ITALIA: ormai è chiaro. Ha perso la sua competitività.

Scritto il alle 11:11 da gaolin@finanza

Guest post by Gaolin: che cosa ci attende?

Fino poche settimane fa, sui media sussidiati e allineati la parola competitività non faceva parte degli argomenti su cui si discuteva. Pare invece che da qualche settimana l’argomento sia diventato centrale.

Alleluia, finalmente, … era ora, anche se un po’ troppo tardi. Non nascondo ai lettori di I&M il mio disagio a dover sempre dare, riguardo l’economia reale s’intende, un quadro del mio paese a tinte fosche.

Non riesco però a intravedere nell’attuale situazione uscite da quel tunnel in cui, al momento dell’ingresso nessuno aveva detto che eravamo entrati. Non riesco neppure ad avere visioni ottimistiche sul nostro futuro, grazie ai provvedimenti di questo governo che, a onor del vero in campo internazionale ci ha ridato una certa considerazione e un po’ di credibilità, morale almeno.

Peccato solo che questa credibilità ci costerà più cara del non averla.

In un mio post precedente, che ha riguardato La competitività economica della Germania , ho un po’ esaltato le virtù di questo paese. Chi ha avuto modo di leggerlo avrà pure fatto qualche confronto con il nostro, con particolare riguardo alla nostra classe dirigente.. Se ci concentriamo poi sulla nostra classe politica, messa a confronto con quella tedesca, veramente ne usciamo impietosamente e vergognosamente distrutti.

Eppure come paese non saremmo proprio ancora così mal messi se solo avessimo la capacità di spostare il focus dei dibattiti politici-economici, che imperversano ormai dappertutto, dal problema del debito e dello spread a quello della crescita ma soprattutto a quello della competitività.

Nei giorni del recente Meeting di Comunione e Liberazione, il nostro ministro per lo sviluppo Passera, nel suo intervento, ha affermato che l’Italia deve riacquistare competitività. Fra me e me ho pensato, Deo Gratias forse questa è la volta buona che si comincia ad affrontare questo tema.

Da allora, in un crescendo rossiniano, pare che la competitività, confusa spesso con la parola crescita, sia diventato un tema centrale, al punto che il nostro premier MONTI addirittura ha detto che questa è più importante dello spread. Ma va!

Ma come! Dopo un anno in cui tutte le ansie erano rivolte all’andamento dello SPREAD, adesso si viene a dire che si cambia il motivo delle ansie?

E già!

Ormai quasi tutti, perfino gli uffici di statistica che ci mettono almeno 12 mesi per cominciare a capire cosa veramente sta succedendo, si stanno rendendo conto che il sistema manifatturiero-industriale italiano è al collasso in molti settori.

E che si fa?

Si tenta di avviare un caotico dibattito su cosa e come fare per aumentare la produttività del lavoro, per ridare competitività al paese ITALIA, affinchè possa poi riprendere la crescita, positiva si intende, perché nell’altro senso ormai non abbiamo niente da imparare da nessuno.

Tutti, soprattutto, si affanneranno ad addossare ad altri le colpe di questa situazione in cui siamo precipitati, con i politici di professione in testa che potranno alla fine scaricare le loro responsabilità sul governo tecnico che oggi sta sapientemente, a loro dire, dirigendo il nostro paese.

Tutti avranno le loro ricette e le loro recriminazioni da fare sul non fatto prima di oggi ma, da quello che ho finora capito, quasi tutti si ostinano a non volere ammettere esplicitamente una realtà evidente come il re nudo della famosa fiaba di Hans Christian Andersen.

L’unione europea e in particolare la moneta unica, per come è stata progettata e poi portata avanti in questo decorso decennio, è ormai da considerare un totale fallimento, una colossale fregatura, specie per l’Italia. Prima lo si ammetterà meglio sarà. Altro che irreversibilità dell’EURO.

Siccome questa è un’affermazione piuttosto forte e generalmente poco condivisa in questo momento, cercherò di argomentarla tentando contemporaneamente di dare il mio apporto al dibattito sulla competitività dell’ITALIA, tema di questo post.

La COMPETITIVITA’

Per competitività di un paese si può intendere quell’insieme di costi diretti e indiretti che fanno sì che un prodotto o servizio fabbricato o reso in quel paese sia più o meno competitivo nel mercato globalizzato. Ovviamente, affinchè un prodotto o servizio sia competitivo non conta solo il prezzo puro e semplice ma anche il livello di qualità più o meno effettiva in ogni aspetto, la garanzia sottostante, l’attrazione che suscita, il fattore estetico, il marchio, il paese dove viene prodotto e altri fattori meno determinanti.

La globalizzazione dei mercati, favorita dal diffondersi delle informazioni e dal bassi costi del trasporto delle merci, specie via mare, ha permesso a paesi un tempo emarginati e di scarso peso nell’economia mondiale di avere l’opportunità di guadagnare in breve tempo una buona parte del tempo perduto, assumendo un ruolo di primissimo piano, passando da quello di paesi sottosviluppati a quello di emergenti, per arrivare al ruolo di paesi emersi in grado di distruggere le economie reali di quei paesi che ancora oggi non riescono a rendersi conto di cosa è già capitato e soprattutto capiterà loro se continueranno a ignorare che il
fattore “EXCHANGE RATE” è decisivo più di qualunque altro nel determinare la competitività di una nazione.

I cinesi lo sanno benissimo e anche altri lo hanno imparato bene.

I paesi dell’occidente sviluppato, alcuni dei quali ex opulenti, altri in via di rapido impoverimento, sono talmente concentrati sullo stato di salute dei loro sistemi finanziari, in situazione di default più o meno conclamato, che nel loro insieme non se ne rendono conto. Eppure oggi constatiamo che il know-how occidentale, attraverso la delocalizzazione produttiva, è stato dato, ovvero trasferito, a gratis a paesi che, per la loro dimensione e per le caratteristiche dei popoli che vi risiedono, avrebbero in breve tempo ribaltato completamente i rapporti di forza nello scacchiere economico mondiale.

Uno su tutti: la CINA.

Di questo paese in occidente si percepisce poco quali siano le enormi potenzialità ancora non espresse o abbastanza sviluppate.

Eppure l’immane dimensione demografica di questo paese, costituita da oltre 1.300.000.000 individui, dovrebbe inquietare non poco.

La straordinaria operosità di questo popolo, la sua capacità di porsi nuovi ambiziosi obiettivi come nazione, la sua consapevolezza di poter diventare in breve la nazione N° 1 al mondo, non dovrebbero essere fattori praticamente ignorati o sottovalutati dai nostri capi occidentali. Addirittura ogni tanto sorgono voci preoccupate se questo paese non cresce abbastanza, magari a causa del rallentamento dell’export, dovuto al calo dei consumi nei paesi occidentali. Pochissimi afferrano che, alla fine, la competitività cinese altro non è stato ed è tutt’ora il frutto di una tenace quotidiana opera di mantenimento di un rapporto di cambio fra CNY e USD a un valore che nulla ha a che vedere con il potere di acquisto in loco delle 2 valute. Il governo cinese lo ha fatto in varie forme, un tempo comprando a go-go bond americani, oggi per lo più acquistando all’estero asset vari, beni durevoli e commodities di vario genere, fino a esserne strapiena oltre ogni necessità.

Ciò ha provocato in questo ultimo ventennio un imponente trasferimento di produzioni manifatturiere dai paesi occidentali verso la Cina e il progressivo impoverimento del tessuto industriale di intere nazioni i cui effetti appena adesso cominciano a manifestarsi crudamente con il calo del benessere dei popoli occidentali. All’inizio della Globalizzazione tutti in occidente abbiamo goduto, stando belli e zitti a lasciare che nei paesi low-cost si lavorasse come forsennati per noi, in condizioni spesso di vera e propria schiavitù. Adesso invece la Globalizzazione Selvaggia sta entrando in una nuova fase e si sta ritorcendo contro di NOI.

Questo processo non sarà arrestato o invertito tanto facilmente come qualcuno può pensare, tantomeno con bombe o atti di forza. Potentissime forze e la finanza globalizzata, con i suoi micidiali meccanismi, stanno facendo di tutto, più o meno consapevolmente, per far sì che il fenomeno non si arresti e sembra ci stiano riuscendo alla grande, fino all’epilogo finale che vedrà il tracollo dell’intero sistema economico occidentale, finanza compresa.

Ma veniamo alla perdita di competitività del Sistema ITALIA

Molti, specie fra gli imprenditori, ricordano bene i tempi in cui le fiere italiane, al contrario di oggi, erano molto frequentate da operatori economici stranieri, i tempi in cui andare in giro per il mondo in nome di qualche azienda italiana dava tante soddisfazioni. Raramente uno tornava a mani vuote. Quasi sempre nuovi orizzonti di sviluppo si aprivano per le aziende più intraprendenti che, nel tempo, sono magari diventate leader in qualche mercato. Nessuno minimamente si sognava di andare a cercare risparmi nei costi delocalizzando lavorazioni o produzioni. L’Italia era un paese competitivo che dava filo da torcere a tutti, tedeschi compresi.

Oggi non è più così per la stragrande maggioranza delle imprese italiane, allocate solo entro i confini nazionali e inserite in settori economici più o meno globalizzati. Pensare di fare dall’Italia concorrenza ad imprese operanti in altri paesi è sempre più un’impresa titanica, il più delle volte perdente in partenza.

Ma perché si è arrivati a questo punto?

Gli italiani sono diventati scemi? Hanno perso la loro inventiva o la loro fantasia che li aveva resi famosi nel mondo? Hanno perso il coraggio di fare impresa e di prendersi i rischi insiti negli investimenti? Vero è che la generazione degli imprenditori rampanti, ora 60enni o di più, non è stata adeguatamente sostituita da una nuova, altrettanto disposta a fare i sacrifici delle precedenti, che hanno fatto il miracolo economico italiano ma ciò non spiega, se non in minima parte, il tragico declino che l’economia reale italiana sta vivendo in un crescendo quasi rossiniano in questi ultimi tempi.

Il fatto è che in un paese per fare impresa, che prospera con le proprie gambe e non sussidiata, è necessario che ci sia un contesto ad essa favorevole. Questo contesto può essere più o meno favorevole in funzione della classe dirigente che in qualche modo è riuscita a imporsi in un paese e di conseguenza poi a favorire una o l’altra classe sociale e, all’interno di queste, una parte piuttosto che un’altra.

Il mondo delle imprese e in generale l’economia reale, basata sulla produzione di beni, in Italia ha goduto di tante attenzioni fino a circa 15-20 anni fa. Da parecchi anni ciò non è più vero. Siccome in queste strutture di solito si è impegnati dalla mattina alla sera, si è costantemente sotto il peso dei problemi che arrivano da ogni dove (clienti, fornitori, maestranze, disguidi tecnici, ecc), insomma si lavora sul serio, vi è stata una costante disaffezione verso questo mondo e un contemporaneo sempre maggior interesse verso attività meno impegnative del lavorare in fabbrica, come potrebbe essere un impiego statale o assimilabile, o verso professioni che, a parità di impegno e capacità, danno soddisfazioni economiche molto maggiori.

Insomma lavorare con impegno e produrre piace sempre meno e sempre più sono coloro che preferiscono lasciare ad altri l’onere di tirare la carretta per tutti, specie se il tirare la carretta rende meno che a guardare chi la tira. Se poi questi guardoni diventano la maggioranza ecco che si crea tutto un sistema in cui si legifera per favorire i poco o nulla facenti, si creano strutture che poco servono alla comunità ma molto agli interessi di caste e clientele che con sempre maggiore avidità sottraggono risorse a chi lavora e produce.

Non è il caso però di andare avanti con questi discorsi perché quasi tutti gli italiani sono molto ferrati su questi argomenti. Piuttosto è il caso di considerare l’effetto perverso sull’economia reale che tali comportamenti e azioni hanno sulla competitività di un paese. Non servirebbe ribadirlo ma tutti sanno che:

se i parassiti, magari per effetto di leggi, sottraggono sempre più risorse a chi lavora e produce,

se le leggi in vigore creano sempre più difficoltà e costi alle imprese,

se la corruzione e il malaffare estendono sempre di più le loro maglie sull’economia che produce,

se non vi è una politica del governo della nazione che favorisce chi crea ricchezza vera ma il contrario

se come governo della nazione si assumono vincoli e si stipulano patti senza valutare bene quali saranno le conseguenze nel tempo,

la competitività di un paese, se c’era prima, viene con il tempo persa.

Una volta che questa competitività viene persa ce ne vuole poi per riconquistarla. Attuare comportamenti e politiche che seguano percorsi inversi a quelli sopra descritti e che ci hanno fatto perdere la nostra competitività, è un’impresa impossibile nel nostro paese in tempi ragionevolmente brevi, come sarebbe necessario. Eeeh già, le altre nazioni non stanno certo a guardare che l’Italia con comodo provveda a rinnovarsi seguendo percorsi nuovi e virtuosi, di cui magari non è neppure capace. In qualsiasi nazione, perfino in Cina, si parla in modo quasi ossessivo che il paese deve fare ogni sforzo per innovarsi, per aumentare la propria competitività.

Per fare ciò si pianificano interventi, si investono capitali enormi perché disponibili, mentre da noi si parla, si parla ma quando si arriva a come e dove trovare i soldi si scopre la dura verità: soldi non ce ne sono.

Con il vincolo del pareggio di bilancio, mamma stato più che a dare deve pensare a come sottrarre ancora più soldi a chi lavora. Chi, per sua fortuna o bravura, di soldi ne ha non è disponibile a perderli facendo investimenti in Italia. Addirittura chi li ha a suo tempo fatti se ne va via o chiude perché non ce la fa più. E allora?

CONCLUSIONE

Più che dibattere senza costrutto e accusarsi tutti l’un l’altro per ciò che non è stato fatto negli anni o decenni trascorsi e a proporre improbabili ricette a favore di qualche sparuta categoria o peggio ancora clientela, bisogna amaramente ma consapevolmente ammettere che l’ITALIA ha fallito nel suo proposito di diventare un paese virtuoso. come ci era stato prospettato al momento dell’entrata nell’EURO.

Purtroppo l’ITALIA, a questo punto e con la classe politica e dirigente che si ritrova, non ce la può fare più a competere all’interno di un sistema economico finanziario con regole tedesche. Insomma l’ITALIA dovrebbe pensare a come poter uscire dall’EURO con i minori danni possibili per sé e per gli altri, se vuole avere una ragionevole speranza di uscire dal lunghissimo tunnel in cui è entrata e riprendere, dopo un breve calvario, la strada della crescita. L’alternativa, nella situazione attuale, è quella che abbiamo iniziato a sperimentare, ovvero:

Declino inarrestabile del sistema produttivo manifatturiero italiano

Aumento della disoccupazione e crescita del paese da sognare per lungo tempo

Impoverimento continuo delle famiglie, della classe media e poi anche degli altri

Collasso del welfare attuale perché insostenibile

GAOLIN

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14 commenti Commenta
lampo
Scritto il 22 settembre 2012 at 12:53

Purtroppo lo scenario descritto è ineccepibile… anche se molti di noi non vogliono considerarlo e soprattutto digerirlo… in modo da iniziare a rimboccarsi le maniche (soprattutto dialogare con veri impegni) per tentare di invertire il trend almeno nel prossimo decennio.

Se andiamo a vedere cosa dice il noto Doing Business che stila una classifica “la facilità di fare impresa ed affari” in 183 paesi, sulla base di vari indicatori, emerge bene quanto descritto nel post:

http://www.doingbusiness.org/data/exploreeconomies/italy

Forse è il caso di investire, soprattutto in termini di servizi e sburocratizzazione, nelle imprese che stanno tenendo in questo periodo storico, mantenendo posti di lavoro e al contempo cercando di sopravvivere con gli enormi costi (tasse, costi energetici, tempo perso in burocrazia, ecc.).
Ovviamente si tratta spesso di piccole e medie imprese (poco rappresentate da una nota associazione).
Meglio spendere le poche risorse che ci sono così, piuttosto che il governo non si faccia tentare dal fornire ulteriori finanziamenti a chi, in questi ultimi anni ha fatto solo promesse, realizzandone poche (andate a vedere chi ha chiesto aiuti recentemente, facendo un paragone con il Brasile).

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paolo41
Scritto il 22 settembre 2012 at 17:37

lampo,

..se non si esce dall’euro è tempo perso! ha ragione Gaolin con cui sono in perfetta sintonia. Occorre una politica industriale portata avanti da gente (politici e governo) che sappia cosa vuol dire fare impresa e non da professori che per cultura e mentalità sono prima di tutto europeisti e in secondo luogo stanno dimostrando di non sapere (se non a livello puramente teorico e accademico) quali sono i fattori essenziali per rilanciare la competitività.
Fra questi fattori, in estrema sintesi, c’è la necessità di rilanciare sostanziali investimenti nel prodotto e nel processo a vantaggio delle produzioni italiane, favorire l’esportazione di beni prodotti in casa e barrierare quelli che vengono importati in dumping.
Quanto sopra non è possibile farlo fino a che saremo legati e vincolati dall’ euro e dalle leggi astruse della EU. Dobbiamo necessariamente riacquistare, prima di tutto, la nostra sovranità.

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gainhunter
Scritto il 23 settembre 2012 at 12:19

Distinguiamo le cose:
1. uscire dall’UE per avere le mani libere
2. svalutare

Nel secondo caso:
– le imprese italiane avrebbero proposte ancora più allettanti per trasferire la proprietà all’estero, visto il cambio favorevole agli avvoltoi esteri
– se il problema, oltre alle regole tedesche, è l’incapacità della classe dirigente, cosa cambia? Bisognerebbe svalutare all’infinito. Se al contrario si cambia la classe dirigente, svalutare sarà ancora necessario?
– se uno dei problemi è la corruzione, mezzo di diffusione delle varie mafie anche a livello politico, il caos conseguente al default conseguente alla svalutazione rischia di consegnare definitivamente non più solo il Sud ma anche Centro e Nord in mano agli stessi che hanno favorito la perdita di competitività. E’ vero anche che il permanere della situazione attuale, che sta facendo chiudere molte aziende, potrebbe favorire l’acquisizione delle aziende da parte della mafia spa (ma non essendoci il caos e più osteggiabile).

Quindi torno a una proposta di cui avevamo già discusso: uscire dall’UE, o anche dall’euro, ma agganciando la nuova valuta all’euro, cioè limitare la svalutazione al minimo possibile.
Vantaggi:
– si può recuperare competitività con regole più adatte alle imprese italiane e non con una svalutazione infinita che rischia di portarci più in Africa che in Europa
– si limitano i rischi di un’inflazione incontrollabile
– non è necessario fare default e quindi perdere affidabilità come debitore
– si evita un ulteriore aumento del costo dell’energia importata dall’estero, che per le aziende magari non è così fondamentale ma per i consumi interni sì

Se invece “uscire dall’euro” serve per fare default e toglierci di mezzo il debito pubblico, diciamolo chiaro e tondo. Sarà implicito ma secondo me non va mai omesso questo “piccolo” dettaglio.

Altra soluzione: caos per caos, tanto vale dividere l’Italia: in questo modo si toglie alle regioni virtuose il fardello delle altre, quindi quello che si spende per mantenere gli altri può essere usato per ridurre le tasse e fare investimenti, recuperando la produttività perduta e senza perdere le sinergie con la Germania.
Se l’euro non deve essere un tabù, perchè mai dovrebbe esserlo l’Italia, visto che anche l’unificazione dell’Italia è stato un completo fallimento?

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schwefelwolf
Scritto il 23 settembre 2012 at 12:34

Quando in un sistema (“organismo”) una parte di tessuto decide di autoreplicarsi ad infinitum, a carico dei restanti tessuti, questo tessuto si definisce neoplastico e dà origine ad una malattia comunemente chiamata tumore.

La situazione dell’Italia descritta da Gaolin sarebbe definita – in medicina – un tumore, per di piú maligno, non essendo piú confinato ad una determinata zona o settore: con tutto ciò che questa diagnosi comporta – crescente anemia, metastasi e quant’altro.

A mio avviso, la terapia “chirurgica” a suo tempo suggerita (fine Anni ’80) dalla Lega (prima che anch’essa a sua volta si metastatizzasse) avrebbe (forse) potuto salvare il Paese (magari con una “cantonalizzazione” amministrativo-tributaria e con un’epurazione strutturale). Con Maastricht, Euro, Prodi e Berlusconi la neoplasia è diventata dilagante – ed è ormai inoperabile.

Il quadro dipinto da Gaolin potrebbe persino peccare per eccesso di ottimismo, quando ipotizza un’eventuale possibilità di salvezza attraverso l’uscita dall’Euro/EU. Come si diceva a suo tempo in matematica: condizione necessaria, ma non sufficente…

Anche uscendo dall’Euro e svalutando del 50% un’Italia guidata da gente come Maroni-Berlusconi-Fini-Casini-Bersani-Di Pietro-Vendola, con partiti come Lega-PDL-UDC-FLI -PD-S&L-IdV, con la sua magistratura e la sua burocrazia, con la sua corruzione e con uno Stato che si mangia piú del 50% del PIL resterebbe COMUNQUE condannata.

Francamente non vedo vie d’uscita (se non con la “ricetta” del 1789).

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gaolin
Scritto il 23 settembre 2012 at 16:33

Salve a tutti.
Coloro fossero interessati a conoscere cosa potrebbe accadere all’economia italiana nel caso di una svalutazione possono valere le precedenti esperienze:
http://intermarketandmore.finanza.com/un-tuffo-nella-storia-la-svalutazione-della-lira-del-1992-34023.html
Oggi però la faccenda è maledettamente più complicata e complessa.
Poi c’è l’ostacolo quasi insormontabile della finanza che oggi ha un potere enormemente maggiore di venti anni fa.
Io credo che il disfacimento dell’unione monetaria ci sarà quando la finanza occidentale si sarà auto distrutta per eccesso di avidità.
Quanto tempo ci vorrà?
Boh, non sono un mago quindi niente previsioni.
Nel frattempo aumento della miseria per la gran parte della gente.

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lampo
Scritto il 23 settembre 2012 at 18:02

schwefelwolf@finanza,

gaolin@finanza,
Avete entrambi maledettamente ragione!!
E pensare che 5 anni fa ho mollato il settore privato, dove avevo una bella carriera, per tentare di entrare nel pubblico (e’ stato necessario partecipare a 36 concorsi in un anno e mezzo… non avendo santi) per tentare di cambiare qualcosa in questo paese.
Oggi posso riconoscere di aver fatto la cazzata più grande, visto che mi sono reso conto che e’ impossibile cambiare un sistema che non ha nessun interesse a volersi modificare.
Il tumore si fagociterà il paziente…
Io nel frattempo entro qualche anno mollero’ tutto e mi dedichero’ al volontariato… l’unica risorsa che ancora ci da’ qualche speranza e di cui ci sarà sempre più bisogno.

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gioc
Scritto il 23 settembre 2012 at 21:29

Nulla da dire. Seguo sempre i tuoi interventi con grande interesse . Impressionante quest’ultimo per la coerenza logica e chiarezza delle argomentazioni. Non sono del mestiere , a me pare una verità incotrovertibile ciò che hai scritto e che non ho avuto modo di sentire in nessuno dei tanti blasonati interventi dei nostri politici , esperti e tecnici. Anche io credo che la sola speranza sia l’uscita dall’Euro ma solo a seguito del ricambio totale della classe dirigente , di una lotta serrata e definitiva alla criminalità organizzata e al ripristino della legalita piena contro la corruzione l’evasione fiscale il malaffare. Insomma una sorta di palingenesi alquanto improbabile per via democratica. Temo invece un futuro prossimo di forti tensioni sociali e uno stato che accentuerà le azioni di natura repressiva .

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ottofranz
Scritto il 23 settembre 2012 at 23:04

Come al solito un gran bel post da Gaolin ed in più i commenti di coloro che considero più vicini al mio modo di pensare. C’è da farsi tremare i polsi a vedervi tutti così maledettamente stretti a coorte :-)

Però io stavolta vorrei fare un distinguo

Il cambiamento in atto è epocale, e come tale non può vedersi concluso nell’ambito di una sola generazione. Gli squilibri che si creano e si creeranno faranno danni , questo è siicuro. Allo stesso tempo credo però saranno propedeutici a mettere le basi per nuovi equilibri e nuovi modi di pensare condivisi.

Sono un europeista convinto e credo che il futuro sarà nell’Europa. Certamente anche se oggi c’è chi in Europa sta meglio come la Germania che crede di potercela fare da sola, nel giro di poco tempo sarà obbligato a fare i conti con problemi importati

La difficoltà sarà quella di far coesistere storie e mentalità diverse in un’unica casa. Ma credo che alla fine si farà di necessità virtù e obtorto collo ci si potrà presentare uniti contro gli avversari veri che sono appunto neglli altri continenti.

Allora in questo quadro una eventuale svalutazione potrà essere arma determinante , così come richieste a muso duro di dazi e difese dei prodotti e dei brevetti

Da soli nei bassifondi si rischia di farsi tagliare la gola al primo vicolo

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schwefelwolf
Scritto il 24 settembre 2012 at 02:34

ottofranz,

A costo di essere ripetitivo e noioso: l'”Europa” – a mio avviso – è un tema essenzialmente politico, con tutta la serie di “risvolti” economico-finanziari che conosciamo, certo, ma il “perno” è e resta politico.

Il problema è, sí , la Germania – ma non quella del 2012 o del 2000, bensí quella del ’45-’46: è, cioè, il problema francese di come controllarla una volta che USA/UK avevano deciso di “riabilitarla” per inserirla nel “baluardo anti-sovietico”. E’ tutta una storia di regole finalizzate a rilanciare l’economia tedesca mantenendone tuttavia un rigoroso controllo politico (e anche militare) . Andando a scavare si può agevolmente ricostruire la “catena”, che nasce delle leggi d’occupazione (’46-’48) poi trasformate in “statuto d’occupazione” (’52-’55) e quindi via via, fino al 1992, con la riunificazione “controllata”. A partire dal ’55 si è poi gradualmente ripristinata la “sovranità” tedesca, ma sempre rigorosamente inserita “nei vigenti trattati europei” e fatte salve le norme N° 1,2,3 .. (segue relativa lista) dello statuto d’occupazione. Anche nel trattato di riunificazione del 1992 si cita, all’art. 7 comma 2, “La Germania unita ha piena sovranità al suo interno e verso l’estero”. In contemporanea si firmavano tuttavia due trattati “complementari” con i quali le “potenze vincitrici” dichiaravano “sospeso” (non abolito) lo Statuto d’occupazione (Art. 2), fatte comunque salve le disposizioni dello Statuto d’occupazione di cui all’Art.3″ ( e segue nuova lista). In breve, per non annoiare troppo: la Germania è “legata” all’Europa non solo da una spontanea fede europeista, ma anche da norme e trattati non precisamente “spontanei”. Tutto ciò si riflette anche nella cronistoria e “genetica” dei trattati d’integrazione europea. Se si va a guardare bene si scopre che la CE nasce dal MEC, che a sua volta nasce dalla CECA, che nasce… dal cosiddetto “Statuto della Ruhr”, cioè della volontà francese di controllare (con le truppe d’occupazione) Ruhr e Saar (nel caso della Saar Parigi tentò persino l’annessione). Tutta l'”integrazione” europea nasce da questa esigenza politica. Nessuno ne parla – soprattutto in Germania: ma è una realtà comprovata (a chi dovesse essere interessato posso fornire l’elenco dei trattati con i relativi riferimenti).

E’ per questo – a mio avviso – che la politica tedesca ha di quando in quando aspetti chiaramente tortuosi (e a-democratici): ogni tanto il governo tedesco pensa di poter “dimenticare” questi vincoli e di poter realmente agire da Stato sovrano. Ma non può. Ai tempi di Maastricht “Le Figarò” commentò dicendo “Una [nuova] Versailles senza [bisogno di] una guerra”. E questa è la realtà.

Questa realtà riduce alquanto, a mio avviso, la possibilità della vera coesistenza che tu auspichi. Quella sarebbe infatti possibile solo sulla base di un libero rapporto di paritetica autodeterminazione, che in questo caso è esplicitamente e rigorosamente escluso ex ante.
Sarà comunque interessante vedere come andrà a finire, soprattutto quando i tedeschi (quelli della strada) cominceranno ad avvertire fisicamente (cioè nelle proprie tasche) le conseguenze di tutti quei vincoli.

Mi dispiace…

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schwefelwolf
Scritto il 24 settembre 2012 at 02:41

Ops, errata corrige: il trattato di riunificazione è, naturalmente, del 1990, non del ’92 (che invece la data di Maastricht).

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ottofranz
Scritto il 24 settembre 2012 at 07:13

schwefelwolf@finanza,

MOLTO interessante.

Hai fatto bene a sottolineare perchè conoscevo solo un pezzo della canzone.

In ogni caso alla luce di quanto da te riportato credo che proprio in funzione di certe rigidità ed in considerzione del passo in cui fai riferimento alle “future tasche del tedesco della strada”,si possano auspicare miglioramenti futuri.

La leadership tedesca ,è comunque una realtà, nel senso che è espressione della volontà e capacità di un Popolo di esprimere politica che funziona e politici che prendono decisioni.

Se capiranno che sono in ogni caso necessarie alcune deroghe a certe rigidità ed accetteranno di “guidare consapevolmente ‘” l’Europa, credo si possa finalmente pensare di remare tutti in una stessa direzione.
Credo fermamente che il problema dell’Italia siano le sue Mafie e e tuttto il meccanismo di corruzione e di malaffare che si tirano dietro.

Non mi illudo che la Mafia sia un fenomeno locale, ma la sua forza essenziale sta nel controllo del territorio con la connivenza delle popolazioni.

Ecco perchè auspico l’Europa, Sono fermamente convinto che una mentalità e comportamenti più europei possano essere ancora di salvezza.

Mi rendo conto tuttavia che proprio queste “differenze” allungheranno il percorso ed è per questo che penso ad un processo extragenerazionale.

Ma resto dell’idea che sia l’unica strada. Ho comunque più riserve sulle mentalità che sui trattati, e le scelte verranno quando saranno improcrastinabili. Difficile che vengano fatte in autonomia per nobiltà d’animo,saranno dettate dalle necessità e auspico che esistano allora politici che sappiano prendere decisioni giuste.

Un altro buon motivo per non pensare in termini di Italia.

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schwefelwolf
Scritto il 24 settembre 2012 at 10:16

ottofranz,

Grazie.

Raccolgo però le tue osservazioni per una nota aggiuntiva.

Non so, francamente, cosa possa o debba pensare l’Italia in ottica europea: sul “palcoscenico” europeo l’Italia ha rapidamente perso il suo ruolo “inter pares” iniziale (de Gasperi) e si è sempre piú concentrata sulle proprie faccende “interne” (di cui i “Fiorito” costituiscono l’ultimo stadio degenerativo). Con Monti si è data una nuova immagine – ma la sostanza, come tutti sappiamo, non è in grado di supportarla nel tempo. All’Italia resta – in realtà – solo il ruolo di “partecipante”, piú o meno frequentemente coinvolto dall’uno o dall’altro, e comunque potenzialmente pericoloso come fonte di crisi finanziaria-economico-sociale (debito pubblico, non-crescita, corruzione, Mafia etc.).

Non credo che qualcuno in Europa si chieda cosa possa dare l’Italia: penso che tanti si preoccupino invece di quanto l’Italia possa chiedere/costare. Anche con un “Monti” il “peso” dell’Italia non cambia/non è cambiato molto rispetto a quello che aveva con i vari Berlusconi, Prodi, D’Alema, Andreotti & consorti. Certo: Monti è gradevolmente distinto, non è un grossier á la Berlusconi – ma il Paese che si porta dietro è lo stesso. E penso che questo lo sappiano tutti (cose servirebbero, altrimenti, le ambasciate?) – anche se fanno finta di non saperlo.

In realtà i veri (unici) protagonisti del discorso “Europa” sono solo “due e mezzo”: Francia, Germania e Regno Unito. Il Regno Unito si è sempre tenuto “mezzo dentro e mezzo fuori”, tiene un piede al di là dell’Atlantico e l’altro a Bruxelles. Come sempre (storicamente) cerca di pilotare un “equilibrio di forze” europeo che permetta a Londra di fare ciò che vuole, con un minimo di doveri ed un massimo di diritti. (Nota al margine: per non prendere ordini da Parigi, prima, o da Berlino, poi, adesso Londra si trova a prenderli da Washington – ma questo è il prezzo che Churchill ha fatto pagare alla sua Inghilterra, oltre alla perdita dell’Empire. Contenti loro…).

La vera partita è quella fra Parigi e Berlino: fino a quando “Berlino” era a Bonn, le cose – per Parigi – erano tranquille. Con il “trasloco” da Bonn a Berlino (voluto/concesso da Russia e Stati Uniti, contro la volontà dell’UK della ‘Lady di Ferro’ e della Francia di Mitterand) lo storico “bisogno di sicurezza” francese si è risvegliato (alla grande!) e ha prodotto i “trattati complementari” di cui parlavo nel mio post, nonché – sulla scia – Maastricht, Euro e cosí via.

Questa genesi storico-politica esclude, a mio avviso, qualsiasi vera cessione di sovranità da parte francese: l’unica possibilità in tal senso sarebbe una cessione a favore di un’Europa con “capitale vera” (anche se magari non formale) a Parigi ed un sistema elettorale/decisionale che garantisca un’incontestata/incontestabile egemonia francese. I tedeschi se ne rendono conto e tentano – sempre a mio avviso – di difendersi dall’ingrato ruolo che Parigi vorrebbe riservare loro (cioè quello di bravi e generosi ufficiali pagatori) stabilendo uno “junctim” d’acciaio fra integrazione economica e cessione di sovranità: propongono quindi una sorta di “Europa federale” in cui la sovranità sia delegata ad enti sovra-nazionali veri, con facoltà di intervenire direttamente e concretamente nelle scelte/questioni interne di OGNI Stato membro, Francia compresa.

A mio avviso la partita è tutta lí: si dovesse imporre la “linea” francese, Bruxelles diventerebbe una sezione distaccata di Parigi e la Germania si troverebbe (probabilmente a tempo indefinito) nel ruolo che la Lombardia ha dovuto accettare/subire nell’Italia di Roma (è questo ciò che intendeva Le Figarò quando parlava di Maastricht come di una “nuova Versailles”).
Si dovesse invece imporre (ma non credo possa avvenire) la linea di Berlino ne nascerebbe un’Europa federale con probabile leadership (ma non egemonia) tedesca. A mio avviso questa è però un’ipotesi che la Francia non accetterà mai: per impedirlo ha già fatto tre guerre (e sarebbe stata pronta a farne una quarta, ai tempi del Generale De Gaule, se vogliamo credere a quanto riportato nelle sue memorie dal segretario agli Esteri americano di allora, Henry Kissinger).

Quindi – in questo caso, cioè di fronte all’ipotesi di una vera “Confederazione inter pares” con autentica e concreta sovranità sovranazionale – l'”Europa” che conosciamo (o meglio: di cui si continua a parlare, ma che nessuno ha mai visto) si sgretolerebbe. Dovessi scommettere, punterei su quest’ultima eventualità (o sulla prima – ma certamente non sulla seconda).

PS: Anch’io non credo alla possibilità di creare veramente un'”identità” europea (a parte il caso di ristrette fasce sociali culturalmente/intellettualmente ‘internazionalizzate’). In 150 anni non si è neanche riusciti a creare gli “Italiani” nel senso di Massimo d’Azeglio – figuriamoci gli “Europei”. Se si parla di “identità” penso che l’unica soluzione possibile sia quella di un’Europa delle regioni (neanche delle “Nazioni”) – ma anche questa è, a mio avviso, pura utopia (tanto piú che in un’Europa delle regioni la “centralistissima” Francia rischierebbe di perdere diversi dei suoi “pezzi” non francesi: Corsica, Bretagna, Normandia, Alsazia, regione basca. Tutte regioni a rischio di scelte autonomiste. Come la Catalogna in Spagna, i Fiamminghi in Belgio, i Sud-Tirolesi in Italia e via andando. Pertanto…

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luigiza
Scritto il 25 settembre 2012 at 08:59

Grande, grandissimo Schwefelwolf.

I tuoi sì che sono discorsi di persona seria e competente non quel buffone (giudizio personale del sottoscritto) del prof. Bagnai incenstato in ogni dove sul web che racconta sull’a rgomento Europa solo rottole.

DreamTheater: of Schwefelwolf give me more! A guest post, why not? :mrgreen:

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schwefelwolf
Scritto il 25 settembre 2012 at 11:33

luigiza@finanza,

Grazie!

@ DT

Grazie anche per l’invito, per quanto concerne un post – ci rifletterò… Non sono sicuro di essere abbastanza competente

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