Il vero prezzo della sovranità a confronto con una vera Unione Europea

Scritto il alle 14:45 da Danilo DT

GUEST POST: si può far convivere democrazia, globalizzazione e sovranità nazionale contemporaneamente?

Nel recente dibattito parlamentare in Francia sul nuovo trattato fiscale europeo, il governo socialista attualmente in carica ha negato con forza che la ratifica del trattato comporterebbe un indebolimento della sovranità francese. Non pone “alcun limite sul livello di spesa pubblica” ha affermato il Primo Ministro Jean-Marc Ayrault. “La sovranità del budget rimane infatti nelle mani del Parlamento della Repubblica francese.”
Mentre Ayrault tentava di rassicurare i colleghi alquanto scettici (tra cui diversi membri del suo stesso partito), il Commissario europeo per la Competizione, Joaquin Almunia, lanciava un messaggio simile ai suoi compagni social democratici a Bruxelles. Per avere successo, sosteneva, l’Europa deve smentire chi crede che ci sia un conflitto tra globalizzazione e sovranità.

A nessuno piace rinunciare alla sovranità nazionale, e meno di tutti, pare, ai politici di sinistra. Tuttavia, negando che la possibilità di sopravvivenza dell’Eurozona dipende dall’imposizione di limiti sostanziali alla sovranità (aspetto decisamente ovvio), i leader europei stanno fuorviando i loro elettori, ritardando il processo di europeizzazione della politica democratica e aumentando i costi politici ed economici.
L’Eurozona aspira ad un’integrazione economica totale con l’eliminazione dei costi di transazione che spesso ostacolano le operazioni commerciali e finanziarie transnazionali. Ovviamente, quest’integrazione richiede che i governi rinuncino a delle restrizioni dirette su commercio e flussi di capitale, ma richiede anche un’armonizzazione delle norme e delle regolamentazioni nazionali (come gli standard di sicurezza sui prodotti e la regolamentazione bancaria) con quelle degli altri paesi membri affinché non diventino degli ostacoli indiretti al commercio. I governi, da parte loro, devono sostenere i cambiameni in queste politiche per evitare che l’incertezza stessa si trasformi in un costo di transazione.

Tutti questi aspetti erano impliciti all’interno dell’iniziativa del mercato unico dell’Unione europea. Con l’eurozona si è passati poi ad una fase successiva con l’obiettivo di eliminare del tutto, attraverso l’unione monetaria, i costi di transazione associati alle valute nazionali e i rischi legati al tasso di cambio.
In termini semplici, il progetto di integrazione europea si è sostanzialmente basato su una serie di limitazioni alla sovranità nazionale. Se il suo futuro è ora a rischio, è perchè si trova infatti, ancora una volta, ad affrontare il problema della sovranità. In un’unione economica vera, sostenuta da istituzioni politiche dell’unione stessa, i problemi finanziari di Grecia, Spagna e altri paesi non sarebbero arrivati ai livelli attuali che minacciano l’intera unione.
Prendiamo in considerazione gli Stati Uniti. Nessuno tiene conto, ad esempio, del deficit di conto corrente della Florida rispetto al resto del paese, anche se possiamo immaginare che sia piuttosto elevato (dato che nello stato risiedono molti pensionati che vivono di benefici provenienti da altre fonti).
Nel caso in cui il governo della Florida dovesse andare in bancarotta, le sue banche continuerebbero ad operare normalmente in quanto regolamentate dalla giurisdizione federale. Inoltre, se le banche della Florida dovessero fallire, le finanze pubbliche sarebbero comunque protette dato che gli istituti bancari sono, in definitiva, responsabilità delle istituzioni federali.
In caso di disoccupazione in Florida, i sussidi dei lavoratori disoccupati provengono da Washington. E quando gli elettori della Florida rimangono delusi dall’economia non protestano per le strade della capitale, bensì fanno pressione sui rappresentanti del Congresso affinchè apportino dei cambiamenti alle politiche federali. Nessuno potrebbe d’altra parte sostenere che gli Stati Uniti abbiano un alto livello di sovranità.

Anche la relazione tra sovranità e democrazia viene male interpretata. Non tutte le restrizioni sull’esercizio della sovranità risultano essere non democratiche. Gli scienziati della politica parlano di “processo di delega democratica” (ovvero l’idea secondo cui uno stato sovrano decide volontariamentedi avere le mani legate, tramite accordi internazionali o la delega ad agenzie autonome, al fine di ottenere risultati migliori). La delega della politica monetaria ad una banca centrale indipendente è l’esempio più calzante: nel processo di stabilizzazione dei prezzi, la gestione quotidiana della politica monetaria viene infatti protetta dalla politica.
Anche se alcune limitazioni selettive alla sovranità potrebbero migliorare la performance democratica, non c’è alcuna garanzia che tutti i limiti imposti da un’integrazione dei mercati possano avere lo stesso risultato. Nelle politica interna, il processo di delega è calibrato attentamente e limitato a poche aree legate a tematiche altamente specializzate in cui le differenze di parte non sono enormi.

Un vero processo di globalizzazione in grado di promuovere la democrazia dovrebbe rispettare questi limiti ed imporre solo delle restrizioni conformi ad un processo di delega democratico, assieme ad una serie di norme procedurali (come la trasparenza, la reponsabilità, la rappresentitività, l’uso di prove scientifiche, ecc.) in grado di migliorare la deliberazione democratica a livello nazionale.
Come dimostra l’esempio americano, è possibile rinunciare alla sovranità (come hanno fatto la Florida, il Texas, la California e gli altri stati degli Stati Uniti) senza rinunciare alla democrazia. Ma combinare l’integrazione dei mercati con la democrazia richiede la creazione di istituzioni politiche sovranazionali che siano rappresentative e responsabili.
Il conflitto tra democrazia e globalizzazione diventa più aspro nel momento in cui il processo di globalizzazione finisce per limitare l’esercizio delle politiche preferenziali a livello nazionale senza un’espansione compensativa dello spazio democratico a livello globale/regionale. L’Europa è già dalla parte sbagliata di questo confine, proprio come dimostrano le rivolte in Spagna e Grecia.

Il TRILEMMA

Ed ecco il punto in cui il mio trilemma inizia ad essere mordace. Non si possono avere globalizzazione, democrazia e sovranità nazionale allo stesso tempo, ma bisogna scegliere due elementi tra questi tre.
Se i leader europei desiderano mantenere la democrazia, devono scegliere tra l’unione politica e la disintegrazione economica. Devono da un lato rinunciare in modo esplicito alla sovranità economica, oppure metterla, in modo attivo, a servizio dei suoi cittadini affinché ne traggano beneficio. La prima opzione implicherebbe ammettere la propria colpa di fronte all’elettorato e creare uno spazio democratico sovranazionale. La seconda opzione comporterebbe invece una rinuncia all’unione monetaria per poter implementare delle politiche monetarie e fiscali nazionali con l’obiettivo di una ripresa di più lungo termine.
Più questa scelta viene posticipata, maggiori saranno i costi politici ed economici che dovranno in definitiva essere pagati.

Dany Rodrik 
Source: Project Syndacate 

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DT

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8 commenti Commenta
maurobs
Scritto il 12 ottobre 2012 at 16:31

Non si possono avere globalizzazione, democrazia e sovranità nazionale allo stesso tempo, ma bisogna scegliere due elementi tra questi tre.
Se i leader europei desiderano mantenere la democrazia, devono scegliere tra l’unione politica e la disintegrazione economica. Devono da un lato rinunciare in modo esplicito alla sovranità economica, oppure metterla, in modo attivo, a servizio dei suoi cittadini affinché ne traggano beneficio. La prima opzione implicherebbe ammettere la propria colpa di fronte all’elettorato e creare uno spazio democratico sovranazionale. La seconda opzione comporterebbe invece una rinuncia all’unione monetaria per poter implementare delle politiche monetarie e fiscali nazionali con l’obiettivo di una ripresa di più lungo termine.
Più questa scelta viene posticipata, maggiori saranno i costi politici ed economici che dovranno in definitiva essere pagati.”

Perfettamente d’accordo con la conclusione: infatti in Europa si è proceduto al contrario rispetto agli USA; da noi gli stati chiedono in prestito il denaro alla Banca centrale, pagandone il costo sia in termini di tassi che in termini di costo vero e proprio per stampare. E siccome la “politica” specialmente nei paesi PIIGS è sempre stata vista come bancomat personale per le varie classi dirigenti, mai e poi mai vorranno rinunciare a questo privilegio. Quando tutte le popolazioni dell’area mediterranea si renderanno conto di ciò?

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maurobs
Scritto il 12 ottobre 2012 at 16:48

scusa dream, ma si fa tanto parlare di unione fiscale in europa, oltre a altre varie unioni, ma io non so cosa voglia dire…..sono ignorante……non è che ci spenderesti un post per aiutarmi/ci a capire meglio? ovviamente se non posta via troppo tempo :mrgreen:

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paolo41
Scritto il 12 ottobre 2012 at 17:18

… c’è un gruppo di persone, incluso il sottoscritto, che sostengono questa tesi da parecchio tempo. Purtroppo, in parte per ignoranza, in parte per assurde convinzioni, forse, come qualcuno allude, per qualche disegno strategico che ogni tanto aleggia sopra i nostri commenti, i nostri politici da dieci anni a questa parte non hanno minimamente capito che l’entrata nell’euro sarebbe stata la distruzione della nostra industria, progressivamente in tutti i suoi rami, nessuno escluso…..

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7voice
Scritto il 12 ottobre 2012 at 18:56

io a differenza vostra sono solo per una cosa : DARLI FUOCO QUANDO SONO IN SEDUTA PLENARIA !QUESTA STORIA DELLE AGEVOLAZIONI RETROATTIVE SONO UNA PORCHERIA CHWE SOLO QUESTO MENDICANTE SENZA MORALE POTEVA ESCOGITARE ! QUESTO SCAVEZZACOLLO DEVE ANDARE FUORI DALL’ITALIA AL + PRESTO MASSONE DI MONNEZZA ! LA CORDA SI STA TIRANDO TROPPO BISOGNA COMINCIARLI AD APPENDERLI AI LAMPIONI !

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paolo41
Scritto il 13 ottobre 2012 at 18:06

non so se riuscirò a trasmettere questo “vecchio” post di Enrico Beltramini

http://temi.repubblica.it/limes/stati-uniti-prove-di-stato-capitalista/12903?printpage=u

se ci riesco credo che sia molto interessante. Fa parte delle tesi che riconducono a Eric Hobsbawn sul fatto che “il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato”.
Premetto che Hobsbawn si autodefinisce un seguace di Marx, ma parecchie delle sue argomentazioni calzano a pennello sulla situazione mondiale dell’ultimo ventennio.
Dalle sue interviste rilasciate nei mesi scorsi, di cui purtroppo non ho mantenuto copia, si capisce come l’Europa nella sua ancora mancante “unità”, ha scarsa probabilità di sopravvivere di fronte alla gestione capitalista di Stati quali la Cina, gli USA, il Giappone e altri paesi del sud-est asiatico e sud-americani.

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paolo41
Scritto il 13 ottobre 2012 at 18:29

…per chi può essere interessato ho ritrovato l’intervista su Google fra i vecchi articoli di Leonardo Clausi…..

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perplessa
Scritto il 14 ottobre 2012 at 00:19

sinceramente non capisco l’ottica di questo articolo.gli Stati Uniti sono uno stato federale, dove tutti gli americani eleggono un presidente e un congresso che hanno presentato dei programmi. qualche governante in europa ha forse prospettato qualcosa del genere, e qualcun altro si è dichiarato contrario?la gente protesta forse nelle piazze perchè non vuole che si facciano gli stati uniti d’europa? sono daccordo che se si facesse uno stato federale europeo certi problemi verrebbero a cadere, ma nessuno l’ha proposto, qua si vogliono fare tutt’altre cose, qua si vogliono controllare i paesi da parte di entità che nessuno ha votato,e di cui nessun cittadino europeo ha votato i programmi, è tutta un’altra cosa, se vogliamo essere chiari

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schwefelwolf
Scritto il 15 ottobre 2012 at 12:02

perplessa@finanza,

Perfettamente d’accordo sul fatto che “qua” si stia parlando tanto di “Europa” ma si stia in realtà facendo qualcosa di molto diverso. Per quanto concerne l’altra sponda dell’Atlantico vorrei comunque ancora una volta ricordare che anche negli Stati Uniti le cose non sono andate in modo precisamente democratico: nel 1861 il “capitalismo yankee” si è imposto sul latifondismo esportatore degli Stati del Sud a colpi di cannone – e con la prima “guerra totale” della Storia.

E comunque, in America le premesse di una federazione (forzata o meno) erano molto piú favorevoli: una lingua comune, una “memoria storica” pressoché inesistente (o meglio: in via di formazione), una struttura “culturale” diffusamente priva di radici (a parte i “noccioli duri” di alcune potenti comunità confessionali, ai vertici dell’oligarchia nordista del New England: puritani, presbiteriani, anglicani, ebrei). L’integrazione – per quanto forzata – era quindi possibile: e gli americani si sentono – appunto – americani, pur ricordando di avere radici “europee” diverse.

In Europa le cose stanno diversamente – e solo una ristrettissima minoranza si sente “prima europeo e poi…”. La grande maggioranza si sente “italiano”, “francese”, “tedesco” etc. e solo poi – eventualmente e in seconda battuta – “anche europeo”. In barba a questa realtà qualcuno ha però deciso di “azzerare” 2000 anni di storie parallele, 2000 anni di evoluzioni culturali e sociali diverse – intercomunicanti, ma diverse. E parlano di “Stati Uniti d’Europa”. Ma come? Vogliamo eleggere un parlamento legislatore “europeo”, degradando i parlamenti ex-nazionali a “consigli regionali”? In quale lingua vogliamo farlo? Adottiamo l’inglese o ripristiniamo il latino? O mettiamo ai voti – e se sí, come? E come ripartiamo i seggi: in base alle popolazioni?

Stiamo (stanno) parlando di utopie… per mascherare quello che, a mio avviso, è invece un incredibile “colpo di Stato a freddo”. Altro che democrazia…

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