Prof. Giuseppe Pisauro.

Come funziona il Fiscal Compact

Il fiscal compact, approvato ieri da venticinque paesi dell’Unione Europea, ridotto in pillole contiene due regole. La prima (da alcuni definita, non si capisce bene perché, golden rule) è il pareggio di bilancio, o meglio il divieto per il deficit strutturale di superare lo 0,5 per cento del Pil nel corso di un ciclo economico. La seconda regola fissa un percorso di riduzione del debito pubblico in rapporto al Pil: dovrà scendere ogni anno di 1/20 della distanza tra il suo livello effettivo e la soglia del 60 per cento.

REGOLE, RECESSIONE E TEMPI NORMALI

In che relazione sono tra loro queste due regole? A giudicare da molti commenti italiani sembra che quella sul debito sia la regola più severa. Così, si tira un sospiro di sollievo osservando che il fiscal compact prevede deroghe per “fattori rilevanti”. La regola sul pareggio di bilancio, invece, apparentemente viene accettata senza troppe discussioni. Peraltro, una riforma costituzionale in tal senso è stata già approvata in prima lettura da un ramo del Parlamento.
In realtà, se guardiamo un po’ oltre la contingenza attuale, la regola sul debito è in genere meno severa di quella del pareggio di bilancio. Se il bilancio è in pareggio, non si genera nuovo debito. In altre parole il debito in euro non cambia. Ogni variazione del Pil nominale si tradurrà, quindi, in una variazione del rapporto debito/Pil.

Si può calcolare facilmente che per rispettare la regola di 1/20, con un debito al 120 per cento del Pil e il pareggio di bilancio è sufficiente che il Pil nominale cresca del 2,5 per cento; con un debito al 100 per cento del Pil basta una crescita nominale del 2 per cento; con un debito all’80 per cento è sufficiente l’1,25 per cento. In tempi appena normali sono valori bassi. Perché si verifichino basta un po’ di inflazione. Tanto per dare un’idea, nel 2000-2007, anni di crescita reale molto bassa, la crescita nominale del Pil in Italia è stata in media del 3,6 per cento l’anno.

Le cose vanno diversamente quando c’è una grave recessione: il Pil nominale può anche diminuire (in Italia, nel dopoguerra, è accaduto solo nel 2009) o crescere molto poco: intorno al 2 per cento nel 2010 e secondo le previsioni per il 2011-2013. Il sospiro di sollievo per l’attenuazione della regola del 1/20 può essere, quindi, giustificato oggi.
In condizioni normali, tuttavia, dovremmo preoccuparci di più della regola del pareggio di bilancio. E forse nel valutare le nuove norme europee dovremmo considerare quale sarà il loro effetto in tempi normali dell’economia.
Il primo grafico mostra la dinamica del rapporto debito pubblico/Pil in Italia a partire dal 2010: secondo le stime ufficiali (corrette con gli importi della manovra di dicembre) fino al 2014 e poi in discesa secondo la regola del 1/20. Si parte dal 118,4 registrato per il 2010. La discesa inizia a essere significativa, per effetto delle manovre già approvate, nel 2013 e poi prosegue, secondo la regola, a un ritmo decrescente: da una riduzione di 2,7 punti nel 2014 a circa 2 punti nel 2018, a circa un punto nel 2030. Per inciso, diversamente da quello che a volte si dice, la regola non richiede una riduzione del debito di 3 punti l’anno (un ventesimo della differenza tra 120 e 60) per vent’anni. Man a mano che il debito/Pil scende, la differenza tra il suo valore e la soglia del 60 per cento si riduce e, quindi, si riduce anche 1/20 di quella differenza. Naturalmente ciò allunga il periodo necessario per avvicinarsi al fatidico 60 per cento. Partendo dal livello attuale, la regola comporta per l’Italia nel 2033 un rapporto ancora all’80 per cento.

Quale saldo di bilancio sarà necessario in futuro per ottenere questi risultati? Naturalmente dipenderà dal tasso di crescita del Pil e dal tasso di interesse sul debito. Il grafico 2 mostra l’avanzo primario e il saldo totale (indebitamento netto) necessari per rispettare la regola sul debito, proiettando nel futuro le ipotesi ufficiali per il 2014: crescita reale del Pil all’1 per cento, crescita nominale al 2,7 per cento, costo medio del debito al 5,5 per cento (quest’ultimo maggiore di 1,3 punti rispetto al valore previsto per il 2011). Sono ipotesi che non appaiono ottimistiche in un’ottica di lungo periodo.
Sotto queste ipotesi, l’avanzo primario dal 6,4 per cento previsto per il 2014 potrebbe scendere al 5,7 per cento l’anno successivo , al 4,5 per cento nel 2022 e così via. Ciò non richiederebbe il pareggio di bilancio, bensì sarebbe coerente con un disavanzo totale tra lo 0,5 e l’1 per cento del Pil lungo il periodo considerato. Ipotesi più favorevoli sulla crescita del Pil e sui tassi di interesse rendono renderebbero ancora meno necessario il mantenimento del pareggio di bilancio. Renderebbero possibile, sempre mantenendo gli obiettivi di riduzione del debito, l’adozione di una vera golden rule, quella che consente di finanziare in disavanzo le spese di investimento.
I trattati e le regole dovrebbero essere pensati per durare. Se l’obiettivo finale è la crescita economica, ci sono buoni motivi per volere la riduzione del debito pubblico, specie in casi come quello italiano. Non ve ne sono altrettanti per imporre il pareggio di bilancio per sempre (Si veda un mio precedente intervento a riguardo e questo articolo di Tito Boeri e di Fausto Panunzi). Il fatto che oggi, in pratica, la prima regola possa richiedere il rispetto della seconda non è un buon motivo per vincolare in modo poco ragionevole la politica fiscale dei paesi europei nel prossimo decennio. Fonte: (1) 


Grafico 1 – Rapporto debito pubblico/Pil

Grafico 2 – Avanzo primario e indebitamento netto

Un piccolo passo verso un’Europa più unita

La riunione informale del Consiglio europeo ha visto qualche ulteriore passo avanti, e per fortuna anche qualche passo indietro, negli aggiustamenti ai meccanismi di governo economico dell’Unione e dell’Eurozona, alla cui drammatica insufficienza dobbiamo la crisi dei debiti sovrani che tuttora minaccia la sopravvivenza dell’euro. Non è ancora una soluzione, ma almeno, avendo accontentato la Germania sulle regole di bilancio, l’agenda si allarga alle questioni della stabilità finanziaria e della crescita.

IL FISCAL COMPACT

Sul cosiddetto fiscal compact previsto dal nuovo Trattato, l’unica vera novità è l’impegno dei firmatari di trascrivere nelle costituzioni o leggi fondamentali la doppia regola del pareggio di bilancio e dell’obbligo della riduzione del rapporto tra il debito pubblico e il Pil fino al 60 per cento. L’obbligo si estende all’introduzione di un meccanismo automatico di correzione delle deviazioni rispetto agli impegni. I firmatari hanno anche convenuto di assoggettare alla giurisdizione della Corte europea di giustizia eventuali controversie legali sull’applicazione del Trattato: ciò riguarda pertanto solo i modi della trasposizione delle nuove regole nelle costituzioni nazionali, non le controversie sul rispetto nel merito dei vincoli alle politiche di bilancio nazionali.
Il nuovo Trattato verrà sottoscritto almeno da otto paesi che oggi non partecipano all’euro e che, in cambio, hanno ottenuto di partecipare almeno una volta l’anno agli Eurosummit; l’Eurozona si conferma dunque come il fulcro degli sforzi di coordinamento delle politiche economiche, nonostante i costi elevati del mancato coordinamento nel passato.
L’utile passo indietro – credo dovuto in misura importante all’autorevole intervento del premier italiano – è che il nuovo Trattato non modifica in alcun modo gli impegni di sostanza nella conduzione delle politiche economiche nazionali, come è reso esplicito dall’articolo 2 e dal riferimento, negli articoli 3 e 4, alle vigenti regole del Patto di stabilità e crescita (Regolamento 1466/97 del Consiglio come modificato dal Regolamento 1177/2011) per la definizione degli obblighi sul bilancio in pareggio e la riduzione del debito pubblico (anche la regola del ventesimo c’era già, vedere per credere). Vale la pena di sottolineare, a questo riguardo, che – come dimostrato da Giuseppe Pisauro nei suoi articoli su lavoce.info – ai livelli correnti del rapporto tra il debito e il Pil, la regola del bilancio in pareggio “domina” quella della riduzione del debito se la crescita nominale del Pil è superiore al 2,5 per cento; se non lo fosse, probabilmente si potrebbe invocare la clausola sulle ‘circostanze eccezionali’ per sospenderne l’applicazione. Dunque, chi parla di impegni addizionali di restrizione per 45 miliardi l’anno a causa della regole di riduzione del debito, visibilmente straparla. Il pareggio di bilancio basta e avanza a garantire il rientro dall’eccesso di debito.

DALL’EFSF ALL’ESM

L’Eurosummit ha anche confermato la decisione di anticipare al 1º luglio 2012 l’entrata in vigore del nuovo meccanismo di stabilizzazione finanziaria (European Stability Mechanism o Esm), indicando l’intenzione di rivedere in marzo l’adeguatezza delle risorse. Chi non aderisce al fiscal compact non avrà accesso ai suoi programmi di assistenza finanziaria. Dietro la formula sulla revisione delle risorse si nasconde la possibilità di fare confluire nel nuovo meccanismo anche le risorse dell’attuale meccanismo temporaneo di assistenza finanziaria (Efsf), portando il totale disponibile per l’assistenza finanziaria ai paesi membri a circa 750 miliardi. Premono in questa direzione anche gli Stati Uniti e, con loro, la comunità finanziaria internazionale, che hanno di fatto condizionato a questa decisione l’aumento delle risorse a disposizione del Fondo monetario a sostegno dei paesi indebitati. Il Consiglio europeo di dicembre aveva fatto sollevare molte perplesse sopracciglia quando aveva comunicato al mondo che i paesi europei erano pronti a mettere a disposizione dell’Fmi risorse ingenti per farsi salvare, ma non direttamente tra sé stessi.
Infine, la novità significativa – al di là del deludente documento del Consiglio – è che la crescita riacquista un posto nell’agenda delle misure anti-crisi; se ne parlerà, speriamo intensamente, nella riunione del Consiglio ai primi di marzo. Ormai, è chiaro a tutti che l’Europa rischia di avvitarsi in una spirale deflazionistica di austerità e insostenibilità dei debiti, che oggi è diventata la ragione principale del permanere degli spread su livelli ancora troppo elevati per l’Italia e per la Spagna (diverso è il caso del Portogallo, dove serviranno presto altre risorse esterne) e in generale dei dubbi sulla capacità di sopravvivenza dell’euro nel medio termine.

La questione centrale, che per ora la Germania rifiuta di discutere, è come si può fare – oltre a riaprire i canali privati di finanziamento del “Sud” da parte dei risparmiatori nel “Nord” – a iniziare a correggere gli enormi squilibri dei pagamenti correnti tra i paesi dell’euro. La zona euro è grosso modo in equilibrio nei pagamenti correnti verso le aree terze, ma registra al suo interno forti avanzi (Germania e Olanda, soprattutto) e disavanzi (Francia e periferia): l’idea che si possano eliminare i secondi senza un contributo dalla riduzione dei primi, scaricando l’onere dell’aggiustamento interamente sui paesi terzi, mi sembra poco realistica (oltre che poco desiderabile, perché l’Europa “sottrarrebbe” crescita all’economia mondiale). Di fatto, se la crescita della domanda interna non accelera in Germania, vi è il rischio che i paesi in disavanzo della zona euro debbano deprimere la domanda interna ancora di più.

Un contributo importante alla domanda interna dell’intera Eurozona può venire dall’accelerazione delle spese per investimento coperte con fondi comunitari e l’emissione di project bond. Ma finché i documenti ufficiali continueranno a parlare solo di “competitività” e di misure per l’occupazione dei giovani e il finanziamento delle Pmi – come fa il documento del Consiglio – allora vuol dire che siamo in alto mare. Sono misure utili, ma da sole non tireranno fuori l’Europa dal buco in cui collettivamente si è cacciata. Fonte: (2)

Fonti: La Voce (1) e (2)

Per la cronaca aggiungo solo che proprio ieri sera è arrivata la firma per il fondo Salva Stati, l’European Stability Mechanism (Esm). Il fondo diventerà operativo nel prossimo mese di luglio e avrà risorse iniziali per 500 miliardi, grazie a 700 miliardi di capitale sottoscritto dagli Stati dell’Eurozona. Una cifra inadeguata per mettere in sicurezza il debito dell’Eurozona. Ma pur sempre un ulteriore tassello in questo quadro che resta molto relativo, ma che deve portare al salvataggio dell’Euro.

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