IRLANDA: storia di un paese schiavo delle banche

Scritto il alle 21:25 da mattacchiuz

Mettetevi comodi, è un post un pelo lunghetto.

Durante le scorse settimane una strana situazione macroeconomica e finanziaria ha riportato la Grecia, una delle più piccole economie del mondo autodefinitosi sviluppato, al centro degli interessi globali. Per qualche giorno questa minuta economia praticamente – non tecnicamente – fallita e mantenuta in piedi solo ad un giro di carte, un mucchio di chiacchiere e una montagna di futuri sempre più probabili nuovi debiti, è stata in grado di far dimenticare tutto il resto. Perfino il netto peggioramento degli indicatori macroeconomici statunitensi, ad esclusione del miracoloso IMS di venerdì, sono stati più o meno snobbati dal mercato.

Credo che in un frangente simile sia interessante inserire al proprio posto ogni tassello del mosaico con il fine di avere una visione più ampia possibile di quale siano le reali proporzioni del non-disastro greco. Questo inevitabilmente porterebbe a confrontare il “problema” ellenico con le incertezze che invece provengono quotidianamente – ma più o meno sotto silenzio –   in altri paesi europei.

Per questo oggi cercherò di esporvi in maniera più precisa possibile lo stato dell’economia e della finanza irlandese, sia per dare un’idea di quali dovranno essere le misure per tappare il buco nero della finanza celtica sia per mostrare quale livello di follia sia stato raggiunto nell’isola del Mar Celtico.

Credo che il miglior punto dal quale partire sia mostrare le consuete grandezze macroeconomiche, così da poter immediatamente inserire nel giusto contesto le analisi quantitative che verranno invece mostrate da metà post in giù.

Il caso irlandese, specifico subito, è estremamente diverso da quello greco pur se certi aspetti, come vedremo, sono molto simili.

Buona lettura a tutti.

Le macrovariabili, il miracolo, il risveglio

Innanzitutto ritengo sia importante per capire cosa sia successo e stia succedendo sul’isola fornirvi qualche dato in merito alle “dimensioni” reali dell’economia celtica ed in particolare vorrei soffermarmi sulla composizione della società irlandese in termini di popolazione, forza lavoro, occupazione e sulle caratteristiche principali dell’economia.

La forza lavoro

Questo primo grafico fornisce un immediato spaccato dello stato del mondo del lavoro irlandese.

La popolazione totale, in forte incremento durante tutto il primo decennio del nuovo secolo, ha mostrato negli ultimi tre anni una sorta di stabilizzazione, probabilmente anche in seguito al rallentamento dell’immigrazione. I lavoratori stranieri sono mostrati in violetto.  In ogni caso, l’ultimo dato che mi sono “inventato” estrapolandolo dalla crescita media degli ultimi tredici anni ( non lo trovavo… ) indica in 4 milioni e 500 mila il numero di persone che vivono in Irlanda. Di queste, meno della metà sono annoverabili entro la forza lavoro che nel primo trimestre del 2011 ( stavolta i dati li ho trovati… ) si è attestata a 2 milioni e 100 mila persone segnando un provvidenziale – al fine del calcolo del tasso di disoccupazione… – calo di oltre 150 mila unità rispetto al terzo trimestre del 2007.  Per la forza lavoro e per le altre statistiche vengono considerate le persone di età superiori ai 15 anni, secondo le definizioni dell’ufficio di statistica nazionale irlandese. Decresce a 1 milione 804 mila persone il numero di occupati totali, andando, nel primo trimestre del 2011, a segnare una perdita di ben 345 mila lavoratori rispetto ancora al terzo trimestre del 2007, quando 2 milioni 150 mila persone erano al lavoro. Rimane comunque straordinario il fatto che nell’arco di poco più di dieci anni siano riusciti a creare circa il 21% di posti di lavoro in più, con picchi superiori al 41%. Se non altro, il risveglio dal sogno celtico potrebbe comunque lasciare non solo ricordi. Presto vedremo invece quello che ha lasciato per davvero… !

Se sono stati persi più di 340 mila posti di lavoro, ufficialmente i disoccupati sono cresciuti, dal punto di massima espansione del mondo del lavoro, di “soli” 192 mila persone. Sempre nel primo trimestre del 2011 erano 295 mila le persone senza occupazione contro le 103 mila del 2007. Come sempre, le persone mancanti escono dalla forza lavoro e spariscono dalle statistiche.

Il grafico sopra merita di essere espresso anche in termini percentuali.

Questo rappresentazione delle percentuali necessità di qualche chiarimento su come è stato costruito.

La curva rossa rappresenta il tasso di disoccupazione calcolato rispetto alla forza lavoro. Questo è di immediata lettura e indica quanto velocemente sia avvenuto il peggioramento nel mondo del lavoro irlandese. In poco più di un paio di anni si è passati dal 4% di disoccupazione al 12% per poi salire nel corso del 2010 fino al 14%. Nell’ultimo trimestre si è registrato un miglioramento minimo, che permette di evocare le solite speranze. Rimane il fatto che praticamente tutti i progressi raggiunti nel corso dei due decenni precedenti sono, da questo punto di vista, svaniti assieme alle varie bolle che hanno caratterizzato lo sviluppo economico della nazione. Considerando la linea blu continua, i cui valori li potete leggere sull’asse sinistro, si deduce che anche per il tasso di partecipazione al lavoro ( numero di persone che lavorano o che esprimono la volontà di lavorare rispetto alla forza lavoro )  si è raggiunto nel 2007 il massimo al 64.7%. L’ultimo dato disponibile fissa tale tasso al 59.9%. Di questo 59.9% l’85.9% ha effettivamente un lavoro: il tasso di occupazione è indicato nel grafico tramite la linea blu tratteggiata. Esso  è “complementare” al tasso di disoccupazione e inevitabilmente ha archiviato un sensibile decremento rispetto al 2007. Infine, la curva secondo me più indicativa, è quella del tasso di occupazione rispetto alla totalità della popolazione. Nel grafico è segnalata in blu “rombato” e semplicemente indica che, passata l’euforia delle bolle, si è tornati a 13 anni fa quando solo 2 persone su 5 lavoravano. Quest’ultima affermazione fornisce purtroppo l’unica constatazione che si può trarre dalle serie di dati appena esposti. Scoppiata la bolla, semplicemente l’Irlanda è tornata, ripeto, per quanto riguarda l’occupazione e la disoccupazione, a 15 anni fa.

PIL, PNL, Import e Export

Tra le tante grandezze che ormai sempre meno sembrano riuscire a captare le reali condizioni dell’economia di un paese c’è il prodotto interno lordo. Non avendo io nessuna autorità in campo economico per decidere di trascurare il PIL, ve lo mostrerò cercando tuttavia di approfondire il ragionamento con una serie di altri indicatori, tanto per capire come , in questo caso in particolare, una simile grandezza macroeconomica possa risultare piuttosto incompleta.

Credo che il grafico sia chiarissimo. I dati sono in milioni di euro, trimestrali e destagionalizzati, quindi per avere un’idea del dato annuale potreste pensare di moltiplicare per quattro le cifre che leggete sul grafico. Il prodotto interno lordo ( in rosso ) è letteralmente scoppiato nel decennio tra il 1997 e il 2007, praticamente triplicando. Benché i dati esposti siano nominali e quindi non scontino gli effetti inflattivi, essi descrivono una sorta di crescita miracolosa che ha trasformato l’isola verde nella proverbiale tigre celtica. Cosa ancora più positiva è il fatto che tale crescita non è stata accompagnata, come succede ad esempio in USA, dalla voracità dei consumatori. Le spese personali ( in giallo ) infatti indicano si una crescita decisa, ma allo stesso tempo sostenibile e percentualmente contenuta rispetto al PIL stesso. Analogo discorso vale per le spese del settore pubblico ( in azzurro ), che si sono mantenute equilibrate in termini percentuali e contenute in termini assoluti. L’unica nota stonata, che purtroppo conta e non poco, e il PNL. Il prodotto nazionale lordo ( blu ) è un indicatore che misura il valore dei beni prodotti e dei servizi forniti dagli operatori economici di una nazione che praticano all’estero o in patria. In parole povere esso è il valore del PIL a cui vanno sommati i flussi dotati di segno dei redditi dei soggetti residenti nel paese ma che percepiscono redditi dall’estero (+) o dei soggetti residenti all’estero ma che ricevono redditi dalla nazione in questione (-). Ovviamente, come il PIL, anche il PNL è stato trascinato a rialzo durante tutta la fase espansiva, tuttavia dall’inizio della crisi pare che la capacità delle aziende irlandesi di generare valore stia diminuendo in maniera molto più pronunciata di quanto in realtà non decresca il PIL. Nell’ultimo trimestre si è anche assistito ad una divergenza tra i due indicatori, sintomo del fatto che il contributo maggiore alla crescita è giunto da soggetti operanti nel paese ma che poi indirizzano i ricavi oltre le patrie frontiere. Tenete bene a mente queste considerazioni perché poi avranno risvolti naturali nella bilancia dei pagamenti.

Anche dal punto di vista della produzione il PIL irlandese pare davvero ben bilanciato.

Il grafico sopra riporta i valori reali ( euro 2009 ) in milioni di euro del PIL trimestrale e componenti. Da esse si deduce subito come anche per l’Irlanda il settore dei servizi sia fondamentale. Solo la voce altri servizi ( in blu ) rappresenta quasi il 50% del PIL A essi vanno poi aggiunti i servizi resi da altre attività private come ad esempio quelli forniti dalla distribuzione, dai trasporti e dalla comunicazione ( azzurro ). Parallelamente si nota anche un fondamentale contributo proveniente dal settore dell’industria ( rosso e verde ) che tuttavia dopo aver inanellato una rapida crescita, si è sostanzialmente stabilizzato poco sopra ai valori del 2004. Di contro i servizi sono cresciuti accelerando fino al massimo raggiunto nel 2007. Da li è iniziata una fase calante che ha contribuito a trascinare più o meno velocemente il pil a ribasso. Come quasi sempre, il settore che prima ha più beneficiato e poi è stato più massacrato dalla bolla mondiale è stato quello delle costruzioni. Dal massimo toccato a 2 miliardi 350 milioni di euro  nel primo quadrimestre del 2008, siamo ora passati ad un minimo di 900 milioni quadrimestrali, contribuendo da solo a più della metà della perdita del PIL registrata nel medesimo periodo. Ma al di là delle costruzioni, pare piuttosto evidente che l’economia del paese sia ben bilanciata anche da questo punto di vista e nonostante la profonda crisi che lo sta interessando.

Il celtico felino comunque si è dimostrato in questi anni anche un eccellente produttore ed esportatore, pur se negli ultimi dieci anni si è assistito a qualche cambiamento nei vari trend.

Prima di introdurvi i dati della bilancia commerciale, a titolo informativo è interessante notare come siano mutati i settore coinvolti nell’export.

Va dunque premiata la lungimiranza irlandese, che ha saputo indirizzare i suoi settori industriali verso produzioni ad alto valore aggiunto e tecnologicamente avanzati quali l’industria chimica e farmaceutica abbandonando invece gradualmente e percentualmente l’importanza di quelli più strettamente collegati alla meccanica e dove con ogni probabilità si risultava meno competitivi.

Tutto questo si traduce in una bilancia commerciale davvero significativa. I dati che mostrerò ora non sono aggiustati dall’indice dei prezzi, che per l’import vale 119.2 mentre per l’export 101.2. Per la statistica pare proprio non valga il vecchio e saggio detto “Paese che vai usanza che trovi”: sempre essa gioca a favore dei bilanci di chi la fa!

Il grafico, sempre trimestrale, in milioni di euro e depurato dai flussi dei ricavi, indica con estrema chiarezza la forza dell’economia irlandese. Il valore dell’export complessivo ( nero ) supera nettamente quello dell’import ( verde ). La bilancia commerciale è quindi positiva, ma comunque alcune considerazione meritano di essere fatte.

Le curve dell’export e dell’import dei servizi, rispettivamente in arancione e rosso, permettono di sostenere che questo settore sia, dal punto di vista puramente dei bilanci, quasi neutrale. Ovviamente non è così se considerato nell’economia globale del paese, in quanto, pur se rappresenta una perdita netta per il paese, esso fa muovere l’economia. Ciò che invece ha davvero  reso forte l’apparato economico dell’isola è stato l’export di beni ( blu ) che però da ormai 9 anni non mostra significati  cambiamenti, se non una minima regressione. Parallelamente, anche l’import di beni ( azzurro ) si è mantenuto su livelli pressoché costanti, mostrando invece due picchi significati. Uno all’inizio del secolo e che ha coinciso con la veloce industrializzazione dell’Irlanda, mentre l’altro, nel 2007, che ha rappresentato sia l’ultima ondata di investimenti non capitali prima dello scoppio della bolla sia un incremento delle importazioni dei beni di consumo. In ogni caso gli irlandesi hanno reagito prontamente e bene, limitando gli investimenti in beni capitali, riducendo l’import di beni di consumo e mantenendo invece quasi invariato quello di beni per la produzione. In particolare, si è registrata un’impennata dell’import di beni legato al settore chimico, i cui valori dipendono più o meno strettamente dal prezzo del petrolio.

Nel grafico sopra i dati sono in migliaia di euro e rappresentano l’import per alcune categorie di prodotti utilizzati dall’industria.

In questo spaccato si capisce ancora più chiaramente che a risentire della crisi in maniera significativa sono stati gli investimenti in equipaggiamenti da ufficio e apparecchiature elettroniche, mentre il settore chimico è continuato a crescere senza troppe soste. Allo stesso modo si vede come l’import del petrolio sia anche determinare per stabilire il valore dell’import dei prodotti per la chimica.

Concludendo il paragrafo, la sensazione è che l’economia irlandese si sia sviluppata in maniera veloce e secondo delle direttive realmente vincenti, pur se il settore che più ha trainato il surplus commerciale ha smesso di crescere con la forza dei decenni precedenti e sta invece gradualmente lasciando il posto al settore dei servizi. Dai dati ad oggi disponibili emerge però che esso non sia in grado di produrre quel surplus di cui l’isola ha goduto per anni. Solo la forte riduzione nell’import di beni ha permesso agli irlandesi di conservare la positività nella bilancia commerciale, e le sfide future non saranno certamente piccole.

La bilancia dei pagamenti internazionali e lo stock di capitali

Nel primo trimestre del 2011 la bilancia dei pagamenti ha incassato un deficit di 1 miliardo e 31 milioni di euro, in contrazione rispetto al trimestre precedente. Il surplus di 9 miliardi e 117 milioni derivante dal commercio di beni è sostanzialmente rimasto invariato rispetto all’ultimo trimestre del 2010. Comparato ai risultati del primo trimestre 2010, il settore dei servizi ha ridotto il deficit di oltre 300 milioni di euro, portandosi a quota -1 miliardo 442 milioni mentre il deficit dei ricavi è solo marginalmente decresciuto. L’export complessivo di servizi è cresciuto a 18 miliardi 281 milioni grazie in particolare all’incremento nei servizi legati all’informatica. D’altro canto è aumentato anche l’import di servizi a quota 19 miliardi 722 milioni. Hanno contribuito perlopiù un incremento nei servizi alle imprese ( +1 miliardo 300 milioni ) nelle royalties e licenze pagate ( +200 milioni ) e nel turismo ( -160 milioni ).

Questo mi permette di introdurre il conto delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Trascurerò per semplicità il conto capitale e finanziario e mi limiterò arbitrariamente ad esporre solo le questioni che riguardano l’economia “che si mangia” e non i giri di denaro. Brevemente, il conto delle partite correnti è la somma dotata di segno ( + se entrante nel paese – se uscente ) di import, export, redditi e trasferimenti.

La cosa da chiarire invece è il significato della partita corrente. Se un paese registra una partita corrente positiva, ciò implica che esso è un creditore netto verso il resto del mondo. Analogamente, se un paese avesse una partita corrente negativa, ciò significherebbe che il paese è un debitore netto. Quest’ultimo caso non rappresenta necessariamente una brutta cosa, in quanto si può andare a deficit anche in presenza di un costante flusso di investimenti intesi come import, ad esempio, di macchinari per avviare nuove produzioni o migliorarne di vecchie ( escludo come ho detto la parte finanziaria ).

Nel grafico sopra è possibile identificare il valore trimestrale in milioni di euro dei componenti della partita corrente. In blu viene indicato il valore dell’export di beni depurato dal valore dell’import di beni, ed è ampiamente positivo; analogamente, in verde ho tracciato la curva dell’import, che è solo leggermente negativa. La curva in colore “automatico” dei trasferimenti è praticamente trascurabile, mentre  sempre in crescita negativa è la curva dei redditi ( in azzurro ), indicando che l’Irlanda è soggetta ad un flusso di denaro in uscita in incremento quasi lineare. Nei redditi vengono considerati sia i redditi da lavoro di persone di altra nazionalità che prestano servizio in Irlanda sia i redditi da capitale. Alla fine, ciò che rimane è una partita corrente ( in rosso ) quasi sempre negativa. Praticamente, tutto ciò che viene investito in Irlanda dalle multinazionali che l’hanno resa la “tigre celtica” viene senza troppe difficoltà riportato direttamente in patria o comunque altrove, magari ai Caraibi. Solo per darvi un numero sul quale ragionare, nell’intero 2010 l’export di servizi associati al settore informatico e dei computer è stato di 28 miliardi 186 milioni. Nello stesso anno sono state pagate verso l’estero royalty per 28 miliardi 533 milioni.

In pratica ciò che è successo è stata l’instaurazione di un “ciclo virtuoso” che ha permesso all’economia di girare sempre più velocemente per un intero decennio. Gli investimenti provenienti dall’estero attirati dalle politiche fiscali irlandesi, la manodopera più o meno specializzata giunta sull’isola attirata dagli investimenti, gli speculatori sbarcati dai lussuosi jet attirati dai facili guadagnai, hanno presto fornito un impulso forse innaturale ad un paese la cui economia languiva ormai da parecchio tempo. Il magico circolo dell’economia si è messo in moto all’istante, portando “prosperità” anche a tutti i cittadini. Per un decennio hanno portato anche lavoro.

Fino ad ora i dati esposti rappresentano perlopiù dei flussi ( esclusi quelli sull’occupazione ). Tuttavia, almeno per avere un’idea intuitiva del valore di “ciò che è rimasto” in Irlanda per davvero, conviene buttare almeno uno sguardo rapido allo stock di capitale fisso netto. Pur non essendo l’indicatore più completo ( ce ne vorrebbero anche altri ) permette tuttavia di individuare in maniera sufficientemente chiara e intuitiva il valore dei beni “reali” ( case, beni capitali, attrezzature etc… ) in una determinata economia, fornendo un importante ma parziale indicazione in merito alla ricchezza complessiva di una nazione. In poche parole è come se questo indicatore esprimesse la quantità di denaro che ci vorrebbe per ricomprare sul mercato tutti i beni fissi posseduti da una nazione a cui andrebbero sottratte le svalutazioni del caso.

I numeri riportati sono in miliardi di euro e sono calcolati alla fine di ogni anno. Purtroppo non ho trovato i dati del 2010 né tantomeno quelli dell’ultimo trimestre. Per fortuna, aggiungerei! A questi andrebbero sommati ovviamente il valore dello stock degli investimenti finanziari che pure partecipano in maniera certamente più che importante nel definire la ricchezza della nazione. In ogni caso per ora non voglio andare a parare in quella direzione, perché tanto quello che vedrete tra poco sarà così devastante che capire immediatamente la completa inutilità di proseguire su questa strada. Lascio a voi immaginare a quale livello sarà ora, nel 2011, lo stock di capitale, aiutandovi con il seguente poco simpatico grafico.

Praticamente il valore delle abitazioni in Irlanda si è quasi dimezzato in 4 anni. Se ora immaginate che il valore dello stock dei beni fissi è composto per un buon due terzi proprio dal valore delle case, uffici e strutture, suppongo le conclusioni siano immediate.

Quello che resta a prescindere da tutto, per legge, per sempre

Ok amici miei, siamo quasi giunti alla fine del sogno celtico. Solo in termini di esposizione nell’articolo, in quanto tale onirico miraggio stava già svanendo negli anni stessi in cui veniva concepito.

È sempre difficile stabilire in maniera ragionevole se sia meglio aver posseduto qualcosa e poi averla persa, oppure se fosse stato meglio non averla mai posseduta. In questo caso tuttavia credo che un simile approccio sia fondamentalmente sbagliato: qui non si tratta di scegliere tra queste due possibilità. Qui si tratta di scegliere tra l’aver posseduto e realizzato ciò che vi ho mostrato sopra e il possedere ora e per sempre ( visto che a quanto pare il fallimento è impossibile ) quello che vi mostrerò sotto.

Prima di procedere vi voglio solo ricordare che l’Irlanda è un’isola abitata da 4 milioni e mezzo di persone, meno di metà delle quali lavora, con un PIL di circa 150 miliardi di euro. Vi dico questo perché ora entreremo nel magico mondo della finanza, del debito del prestito della partita doppia e vedrete quanto i numeri dell’economia reale vi sembreranno piccoli piccoli. Cifre che diventeranno così enormi che personalmente mi sembrano insane se confrontate invece con la minuta realtà celtica. Sarà un crescendo emozionante, una sorta di cammino in cui passo dopo passo verranno presentate le moderne meraviglie contabili, frutto dell’assoluto controllo del rischio, dell’indiscutibile confidenza dei nostri manager e dei nostri regolatori nei pagherò e della straordinaria resistenza dell’architettura della carta.

I valori nei prossimi grafici sono in milioni di euro, la virgola rappresenta il separatore delle migliaia.

Le finanze famigliari

L’Irlanda già saprete è un paese virtuoso. La gente è virtuosa. Per capirlo, basta dare un rapido sguardo alla ricchezza finanziaria. Essa rappresenta la somma di tutte le attività ( depositi, fondi pensione, assicurazioni, azioni etc ) a cui va sottratta la somma di tutte le passività, perlopiù suddivise non equamente tra mutuo per la casa e prestiti per il consumo.

I numeri sono davvero buoni pur se la crisi aveva quasi dimezzato il valore della ricchezza netta ( in nero ). Ciò è avvenuto in particolare per la contrazione del prezzo di molti degli asset finanziari, come azioni partecipazioni e altro, direttamente o indirettamente posseduti dalle famiglie irlandesi. Sfortunatamente, la crisi non ha ridotto il valore delle passività ( in rosso ), che comunque hanno cominciato a calare solo ed esclusivamente in seguito al rientro dai debiti delle famiglie stesse. Come sempre, il valore delle attività cala, quello delle passività… no! In ogni caso, gli irlandesi possono godere di poco meno di 100 miliardi di ricchezza finanziaria netta, cioè meno di 10 anni fa. Sommando pure il valore delle case… poco poco c’hanno complessivamente perso…!

Le finanze pubbliche

Per il davvero equilibrato governo irlandese le cose non sono molto differenti rispetto alla sua popolazione, peccato solo sia stato costretto a salvare le banche PRIVATE irlandesi, che poi hanno trasferito quella liquidità anche alle banche non irlandesi.

Le passività rappresentano in pratica il debito pubblico inteso nel senso più ampio possibile. Fino al 2008 la situazione era idilliaca: un rapporto debito pil ampiamente inferiore al 50% che aveva raggiunto nel 2006 l’invidiabile cifra del 25%. Due anni dopo il sogno è diventato incubo, e il costo della crisi scatenata dalla follia della finanza PRIVATA si è praticamente riversato ( per ora solo in minima parte… ma proprio minimissssssima ) interamente sulle casse pubbliche e in maniera indiretta sui cittadini irlandesi, che ricordo nel frattempo hanno visto ridursi sia il valore delle loro case sia il valore della loro ricchezza finanziaria. Quando sottolineo PRIVATA lo faccio per rimarcare il fatto che sti furfanti si sono letteralmente spartiti la ricchezza sparita. Se la sono distribuita in salari, in bonus, in benefit ( aerei privati e bagasce ). Alla gente rimangono gli asset deprezzati e gli iphone per controllare i prezzi di borsa o le rivoluzioni in giro per il mondo; ai governi rimane la necessità di tappare i buchi senza neanche fiatare, oppure protestando ma poi immancabilmente volgendo le sovrane terga a pi-greco mezzo; ai finanzieri rimane la consapevolezza di poterlo fare di nuovo.

Le finanze delle aziende non finanziarie

Qui le cose diventano un po’ più … come dire… notevoli!

Queste aziende, multinazionali di ogni tipo nazionalità e religione hanno in comune il fatto che i loro manager hanno letto da qualche parte che il debito fa bene e hanno applicato alla lettera il prezioso consiglio. Ovviamente si, il debito fa bene perché loro indebitano la società e sempre loro si scelgono i salari…!

Come avrete forse già visto, qui i numeri cominciano a lievitare, ma all’iperspazio ne manca ancora di strada. Nell’ultimo trimestre 2010, le società non finanziarie operanti in Irlanda avevano qualcosa come 610 miliardi di euro di asset finanziari ( sono compresi partecipazioni azionarie, crediti, depositi e tutto quello che potete pensare ). Peccato che le passività, solo in parte debiti, ammontavano a 834 miliardi di euro rendendo la ricchezza finanziaria di questo settore negativa di 220 miliardi di euro, tanto per capirci quasi 1 volta e mezzo il pil. Indipendentemente dalle considerazioni più o meno stupide e dal fatto che la “povertà” netta stia aumentando ( l’economia cresce… ) ciò che impressiona sono i valori a cui sono giunte le serie. Un qualsiasi squilibrio degli assetti e dei flussi di denaro,  manderebbe in un attimo tutto l’ambaradam in vacca. Ma capiamoci, non c’è nulla di anomalo, nel nostro mondo costruito a debito.

Se qualcuno di voi si fosse impressionato per questi numeri, consiglio di non procedere nella lettura.

Le finanze… della finanza

Per comodità inserisco sotto questo paragrafo sia i dati delle assicurazioni e dei fondi pensione sia quelli più propriamente riferiti a società finanziarie, siano esse le banche commerciale che di investimento o semplici intermediari.

Questo primo grafico considera solo la assicurazioni e i fondi pensioni. Ne discende in maniera naturale che le passività di loro saranno, per quanto detto sopra per buona misura uguali alle attività delle famiglie che acquistano la protezione o pagano la quota del fondo pensione. Di contro, le attività di questo settore sono molteplici e orientate verso strumenti finanziari più o meno “tranquilli”. Praticamente la curva del bilancio netto è anche una misura indicativa del livello di follia, pari quasi a 0. Pare quindi un settore relativamente tranquillo pur se sono ormai tre anni che non cresce… forse avranno smesso di prepararsi la pensione…!

E finalmente siamo giunti al salto di qualità

Sopra i bilanci delle società finanziari. Oltre 3 MILA MILIARDI di euro di passività, superiori agli oltre 3 MILA MILIARDI di euro di attività. È come se da sole le società finanziarie operanti in Irlanda, PIL 150 miliardi, possedessero più di 1/5 delle aziende quotate nell’S&P 500. Ovviamente le loro attività non sono solo partecipazioni in azioni: ci sono partecipazioni in governi, agenzie internazionali, leghe galattiche, posseggono perfino qualche diritto sulla sedia alla destra del trono di  Dio, che poi altri non è che Lloyd Blankfein. C’è tutto ciò che l’uomo è riuscito a scrivere su carta. Nonostante la ricchezza netta finanziaria sia pari non si sa come a -46 miliardi di euro, non c’è modo di percepire dal grafico il suo scostamento dalla linea dello zero, in quanto ogni numero sotto i 100 miliardi sarebbe talmente sottoscala da essere trascurabile. Ma non vi stupite per questa neutralità della ricchezza netta: il valore degli asset, se lo possono inventare! In fondo è pure facile fare i conti per loro: un cliente arriva e deposita 100 euro. Quindi nelle passività si mette 100. Un altro passa e chiede in prestito 90 euro, glielo dai e quindi negli attivi si scrive 90. I restanti 10 si investono in derivati ( altre attività ), la riserva la si inventa a seconda di chi sia a chiedertelo: se il regolamentatore, vendi 2 derivati e metti negli attivi 2 di riserva; se il tuo amico banchiere lasci 0 e torni a gustarti la baldracca. Il loro guadagno deriva dalla somma delle due cose: se prendi a prestito 100 dal cliente all’1% e presti 90 al 5%, allora ricavi 3.5. Dai 10 che hai usato per scommettere, se hai computer potenti in grado di muovere il mercato come ti pare, puoi ricavare anche 50 o 60 che spariranno in bonus. Il caso in cui le cosa vadano storte? Non succede mai: c’è il controllo del rischio. E qualora il controllo del rischio, cioè la capacità di manipolare i mercati a seconda delle proprie necessità, venisse meno, basta telefonare al politico che hai fatto eleggere e gentilmente chiedergli di andare in televisione a dire che se non ti danno i soldi, che credi ti spettino di diritto, il mondo fallisce. Così i soldi da qualche parte arriveranno per salvarti, al massimo se li inventeranno… .

Questo non fruttuoso discorso mi permette di introdurvi l’ultimo argomento di questo curioso post.

La fottutissima banca centrale irlandese.

Le finanze della banca centrale

La banca centrale è l’istituto che decide le politiche monetarie di un paese. In parole poverissime, essa compra beni fruttiferi estremamente sicuri ( sempre roba che arriva dalle Pleiadi l’oro lì è comune come qui lo è la cellulosa ) e “paga” con pezzi di carta il cui valore è esattamente uguale a quello che c’è scritto sopra. Non pensate al Monopoli, è tutto diverso, soprattutto la carta. I beni che ha comprato, perlopiù buoni del tesoro della propria nazione ( ma se si considera la FED e la banca in questione è la DB, allora essa può anche acquistare decine e decine di miliardi di dollari di robaccia ) la banca centrale li scrive a bilancio nelle attività ( asset ), mentre le banconote emesse – realmente o scritte contabilmente su conti elettronici – vengono inserite nelle passività ( liabilities ). Sbagliare non si può. Al massimo una banca centrale può inventarsi una voce nella scrittura contabile delle attività chiamata “altre attività”. Dentro può esserci catarro di cammello, ma se lo ha comprato la BC allora va bene ed è meritevole tanto più se il valore di quel catarro se lo inventa un altro banchiere. Ah già, la BC è quella che decide il valore della vostra ricchezza.

Quello sopra è il bilancio della banca centrale irlandese, in milioni di euro, del quale è stata evidenziata qualche voce. Dal punto di vista dei numeri relativi quello che la BC sta facendo è qualcosa di mai visto prima, roba da far impallidire pure la FED quanto a QEn.

Gli asset ( verde ) ormai superano abbondantemente il PIL irlandese, come se avesse interamente monetizzato quasi due volte il debito pubblico; le voci relative ai rifinanziamenti ( azzurro e blu ) che sono a tutti gli effetti catalogate come “operazioni di politica monetaria”, tanto c’è sempre qualcuno che ci crede, rappresentano più del 50% dell’espansione del bilancio e infine cosa ancor più straordinaria, gli “altri asset” ( rosa cadavere ) coprono più di un terzo del valore complessivo degli asset. E DIO SOLO SA COSA DIAVOLO SIANO! Cosa ha comprato sta banca centrale? Secondo quali meccanismi? Per quale ragione?? Posso vendergli per 50 mila euro anche la mia cazzo di Punto incidentata??? Oppure voglio farlo anch’io, voglio anch’io comprare quello che voglio con moneta che mi stampo e lo vogliono pure i greci!!! E ci si deve credere, si deve avere fiducia in questi contraffattori, questi sono LADRI!

Se gli asset sono oggetti sconosciuti, le passività sono pura commedia, tragica commedia! Sotto la voce altre passività (other liabilities, marrone color cacca), che voi non dovete sapere, ci sono 150 miliardi di euro, più di quel piano di salvataggio greco che permetterebbe al governo di tagliare 28 miliardi di 5 anni. Ma perché tagliare, basta che la banca centrale greca se li stampi i soldi che servono, come ha fatto quella irlandese, solo che invece che comprare merda dalle banche PRIVATE compri buoni del tesoro, roba che sistemerebbe il problema ellenico per 15 anni! E non si sa nemmeno cosa siano queste passività, che prestiti siano, quali collaterali abbia ricevuto in cambio, niente, non si sa niente. Sono banchieri, lavorano nel silenzio per il BENE PUBBLICO: UNA MINCHIA grandisssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssima!!

Io non so… siete mai stati all’aeroporto? Si dai, sulle tabellone degli orari leggete lo stato dei voli: “decollato”, “atterrato”, “in ritardo”, “annullato” e altro ancora. Immaginatevi di leggere riguardo all’aereo su cui vola vostra moglie o i vostri figli la scritta “non si sa” oppure “altro”. Immagino vi incazzereste non poco, immagino protestereste, immagino forse vi preoccupereste!

Banchieri del piffero, truffatori, impostori, corrotti e INGIUSTI.

La tabella sopra arriva dall’ufficio di statistica irlandese, non l’ho compilata io in preda all’ouzo. Posso solo immaginare quale sia lo stato d’animo di quei coraggiosi irlandesi quando scrivono ste cifre. Comunque è ben evidente quanto è accaduto durante il corso del 2010. Al 31 marzo del 2010 le banche ( Monetary Financial Istitutions ) risultavano debitrici con l’estero per 666 ( c’è sempre di mezzo la BESTIA ) miliardi e 166 milioni di euro ( primo riquadro verde ). Nove mesi dopo, al 31 dicembre 2010 le stesse avevano ridotto le esposizioni verso l’estero a 438 miliardi 860 milioni di euro, destinando oltre i confini irlandesi, verso cioè l’estero, la bellezza di 227 miliardi 306 milioni ( secondo riquadro verde ). Contemporaneamente la banca centrale irlandese che viene indicata come Autorità ( usurpandone il significato ) Monetaria ha incrementato le passività verso l’estero di 107 miliardi di euro e 119 milioni di euro. Ricordatevi questo numero.

L’ultimo passo è capire a chi diavolo siano finiti questi soldi, e per farlo basta ( basta per voi che leggete… non per chi i dati li ha cercati ) andare a visionare il bilancio aggregato delle banche “domestiche” in quel periodo di tempo (http://www.centralbank.ie/polstats/stats/cmab/Documents/Credit%20Institutions%20resident%20in%20the%20Republic%20of%20Ireland.pdf la lista delle banche domestiche… ). Le banche domestiche sono banche anche straniere che però svolgono sostanzialmente l’attività di banca commerciale in Irlanda.

Ancora un ultimo sforzo ( sommare e sottrarre per alcuni è moooooolto difficile… ). Facendo la somma delle passività del gruppo di banche “domestico” verso l’estero al 31 marzo, si trova che l’ammontare complessivo è di 270 miliardi e 399 miliardi di euro ( prima cella verde dell’ultima colonna ). La stessa operazione fatta in data 31 dicembre 2010 porta a calcolare le passività in 163 miliardi e 006 milioni di euro ( cella arancione ultima colonna ). La differenza è, guarda il CASO PORCA PUTTANA, 107 miliardi 393 milioni di euro.

Se ricordate quanto scritto 10 righe sopra, la BC irlandese aveva nelle stesso intervallo di tempo incrementato le sue passività ( “stampando” denaro o sporcate simili ) di 107 miliardi 119 milioni. Sarà una coincidenza, ma sembrerebbe che per sistemare i buchi di bilancio che le banche che operano in Irlanda hanno nei confronti dell’estero si sia deciso semplicemente di inventare e regalare soldi, esattamente 107 miliardi di euro.

AVETE CAPITO COME FUNZIONA? SE SONO LE BANCHE PRIVATE AD AVERE PROBLEMI, DOPO AVER TRASFORMATO LA RICCHEZZA DI UNA NAZIONE NELLA PROPRIA, ALLORA IL “SALVATAGGIO” è IMMEDIATO, NASCOSTO, CONTABILMENTE CORRETTO QUANTO MORALMENTE INACCETTABILE ED ESTREMAMENTE FACILE: SEMPLICEMENTE SI INVENTANO I SOLDI (!!!!!!). LORO, PER GLI AMICI, DI EURI NE  STAMPANO A PIACERE!

SE SONO GLI STATI ad avere problemi, ALLORA I SOLDI SI TROVANO SOLO CON LE PRIVATIZZAZIONI, CON IL DEPAUPERAMENTO, CON LE PRIVAZIONI. QUESTA è L’EUROPA DEI BUROCRATI, DEI TECNICI, DEI CORROTTI E DEI FARABUTTI.

L’Irlanda ha chiuso l’ultimo trimestre del 2010 con MILLE SEICENTO MILIARDI di debito esterno lordo. DIECI VOLTE IL PIL che nel 2010 ha segnato l’ammontare di 156 miliardi scarsi di euro a prezzi correnti. L’India, per dirne una, ha un debito estero di poco più di 300 miliardi. Nessuno, tantomeno noi, sa qual è il valore degli asset che dovrebbero in qualche modo mitigare la virulenza di una simile passività. Nessuno, tantomeno noi, sa come andrà a finire tutta sta vicenda, ma di certo una società corrotta e ingiusta come la nostra non avrà un futuro brillante. Mi rammarico solo nel realizzare che ancora c’è una qualche fiducia in quella dannata specie di uomini.

Alla fine resta… neanche la gente.

Grafico davvero esplicativo: saranno solo le locuste e le loro “preziose skill” ad abbandonare l’isola che affonda o saranno anche gli irlandesi, portando con se armi bagagli e patate? Ai posteri, come sempre, la sentenza. LA GENTE STA LASCIANDO L’IRANDA.

Conclusioni

Molte poche: truffate più che potete, ingannate, rubate, depredate chiunque vi si presenti davanti, fatelo con bramosia, non accontentatevi, e quando avete finito, ricominciate. La legge e le istituzioni europee vi tutelano, sempre che siate banchieri. Altrimenti, pi greco per tutti.

Io personalmente ne ho i cocomeri pieni. È letteralmente una disfatta. L’ingiustizia è tale e talmente accettata, così ci possiamo comprare un ipad ancora, che francamente sono nauseato.

L’europa unità è nata dalla più colossale truffa mai perpetrata negli ultimi decenni ai danni dei popoli che la abitano. Non potevano esserci auspici migliori. Non ci sono segni di una qualche redenzione.

Mattacchiuz.

PS: dopo questo penso di prendermi un pò di pausa…

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25 commenti Commenta
cavoloscendeMIB
Scritto il 2 luglio 2011 at 00:28

Un’articolo mozzafiato, complimenti

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Scritto il 2 luglio 2011 at 09:17

Un commento, solo uno: CAPOLAVORO! :!: :!: :D

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idleproc
Scritto il 2 luglio 2011 at 10:08

Siete dei Miti. Articolo formidabile.

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gabrym82
Scritto il 2 luglio 2011 at 10:47

Splendido articolo. Ammettendo che si possa usare il termine “splendido” per queste porcherie.

Con la globalizzazione della plutocrazia questo è quello a cui eravamo destinati. L’aspetto più sconfortante di tutti cmq è il darsi la risposta a una semplice domanda: “pensi che domani andrà meglio o peggio?”.
Temo che finchè non si raggiungerà il “minimo” non ci siano i presupposti per un cambiamento; e in questi casi, il “minimo” potrebbe far molto male.

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tommy271
Scritto il 2 luglio 2011 at 11:52

Eccellente lavoro, Mattacchiuz.
Un pò carente nelle conclusioni 8) .
La situazione è diversa da quella greca di cui abbiamo già abbondantemente discusso.
In teoria le vie di uscita, più percorribili.
Cosa proponi, andando oltre ai luoghi comuni semi-para-rivoluzionari…

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mattacchiuz
Scritto il 2 luglio 2011 at 13:58

proporre in merito a cosa?

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paolo41
Scritto il 2 luglio 2011 at 21:14

mattacchiuz,

grande!!!!!

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pinco14
Scritto il 2 luglio 2011 at 22:43

Boia che articolo! Un trattato di finanza…
Lo salvo e lo leggo domani con calma perchè verso metà mi sono perso..
Compliments davvero

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lampo
Scritto il 2 luglio 2011 at 23:14

Complimenti… post da VIP :wink:

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Scritto il 3 luglio 2011 at 00:12

Bello….

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idleproc
Scritto il 3 luglio 2011 at 09:23

Riprendiamoci la Sovranità monetaria e di pianificazione economica. Non vogliono? Ci mettiamo a stampar euro.

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tommy271
Scritto il 3 luglio 2011 at 10:43

mattacchiuz: proporre in merito a cosa?  

Dopo aver fatto una così dettagliata analisi, non ti è venuta in mente qualche possibile soluzione per far scendere il debito?

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tommy271
Scritto il 3 luglio 2011 at 10:45

idleproc@finanza: Riprendiamoci la Sovranità monetaria e di pianificazione economica. Non vogliono? Ci mettiamo a stampar euro.  

Questa può essere una soluzione …
Senza aver bisogno di stampar euro, basta ripristinare la vecchia moneta.
Ripercussioni?

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idleproc
Scritto il 3 luglio 2011 at 12:18

tommy271@finanza,

Non è solo un problema economico ma di classe dirigente. Costruire una strategia di uscita dall’euro, con l’attuale classe dirigente presa nel suo complesso e totalmente priva di senso dello stato e dell’interesse socioeconomico nazionale ridarebbe il via a pieno regime al sistema di intrallazzi clientelari di casta ed all’irrazionalità nella programmazione. Nell’attuale situazione, è mia opinione, il problema centrale che verrà a porsi è il trasferimento fuori dall’Italia di reddito e di capitale e quindi di risorse indispensabili allo sviluppo, all’innovazione e alla produzione di valore. E’ totalmente al di fuori delle mie competenze e interessi professionali valutare e contrastare le “ripercussioni” ed un’eventuale strategia di uscita. Da quello che leggo, purtroppo saltuariamente, in questo blog molti di voi hanno queste competenze. Sarebbe un buon “esercizio” tecnico… forse non solo un esercizio…

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mattacchiuz
Scritto il 3 luglio 2011 at 12:19

tommy271@finanza:
Dopo aver fatto una così dettagliata analisi, non ti è venuta in mente qualche possibile soluzione per far scendere il debito?  

quale debito vorresti ridurre e perchè?

tommy271@finanza: Ripercussioni? 

possiamo sempre andare avanti così. altri debiti per ripagare precedenti debiti e interessi sui debiti.
ripercussioni? a no già… ci sono i piani di salvaggio, le promesse dei governi e tante, tante chiacchiere. ovviamente, tutta roba fatta a nuovo debito.

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ciromot
Scritto il 3 luglio 2011 at 13:24

Complimenti, complimenti , complimenti!!!!!!!!
L’articolo e’ davvero un capolavoro.Sarebbe bello fare lo stesso tipo di analisi per altri paesi come USA, CINA ,PORTOGALLO,ITALIA ,SPAGNA etc(magari c’e’ e non l’ho letta).
Mi spiace non avere la competenza necessaria per carpire fino in fondo la profondita’ dell’articolo.A tal proposito avete qualcosa da consigliarmi (siti, glossari,etc.)???
Ti invidio davvero.Sicuramente sarai un ottimo trader pieno di soldi come minimo hihihhi.
Mi spiace non essere all’altezza.
Consigliero’ quest’articolo a tutti.
Complimenti ancora davvero.

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tommy271
Scritto il 4 luglio 2011 at 00:30

mattacchiuz:
quale debito vorresti ridurre e perchè?
possiamo sempre andare avanti così. altri debiti per ripagare precedenti debiti e interessi sui debiti.
ripercussioni? a no già… ci sono i piani di salvaggio, le promesse dei governi e tante, tante chiacchiere. ovviamente, tutta roba fatta a nuovo debito.  

In questo caso è da ridurre il debito statale cresciuto di una trentina di punti solo lo scorso anno per salvare il sistema bancario.
Diversamente dalla Grecia qui è stato fattibile colpire direttamente il cuore del problema con gli obbligazionisti dei subordinati delle banche Irish.
Noonan ha in mente anche i senior … ma c’è l’opposizione di Trichet.

Sempre in questo caso è possibile un’uscita dall’area Euro della sola Irlanda?
Vista la caratteristica dell’economia vocata all’export, rispetto a Grecia e Portogallo, direi che l’opzione possa essere tenuta aperta.
I debiti verrebbero trasformati nella nuova moneta locale e svalutati, l’economia potrebbe trarne giovamento visto la predominante presenza delle multinazionali.

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tommy271
Scritto il 4 luglio 2011 at 00:38

idleproc@finanza: tommy271@finanza,
Non è solo un problema economico ma di classe dirigente. Costruire una strategia di uscita dall’euro, con l’attuale classe dirigente presa nel suo complesso e totalmente priva di senso dello stato e dell’interesse socioeconomico nazionale ridarebbe il via a pieno regime al sistema di intrallazzi clientelari di casta ed all’irrazionalità nella programmazione. Nell’attuale situazione, è mia opinione, il problema centrale che verrà a porsi è il trasferimento fuori dall’Italia di reddito e di capitale e quindi di risorse indispensabili allo sviluppo, all’innovazione e alla produzione di valore. E’ totalmente al di fuori delle mie competenze e interessi professionali valutare e contrastare le “ripercussioni” ed un’eventuale strategia di uscita. Da quello che leggo, purtroppo saltuariamente, in questo blog molti di voi hanno queste competenze. Sarebbe un buon “esercizio” tecnico… forse non solo un esercizio…  

La classe dirigente uscita dalle recenti elezioni è in larga parte antieuropeista, quindi con meno problemi rispetto alla precedente.
Nonostante i proclami elettorali molto populisti, sinora, non è riuscita però nel compito di rinegoziare le clausole del programma di aiuto della UE/BCE/FMI.
Lo scoglio principale rimane nella tassa sulle società, che l’Europa vorrebbe aumentare.
Attualmente gli interessi pagati sui prestiti sono più alti rispetto alla Grecia.

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mattacchiuz
Scritto il 4 luglio 2011 at 07:12

tommy271@finanza,

è sempre il debito statale quello da ridurre. tranne in usa dove invece il problema principale è aumentarlo…

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gaolin
Scritto il 4 luglio 2011 at 10:59

Un articolo così, pieno di logica e di dati comparati, che danno una chiara idea dimensionale del disastro irlandese, è un lavoro che merita complimenti all’ennesima potenza.
Su come uscire da una tale situazione non è neppure il caso di stare a pensarci, tanto si avrebbero solo chiacchere a sostegno di tesi e soluzioni contrapposte.
La sola cosa che interessa agli gnomi della finanza globalizzata è di trovare il modo di posporre da un mese all’altro il disastro finale con l’obiettivo, per loro, di cascare in piedi.
Quanto all’economia REALE irlandese, questa è stata alimentata nella sua grande crescita dall’aliquota fiscale sui redditi societari anormalmente bassa all’interno della UE (12,5% mi pare, tempo fa era 10%).
Questo cosa ha provocato:
Tantissime multinazionali della produzione hanno usato l’Irlanda, o per farvi transitare beni per la sola fare di inscatolamento/etichettatura o per allocarvi industrie ad elevati margini, ovvero utili.
Qualora questa tassazione dovesse essere adeguata alle restanti nazioni della UE/resto del mondo il miracolo industriale irlandese diverrebbe una debacle totale.
Non per niente i governanti irlandesi difendono accanitamente questa anomalia e gli altri non osano più di tanto alzare la voce.

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hironibiki
Scritto il 4 luglio 2011 at 13:42

Complimentissimi mattacchiuz :mrgreen:
E’ veramente bellissimo! :mrgreen:

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gainhunter
Scritto il 4 luglio 2011 at 18:57

Analisi eccellente! :-)
Grazie!

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antala17
Scritto il 5 luglio 2011 at 17:54

Mi aggiungo ovviamente alla standing ovation

L’abnormità della situazione contabile è di tutta evidenza
Eppure la “speculazione” non ha ancora “seriamente” attaccato la (“al verde”) Irlanda
Sono le grandi Banche che la trattengono mentre smontano con il minor danno possibile il business che vi hanno insediato, poi ad un certo punto si scatenerà il putiferio?

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mattacchiuz
Scritto il 5 luglio 2011 at 18:06

:-) certo che la speculazione non attacca l’irlanda: sarebbe autocannibalismo :-)
più che col minor danno possibile, con il minor rumor possibile… la icb “stampa” in silenzio…
in fondo, per dar soldi alle banche coinvolte nell’affare greco, si è dovuta educare la popolazione sulla fragilità della situazione greca, così credo che il 99% della genta ritenga che l’europa stia davvero salvando la grecia e non le banche. con l’irlanda invece, dove sono le banche da salvare a suon di decine e decine di miliardi di euro, nessuno ne parla, non i media, non i presidenti delle istituzioni, non le agenzie di ratiing. Vo lo immaginate Trichet che va in televisore a dire : dobbiamo dare 100 miliardi ad una lista di banche altrimenti ci fottono il sistema? E d’altro canto, non può nemmeno dire che l’irlanda è spendacciona o altro… quindi, si procede in silenzio…

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tommy271
Scritto il 5 luglio 2011 at 19:54

antala17@finanza: Mi aggiungo ovviamente alla standing ovationL’abnormità della situazione contabile è di tutta evidenza
Eppure la “speculazione” non ha ancora “seriamente” attaccatola (“al verde”) Irlanda
Sono le grandi Banche che la trattengono mentre smontano con il minor danno possibile il business che vi hanno insediato, poi ad un certo punto si scatenerà il putiferio?  

L’Irlanda viene subito dopo la Grecia, in quanto ad “attacchi” speculativi.
Gli spread sul bund sono lì a dimostrarcelo.
E’ chiaro che la Grecia è il primo fronte d’attacco degli ambienti anglofoni, mentre tengono ancora una posizione di riguardo per quanto riguarda l’Irlanda.
In modo particolare la City, cerca di affondare il meno possibile il coltello nella piaga per gli evidenti interscambi tra le loro banche e le due economie.

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