La competitività economica della GERMANIA

Scritto il alle 14:38 da [email protected]

Molti si chiedono perché questo paese riesce a essere oggi competitivo nella globalizzazione, pur appartenendo all’area EURO, al pari di altri paesi che invece arrancano o sono in una situazione di vero e proprio fallimento.

La situazione della Germania oggi appare invidiabile, a tal punto che si sprecano le analisi approssimative di coloro che poco comprendono   meccanismi economici della creazione del valore vero tangibile, non quello farlocco della finanza speculativa. Costoro escono con affermazioni che spesso tendono a far apparire la Germania come un paese che ha basato la sua recente crescita economica sulle disgrazie per non dire sfruttamento altrui, ovvero degli altri paesi dell’area UE.

Volendo fare un’analisi anche abbastanza sommaria del perché oggi la Germania è un paese competitivo possiamo affermare che, dei fattori che concorrono al successo odierno di questo paese, alcuni sono dei propri punti di forza mentre altri sono rappresentati dalle debolezze degli avversari, intendo gli altri paesi della Unione Monetaria..

Già, l’Unione Europea non è si rivelata una comunità di nazioni che si sono messe insieme per un progetto comune di sviluppo economico, governato da istituzioni comuni che mirano a questo. Tutt’altro. 10 anni di unione monetaria hanno provocato una profonda divaricazione fra le economie del sud e del nord Europa. Le prime sono o stanno diventando sempre più soccombenti rispetto alle seconde. Fino a pochi anni fa i trasferimenti di risorse finanziarie da nord a sud hanno permesso di mascherare gli effetti di questa divaricazione ma oggi sono sempre più coloro che comprendono che questa situazione non può perdurare e che non è più governabile.

La competizione economica internazionale ormai globalizzata premia quelle nazioni che, in qualche modo, comprendono quali sono le chiavi per avere successo. Questa competizione ormai non la si può evitare ma la si può gestire o addirittura governare nel proprio interesse, se un paese ha una classe dirigente lungimirante e competente.

Voglio dire che se le cose sono andate male o bene per un paese ciò è dovuto all’avere o no avuto una tale classe dirigente.

Veniamo dunque al tema del post, ovvero a dare una spiegazione del perché dell’attuale
competitività dell’economia tedesca.

Premessa

Personalmente nutro una grande ammirazione per questa nazione e per questo popolo, che ho avuto modo di ben conoscere sia per ragioni di lavoro che di rapporti di amicizia personali pluridecennali, ancora in corso. Parlando in generale, il tedesco per natura è ligio all’ordine in tutti gli aspetti della vita, ha un grande senso della disciplina e il rispetto delle regole è quasi innato. Nel lavoro tende al perfezionismo frutto di organizzazione, regole e laboriosità generalizzata, senza esagerare però. Non ammette la disorganizzazione, il pressapochismo, l’improvvisazione.

Il tedesco dà un gran valore all’onestà e alla correttezza. Di converso si scandalizza non poco per fatti e azioni in contrasto con queste virtù. Il rispetto del bene comune fa parte dello stile di vita di questo popolo e, soprattutto, la sua tutela è una sorta di missione collettiva in cui tutti, con poche eccezioni, si sentono impegnati.

La Germania negli ultimi secoli, per le virtù del suo popolo, ha avuto un ruolo di avanguardia e di grande protagonismo in tutte le scienze e arti. Non c’è ambito scientifico, culturale, artistico, tecnico dove la Germania non abbia annoverato e annoveri illustri personaggi. Tantissimi sono quelli che fanno parte della più nobile e grande storia umana.

Di quanto sopra la Germania o meglio i tedeschi sono ben consapevoli, anzi fin troppo. Il “Deutchland Über Alles” è nella testa di ogni tedesco medio e spesso tocca evitare di mettere in discussione questo credo, quando ci sono confronti o scambi di vedute, se si vuole mantenere con loro degli ottimi rapporti. Questo loro atteggiamento a volte indispone non poco ma tant’è, è così, nel bene e nel male.

Infatti questo credo li ha anche portati a compiere nella storia recente colossali e tragici errori su cui però non è il caso di soffermarsi. Questo patrimonio socioculturale comune, tutto sommato generalizzato e condiviso da nord a sud della Germania, si manifesta in ogni campo, politico, sociale, economico, culturale. Tutto in Germania è caratterizzato dall’efficientismo, dal fare le cose bene, ovvero ben curate, solide e durature nel tempo, dal rispetto e cura del bene comune, dalla capacità di organizzarsi in modo sinergico con altre entità, al fine di migliorare ogni processo nella logica della continuità.

Dopo queste prolungate considerazioni generali ma fondamentali per la comprensione del post, focalizziamo il discorso sul titolo.

La Competitività tedesca

In merito all’argomento della competitività internazionale ho scritto in vari miei precedenti post. Quello pubblicato su I&M il 26 gennaio 2012:

Competitività – Delocalizzazione – Declino – Fallimento

che mi pare contenga la maggior parte delle informazioni, analisi e considerazioni utili a  comprendere il fenomeno. Invito i lettori che a suo tempo non l’hanno letto a farlo. Sul perché la Germania oggi è una nazione competitiva bisogna partire da alcuni dati di fatto che, in concreto, sono poi i presupposti del perché questo paese è in questo momento competitivo, economicamente parlando. Vediamone alcuni:

Il Peso politico dell’economia reale in Germania

In Germania il mondo dell’imprenditoria ha una grandissima influenza su quello politico e,  normalmente, non agisce in aperto contrasto con i sindacati dei lavoratori. Quest’ultimi d’altra parte non hanno il potere condizionante che c’è in Italia

In Germania vi sono alcuni dei più rilevanti colossi mondiali dell’industria meccanica, chimica, alimentare, farmaceutica e della grande distribuzione, che a loro volta sono strettamente interconnessi con il sistema bancario tedesco che li supporta alla grande nei loro investimenti sia nazionali che, soprattutto, esteri.

In Germania ben difficilmente si legifera senza avere sempre bene a mente che il proprio sistema industriale-manifatturiero è un immenso patrimonio nazionale che va salvaguardato e soprattutto tutelato e supportato a tutti i costi, per il bene di tutti.

In Germania pure le norme che sembrerebbero penalizzare l’industria, quali quelle contro l’inquinamento e la sicurezza, alla fine vengono gestite in senso positivo. Nella fase iniziale di applicazione ci sono ampi contributi economici che riducono l’impatto sui costi delle imprese. Poi ci pensano gli emissari del governo a Bruxelles a estenderli agli altri paesi che dovranno anch’essi applicarli, magari con la fornitura di prodotti e servizi Made in Germany.

L’opinione pubblica tedesca

La formazione dell’opinione pubblica tedesca avviene, come dappertutto, attraverso i vari tipi di media che, normalmente, sono di alta qualità e serietà, specie quella che fa informazione politico economica. Anche nei dibattiti dove sono presenti i politici si parla in modo serio, responsabile e concreto. Chi vi interviene deve dimostrare la competenza necessaria e quasi mai la discussione degenera nello scambio di accuse reciproche al solo fine di denigrare l’avversario.

Dell’opinione pubblica dei tedeschi, che possiamo dire mediamente ben informati, è necessario tenerne sempre gran conto. Il tedesco non è lusingabile con promesse improbabili, demagogiche ma non per questo è docile e arrendevole. Insomma al tedesco puoi far digerire anche bocconi amari ma nel contempo bisogna fargli ben capire il perché.

In Germania tutti sono ben consapevoli e convinti che la pubblica amministrazione è al servizio dei cittadini e delle imprese. Ben difficilmente nella pubblica amministrazione di questo paese avvengono atti di malcostume, di soprusi o vessazioni nei confronti dei cittadini. Se un pubblico dipendente fa lo scansafatiche, o compie malversazioni o ancora peggio, è additato al pubblico ludibrio per cui ben difficilmente questo accade. Il pubblico dipendente tedesco è inteso come un servitore dello stato, leale per definizione, che deve agevolare la vita al cittadino e alle imprese

I governanti e la politica in Germania

Se è vero che ogni paese ha i politici che si merita, ne deriva che quelli tedeschi devono degnamente rappresentare un popolo complessivamente molto virtuoso. E così è infatti.

In Germania i governanti, se vogliono restare in sella, devono comportarsi da tedeschi e dimostrarsi agguerriti paladini degli interessi della Germania. Devono confermare continuamente la loro competenza, pena la loro morte politica. Trascurando le frange estremiste con poco avvenire, la gestione politica della Germania è in mano a personalità competenti che in ogni ambito devono dimostrare di essere all’altezza del compito, specie se questo viene svolto in contesti internazionali dove più che altrove si portano avanti gli interessi della propria nazione.

Il dibattito politico in Germania è comunque tutt’altro che sobrio. Anzi spesso è molto infuocato sugli argomenti che toccano gli interessi della gente e lì, come dappertutto, ci si accapiglia per proporre varie metodologie di divisione della torta, senza dimenticare però che la torta bisogna anche che qualcuno sia messo nelle condizioni di produrla.

La Germania e l’Unione Europea

La Germania, a suo tempo, grazie alla competenza dei suoi governanti è sostanzialmente riuscita a imporre tutte le sue regole nel governo generale dell’Unione Europea. In questo modo ha creato le premesse per la progressiva assunzione del ruolo di stato egemone all’interno della UE.

Grazie alle riforme interne implementate per tempo, che hanno contenuto al minimo l’aumento del costo dei salari tedeschi e al fatto di essere stato il primo paese europeo a de localizzare nei paesi low-cost, Cina in primis,la Germania è oggi il paese con un attivo commerciale stratosferico. Delocalizzando le sue produzioni di prodotti di massa o a basso contenuto tecnologico la Germania, attraverso l’importazione, è diventato il maggior concorrente nella Unione Europea delle aziende degli altri paesi europei anche in questi settori. Tutto ciò, unito alla capacità tutta teutonica di sviluppare con metodo ogni tipologia di business, ha fatto di questo paese un competitor formidabile, oggi senza rivali in Europa e che nel mondo riesce a conseguire ottime performance non ottenibili però se la Germania fosse fuori dall’EURO o questi non ci fosse mai stato.

La Germania e l’EURO

Eeeh già.

A questo punto tocca anche dire il successo economico mondiale della Germania è per la maggior parte attribuibile proprio l’appartenenza all’EURO.

Il tasso di cambio dell’EURO nel mercato FOREX è oggi una sorta di interpolazione fra i valori che potrebbero avere le singole valute nazionali dei paesi della UE, qualora non ci fosse mai stata una moneta unica, oppure si ritornasse a valute nazionali disgregando l’EURO. Tanto per buttare qualche numero molto verosimile, nel caso di disgregazione dell’EURO, un eventuale nuovo Marco potrebbe valere 1,15-1,20 EUR, una nuova Lira 0,80-0,85 EUR.

In queste condizioni l’economia reale tedesca cadrebbe in una profonda crisi, tutta la competitività tedesca attuale sarebbe in molti settori compromessa, Insomma una catastrofe. Non per nulla l’imprenditoria tedesca fa un tifo matto perché la Germania resti nella moneta unica, essendone il grande beneficiario. Basta guardare gli utili delle corporate tedesche per comprenderne la misura

Ciò però provoca un continuo trasferimento di produzioni industriali dai paesi periferici verso la Germania per effetto del sistema dei cambi fissi all’interno della UE che consente al sistema più efficiente di acquisire sempre maggiori quote di mercato.

Domanda:

Può andare avanti un sistema così?

No e anche i tedeschi ne sono pienamente consapevoli.

I stratosferici avanzi commerciali e delle partite correnti della Germania non fanno altro che incrementare la sua posizione di paese creditore all’interno della UE, nei confronti degli altri paesi, senza poter sperare che nella attuale situazione tali crediti possano essere rimborsati per vie diciamo naturali. I tedeschi stanno comprendendo di essere in trappola e questo li rende, a ragione, piuttosto furibondi. A nessuno è dato sapere come esattamente finirà, però una considerazione finale la si può fare:

ANCHE I MIGLIORI SI POSSONO FREGARE DA SOLI, SE SI RITENGONO TROPPO “ÜBER ALLES”.

Gaolin

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22 commenti Commenta
vichingo
Scritto il 24 agosto 2012 at 17:31

Vorrei tanto che in Italia si diventasse un po’ tedeschi al fine di far scomparire, “con metodo” la corruzione e la criminalità organizzata che hanno frenato e continuano a frenare la crescita del nostro paese. Questo sarà forse possibile se si insedierà un governo, eletto, composto da persone capaci, competenti e soprattutto oneste che potranno essere giudicate dai cittadini per il loro operato. Qui viene fuori il mio episodico pessimismo, perché temo che l’opinione pubblica non si rende pienamente conto della gravità della situazione e si farà, probabilmente convincere dai soliti noti, o attraverso un programma di oltre 380 pagine dove nessuno capisce niente o ad un altro con 10-11 punti intrisi di demagogia e promesse che mai verranno attualizzate. Prima di trovarsi d’accordo sulla nuova legge elettorale si dovrebbe chiarire bene chi ha senso dello Stato e chi no. Il mio ottimismo viene fuori, quando c’è la consapevolezza che nel nostro paese ci sono anche forze positive che stanno cercando di tirare fuori questo paese dal pantano, senza farlo morire. Sulla Germania, che, per la sua credibilità, si sta finanziando a tasso zero, c’è da ricordare che tutta questa efficienza, organizzazione e attaccamento alla bandiera, in passato ha causato un disastro con 50 milioni di morti.

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schwefelwolf
Scritto il 24 agosto 2012 at 21:21

Questa volta, Gaolin, non riesco a condividere in toto la tua analisi, molto interessante e per molti versi anche giusta, della realtà tedesca.

Tutto vero il discorso della mentalità, dei paradigmi condivisi, della “socialità” tedesca. Andrebbe aggiunto, per completezza, un ulteriore aspetto che rende facile la vita alle attività imprenditoriali tedesche: la validissima struttura della formazione professionale (“Lehre”), che dà a chiunque – privato od impresa – la certezza di una capacità professionale minima garantita. Per intendersi: se chiamo un idraulico, o un saldatore, in Germania so con certezza che lui, per potersi qualificare tale, ha superato seri esami professionali (esami di parte terza, neutrali: condotti da commissioni d’esame della Camera dell’Industria e dell’Artigianato). Se l’artigiano (idraulico, elettricista etc.) vuole poter firmare un progetto (presupposto per realizzare un impianto a norma) deve essere necessariamente “Meister” (=mastro) – un titolo che costa anni di formazione (ed esami) supplementari. Se un “Meister” fa qualcosa di non conforme a leggi, normative etc. (ad esempio un impianto elettrico non a regola d’arte) rischia la perdita della qualifica, e può andare a fare il taxista. Di queste cose in Italia non parla nessuno – anche perché in Italia sarebbero impossibili da attuare: in Germania il 90% degli artigiani (idraulici, elettricisti etc.) che ho (purtroppo) conosciuto in Italia non potrebbe esercitare il mestiere per mancanza non solo di qualifica, ma anche di elementari capacità professionali. In Italia regna, purtroppo, l’improvvisazione, l'”arte” dell’arrangiarsi – e le eccezioni confermano solo la regola.

La parte del tuo discorso che non posso oggettivamente condividere è invece quella relativa ai politici. Sarebbe un discorso molto lungo – e certamente anche “spinoso”. Di fatto la classe politica tedesca del dopoguerra è stata condizionata – non in senso “metaforico” ma assai concretamente (basta leggere i vari decreti dell’amministrazione d’occupazione – i famosi “Kontrollratgesetze”) – da precise disposizioni dei governatori militari, che hanno stabilito dall’alto quali politici tedeschi potessero essere eletti (e quali, tanti, no), quali leggi potessero darsi, quali media fossero autorizzati e quali no. Questo “condizionamento” (“ri-education”) è continuato ufficialmente (e di fatto) sino al 1990: i tedeschi sono stati abituati, dai loro politici (ed insegnanti) a rimuovere queste realtà, a convivervi dimenticandole, persino negandole.

Se parli con un tedesco medio lo senti quindi molto “europeista” e tuttaltro che (politicamente) nazionalista: per quanto teutonico sia – soprattutto a livello inconscio, “genetico-comportamentale” – il tedesco normale non vuole assolutamente una “Germania über alles”: al contrario – ne ha paura.

C’è una frase del celeberrimo giornalista americano Walter Lippmann – consulente di Woodrow Wilson prima e di F.D. Roosevelt poi – che spiega il concetto di base: “L’obiettivo di una ‘re-education’ può esser considerato raggiunto solo quando la propaganda bellica dei vincitori diventa parte essenziale dei libri di storia dei vinti”.

In Germania questo principio è stato applicato, dopo la II GM, con rigorosa coerenza: non esprimo valutazioni – rilevo semplicemente il dato di fatto. Per ottenere questo risultato è stato necessario non solo selezionare (a suo tempo) una classe politica “collaborante” (> Adenauer – il “cancelliere degli Alleati”, come venne titolato dal presidente della SPD Kurt Schumacher), ma garantirsi – con leggi e trattati – che questa “selezione” si mantesse nel tempo. Cosí è avvenuto, almeno sino al 1990 quando, con il cosiddetto “Trattato 4+2” (le 4 potenze vincitrici, RFT e DDR), la Germania dovrebbe essere tornata (in teoria) pienamente sovrana (anche se – a mio personale avviso – non escluderei l’esistenza di protocolli segreti che vincolino quella “piena sovranità”).

Come dicevo: tutti questi aspetti sono sostanzialmente “rimossi” nell’intera opinione pubblica tedesca (come lo è il fatto che ad oggi – 2012 – valga ancora, soprattutto per la Germania e per il Giappone, ma eventualmente per la stessa Italia, la cosiddetta “Clausola degli Stati nemici” – § 53 e §107 della Carta delle Nazioni Unite). Per intenderci: è una clausola che autorizza (a tutt’oggi!) un eventuale intervento armato delle Nazioni Unite negli Stati che durante la guerra erano stati – appunto – nemici di una delle nazioni firmatarie della Carta. Tutto questo, questa “sovranità condizionata” che accompagna la storia tedesca del 1945 ad oggi, è entrata nell’inconscio collettivo tedesco e ne condiziona in buona misura il comportamento e le scelte politiche – appunto assai poco nazionalistiche. Il tedesco “medio” pensa a lavorare e a godersi, nei limiti del possibile, la vita.

Diversa (e questo è IL punto essenziale) è la situazione della dirigenza politica: a partire da un certo livello in su la governace tedesca sa di essere vincolata a filo triplo dai trattati che ha sottoscritto (o: dovuto sottoscrivere) per tornare ad avere quel tanto di sovranità condizionata di cui la Germania oggi gode – ed è (a mio avviso) solo tenendo conto di queste “dipendenze” che si può comprendere la politica tedesca.

Un caso illuminante – per chi dovesse interessarsi all’argomento – è quello dell’Art. 23 del “Grundgesetz” (la “Legge fondamentale” tedesca – a suo tempo rivista ed approvata dal Consiglio di Controllo Alleato – e che continua a fare da surrogato di “Verfassung”, cioè Costituzione nel senso pieno del termine). Un articolo – § 23 – che ha subito, dopo la riunificazione, una straordinaria e illuminante metamorfosi.

La “competenza” dei governanti tedeschi – da Adenauer alla Merkel – sta quindi, sostanzialmente, nel mantenere in piedi un “sistema” ibrido di controllo esterno/interno della Germania, tenendo sempre i piedi in due scarpe e “vendendo” all’interno ciò che non può essere respinto all’esterno – e questa, a mio avviso, non è una qualifica positiva. La Germania – come ebbe a dire uno dei pochi politici tedeschi di autentico valore, cioè Franz Josef Strauss – è un gigante economico, ma un nano politico. E ne paga – nel senso letterale del termine – le conseguenze. Resta da vedere se la forza del “gigante economico” Germania sarà sufficiente a reggere tutto il carico che oggi le viene imposto dall’esterno, in particolare dalla zona euro: francamente ne dubito.

Una nota a conclusione: se, come mi sembra ormai probabile, il “gigante economico” finirà in cachessia, divorato dai debiti (suoi e altrui), non escluderei che il popolo tedesco – tradito dai propri politici e privato di ciò che era riuscito a costruirsi – torni a svegliarsi e smetta di accettare supinamente il costosissimo quanto comodo, ma ingrato, ruolo di “nano politico”. Con tutte le (pessime) conseguenze del caso. Citando Churchill: i tedeschi – o li hai ai piedi, o li hai al collo…

Sarebbe meglio – per i vari Monti, Hollande, Samaras, Rajoy e compagni – tenere conto di questi potenziali rischi e non tirare troppo la corda. Ma non penso se ne rendano conto…

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schwefelwolf
Scritto il 24 agosto 2012 at 21:39

Aggiungo un’osservazione: se – come mi sembra di capire – hai occasione di parlare a quattr’occhi, in forma privata-colloquiale – con partner tedeschi e se hai sufficiente conoscenza del tedesco, prova a toccare questi temi. Rimarrai sorpreso da quante cose un tedesco improvvisamente scopre nel momento in cui lo spingi ad affrontare l’argomento. Quasi tutti quelli che ho conosciuto io (e sono stati veramente tanti – dalla Baviera allo Schleswig-Holstein) sono rimasti sconcertati, approfondendo le analisi della loro situazione storico-politica. Cose che “sapevano” ma che avevano rimosso.

Io, però, ero da loro considerato come un tedesco “straniero” e quindi era facile instaurare un rapporto di fiducia.

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gainhunter
Scritto il 24 agosto 2012 at 22:02

http://finanzanostop.borse.it/2012/06/21/indebitamento-dei-paesi-europei-a-sorpresa-litalia-e-la-meno-indebitata/
O lo studio tedesco (o la sua interpretazione) è sbagliato oppure la Germania può investire e dare incentivi anche grazie ai soldi che risparmia in interessi sul debito.

– Sull’innato ferreo rispetto delle regole, io ho il dubbio che sia limitato alle regole tedesche (e questo porta a confermare il “Deutschland über alles”), stando al numero di multe non pagate in Italia e ai comportamenti tenuti all’estero, non solo sulle strade. Faccio un esempio: 10 minuti fermo a Chiavenna (SO), vedo un tedesco fermarsi sulla rotonda, un passeggero scende, entra in un bar, dopo qualche minuto esce con del cibo, mangiando, poi getta un sacchetto vuoto per terra, risale in macchina (rimasta ferma sulla rotonda per tutto il tempo – mentre a 100 metri c’è un parcheggio), l’autista prende del cibo e riparte mangiando. (Ma qualcuno dirà che è un italiano emigrato in Germania…)
A parte gli esempi singoli, mi sembra che il comportamento tenuto dalle banche tedesche negli altri paesi e la corruzione operata dalle aziende tedesche all’estero faccia sorgere qualche dubbio sulla “geneticità” del rispetto delle regole.

– Illustrare la persona tedesca in un certo modo piuttosto che in un altro secondo me non ha molto senso, in primis perchè il tedesco di Francoforte non è come il tedesco di Berlino, esattamente come il comasco non è come il napoletano, e poi perchè sarebbe solo la descrizione dello stereotipo del tedesco.

– Sull’efficienza della pubblica amministrazione non so come siano messi in realtà; è facile immaginare che siano messi molto meglio di noi; va notata però l’ironia sull’assenteismo nel settore pubblico in alcuni telefilm tedeschi (anche se nei telefilm le trame sono pura invenzione, spesso il contesto rappresenta la realtà)

– Infine, un’autocitazione sulla questione retribuzioni:
http://intermarketandmore.finanza.com/retribuzioni-in-10-anni-un-aumento-ridicolo-48140.html/comment-page-1#comment-122479

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gainhunter
Scritto il 25 agosto 2012 at 10:12

Una riflessione sulla competitività: è sempre un bene?

Abbiamo una Germania indubbiamente più competitiva degli altri paesi europei, e i motivi sono diversi: una migliore efficienza del lavoro, migliori servizi statali, maggiori incentivi e finanziamenti statali, ma anche un minore aumento delle retribuzioni. Lo vediamo con i minijobs e con le statistiche sugli importi delle pensioni. La conseguenza è che la differenza tra ricchi e poveri si amplia, la classe media sparisce, aumenta la precarizzazione e aumenta la spesa sociale, che però resta fuori dal bilancio e non incide sui conti pubblici. Per questo e per la crescita economica, che avviene sottraendo lavoro ai paesi meno “competitivi”, la Germania paga bassi interessi sul debito e può continuare a investire e incentivare le aziende per alimentare la crescita economica.
Però, avendo un tasso di cambio fisso rispetto a quello di altri paesi, non avviene quel ribilanciamento naturale che ci sarebbe con la libera fluttuazione del cambio e che condizionerebbe le importazioni e le esportazioni, riportando il lavoro nei paesi meno competitivi.

Abbiamo gli Stati Uniti d’America, dove anche lì le retribuzioni non sono aumentate negli ultimi decenni, e la classe media è andata via via diminuendo fino a praticamente sparire, a causa anche dell’abitudine a indebitarsi e dello scoppio della bolla del debito che ci accompagna dal 2007. La conseguenza è anche in questo caso l’aumento della spesa sociale e il peggioramento del debito pubblico. Ma questo non crea problemi (in teoria) perchè la Federal Reserve può stampare quanti dollari vuole per poter pagare i sussidi ai disoccupati e cercare di far crescere l’economia.

Poi abbiamo la Cina, dove le retribuzioni sono molto più basse che in Occidente per motivi storici, e nonostante la crescita economica e le esportazioni il cambio non cresce perchè viene mantenuto artificialmente basso dalla banca centrale cinese, comprando titoli di stato americani (quindi dollari). Questo fatto rende più competitivi i prodotti cinesi e annulla i tentativi degli USA di far ripartire l’economia.

Quindi ora ci ritroviamo con:
1. l’aumento della disparità tra ricchi e poveri
2. l’aumento delle spese sociali
3. il trasferimento di lavoro e crescita economica da un paese all’altro
4. la guerra valutaria

E allora siamo sicuri che la competitività sia sempre un bene, o meglio che la corsa alla competitività sia sempre sostenibile? In altre parole, prendiamo un qualsiasi stato occidentale: per fare concorrenza ai cinesi bisogna tornare a lavorare come negli anni ’30 oppure svalutare e svalutare perdendo potere di acquisto sui mercati internazionali?
E poi, se l’economia tedesca ha retto finora alla concorrenza cinese, nonostante l’indebitamento fuori bilancio, “rubando” il lavoro agli altri paesi europei, cosa sarebbe successo se gli altri paesi europei non avessero perso competitività nei confronti della Germania? A chi avrebbero potuto “rubare” il lavoro?

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schwefelwolf
Scritto il 25 agosto 2012 at 11:33

gainhunter,

Permettimi di osservare, nel tuo discorso, quelle che mi sembrano un paio di carenze.
Nella tua analisi mi sembra infatti mancare un aspetto a mio avviso tutt’altro che irrilevante – che è quello del contenuto tecnologico della produzione. Se la Germania sta (ancora) relativamente bene – e cosí stanno (ancora) relativamente bene Svizzera e Svezia (che nell’Euro non sono) – è (sempre a mio avviso) dovuto anche e soprattutto al fatto che esportano in misura considerevole prodotti altamente tecnologici (basti pensare a macchine utensili, robotica, impiantistica, chimica e farmaceutica etc.) – tutti settori nei quali non basta “copiare”: mentre i “cinesi” (dico solo per fare un esempio) copiano, i produttori (di cui sopra) mantengono (almeno sino ad ora) diversi anni di vantaggio in termini di know-how & sviluppo e preparano già il prodotto di domani, che i “cinesi” potranno di nuovo copiare.
Se il tuo settore è la moda, il tessile o prodotti “copiabili”, andare a produrre in Cina vuole invece dire suicidarti in Europa (come ha ben esposto ripetutamente – con eccellenti analisi – proprio Gaolin).

Non dico che la scelta “tedesca” debba essere vincente (nel medio-lungo termine): i cinesi non sono i brasiliani, hanno potenzialità scientifico-tecnologiche enormi e quindi temo (per tedeschi & svizzeri e svedesi) che l’idea di “difendere” il vantaggio tecnologico si riveli piú difficile da realizzare di quanto loro non abbiano creduto. Già oggi la Volkswagen comincia ad avere considerevoli perplessità, vedendo con quale rapidità i cinesi riescano a plagiare un motore. Per il momento, tuttavia, la soluzione “tedesca” continua a funzionare.

Sarà brutto dirlo, ma mi sembra evidente che questa logica non possa valere per l’Italia (a parte prodotti di nicchia come vini d’eccellenza e articoli di gran lusso). Non parliamo, ovviamente, di Spagna, Portogallo o Grecia: sarebbe sparare sulla Croce Rossa.

La “competività” – intesa nell’accezione limitativa, cioè eslusivamente economico-industriale – può essere un “bene” discutibile. Temo però che per varie ragioni, sostanzialmente attribuibili alla storia del XX Secolo, in Europa si sia dimenticato – o volutamente rimosso – il concetto “darwinistico” della competitività, in parte già anticipato dai romani con il loro “mors tua vita mea”. In Europa – con tutta la sciropposa retorica dell'”idea europea”, dell’amore fra i popoli e l’etica di una presunta carità cristiana tradotta in politica (non a caso “Democrazia Cristiana”, “Christlisch-Demokratische Union” etc.) – si è deciso che quell’orrore chiamato “darwinismo sociale” andava definitamente bandito e che, anzi, si doveva fare esattamente il contrario: non privilegiare i “forti” ma assistere, aiutare, promuovere i “deboli”.

L’idea di base di quel “famigerato” darwinismo – cioè che nella lotta per la vita (quindi per le risorse etc.) – vince il piú forte, con le ovvie, inevitabili negative conseguenze per chi “piú forte” non è – sembra però fregarsene altamente di ciò che vorrebbe continuare a pensare l’Europa. Se è vero quello che leggo – e cioè che la Cina sta investendo tutte le sue tonnellate di “carta straccia verde”, made by FED, per comperarsi mezza Africa e mezza Australia, accapparrandosi gran parte delle risorse naturali ancora disponibili sul pianeta Terra – ebbene, mi sembra che i cinesi, senza stare a fare tanta filosofia umanitaria, stiano cercando di garantirsi una posizione vincente, una posizione di forza. Questa, a mio avviso, è una “competitività” necessaria se si vuole sopravvivere: ognuno, ovviamente, è libero di rifiutarla, con tutte le relative conseguenze.

Personalmente temo che la “linea” (piú ideologico-filosofica che meramente economica) dell’Europa ci stia portando tutti (noi europei occidentali) al suicidio. Comunque – chi vivrà vedrà…

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paolo41
Scritto il 25 agosto 2012 at 11:38

Ottimo il post e altrettanto i commenti, molto interessanti anche i richiami di Guinhunter ad altri articoli. Vorrei solo aggiungere due considerazioni sui prodotti e sulle dimensioni delle aziende tedesche.
Parto dal presupposto che per essere competitivi sui mercati occorrono tre prerogative essenziali: la qualità, i costi e il tempo (quest’ultimo inteso sia nella riduzione dello scheduling necessario a sviluppare un nuovo prodotto, sia nell’essere capace di immettere un nuovo prodotto sul mercato al momento giusto). Quando la gestione dei tre suddetti parametri si protrae nel tempo, si genera la cosidetta immagine “positiva” e la capacità dei managers è quella di saperla mantenere e/o aumentare progressivamente.
Questo significa avere alle spalle potenti reparti di R&S sia di prodotto che di processo e una continua integrazione e interrelazione con i reparti produttivi e con il marketing.
Se a queste prerogative del prodotto si aggiungono le dimensioni produttive è quasi impossibile non essere competitivi e la Germania ha aziende di notevoli dimensioni in parecchi settori sia industriali che dei servizi.
Purtroppo, in casa nostra, abbiamo, invece, vari esempi di aziende che..erano… di grande dimensioni che, a prescindere dagli effetti collaterali esterni, non hanno saputo coniugare valide strategie e sono solo riuscite a distruggere quel minimo di immagine che avevano saputo costruirsi fino agli anni’ 80, riducendosi oggi a immettere sul mercato, fin che va, qualche prodotto di nicchia….

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ottofranz
Scritto il 25 agosto 2012 at 12:17

Gran bel post (ormai non è più una novità) . Grazie Gaolin

E un grazie anche a Schwefelwolf, la cui analisi risulta esser molto importante proprio in virtù della sua posizione privilegiata

A questo punto doveroso anche un grazie a Dream che mettendo a disposizione questi spazi permette un’informazione con tagli difficilmente reperibili da altre parti .

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ottofranz
Scritto il 25 agosto 2012 at 12:27

aggiungo una cosa visto il richiamo di Paolo 41

PRODOTTO ! E’ la parola magica che sembra ormai sparita dal vocabolario e che invece da sempre ha sostenuto le Aziende.

Oggi è sostituita da altre due parole che invece molte Aziende hanno creduto potessero performare meglio..

Marketing e Finanza.

Molte finalmente stanno capendo, ma ormai è troppo tardi

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Scritto il 25 agosto 2012 at 14:12

ottofranz:
Gran bel post (ormai non è più una novità) . Grazie Gaolin

E un grazieanche a Schwefelwolf, la cui analisirisulta esser molto importante proprio in virtù della sua posizione privilegiata

A questo punto doveroso anche un grazie a Dream che mettendo a disposizione questi spazi permette un’informazione con taglidifficilmente reperibili da altre parti .

ma figuriamoci! Grazie a tutti voi, ovviamente a Gaolin e agli eccellenti commentatori!

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gaolin
Scritto il 25 agosto 2012 at 15:22

gainhunter,

Riguardo il fatto che anche fra i tedeschi ci siano quelli buoni e quelli meno buoni è del tutto normale. Se poi fra quelli meno buoni una parte si ritengono “ÜBER ALLES 2 volte” allora abbiamo i peggiori fra i tedeschi. Quelli che capita di vedere comportarsi scorrettamente, magari in modo strafottente quando sono all’estero.

A casa loro devono stare ben attenti a non replicare quello che magari fanno quando sono fuori perché da loro, per loro sfortuna, anche la polizia è efficiente.

Detto questo le tue riflessioni sulla competitività e le analisi della situazione che fai sono molto condivisibili, soprattutto quando metti in discussione tutto l’attuale sistema economico mondiale com’è oggi.
Però, piaccia o no, la battaglia della competitività nell’attuale economia globalizzata è inevitabile ma l’aspetto pernicioso è che questa è falsata dall’intervento degli stati e/o dagli interessi delle oligarchie finanziarie.
Riguardo la competitività tanti sono i fattori che più o meno la influenzano, come ben si precisa nei commenti a questo post ma come spesso ripeto quello del rapporto di cambio fra le monete è il più determinante. I cinesi lo sanno talmente bene che non saranno mai disposti ad accettare i consigli degli altri su questo punto. Faranno carte false, orecchie da mercante o si arrabbieranno, a seconda dei casi ma mai lasceranno che siano gli altri e tantomeno i mercati a stabilire il valore del CNY nel mercato FOREX.
Sanno che questa arma micidiale li porterà a essere i padroni del mondo. Chi ha la pazienza di seguire, con volontà di capire, le mosse dei cinesi se ne potrà rendere conto molto prima di coloro che si limiteranno ad analisi superficiali con il paraocchi della visione occidentale dei problemi.

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gaolin
Scritto il 25 agosto 2012 at 15:33

schwefelwolf@finanza,

Anzitutto un grazie per il contributo dato dai tuoi commenti, specie quello incentrato sugli aspetti storico e sociali della politica tedesca.
Nel mio post però l’accenno alla politica tedesca riguarda soprattutto l’aspetto economico. In questo ambito i politici tedeschi sono molto determinati a far valere gli interessi della loro economia CONTRO quelli degli altri paesi. Da bravi teutonici, convinti di essere comunque e sempre nel giusto, molto spesso esagerano al punto da non accorgersi di provocare sconquassi che magari si ritorcono poi contro di loro.
In estrema sintesi questa è la situazione che in questo momento sta vivendo la comunità europea.
La tragedia europea in corso è vissuta male dai tedeschi perché ormai anche loro comprendono che non li lascerà immuni da nefaste conseguenze.

Come tutti però la tendenza è di dare la colpa agli altri. Essendo poi tedeschi le colpe sono senz’altro TUTTE degli altri.
Questo loro approccio renderà ancora più difficile ogni tentativo di trovare una qualche via d’uscita condivisa fra i partner della moneta unica o abbastanza accettabile per tutti.

A mio parere questo è l’aspetto più preoccupante dell’attuale crisi della UE..

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gainhunter
Scritto il 25 agosto 2012 at 21:37

schwefelwolf@finanza,

Sui settori produttivi, ottima osservazione, questo è un altro dei motivi per cui l’economia tedesca ha tenuto più delle altre (i loro prodotti sono meno copiabili) (ma secondo me c’entra poco con la competitività in senso stretto, è come dire che l’Arabia Saudita è competitiva perchè ha il petrolio: in un certo senso è vero ma non è propriamente il tipo di competitività a cui mi riferivo).
In merito a questo, due considerazioni:
– Il fatto che i prodotti italiani sono più copiabili di quelli tedeschi è dovuto al settore produttivo, non all’incapacità degli Italiani di innovare, perchè nel tessile puoi anche innovare quanto vuoi ma alla fine un vestito rimane sempre un vestito… E’ una colpa avere un’economia fondata su settori di questo tipo? Non credo proprio, e qui l’unico modo per difendere l’economia italiana era l’introduzione dei dazi, che però non poteva essere fatta a livello italiano e se non ricordo male se ne era parlato a livello politico anche in Europa ma poi non se ne era fatto niente (evidentemente alla maggior parte degli stati europei non interessava; poi, certamente non hanno giocato a favore una larga parte politica e la Confindustria italiana, più interessata ai benefici temporanei della globalizzazione che alla difesa dell’economia italiana).
– I motivi per cui le aziende tedesche sanno fare prodotti (come ha evidenziato Ottofranz) sono anche da cercare nella dimensione delle aziende (come ha evidenziato Paolo41). Anche gli Italiani sanno innovare e sfornare prodotti tecnologici, ma lo fanno meno (proprio perchè le grandi aziende possono fare ricerca, produzione e marketing tutto in casa, e in Italia di grandi aziende ce ne sono ben poche) e a volte non sanno valorizzare le innovazioni o sbagliano il momento di immissione nel mercato (o semplicemente per lanciare un prodotto innovativo serve un blasone, l’immagine a cui penso si riferiva Paolo41). Un esempio, restando in campo automobilistico: pare che il common rail (ovvero la rivoluzione dei motori diesel avvenuta a metà degli anni ’90 e le cui evoluzioni oggi sono montate su tutte le autovetture diesel del mondo avanzato) sia stato progettato dal centro ricerche Fiat, poi però la Fiat non ha saputo valorizzarlo e il progetto se l’è preso e brevettato la Bosch. Questo potrebbe essere una questione di incapacità (e nel caso specifico del common rail penso proprio che sia così), oppure semplicemente la conseguenza del fatto che avendo meno aziende di grandi dimensioni le innovazioni sono di meno (e ancora di meno le innovazioni che vengono immesse sul mercato al momento giusto e con la “spinta” giusta, ma questo è normale e succede dappertutto – Symbian vs Apple, tanto per dirne una).

In due parole, il fatto che l’economia tedesca tiene non è tutto merito dei tedeschi (spesso è questo il concetto che passa), ma è il risultato di una serie di fattori, tra i quali l’efficienza è uno, e anche questo dipende da tutta una serie di fattori, di cui quello culturale è uno.

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gainhunter
Scritto il 25 agosto 2012 at 22:01

@schwefelwolf

Interessante la visione sul darwinismo. Secondo me in Italia c’è sempre stato anche un eccesso di europeismo.

@paolo41

Quoto

gaolin@finanza: Però, piaccia o no, la battaglia della competitività nell’attuale economia globalizzata è inevitabile ma l’aspetto pernicioso è che questa è falsata dall’intervento degli stati e/o dagli interessi delle oligarchie finanziarie.

Sì, è inevitabile, ma dove ci porterà? Si può ancora tornare indietro e mettere i dazi? Ecco, questo può essere un bel confronto: dazi vs svalutazione; pro e contro dell’uno e dell’altro.

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schwefelwolf
Scritto il 25 agosto 2012 at 22:12

gaolin@finanza,

Purtroppo io fatico – avendo un’estrazione “mentale” prevalentemente storico-politica – a dissociare la politica economica dal contesto complessivo di quella che dovrebbe essere (per me irrimediabilmente conservatore) in prima istanza politica nazionale, pur tenendo conto di tutti i rapporti di interdipendenza che il mondo di oggi impone.

Un aspetto tedesco che forse abbiamo lasciato un po’ sottoesposto è la loro (ingenua, a tratti quasi infantile) fede nel diritto, quello con la “D” maiuscola. Un tedesco cercherà sempre di dimostrare la sua correttezza adducento documenti, trattati, accordi vincolanti sottoscritti dalle parti coinvolte. Persino Hitler, a suo tempo, ha cercato di costruire la sua politica di revisione del trattato di Versailles sulla base di accordi e trattati esistenti: chi non volesse crederci, non avrebbe che da andare a guardarsi i negoziati che hanno poi portato la Germania ad uscire dalla Lega delle Nazioni. Ma questo è un divagare…

Tornando all’oggi: francamente fatico a vedere dove sia – oggi, nella crisi dell’euro – la colpa della Germania. Il trattato costitutivo della moneta unica è basato su una serie di vincoli sottoscritti da tutti. I tedeschi, che non avevano alcuna voglia di abbandonare il marco, hanno dovuto farlo costretti dai francesi, ma lo hanno fatto a ben precise condizioni – soprattutto per quanto concerneva l’esclusione di reciproci interventi di sostegno (no-bail-out) e la configurazione della BCE (che doveva essere la figlia-gemella della Bundesbank). Questi vincoli erano noti a tutti (Prodi incluso) e sono stati consapevolmente sottoscritti da tutti, Grecia compresa. Cosa ci sia di male a chiederne oggi il rispetto è una cosa che mi sfugge.

Vero è però che diversi Paesi hanno firmato quei trattati sapendo A PRIORI di non poterli rispettare – e questa si chiama truffa. Se poi la truffa viene ulteriormente perpetrata oggi – come fa l’Italia inserendo in Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio e varando il fiscal compact, pur sapendo tutti (ma dico tutti – dalle maestre delle scuole elementari ai professori della Bocconi) che l’Italia non potrà mai rispettarli (a meno che non venga davvero Babbo Natale e ci faccia trovare il petrolio nell’Adriatico o da qualche altra parte) allora la faccenda assume connotati ancor piú gravi: la truffa tende a trasformarsi in estorsione.

Penso che i tedeschi – almeno quelli di medio livello culturale – si rendano conto di essere caduti in una trappola che gli costerà – secondo il professor Sinn (direttore dell’Istituto di Ricerche Economiche Ifo di Monaco) – non meno di mille miliardi (ad oggi), e ovviamente non sono contenti. Ancor piú preoccupante è, tuttavia, che piú si va avanti, con l'”eurosalvataggio”, piú salato sarà il conto: quindi la prospettiva – insistendo su questa strada – non è quella di riuscire a ridurre le perdite (come dichiara il duo Merkel & Schäuble), ma di aumentarle ulteriormente (come dimostra l’esperienza degli ultimi due anni e le prospettive che si delineano con la BCE di Draghi e con l’ESM.

Il problema dei tedeschi è però ulteriormente aggravato (come tentavo di spiegare nella mia prima replica) dal fatto che l’intero corpo politico alla guida del Paese è, di fatto (per varie e complesse ragioni) non primariamente “tedesco”, nel senso nazionale del termine ma, al contrario, totalmente “europeista” (con pochissime eccezioni, che vanno peraltro lentamente aumentando).

In altri termini: i tedeschi non hanno un partito tedesco euro-scettico o anti-europeista da votare, un partito che li possa e voglia difendere. Qualcuno sta cercando di crearne uno, ma la cosa è assai difficile visto il monopolio che la mega-coalizione europeista CDU/FDP/SPD/Grüne ha in materia di media e mezzi di comunicazione & informazione. Se si leggono i commenti sui siti on-line della stampa tedesca, da destra (Die Welt & FAZ) a sinistra (Der Spiegel, Süddeutsche Zeitung) trovi una stragrande maggioranza (una quasi-totalità) di tedeschi disperati e inferociti nei confronti di Merkel & Schäuble. Tutti chiedono come mai non si faccia finalmente chiarezza con la Grecia, tutti sperano che la corte di Karlsruhe blocchi l’ESM (cosa improbabile, pur contenendo quel trattato elementi assolutamente inconciliabili con la difesa della sovranità finanziaria del Parlamento prevista e garantita dal Gundgesetz). E tutti temono di trovarsi ostaggio (per colpa di questa inesplicabile quanto irresponsabile ‘”euro-filia” della loro classe politica) di un “Club MED”- buco nero, che si mangerà il benessere che loro sono riusciti a crearsi.

Fosse l’Italia (o la Francia) a trovarsi in quella situazione, cioè a dover rilevare i debiti di un “nord” scialacquatore e a dover mantenere a tempo indeterminato Austria, Germania e Olanda, penso che i toni non sarebbero molti diversi.

Molte delle critiche che si muovono alla Germania sarebbero, a mio avviso, giustificate se fosse stata lei a volere l’euro (o peggio: ad imporlo ad altri). Vero è però esattamente il contrario. Il fatto che l’idea di una moneta unica in un’area con realtà nazionali strutturalmente cosí diverse (sistema tributario, infrastrutture, politiche sociali etc.) fosse folle e irrealizzabile è stato detto sin dall’inizio. Si è voluto, a tutti i costi, realizzarla lo stesso, probabilmente con l’intento (francese) di “contenere” il potere che alla Germania derivava dal marco.(Nota al margine: non dimentichiamo la frase di Mitterand: “Noi abbiamo l’atomica, ma i tedeschi hanno il marco”).

Contrariamente a quanto si sostiene in Italia (e nell’Europa mediterranea) a mio avviso la Germania non è stata tanto avvantaggiata dall’euro (a parte le grandi multinazionali e le grandi banche tedesche) ma anzi, come Paese ne è stata sostanzialmente svantaggiata, visti i costi che deve affrontare per “supportare” la moneta comune (tutti soldi – e tanti – a fondo perso). C’è qualcuno che crede che se la Germania avesse ancora il marco lo spread sarebbe piú basso? Che finanziarsi le costerebbe di piú? Certo – il marco forte renderebbe piú difficile l’esportazione in determinate aree, ma non si può dire che fino al 2000 la Germania non fosse uno dei piú forti esportatori del mondo (con il marco in permanente rivalutazione).

Con il marco la Germania stava meglio – e anche gli altri Paesi si gestivano comunque meglio, con le rispettive monete. Tuttavia si è voluto imporre l’euro: adesso i nodi sono venuti al pettine e tutti se la prendono con Berlino. Perché non se la prendono invece con Parigi, che è stata il vero ideatore di questo disastro? O con i propri politici che hanno truccato le carte (Prodi)?

E perché devono proprio essere i tedeschi (con olandesi, austriaci e finlandesi) a doversi fare carico della mala amministrazione altrui? Per di piú senza neanche poter porre condizioni serie e verificabili in termini rigorosamente vincolanti? Ma nessuno vede quello che sta succedendo in Grecia, dove il governo non mantiene neanche un quarto delle promesse che fa?

La domanda che molti tedeschi si pongono, alla fine, è molto semplice: perché devo lavorare io, tedesco, fino a 67 anni, pagando magari il 30-40% di tasse (piú contributi pensionistici, cassa mutua etc.) per permettere ad un greco che non ha mai pagato una dracma di tasse né di contributi, di andare in pensione a 52 anni? Perché devo mantenere io, con le mie tasse tedesche, uno stuolo di “statali” nullafacenti in Grecia, quando il mio Stato si trova poi a non avere i soldi per costruire un asilo nido o per riparare le mie strade? In fondo sono domande non molto diverse da quelle che lombardi e veneti si pongono da cinquant’anni, quando guardano a Roma ed al Sud.

Sono domande sbagliate? O non sono invece sbagliate le risposte?

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schwefelwolf
Scritto il 25 agosto 2012 at 22:29

gainhunter,

Concordo pienamente. Rimane il fatto che il “sistema” tedesco – al di là delle dimensioni aziendali – offre alle imprese tutta una serie di vantaggi (chiamiamoli “servizi” – quali: certezza del diritto, procedure amministrative, investimenti infrastrutturali etc.) cher fanno, nei confronti di un Paese come l’Italia, una grandissima differenza.

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andrea.mensa
Scritto il 26 agosto 2012 at 08:23

in tutta questa discussione, rilevo il sempiterno errore di chi crede che, una banca centrale in grado di “stampare denaro” sia una soluzione generica e generale.
è ovvio che una nazione come gli USA, la cui moneta, il dollaro , rappresenta il 50% circa di tutte le riserve monetarie in cassa alle varie banche centrali, se stampa dollari non fa altro che esportare al resto del mondo i propri problemi.
lo stampare denaro, come risolvere i problemi tramite il debito, può avere un effetto positivo, SE TEMPORANEO, ovviamente quindi se tale debito può essere restituito, o se il tesoro allo scadere può ricomprare i titoli acquistati dalla banca centrale, ecc… ovvero se il debito, come per ogni persona o entità economica, serve a coprire uno sbilanciamento temporaneo.
Se lo sbilanciamento diventa strutturale, prima o poi, gli interessi raggiungeranno un livello tale da uccidere ogni velleità economica.
non ci sono, almeno fino a che non si dimostri STABILMENTE il contrario pasti gratis, per nessuno.
l’unica fonte di ricchezza resta la creazione di RICCHEZZA REALE, mentre quella monetaria è solo e soltanto UN MEZZO, e mai una condizione stabile.
non dimentichiamo mai, questa banale verità.

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lampo
Scritto il 26 agosto 2012 at 11:35

Complimenti a Gaolin per il post e a tutti per l’interessante e molto istruttivo dibattito.

Concordo con la posizione di Schwefelwolf e Gaolin, sull’effettiva possibilità che nel prossimo futuro la Cina riesca ad essere competitiva anche nei settori tecnologicamente avanzati.

Hanno sempre più capitali a disposizione per comprare intere aziende (spesso decotte) al fine di recepire il known-how di cui hanno bisogno per migliorare la propria competitività in settori in cui non lo sono.
Un articolo che affronta una parte di tale argomento:
http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2012-07-10/cina-campagna-acquisti-business-083505.shtml?uuid=AblKzV5F

Sono stimolati a migliorare le proprie competenze anche a causa della forte concorrenza tecnologica con Paesi limitrofi come Giappone e Corea del Sud, giusto per citarne qualcuno.

Pochi sanno per esempio che la Cina sta investendo molto in Giappone (come flusso di investimenti diretti) rispetto solo a cinque anni fa (circa 20 volte per intenderci), grazie anche all’occasione che si è manifestata con il disastro di Fukushima. Ma non si parla solo di investimenti… ma anche di acquisizioni di partecipazioni in società giapponesi (e la popolazione giapponese è ancora poco d’accordo a tale terreno di conquista).

Non c’è dubbio che questo, salvo nuovi conflitti internazionali, sarà il secolo dominato soprattutto dalla Cina.

Non oso neanche pensare cosa succederà quando i consumi interni in Cina finalmente tireranno (per il momento pare che siamo sotto le previsioni del governo cinese… a causa la grande propensione al risparmio dei cinesi) e la sua economia sarà meno dipendente dalle esportazioni.
A quel punto avrà una tale massa di ricchezza che veramente potrà spodestare nazioni come USA, GB o Germania negli investimenti diretti all’estero.

Debbo dire che effettivamente noi in Europa (a parte la Germania e qualche paese nordico) non abbiamo ancora capito la gravità del problema. E più siamo in crisi… più svenderemo!

Invece negli USA pare di sì, visto che stanno cercando disperatamente di investire in una nuova era industriale, che consumi però molta meno energia (e soprattutto locale USA) rispetto a quella precedente.
Anche perché sanno bene che devono sistemare la loro bilancia commerciale.
Per certi versi sono sicuro che sono contenti della crisi europea… visto che anche se rallenta anche la loro economia, rallenta soprattutto il boom asiatico (evidente dalle ultime statistiche).
Così hanno più tempo per intervenire.

Effettivamente in Europa, specialmente nei Paesi periferici, c’è il rischio di un collasso economico non indifferente, sia rimanendo nell’Europa “unita” sia in caso di disgregazione, visto che il peso dei singoli Paesi sarebbe poco significativo per competere con i nuovi player internazionali, che dispongono anche di materie prime a differenza di noi.
Secondo me anche una fuoriuscita dall’euro dei Paesi periferici con una pesante svalutazione, anche se potrebbe portare ad un boom di occupazione e ripresa (dopo la fase iniziale inflattiva e di disperazione), non credo che sul lungo termine durerebbe, perché non riuscirebbero a conquistare molto del terreno dei nuovi player.

Per questo mi aspetto che in Europa, i Paesi che dispongono di sufficienti materie prime e che esportano principalmente fuori dall’area euro, staccheranno il proprio cordone ombelicale che li unisce al resto dell’eurozona.
In primis la Finlandia.
Poi il resto verrà a cascata, visto che c’è stato un precedente.
C’è molta probabilità, secondo me, che succeda prima delle elezioni americane.

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gainhunter
Scritto il 26 agosto 2012 at 12:09

gaolin@finanza: A casa loro devono stare ben attenti a non replicare quello che magari fanno quando sono fuori perché da loro, per loro sfortuna, anche la polizia è efficiente.

Proprio quello che intendo: rispetto delle regole innato o imposto?
Sarà un caso che sull’A4, dove c’è il tutor, gli “indisciplinati” italiani viaggiano quasi tutti entro il limite?

schwefelwolf@finanza,

I cittadini tedeschi non hanno colpe, ma neanche quelli spagnoli, a meno che accettare un mutuo a tasso basso è una colpa, o quelli italiani, a meno che li si voglia incolpare dell’allegra gestione della spesa pubblica, o quelli greci, che non hanno mai manifestato contro il pensionamento a 50 anni, ma allora a maggior ragione i tedeschi avrebbero dovuto opporsi alla riduzione degli stipendi, che è uno dei fattori che ha provocati squilibri.
Le colpe, volendole cercare, non sono tutte di uno stato piuttosto che di un altro, non penso che nessuno si sogni di dire che la colpa è tutta della Germania o tutta dei PIIGS, ma neanche che la Germania non ha nessuna colpa o i PIIGS non hanno nessuna colpa. Da parte tedesca, Deutsche Bank, la questione dei sottomarini ai greci in cambio degli aiuti che però non sono mai finiti ai greci ma alle banche, anche quelle tedesche, la gestione dell’Europa e in particolare della crisi (e la Germania è sempre il primo “azionista” dell’UE), le continue dichiarazioni che costano soldi agli stati in crisi, ecc., non sto a riscrivere tutto, ne abbiamo già discusso.

Su chi ha guadagnato e chi ha perso dall’euro (cittadini, si intende), avevo visto una statistica secondo cui Spagnoli, Portoghesi e soprattutto Greci hanno guadagnato (in particolare le classi meno abbienti), mentre tedeschi e italiani hanno perso qualcosa (e infatti in questi due paesi, in particolare in Germania, le retribuzioni sono aumentate molto poco nell’ultimo decennio; la differenza è che i tedeschi ci hanno guadagnato in termini di occupazione*, gli italiani no). Poi bisognerebbe andare a vedere l’inflazione reale nei vari paesi nel periodo del passaggio all’euro e nel periodo della stabilizzazione dei cambi antecedente al passaggio all’euro (che spesso non viene considerata).
Se guardiamo invece i bilanci commerciali, è evidente come l’economia tedesca abbia guadagnato proprio dall’introduzione dell’euro; poi, se questo non si è tradotto in maggiore ricchezza per i cittadini tedeschi, non è certo colpa dei PIIGS.

*stando ai dati ufficiali, che non fanno differenza tra part-time “obbligati”, minijobs e full-time

Pagare per gli altri? Prima di tutto finora i soldi che TUTTI gli stati europei hanno pagato per la Grecia, in Grecia non ci sono neanche arrivati perchè sono stati usati per salvare le banche, tedesche comprese, italiane escluse, e quindi casomai sono stati gli italiani a pagare per i tedeschi, e non viceversa. Secondo, nessuno chiede ai tedeschi di pagare per gli altri, ma almeno di non approfittare della situazione (rendimenti a zero per la Germania e al 6% per Italia e Spagna vuol dire che italiani e spagnoli stanno pagando quella porzione di tasse che prima pagavano i tedeschi, nel complesso). Terzo, se le banche tedesche dovessero pagare per quella parte di casino che hanno combinato in mezza Europa non ci vedo nulla di sbagliato, ma questo sta ai tedeschi far pagare le banche e non i cittadini.

Per quanto riguarda gli impegni presi dall’Italia, prima di tutto la strada intrapresa dal trattato di Maastricht in poi era nella direzione indicata appunto nel trattato; secondo, l’obiettivo del 60% del pil lo si può raggiungere copiando la contabilità tedesca, vendendo un po’ di immobili e soprattutto con la crescita economica; se gli investimenti per la crescita arrivassero dall’Europa, raggiungere l’obiettivo non sarebbe poi così difficile, anzi il controllo europeo sull’utilizzo dei soldi eviterebbe che tali soldi vadano sprecati. E’ chiaro che l’ideale sarebbe eliminare la corruzione, rendere più efficiente lo stato e debellare la mafia (che è secondo me la causa di tutti i problemi), ma sono obiettivi a lungo termine, e per l’ultimo punto negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, in particolare nella cittadinanza, e grazie alle nuove generazioni.

Se la Germania avesse il marco lo spread sarebbe uguale? Questo non lo possiamo sapere, possiamo però rilevare lo stato del’economia tedesca nei primi anni 2000, e i dubbi sulla sua evoluzione in assenza dell’euro, anche in considerazione dei costi dell’unificazione della Germania. Volendo continuare con i se, se l’Italia nel 1945 avesse fatto default come la Germania, oggi magari sarebbe la prima economia d’Europa.

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paolo41
Scritto il 26 agosto 2012 at 14:29

gainhunter,
prendo spunto dal tuo commento sul “common rail” e non sto a raccontarrti cosa è realmente avvenuto, perchè ci sarebbe da incazzarsi……

UNA COSA E’ CERTA: ….è senz’altro indubbio che, salvo rare eccezioni, c’è un abisso in termini di professionalità e di gestione della res-publica, fra la classe imprenditoriale italiana e delle nostre istituzioni politiche e i rispettivi omologhi dei paesi nord-europei….. Credo che ognuno di noi che partecipa a questa edificante discussione avrà mille ed uno esempi a dimostrazione di quanto ho sopra affermato; il vero problema è trovare la chiave del “cambiamento”. Utopia??…. forse…. probabilità: scarse…. speranza: sempre meno….

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gainhunter
Scritto il 26 agosto 2012 at 15:51

A sostegno di “chi ha guadagnato dall’euro”:

1.

2.
http://www.spiegel.de/wirtschaft/unternehmen/mythos-vom-eu-zahlmeister-wie-deutschland-vom-euro-profitiert-a-744027.html

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gainhunter
Scritto il 26 agosto 2012 at 15:55

paolo41,

Magari, se ne hai voglia, la storia del common rail mi interessa, anche per confermare/smentire quanto avevo appreso a proposito.

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