Italia: competitività per assicurarsi un futuro

Scritto il alle 13:30 da gaolin@finanza

GUEST POST: Che ne sarà dell’economia reale in Italia?

Che stiamo vivendo un periodo destinato a fare storia nei secoli dei secoli, credo che pochi abbiano dei dubbi. Sarà molto interessante scoprire come si racconterà questa crisi Italia. Per il momento ci si deve rassegnare a capirci qualcosa da quanto si sente dire o leggere nei media allineati e no, dalle dichiarazioni ufficiali dei leader che vengono riportate e interpretate e anche dalla lettura/ascolto delle opinioni della gente più o meno comune. Il tutto mescolato con le proprie esperienze di vita vissuta.

Questo blog ne riporta uno spaccato significativo e molto interessante. Mi dispiace di non avere sempre il tempo per seguirlo con tempestività e quindi di poter poco contribuire agli interessanti dialoghi che seguono gli articoli. Quasi sempre le opinioni rivelano ormai un pessimismo più o meno cupo e diffuso, nonostante chi è nei ponti di comando ci inviti a cambiare spirito.

Fra sabato e lunedì mattina scorsi sono diventato più pessimista sul futuro ell’Italia e vi spiego perché.

Sabato, appunto, ho avuto modo di scambiare durante il pranzo, per oltre un’ora, opinioni con un professore universitario che, nella sua precedente conferenza tenutasi la mattina, aveva esposto un quadro molto chiaro sulla situazione della finanza globalizzata e dei suoi sviluppi in corso d’opera, con particolare riguardo all’Italia.

Ruolo dell’Italia con Monti premier

Durante i discorsi abbiamo convenuto che avere oggi un primo ministro italiano, un economista che ne sa veramente di finanza e sa parlare agli altri da professore in più lingue, sia una vera fortuna per l’Italia. I suoi omologhi tedesco e francese con lui ce l’hanno dura. Loro parlano senza padroneggiare bene la materia, Monti invece espone con competenza su argomenti che conosce bene, anzi benissimo. Quando lui parla gli altri ascoltano con grande attenzione e ciò è già per l’Italia un fatto inusitato.

Lo stesso si può dire dell’altro big Mario, al secolo Mario Draghi. Anche Draghi è uno veramente tosto. Con lui sono finite le riunioni fiume della BCE dove alla fine si partorivano topolini consistenti in aumenti o diminuzioni dei tassi a scoppio ritardato e intempestivi, di solito poco efficaci. Con Draghi vengono prese in poche brevi riunioni decisioni storiche, quale il meccanismo dell’LTRO, pochi mesi fa impensabili.

Insomma, ne convengo anch’io, la coppia dei 2 Mario sta dando all’Italia, nella scena internazionale che veramente conta, abbastanza voce in capitolo, in ogni caso molta ma molta ma molta di più di quella che avremmo avuto, se fossimo ancora rappresentati in certi consessi da giullari e incompetenti come è stato fino poco tempo fa (non mi riferisco a Tremonti).

Il pensiero del governo Monti

Ieri, lunedì mattina, ho seguito invece per un breve ma significativo periodo una trasmissione televisiva dove si parlava di Grecia, della tragica evoluzione dell’economia di questo paese e di riflesso della situazione Italiana. Vi partecipava il Ministro dell’Ambiente Ghini che, per quel poco che ha detto, ha fatto
chiaramente capire qua’ è l’opinione assolutamente dominante fra i membri dell’attuale governo italiano.

Tutti in questo governo sono convinti che bisogna mettere a posto il bilancio dello stato italiano, che bisogna riequilibrarne le entrate e le uscite del bilancio, costi quel che costi e nei tempi più rapidi possibili.

Sul come, tutti si rendono anche conto che le lobby parlamentari consentono di agire più facilmente sul lato delle entrate, piuttosto che su quello delle spese e soprattutto sanno che è difficilissimo agire contro gli interessi costituiti, a volte sfacciatamente esagerati, di categorie professionali varie e soprattutto contro i così detti servitori dello Stato, normalmente pagati ben al di là dei loro meriti, del loro impegno e soprattutto delle loro responsabilità. Discorso che vale in generale, anche se con qualche nota eccezione ovviamente.

Se così è si potrebbe dire che questo governo è il meglio che possiamo avere in questa situazione. Ma non è così e cerco di spiegare perché.

Tutti i componenti di questo governo sono persone che, pur avendo individualmente lodevoli competenze, hanno un credo ideologico in testa pericolosissimo e devastante per il nostro paese. Sono tutti convinti che:

– L’entrata dell’Italia nell’EURO l’ha preservata da mali peggiori degli attuali
– Bisogna avere una valuta forte per spingere il sistema paese ad avere più rigore e disciplina economica, ovvero a diventare virtuosi nella gestione dei bilanci pubblici.
– Se non fossimo entrati nell’EURO avremmo avuto un’inflazione terribile.
– L’Euro ha obbligato le nostre imprese più innovative e capaci a sviluppare nuovi settori e prodotti in grado di competere nel mercato internazionale globalizzato.
– Dall’Euro non si può e, soprattutto, non si deve uscire, pena la più catastrofica delle immani catastrofi alla n+1, per usare un superlativo insuperabile.

Tutti questi signori però temo che poco sappiano di come si svolge, se non teoricamente, la competizione economica nel mercato globalizzato. Qui la battaglia è veramente dura. La vince come paese chi ha governanti che hanno chiaro in testa che:

– E’ il lavoro vero, cioè la produzione e non la finanza o i consumi che garantiscono la vera e duratura crescita economica e il benessere, materiale per la precisione, di un paese.
– Bisogna stimolare la voglia di fare e di intraprendere che c’è nella gente e non vessarli con, tasse, lacci e laccioli e una burocrazia che vive e prospera sulla gestione degli anzidetti.
– E’ la gestione del valore della valuta, rispetto alle altre, che principalmente regola la competitività di un sistema paese.
– Un paese, con una valuta debole, ovvero con un’economia reale competitiva è in grado di
sviluppare nuovi e innovativi settori economici per naturale evoluzione, normalmente senza aiuti economici speciali dallo stato, che resterebbero collegati solo a quelli di estrema avanguardia.

I nostri attuali governanti non credono in questo.

Preferiscono parlare di crescita da attuare con provvedimenti legislativi più o meno magici, con privatizzazioni magari anche nei settori strategici per lo stato, con liberalizzazioni in alcuni casi controproducenti, in una situazione di accesso al credito di solito difficile e a volte impossibile.

Preferiscono andare a chiedere ai cinesi di investire in titoli di stato europei, o in neo costituiti fondi salva stati, ricevendone cortesi nein, come nell’ultima escursione della Merkel in Cina o come tutti gli altri questuanti prima di lei.

Preferiscono salvaguardare le sorti del nostro sistema finanziario globalizzato, inventore instancabile di strumenti atti a interconnetterlo e incasinarlo ogni giorno di più. Credono che questo facendo poi si possa pensare al resto con tutta calma, tanto in qualche modo l’economia reale se la deve cavare sempre, magari chiudendo baracca e burattini o de localizzando.

E’ triste sentire quello che ha detto il ministro Ghini che ritiene che certe produzioni non si possono più fare nei nostri paesi ad alto costo del lavoro. Non sa che, in termini di potere d’acquisto, il salario di un operaio cinese non è tanto inferiore a quello di un italiano. Dipende da cosa consuma. A nessuno che venga in mente di capire perché in Cina per vivere dignitosamente bastano gli equivalenti in valuta locale di 200 EURO, mediamente (dipende in quale provincia e località si vive).

Quindi, stando a quelli come Ghini, dalle nostre parti niente agricoltura, niente industrie manifatturiere in settori maturi. Già, ci mettiamo tutti a navigare in internet, a chattare, a twittare, a essere costantemente interconnessi con il mondo, a pensare ai propri hobby, a girarsi i pollici confidando che il governo possa dare un lavoro a tutti nei settori della ricerca avanzata, delle nuove tecnologie, ecc.

Tutti a sognare lavori che non ci sono, tutti ad ascoltare coloro che poco sanno ma che tanto parlano di cosa gli altri dovrebbero fare, che redarguiscono i giovani di non essere intraprendenti e creativi per cavarsela da soli: per non trovare lavoro in un paese che ha rinunciato a preservare il suo grande tesoro, quasi ex ormai, cioè il suo sistema manifatturiero industriale, fino pochi anni fa invidiato da tutto il mondo.

Quello che bisogna fare per l’Italia è riconquistare la competitività perduta nel sistema internazionale globalizzato. Ma subito, magari andando a chiedere qualche consiglio ai governanti cinesi, super esperti nella questione.

Questo è il punto:

L’ITALIA, SE VUOLE AVERE SPERANZE DI RISORGERE ECONOMICAMENTE, DEVE
RICONQUISTARE COMPETITIVITA’.

Se non si procede in questo senso che ne sarà dell’economia reale in Italia?

Ve lo dico sottovoce: la vedremo procedere sempre più verso il declino irreversibile, Monti o non Monti.

GAOLIN

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DT

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35 commenti Commenta
bergasim
Scritto il 17 febbraio 2012 at 14:04

Itaia: Medioevo

Settori principali per il non funzionamento del paese

1 POLITICA
2 MAFIA
3 EVASIONE
4 CORRUZIONE
5 ABUSIVISMO
6 BASSO LIVELLO DI ISTRUZIONE E CULTURA
7 EDUCAZIONE CIVICA ASSENTE
8 CHIESA
9 INFRASTRUTTURE INDIETRO DI 4O ANNI
10 BUROCRAZIA
11 GERONTOCRAZIA
12 RICCHEZZA DISTRIBUITA IN POCHISSIME MANI
13 TUTELA DELLA FAMIGLIA SEMPRE PIU’ BASSA
14 INNOVAZIONE E RICERCA, QUASI INESISTENTI IN RAPPORTO AL PIL
15 LACCHE’ E SERVI DEGLI STATI UNITI
16 POLITICI E PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SENZA PALLE

Quando avremo cominceranno ad affrontare seriamente questi temi forse si potrà cominciare a sperare, altrimenti sono azzi amari.

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nervifrank
Scritto il 17 febbraio 2012 at 14:32

“Il ministro Ghini (omissis) non sa che, in termini di potere d’acquisto, il salario di un operaio cinese non è tanto inferiore a quello di un italiano. Dipende da cosa consuma. A nessuno che venga in mente di capire perché in Cina per vivere dignitosamente bastano gli equivalenti in valuta locale di 200 EURO, mediamente (dipende in quale provincia e località si vive)”.

Ma questo che diavolo c’entra con la competitività?
Mai sentito parlare di CLUP?
Questo sì che c’entra con la competitività internazionale!
Invece tu mi parli di salario reale, che ha solo riflessi interni.
Insomma, il mio docente di Tecnica Industriale ti avrebbe bocciato.

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luigiza
Scritto il 17 febbraio 2012 at 14:47

Tutti questi signori però temo che poco sappiano di come si svolge, se non teoricamente, la competizione economica nel mercato globalizzato.

Io invece non temo ma ne sono ormai sicuro.
Questi saranno dei gran sapientoni ma sono sempre stati solo dei salariati che hanno vissuto nelle loro torri di avorio quindi protetti.
Non capiscono quello che lei Gaolin giustamente dice perchè non hanno mai dovuto confrontarsi coi problemi reali, non teorici, del dare e dell’avere e sopratutto del fare.

E anche si sono dimostrati incapaci di coalizzare e motivare la parte sana del paese che ancora c’é verso un obiettivo comune che si manifesta per dirla con le sue parole:

nella voglia di fare e di intraprendere che c’è nella gente

Certo che poi questo governo é infinatamente superiore a quello del Buffone incompetente e debosciato, del resto ci voleva poco per esserlo.
Ma non basta.

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luigiza
Scritto il 17 febbraio 2012 at 14:51

nervifrank,

Insomma, il mio docente di Tecnica Industriale ti avrebbe bocciato.

Ma senza forse il suo docente di Tecnica Industriale non é andato oltre l’insegnamento.
E’ la fissa dei più quella di credere che l’industrilae/padrone é quello che ci ha i soldi
No, porca di una vacca, l”industrilae/padrone é quello che VEDE LA SOLUZIONE DOVE GLI ALTRI NON VEDONO NEPPURE IL PROBLEMA.

Cercate di capirlo, perchè sono questi che ci tireranno fuori dai guai non i professori, ma se questi ultimi li uccidono l’Italia é FOTTUTA.

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a_rnasi
Scritto il 17 febbraio 2012 at 14:56

“Un paese, con una valuta debole, ovvero con un’economia reale competitiva è in grado di
sviluppare nuovi e innovativi settori economici per naturale evoluzione, normalmente senza aiuti economici speciali dallo stato, che resterebbero collegati solo a quelli di estrema avanguardia.”

niente di più errato: non vi è alcun collegamento tra svalutazione monetaria e innovazione, anzi proprio il contrario, la Germania è l’esempio lampante di innovazione con una valuta forte. Se per essere competitivo devo svalutare vuol dire che ho proprio fallito sul lato innovazione. La svalutazione è un pagliativo, ed è uno dei principali motivi degli squilibri internazionali.
A proposito della svalutazione e dell’innovazione una interessante opinione di una azienda italiana la Logic, premiata da Boeing come migliore fornitore europeo:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-12-30/lindustria-italiana-orfana-svalutazione-214012.shtml?uuid=AaQdOHZE

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sturmer
Scritto il 17 febbraio 2012 at 15:01

Sposterei la burocrazia (leggi parassiti pubblici) al 2° o al 3° posto…

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a_rnasi
Scritto il 17 febbraio 2012 at 15:14

a_rnasi@finanza: “Un paese, con una valuta debole, ovvero con un’economia reale competitiva è in grado disviluppare nuovi e innovativi settori economici per naturale evoluzione, normalmente senza aiuti economici speciali dallo stato, che resterebbero collegati solo a quelli di estrema avanguardia.”niente di più errato: non vi è alcun collegamento tra svalutazione monetaria e innovazione, anzi proprio il contrario, la Germania è l’esempio lampante di innovazione con una valuta forte. Se per essere competitivo devo svalutare vuol dire che ho proprio fallito sul lato innovazione. La svalutazione è un pagliativo, ed è uno dei principali motivi degli squilibri internazionali.A proposito della svalutazione e dell’innovazione una interessante opinione di una azienda italiana la Logic, premiata da Boeing come migliore fornitore europeo:http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-12-30/lindustria-italiana-orfana-svalutazione-214012.shtml?uuid=AaQdOHZE

oppsss..palliativo non pagliativo

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lampo
Scritto il 17 febbraio 2012 at 16:44

Post interessante che condivido pienamente a parte, per ragioni simili a quelle spiegate da A_rnasi, l’aspetto della valuta debole.

Personalmente ritengo che una valuta debole può andar bene finché un Paese ha bisogno di migliorare industrialmente e tecnologicamente la propria produzione, in questo modo incrementandola (grazie alla richiesta dall’estero) e avendo quindi più occasioni per imparare a migliorare ed ottimizzarla.

Quando, dal punto di vista tecnologico e industriale, un Paese diventa maturo, cioè sono sufficienti gli investimenti in ricerca per permettere quel processo che citavo, non ha quasi più necessità di svalutare la propria valuta (a parte casi particolari che non posso approfondire in un commento).
Cito solo come esempio (oltre alla Germania citata da A_rnasi), alla Norvegia: vi pare che la valuta sia sottovalutata o ECCESSIVAMENTE sopravvalutata?. Eppure tale sopravvalutazione… continua e non incide, se non in maniera marginale sulla loro economia (anche perché possiedono notevoli materie prime energetiche, sfruttate a dovere e con un’ottica di lungo termine ineccepibile, come avevo spiegato in un post sul loro sistema pensionistico a confronto del nostro).

In un’economia matura diventa fondamentale la programmazione economica di lungo termine, gli investimenti in settori che possono portare veramente benefici al mercato interno e in termini di competitività tecnologica, ecc. (oltre a migliorare o mantenere l’occupazione entro livelli socialmente ed economicamente accettabili).

Quindi, per il momento credo che la Cina o altri Paesi che sfruttano la svalutazione della loro moneta per continuare tale processo di industrializzazione e ottimizzazione, e bene che pensino a incentivare quanto prima il mercato interno, prima di rischiare di essere catapultati fuori dal treno dell’equilibrio sociale (specie in termini di conflitti che possono degenerare pericolosamente). Importante quindi che pensino a sanare, con adeguata politica economica e sociale, gli squilibri interni: ad esempio il mercato immobiliare e il concetto del risparmio stesso… che può rischiare di mettere in letargo i consumi… proprio in un momento in cui è necessario incentivarli (non hanno ancora un buon rapporto con il denaro, in termini economici).

Ovviamente è importante anche una politica energetica di lungo respiro, specie se non si hanno materie prime energetiche a disposizione del proprio territorio.

Come vedete sono tutti aspetti che (ironicamente parlando) in Italia stiamo affrontando seriamente! :roll: :cry:

Non pensiate però che nel resto d’Europa siano tanto più avanti di noi.

Per questo apprezzo la scelta iniziale, estremamente temeraria e coraggiosa a quel tempo, di molti Paesi di essere rimasti fuori dall’Unione Europea!

Per chi è dentro, finché non inventano un meccanismo imparziale e automatico con cui un Paese, in difficoltà economiche, possa uscire, riacquistare la propria moneta per operare una svalutazione temporanea (al posto di quella sociale che sta avvenendo da due anni in Grecia… e che l’ha portata al collasso quasi irreparabile) o semplicemente ripudiare/ristrutturare/congelare il proprio debito, pur mantenendo ancora l’euro, non vedo molte giornate serene all’orizzonte.

Neanche con i cervelloni in economia che sono sempre più al potere: dopo di loro ci rimane da chiedere aiuto solo… agli extraterrestri.

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lexmumble
Scritto il 17 febbraio 2012 at 16:59

So’ che non vi è sfuggito, ma vorrei ricordarvi che quella decisione di spostare i TFR dalle aziende alla mannaia della speculazione non è avvenuta per caso.
Serve solo a far pagare a dipendenti e aziende il danno della speculazione selvaggia,
mi piacerebbe sapere:

quanto hanno perso e quanto si presume perderanno, questi investimenti, quando finiranno gli effetti di QE e LTRO (visto l’inevitabile collasso dei mercati),

quanto pesano sulle aziende in questo momento che hanno bisogno di liquidi per sostenersi,

quanto peseranno sull’economia reale della nazione???

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bergasim
Scritto il 17 febbraio 2012 at 17:25

lampo,

Scusa mai conti non mi tornano, la Gemania prima dell’avvento dell’euro ,aveva il marco forte ed una bilancia commerciale neanche lontanamente parente di quella attuale, da ciò ne evinco che i crucchi con l’avvento dell’euro si siano trovati una conversione a loro favorevole, potendo disporre di una moneta meno forte del marco e grazie a questo hanno fatto razzie in europa, in termini di competitività, quote di mercato e surplus commerciale.
Perchè non potrebbe funzionare per l’italia?
Soprattutto per il settore agroalimentare che soffre tremendamente la concorrenza del nord africa, di Israele .
Allego storia della bilancia commerciale export germania vs usa, dopo l’avvento dell’euro non mi sembrerebbe che i tedeschi abbiano perso qulacosa.

http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 17:28

Interessantissimi commenti.
Stasera, sul tardi, cercherò di dare un po’ di risposte e aggiungere altre considerazioni.
Intanto saluti a tutti

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lukeof
Scritto il 17 febbraio 2012 at 17:54

nervifrank,

A me l’obiezione pare fuori luogo.

Riporto quanto espresso da Confindustria

“Clup: un confronto possibile?

Tornando ai dati sul clup diffusi dall’Ocse, assodato che essi misurano la produttivita’ delle imprese esistenti e non il grado di attrattivita’ di investimenti futuri, bisogna infine chiedersi se un confronto tra il clup dei diversi Paesi sia davvero possibile.
Vi sono molte perplessita’ al riguardo. La maggior parte degli economisti ritiene che i confronti di produttivita’ fra sistemi economici siano scarsamente significativi perché influenzati dai cambi e dalla diversa struttura delle quantita’ e dei prezzi relativi tra Paesi.
Nello specifico, la fonte dei dati Ocse sulla produttivita’ del lavoro e’ il Bureau of Labour Statistics degli Stati Uniti. Ebbene, alla pubblicazione dei dati, il Bureau ha premesso in copertina e a caratteri ben visibili la seguente informazione: “questi dati non debbono essere utilizzati per confronti internazionali perché:

1. la produzione manifatturiera e’ misurata nella valuta di ciascun Paese e non sono disponibili fattori di conversione affidabili per convertire i dati in una unita’ di misura comune;
2. vi sono alcune differenze fra Paesi nelle definizioni e nei concetti riguardanti i dati elementari. Queste differenze potrebbero avere effetti sostanziali sui confronti”.

http://www.confindustria.it/AreeAtt/DocUfPub.nsf/0/4B9B797603B6B08CC1256ACB00500149?openDocument&MenuID=A6AD7AB9EF265258C1256EFB00358600

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lampo
Scritto il 17 febbraio 2012 at 18:14

bergasim,

Il mio era un discorso più sul lungo termine… nel senso che nel momento dell’entrata nell’euro la Germania non me la potevi considerare un’economia emergente come la Cina o il Brasile di oggi per intenderci, ma era già ad un livello industriale economico notevolmente avanzato.

Che poi abbiano sfruttato l’occasione per “il loro tornaconto” non c’è dubbio.

Ma siamo proprio sicuri che possa funzionare in tutti i casi, Italia compresa, con tutti gli attuali mercati emergenti e il pronunciato livello di delocalizzazione (che a quel tempo non era così)?

Francamente io penso di no. Meglio investire e diversificare sulla valorizzazione di risorse d cui disponiamo effettivamente (tipo il nostro patrimonio artistico e storico… che non è possibile ancora delocalizzare!), e focalizzarci sui settori che possono creare posti di lavoro e sopratutto benessere grazie alle potenzialità di diffusione all’estero (patrimonio eno-gastronomico), ovviamente con le dovute tecniche di controllo e garanzia dell’originalità (dop, doc, ecc) e lotta alle contraffazioni (che ci saranno sempre… in fondo noi siamo tutt’ora degli esperti in materia).
Non dimentichiamoci poi di investire sulla scuola e sulla cultura… e specialmente sull’instaurare di una formazione continua (la cui richiesta deve diventare spontanea e non imposta dalle leggi del momento per favorire una categoria o un’altra oppure per creare una nuova professione per i soliti noti)

Bisogna comunque fare dei programmi di lungo termine, indipendenti dal vento che agita la bandiera del governo del momento, specialmente sul settore energetico.

Vedo ancora poco di tutto questo.

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bergasim
Scritto il 17 febbraio 2012 at 18:48

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/16/se-la-feroce-religione-del-denaro-divora.html

Memorabile, grazie Icebergfinanza, da appendere al frigo, al muro, in auto, in ufficio o meglio ancora da imparare a memoria.

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bergasim
Scritto il 17 febbraio 2012 at 19:05

http://www.ingannati.it/2011/02/14/lettera-aperta-al-presidente-zaia/

ATTUALISSIMO

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giandino
Scritto il 17 febbraio 2012 at 19:54

La Germania, dopo la grande inflazione della Repubblica di Weimar, ha “tarato” tutto il suo sistema economico-finanziario sulla stabilità dei prezzi, facendo del marco una moneta “tipo gold standard”… ovvero pochi incrementi di M… come fosse oro.
L’Italia, invece, ha adottato politiche più keynesiane, con interventi massici della Banca d’Italia ad incrementare M (parlo della lira evidentemente) e continui interventi dello Stato nell’economia.
I due sistemi economici-finanziari sono, ovviamente, opposti: uno mira alla stabilità dei prezzi e l’altro mira alla piena occupazione e, finché ognuno va per la sua strada, non entrano in conflitto.
Il problema sorge quando uno dei due pretende di avere i vantaggi dell’altro, pretendendo anche di mantenere i benefici che aveva prima (quando adottava solo il “suo sistema”).
Fuor di metafora, il problema nasce quando il governo italiano decide di adottare l’euro come sua moneta (quindi passando, di fatto, ad una moneta “simul-aurea”), sperando di mantenere la flessibilità che aveva prima con la lira…

Il che è matematicamente impossibile: se adotti un sistema, devi adeguarti a tutti i requisiti da esso richiesti.
Cosa è successo dunque?
Tutti i paesi latini (che avevano una politica monetaria “flessibile”) hanno continuato a fare come se nel passaggio all’euro nulla fosse cambiato e, alla prima crisi, si sono trovati con il popò per terra.
Avessero avuto ancora le loro valute nazionali, avrebbero dato vigore alle presse stampando montagne di “carta”, creando inflazione e svalutazione… e quindi superando la crisi allo stesso modo di sempre (più inflazione e svalutazione, ma meno disoccupazione).
Ma adesso non hanno più le loro valute ma il simul-oro voluto dalla Germania e, dunque, le loro crisi si avvitano in forti recessioni e disoccupazione di massa (la naturale conseguenza di una politica finanziaria volta alla stabilità dei prezzi).
Cosa stanno facendo i “governi tecnici” italiano e greco?
Esattamente ciò che il sistema tedesco richiede: essendo impossibile intervenire sui problemi con la leva monetaria (più M) si richiedono sacrifici reali alla gente per adeguarsi agli obiettivi dell’euro…
E stanno facendo bene?
Finché si resta nell’euro non c’è alternativa (se hai adottato quel sistema non puoi fare altro), ma il problema è se ha senso restare nell’euro… se, cioè, la stabilità dei prezzi (roba che interessa di più ai ricchi) sia preferibile alla piena occupazione (roba che interessa di più ai poveri)…
Questo è esattamente il tema in discussione.
Dobbiamo anche noi puntare ad una valuta forte e stabile, fregandocene dei milioni di disoccupati che crea, oppure dobbiamo privilegiare la ricerca della massima occupazione (e quindi del benessere dei cittadini), fregandocene della forza e stabilità valutaria?
Come minimo, al momento dell’ingresso nell’euro, questa domanda andava posta (attraverso un referendum) ai cittadini… visto che a loro toccavano i sacrifici conseguenti all’adozione di quella valuta.
Perché non s’è fatto?
Perché i cittadini avrebbero respinto quell’idea di entrare nell’euro a “botte” di tasse, tagli e… lacrime, sudore e sangue.
Non ce l’hanno chiesto perché gli avremmo detto di no.
Ed adesso ci dicono che ormai non si può tornare indietro…

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r.o.i.
Scritto il 17 febbraio 2012 at 20:11

Dopo aver letto attentamente i commenti su riportati vorrei portare il mio contributo con quanto segue (riorganizzando alcune idee sull’argomento, già espresse in passato, e facendo riferimento ad alcuni punti cardine):
1) . una vecchia teoria economica dice che il corso del cambio tra due monete è determinato a lunga scadenza dall’andamento del potere d’acquisto ‘reale’ nei rispettivi Paesi in base alla legge relativa all’equiibrio internazionale dei prezzi.- Quindi la parità del potere d’acquisto è determinato dal rapporto di cambio che eguaglia il livello dei prezzi nei diversi Paesi.-
2) – Ai giorni nostri quella teoria si dimostra, appunto nei fatti, solo una teoria in quanto le transazioni che riguardano i movimenti di capitale sono enormemente superiori a quelle relative ai beni e servizi; quindi il tasso di cambio riflette in via prevalente l’affidabilità o l rischio del Paese; e mi riferisco non solo alla situazione greca ma anche al debito complessivo europeo.-
3) – I cambi ‘reali’ riflettono i fondamentali dell’economia solo nel lungo periodo, mentre nel breve, data la situazione di forte squilibrio dell’indebitamento dei Paesi europei, dobbiamo rilevare una elevata volatilità e significative deviazioni dalla parità di equilibrio (spinte inflattive sui prezzi internazionali).-
Fatte queste premesse riprendiamo alcuni concetti di base della teoria economica:
1) – una moneta (Euro) varia il proprio rapporto con le altre positivamente se può contare sull’attrattiva di alti interessi ‘reali’, su una crescita economica robusta ed istituzioni solide che ne fano il simbolo di un bene rifugio.-
2) – Negativamente in caso inverso, ovvero se subisce un deficit corrente che fa crescere il debito estero e/o un elevato deficit pubblico che ne fa crescere il debito interno.-
A mio parere prevedere le influenze complessive di questi fattori sull’euro è un vero problema nella situazione attuale europea perchè gli effetti sono indeterminabili a priori sia in una direzione (+) che nell’altra (-); infatti gli alti tassi di interesse (Grecia e di conseguenza spreads europei) possono essere considerati (e lo sono!) non un’attrattiva ma una trappola dagli operatori internazionali.-
E veniamo al punto:
Se il cambio scende (o fatto scendere dalle Autorità monetarie – svalutazione verso le altre monete) provoca ed alimenta l’inflazione importata.- Personalmente non penso che ce lo possiamo permettere nelle nostre (europee) condizioni:
1) – perchè provocherebbe attese inflazionistiche e spingerebbe i Paesi extraeuropei (con ele vato interscambio con l’Europa) ad alzare barriere protezionistiche peggiorando la già scarsa competitività generale della nostra produzione, con tutte le conseguenze relative all’occupazione, agli investimenti ed alla già modesta produttività (salvo poche nicchie di eccellenza).-
2) – perchè aggiungerebbe nuove spinte dal lato dei costi delle importazioni delle materie prime (di cui siamo pesantemente importatori netti – ‘energia, ecc.’), soprattutto nel momento in cui si riuscisse a riavviare una ripresa economica.-
3) – avremmo, inoltre, un forte deflusso di capitali (dalla moneta debole (euro), o peggio dal Paese che abbandonasse l’area dell’euro, verso quella considerata forte (dollaro!?!?) proprio nella fase in cui ci sarebbe maggior bisogno di spostare gli stessi da investimenti di natura prevalentemente finanziaria verso quelli di natura reale.-
Naturalmente l’argomento è solo accennato ed andrebbe sviluppato più ampiamente.-
R.O.I.

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paolo41
Scritto il 17 febbraio 2012 at 20:13

gaolin@finanza,

sono d’accordissimo sui contenuti e sulle conclusioni, così come anch’io comincio a nutrire qualche perplessità su certi approcci dei “professori” al governo, che spesso denotano di avere una scarsa visione di come sia evoluta l’economia reale nell’ultimo ventennio e di quali siano stati gli effetti dell’entrata nell’euro per l’industria del nostro paese.

lukeof@finanza,

risposta corretta: sul Clup si potrebbero aggiungere vari commenti, specialmente quando le catene di produzione e di distribuzione sono ormai intrecciate a livello mondiale dalle iniziative di delocalizzazione.
Per dare un piccolo esempio riporto certe asserzioni fatte da alcuni illustri rappresentanti sindacali quando discutevano dei nuovi contratti Fiat: “perchè insistere a rivedere il costo del lavoro, quando risulta solo il 6% del costo totale?”
Ebbene una casa automobilistica ha ormai solo funzione di assemblatore e circa i 75% del costo del prodotto viene acquistato o da fornitori che producono componenti più o meno standardizzati e quindi a media-alta automazione o da fornitori specializzati per tecnologia dove il costo del lavoro ha un’incidenza superiore.
In sintesi il costo del lavoro sull’auto finita è decisamente superiore al 6% indicato dall’illustre sindacalista.
E qui sta il nocciolo del probema: perchè fra stipendio, contributi sociali e quote Tfr il costo di un operaio è circa il doppio di quanto l’operaio percepisce.
Ha quindi ragione Gaolin quando si fanno i confronti con il costo della vita, senza trascurare anche il fatto che contributi sociali e tanto meno Tfr in Cina e altri paesi asiatici sono spesso aleatori.
Dato che l’euro ci impedisce di svalutare come si faceva con la lira (anzi l’euro ha svalutato il marco!!!! ) l’unica soluzione è svalutare ..il costo del lavoro… avvitandoci in una spirale estremamente pericolosa.
E su queto punto che deve intervenire il governo Monti…..

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john_ludd
Scritto il 17 febbraio 2012 at 21:34

Temo vi siate persi qualcosa, forse troppo concentrati a seguire le beghe di casa nostra…

L’Euro NON è una moneta forte. Dimostrazione: prendete il grafico relativo agli ultimi 3 anni del cambio verso le seguenti monete:

dollaro australiano
dollaro della nuova zelanda
dollaro canadese
dollaro di singapore
TUTTE le monete scandinave
real brasiliano
etc…

… (ops l’euro ha perso anche rispetto al peso messicano e allo zloty polacco)

queste monete sono espressione di paesi poco competitivi ? poveri ? poco innovativi ?

non prendiamoci in giro… i problemi dell’Italia non sono legati al cambio.

Parlare del dollaro richiederebbe ore quindi ometto.

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 21:40

nervifrank,

Il tuo pensiero è molto condiviso, specie fra coloro che non si sono mai trovati a competere nel mercato globalizzato. Nella competizione economica globale, in cui oggi tante imprese sono coinvolte, il prezzo di mercato di un prodotto tende a essere quello del paese che ha il minor costo paese espresso nella valuta di riferimento che oggi è lo USD. Questo i cinesi lo sanno talmente bene che ogni giorno tenacemente gestiscono l’aggancio del loro YUAN al dollaro a un valore assurdamente basso, se rapportato al potere d’acquisto interno. Perché lo fanno?
Prova a darti una risposta.
Nel frattempo, per schiarirti le idee, ti suggerisco di aprire questo link:

http://www.confindustria.it/AreeAtt/DocUfPub.nsf/0/4B9B797603B6B08CC1256ACB00500149?openDocument&MenuID=A6AD7AB9EF265258C1256EFB00358600

Troverai molte risposte valide anche per il tuo professore.

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paolo41
Scritto il 17 febbraio 2012 at 21:47

john_ludd@finanza,

..ti suggerirei di prendere i dati sugli scambi commerciali ed esaminare quali sono i paesi più importanti che caratterizzano le nostre esportazioni e le nostre importazioni….
Tanto per conferma, come avevo già previsto in un post precedente, chiudiamo il 2011 con un deficit della bilancia commerciale di circa 24 Mld (credo sia un record!!!).

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 21:55

luigiza@finanza,

Hai detto una grande verità.
La gran parte degli imprenditori, fatti da seè e diventati più o meno grandi a seconda della loro capacità e fortuna, non sono di solito dei ricconi.
I Bill Gates sono molto pochi. La gran parte dedica la propria vita al lavoro in cambio di tante soddisfazioni che valgono più dei soldi. Soldi che poi, se dedichi la tua vita al lavoro, non hai neppure il tempo di godere, anche perchè ciò poco interessa.

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john_ludd
Scritto il 17 febbraio 2012 at 22:04

paolo41,

PETROLIO E GAS NATURALE. Prendi il grafico degli ultimi 10 anni dei costi (importati x l’energia). Nota che paghiamo il gas più del necessario causa opachi contratti tra le varie scatole cinesi tra monopolisti italiani e monopolisti russi. Paghiamo la totale assenza di un piano energetico nazionale bloccato dai veti dei vari interessi forti. Con la liretta la bilancia commerciale estera con questa piaga migliora o peggiora ? Tanti anni fa quando il dollaro era forte gli USA erano creditori ora con il dollaro debole sono i più grandi debitori del mondo. L’associazione moneta debole = forte competitività è semplicemente falsa. L’economia è molto più complessa e il riduzionismo è sintomo di disperazione.

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 22:30

a_rnasi@finanza,

Anche la tua è una convinzione molto diffusa. Gli articoli o servizi dei media spesso mettono in evidenza realtà italiane da citare ad esempio per essere riuscite finora a crescere, pur operando in un paese ad alto costo del lavoro come l’Italia è.
Se però andiamo a vedere in quale settore operano queste aziende scopriamo che trattasi di nicchie, dove fondamentale è il know-how. Benissimo per il bravo imprenditore e i fortunati collaboratori che ci lavorano ma purtroppo non sono e non possono essere molte.
La gran parte dei prodotti che acquistiamo e che la gente consuma sono quelli che tutti conoscono.
Qui è ben difficile competere se si opera in un paese a valuta forte. Spesso neppure enormi investimenti negli impianti produttivi possono colmare il gap. Il più delle volte il rischio nel seguire questa strada è enorme e può portare al fallimento un’azienda.
La Germania ma non solo lei, è un paese industrialmente forte perché, oltre ad avere un popolo con tante virtù, ha saputo gestire l’appartenenza all’area Euro con lungimiranza. L’esatto contrario di quanto si è fatto in Italia.
Oggi in pratica la Germania si trova ad essere all’interno dell’euro un paese più competitivo degli altri e ne sta traendo tanti vantaggi. Bravi, non c’è che dire.
L’Italia però non è la Germania, abbiamo altre virtù ma non quella della lungimiranza.

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 22:51

lampo,

Sono d’accordo che, se la Cina intende continuare a sviluppare il proprio PIL dovrebbe farlo soprattutto aumentando i consumi interni. Se continuerà a farlo, incrementando soprattutto l’export, metterà nei guai l’occidente ancora di più ma anche lei stessa. Avere clienti troppo indebitati alla fine porta guai a tutti.
A dire il vero in Cina da tempo si discute su come convertire il proprio sistema produttivo verso il mercato interno. In proposito nei prossimi 3 anni sono previsti incrementi annui per legge dei salari minimi dell’ordine del 12%.

L’intento è chiaro ma gli effetti negativi sulla competitività del paese saranno minimi, anche perchè la Cina sta facendo progressi enormi sul lato della produttività per addetto.

Insomma anche in Cina sanno bene cos’è il CLUP.
Un miglioramento del CLUP, applicato in un paese da 1.350.000.000 abitanti, dovrebbe far paura anche ai tedeschi.

Per fortuna che i Cinesi non sono proprio dei tedeschi.

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 23:07

john_ludd@finanza,

Il concetto di valuta forte nella competizione economica industriale non ha lo stesso significato che si dà nella finanza.
Se produco in un paese i cui costi trasferiti sul prodotto, lo rendono non competitivo sul mercato internazionale, significa che opero con una valuta forte.

Aver creato l’area Euro in cui sono confluite nazioni non in grado di competere armonicamente fra loro è stata una follia di cui cominciamo a percepire bene gli effetti.
Il grosso problema oggi è che, coloro che dovrebbero cominciara ad ammettere di averla commessa, sono proprio quelli che l’hanno attuata o che per il momento ne traggono ancora benefici.
In attesa che

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 23:13

lampo,

Oltre alle ottime considerazioni, hai centrato perfettamente il problema finale.
Si vuole un paese dove si sta mediamente bene, magari con meno I Phones, oppure dove pochi potranno cambiare due SUV all’anno da 80.000 EUR?

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 23:15

r.o.i.@finanza,

Ho sbagliato, la suddetta replica era per R.o.i.

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john_ludd
Scritto il 17 febbraio 2012 at 23:15

gaolin@finanza,

Sto dicendo una cosa diversa ovvero che se un paese non risolve i propri problemi strutturali la moneta non sarà mai abbastanza debole. Per decenni l’Italia svalutava per trovarsi ogni volta nella stessa situazione. La moneta “debole” se ha dei vantaggi li ha solo dal punto di vista di chi possiede i mezzi di produzione; chi invece lavora è sostanzialmente uno schiavo come la maggior parte delle centinaia di milioni di operai cinesi. Teniamo presente che la maggior parte dello scambio commerciale dei paesi europei è all’interno dell’area euro e che non sono contrario a priori a barriere doganali che sono ampiamente giustificabili in certi casi. Chi è contrario al 100% è la finanza.

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a_rnasi
Scritto il 17 febbraio 2012 at 23:23

john_ludd@finanza:
gaolin@finanza,

Sto dicendo una cosa diversa ovvero che se un paese non risolve i propri problemi strutturali la moneta non sarà mai abbastanza debole. Per decenni l’Italia svalutava per trovarsi ogni volta nella stessa situazione. La moneta “debole” se ha dei vantaggi li ha solo dal punto di vista di chi possiede i mezzi di produzione; chi invece lavora è sostanzialmente uno schiavo come la maggior parte delle centinaia di milioni di operai cinesi. Teniamo presente che la maggior parte dello scambio commerciale dei paesi europei è all’interno dell’area euro e che non sono contrario a priori a barriere doganali che sono ampiamente giustificabili in certi casi. Chi è contrario al 100% è la finanza.

Esatto: per decenni abbiamo svalutato usando il palliativo del riacquisto della competitività grazie alla moneta debole con il risultato di non innovare e “vivere” sugli allori nell’attesa della prossima svalutazione. Strutturalmente problemi su problemi

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 23:23

paolo41,

Buona notte Paolo 41
Pessima performance per l’Italia. Aggiungo che il deficit strutturale della bilancia commerciale italiana è iniziato proprio in coincidenza con l’arrivo dell’ Euro.
Ma chi se frega, che lavorino gli altri. MOLTO MEGLIO pensare che potrà andare avanti così in eterno.
Comunque altri paesi “ricchi” sono ancora peggio mal messi.
Per stasera basta così.

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gaolin
Scritto il 17 febbraio 2012 at 23:29

a_rnasi@finanza,

Per evitare svalutazioni però bisogna avere politici e dirigenti tedeschi o nordici in generale.
Noi abbiamo i nostri, che sono l’espressione del nostro popolo.
O ci cambiamo o non possiamo stare in un’area che non consente svalutazioni competitive.

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a_rnasi
Scritto il 17 febbraio 2012 at 23:32

gaolin@finanza,

Non abbiamo sicuramente lungimiranza, ma a mio giudizio svalutare per acquisire competitività non è lungimirante di suo. La nostra economia è formata da piccole e medie imprese, altra differenza con la Germania che può contare su veri colossi multinazionali leader nel loro campo. Ma questi colossi, come quelli USA, hanno tutto il know how, tutta la ricerca, la tecnologia sviluppata in casa e lasciano la componente a basso valore aggiunto ( assemblaggio) fuori cercando di mantenere il vantaggio competitivo e investendo per aumentarlo. È questo che secondo me fa la differenza. Di fondo concordiamo che è necessario un cambio di rotta, sono di altro avviso sul metodo ( che considererei solo per un breve periodo) ma che mi lascia dubbioso sugli effetti, comunque, visto come è cambiato il mondo negli ultimi 20 anni

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a_rnasi
Scritto il 17 febbraio 2012 at 23:35

gaolin@finanza:
a_rnasi@finanza,

Per evitare svalutazioni però bisogna avere politici e dirigenti tedeschi o nordici in generale.
Noi abbiamo i nostri, che sono l’espressione del nostro popolo.
O ci cambiamo o non possiamo stare in un’area che non consente svalutazioni competitive.

Assolutamente d’accordo: ma quando vedo i dati di export delle nostre piccole medie aziende m i rendo conto di come ci sia sempre un Italia che contro tutto e tutti ogni giorno lotta..quindi siamo vivi dobbiamo modificare il sistema più a monte a mio giudizio

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idleproc
Scritto il 18 febbraio 2012 at 10:26

Onestamente, sbaglierò ma ciò che vedo è solo un trasferimento di redditi e capitali dall’economia reale al sistema finanziario euro-global. La strategia economica in occidente e ove non esista un governo nazionale a sovranità popolare continua ad essere sempre la stessa. Credo che sia controproducente e che ne vedremo dell “belle” tra cui: aumento dell’instabilità sistemica, disintegrazione sociale, ipernazionalismi. Se ne usciremo più o meno facilmente sarà solo per caso o per via di S.Gennà. Non perché sono bravi, anche la storia personale di questi signori chiarifica quanto e come sono “bravi”.

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