FOCUS: Europa ed Euro al bivio

Scritto il alle 14:30 da Danilo DT

Cosa sta succedendo in Europa? Quali le possibili conseguenze di un’uscita della Grecia dall’euro? Perché conviene evitare il contagio?

Buongiorno a tutti!

Ennesima puntata della “piccola partnership” (non di tipo commerciale, ci tengo a sottolinearlo) con una casa d’investimento (AnimaSgr) con un approfondimento di indubbio interesse.
Tengo inoltre a precisare che questo video è dedicato soprattutto agli investitori magari non super professionisti, ma è anche interessante per coloro che sono più “navigati”.
Ovviamente sarò ben lieto di leggere i Vs feedback su questa iniziativa. Vi lascio al video e alla sua trascrizione. Buona visione!

1. Cosa sta succedendo in Europa?

Prima dell’euro, i principali paesi dell’Unione Europea erano legati da un accordo di cambio: il Sistema Monetario Europeo. Ciascun paese aveva una propria valuta e una propria banca centrale. E lo SME imponeva alle valute bande di oscillazione molto strette, per limitare l’incertezza dei cambio ed agevolare l’integrazione economica tra i paesi europei. Nel 1992 lo SME andò in pezzi, ma l’Europa reagì repentinamente: nel 1993 fu firmato il Trattato di Maastricht e nel 2000 arrivò l’euro.
Oggi ci troviamo ad un bivio analogo emblematicamente raffigurato dall’Economist: da una parte una disintegrazione dell’Eurozona, dall’altra una maggiore integrazione politica, fiscale e monetaria, cioè un superstato europeo. Lo stato di salute economica dell’Eurozona, presa come un’unica entità statuale, sarebbe già in perfetto equilibrio economico-finanziario: il rapporto tra debito e Pil aggregato sarebbe sostenibile, i conti con l’estero in pareggio e l’inflazione più bassa che altrove.
Il rischio percepito dai mercati in Europa deriva quindi dall’incapacità di gestire efficacemente gli squilibri in momenti di crisi. L’Eurozona non ha un unico governo dell’economia, nè un unico bilancio. Non esiste alcun meccanismo istituzionale che all’occorrenza garantisca la solvibilità dei paesi in difficoltà, nè è consentito alla Banca Centrale Europea di intervenire per aiutarli. Dopo tre anni di incertezze e dilazioni, la crisi della piccola Grecia ha però ormai sospinto i governi europei ad una scelta non più eludibile.

2. Quali le possibili conseguenze di un’uscita della Grecia dall’euro?

Se l’Unione Europea ed il Fondo Monetario decidessero di negare alla Grecia gli aiuti di cui ha bisogno l’insolvenza del debito greco sarebbe inevitabile e l’impatto sull’economia e sulle condizioni di vita della popolazione sarebbe insostenibile. A quel punto, l’abbandono dell’euro sarebbe l’unica via d’uscita possibile. Per pagare stipendi e pensioni, il governo greco dovrebbe infatti riappropriarsi della facoltà di stampare moneta. Il debito verrebbe ridenominato in dracme e la nuova dracma si svaluterebbe pesantemente (anche nell’ordine del 40%-50%).
La Grecia è un paese molto piccolo (circa il 2% del Pil dell’Eurozona) e qualche cinico potrebbe pensare che l’entità stimata delle perdite potrebbe essere sopportabile e che l’uscita della Grecia solleverebbe l’euro da un peso. Ma c’è un’insidia: nulla può garantire che il problema rimanga confinato alla Grecia.

3. Perché conviene evitare il contagio?

Se la Grecia (o un qualunque altro paese) fosse spinto fuori dall’euro il problema sarebbe la sostenibilità futura dell’Unione Monetaria. La mera possibilità che un solo paese possa uscire è destabilizzante di per sé: se i risparmiatori si convincessero che l’unico paese valutariamente sicuro è la Germania, perché mai dovrebbero mantenere i propri depositi in Spagna o in Italia, visto che anche Spagna o Italia potrebbero, prima o poi, uscire dalla moneta unica?
Tutti i governi dell’Eurozona sanno che nessuno di loro rimarrebbe immune dal contagio.
Le loro banche subirebbero perdite ingenti dal deprezzamento dei titoli in portafoglio e le quotazioni azionarie crollerebbero, con effetti a catena. Se la fuga dai depositi si generalizzasse a paesi come Spagna o Italia, tutti i sistemi bancari europei verrebbero travolti, provocando ulteriori restrizioni del credito e costringendo i governi ad interventi di salvataggio colossali. Strozzate dalla carenza di credito, anche le economie più forti entrerebbero in recessione e i loro debiti pubblici aumenterebbero per effetto dei salvataggi bancari.
Il risultato finale di questo “effetto domino” sarebbe davvero paradossale: il rifiuto iniziale di aiutare la Grecia provocherebbe il peggioramento delle finanze pubbliche di tutto il resto d’Europa, generalizzerebbe la caduta dell’attività economica in tutti i paesi (Germania compresa) e farebbe impennare ovunque il rapporto debito/Pil.
Si fa molta fatica a credere che i governanti europei siano pronti ad affrontare un rischio di queste proporzioni. “Rilanciare in avanti” è oggi, a tutti gli effetti, l’opzione meno costosa per tutti.

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DT

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5 commenti Commenta
atomictonto
Scritto il 5 giugno 2012 at 16:04

Grazie per l’ottimo post caratterizzato da una grande chiarezza.
Saluti!

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schwefelwolf
Scritto il 6 giugno 2012 at 18:29

Non ritengo che continuare ad investire cifre sempre piú astronomiche (migliaia di miliardi di €!) in un progetto nato morto (“euro”) possa essere definito “opzione meno costosa”. Cosa è meglio: un “terremoto” di magnitudo 8 oggi, o uno di magnitudo 9 domani? Certo – meglio sarebbe stato un terremoto di magnitudo 7 tre anni fa – o meglio ancora una “scossettina” da magnitudo 4 o 5 dieci anni fa.

Piú si va avanti su questa strada (rilanciare e rimandare a domani, per non dover pagare oggi), piú tragiche ne saranno comunque le conseguenze: quindi nessuno ha il coraggio di tirare il freno a mano.

Mi piacerebbe solo che, alla fine, i responsabili venissero almeno trascinati a “Norimberga” a rispondere della catastrofe, ma penso/temo che ciò non avverrà.

Pagheremo tutti, pagheremo tantissimo – ma loro, i vari Kohl, Prodi, Barroso, Merkel, Sarkozy, Papandreu, Monti & Co. (con rispettivi complici e “nipotini”) usciranno asciutti dall’acqua – o meglio: dal bagno di sangue.

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perplessa
Scritto il 6 giugno 2012 at 21:55

schwefelwolf@finanza,

le opinioni sono molteplici in merito alle dinamiche della nascita dell’euro,nella mia casella di posta è arrivata anche questa
http://confederazione.usb.it/index.php?id=20&tx_ttnews%5Btt_news%5D=44039&cHash=69e13b840c&MP=63-552

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kry
Scritto il 6 giugno 2012 at 23:58

schwefelwolf@finanza,

Io credo che loro per salvare la pelle dovranno emigrare e quindi in qualche modo pagheranno. Craxi insegna.

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schwefelwolf
Scritto il 7 giugno 2012 at 11:56

perplessa@finanza,

Mi dispiace, Perplessa, ma non riesco a vedere/aprire il tuo link. Mi appare solo la homepage dell’Unione Sindacale di Base.

Comunque è vero: le opinioni sono molteplici. Una di queste (che mi è capitato di “incontrare” casualmente qualche settimana fa) risale ai giorni della firma di Maastricht, quando – a quanto sembra (ma non sono riuscito a trovare conferma documentale) – il vicedirettore di “Le Figarò”, prontamente ripreso dal tedesco “Die Welt”, ha definito il trattato “una nuova Versailles senza necessità di una guerra”.

Tradotto in termini attuali: (noi francesi) abbiamo lasciato che la Germania si riunificasse, ma solo a condizione che fosse disposta a pagare (rinunciando al DM e accollandosi l’Euro) per tutti… Non so se sia vero – ma se non lo è, è comunque ben escogitato.

In ogni caso – la frittata (di matrice chauvinista francese, ma complice Kohl) è stata fatta e non ha senso (per nessuno, in Europa) piangere sul latte versato. Ma insistere nell’errore, contro ogni evidenza, mi sembra folle. Anzi – suicida.

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