Elezioni 2013: quando il parallelismo tra Italia e Grecia diventa possibile, tra riforme e fiscal compact

Scritto il alle 13:39 da Danilo DT

Due le priorità: riforme radicali e alleggerimento del fiscal compact. Tra mille promesse da mercante della casta politica, chi può darci delle certezze in questo bazar di politica tragicomica?

Eccoci finalmente arrivati all’appuntamento del voto, con queste elezioni che potrebbero essere fondamentali, un vero punto di svolta per la nostra storia, oppure una semplice puntata di una nuova saga politica che rischia di diventare tragicomica.

E’ evidente che, chiunque vada a governare questo povero paese, dovrà affrontare problemi grandissimi. Un tasso di disoccupazione che va inesorabilmente verso il 12% (senza poi parlare della disoccupazione giovanile), un sistema produttivo che si sta sgretolando, un’imposizione fiscale che va ridiscussa, un dramma sociale che va affrontato. Potrei continuare per ore ad elencare i problemi che affliggono il nostro paese. Una nazione che fino a qualche anno fa era un piccolo “fiore all’occhiello” della manifattura mondiale. Oggi è ridotto allo stremo delle forze.

Purtroppo molti ancora non si rendono conto della situazione, che è molto peggiore di quanto si possa pensare. Ecco perché questo voto potrebbe essere determinante, per portare veramente un cambiamento, ovvero aria nuova, oppure una linea di continuità col passato più recente, oppure ancora una scommessa sul passato nemmeno troppo remoto. E quanto uscirà dalle urne, comprese le voci “di protesta“, non potrà essere comunque ignorato. Rappresenta il sentiment e la volontà degli italiani.
A me resta sono una grande certezza. Chiunque vada a governare, dovrà innanzitutto fare due cose:

la prima: una serie di riforme radicali.

La seconda: ridiscutere il fiscal compact ed imporre in qualsiasi modo un alleggerimento. Altrimenti siamo FINITI.

Non voglio aggiungere altro proprio perché non voglio spingere in nessuna direzione politica. Ma questi restano due punti cruciali.
Una vera rivoluzione, con riforme radicali sotto tutti i punti di vista. E un rallentamento della pressione esclusiva per l’austerity imposta dalla Unione Europea, dando la priorità alla crescita economica, allo sviluppo, al lavoro e alla ripartenza dell’economia. Altrimenti il nostro destino è segnato.

Ve lo devo dire?
GRECIA
Si, il rischio di finire come la Grecia non è assolutamente remoto. E fare un parallelismo tra l’Italia e la Grecia di qualche mese fa non è un delitto.
E proprio a questo proposito, vi riprendo un eccellente articolo di Fabrizio Goria, una giovane penna del giornalismo italiano, sicuramente una delle più brillanti, equilibrate e promettenti del nostro universo della carta stampata… carta stampata? Ops… beh, non cercatelo sui giornali, lui è un eccellente giornalista de Linkiesta, un sito che in breve tempo è diventato un punto di riferimento dlel’informazione indipendente italiana.

Buon voto a tutti…

L’ombra della sindrome greca sulle elezioni italiane 

Come la Grecia. Le elezioni italiane sono lo spartiacque di quello che sarà il futuro dell’eurozona e, di riflesso, dell’Europa. Da un lato, il populismo. Dall’altro, la pochezza di idee concrete per gestire le sfide che attendono l’Italia. In mezzo, l’incertezza e la sensazione, bruciante, di aver perso l’ennesima occasione per presentare qualcosa di realmente nuovo. Sullo sfondo, gli investitori e il resto del mondo, cioè coloro ai quali il Paese deve dare un segnale. Un cenno che, oggi più che mai, deve guardare non tanto ai prossimi cinque anni, ma ai prossimi dieci.

Il paragone con la Grecia non deve spaventare. Se si guarda ciò che successe l’anno scorso, è facile trovare dei parallelismi. Come in Italia la vera novità è il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, in Grecia lo è stato il Syriza di Alexis Tsipras. Rinegoziazione dei patti europei, rifiuto delle politiche di austerity, smisurato desiderio di nazionalizzazione delle banche, parziale rifiuto della moneta unica: i punti base fra i due partiti sono vicini, come ha ricordato una nota di J.P. Morgan degli ultimi giorni.
Poi ci sono Partito democratico e Popolo della Libertà, con i loro corrispettivi in Grecia, cioè Pasok e Nea Dimokratia. In questo caso, la principale differenza è data dalla figura di Silvio Berlusconi. Al contrario del numero uno di Nea Dimokratia, ovvero Antonis Samaras, il leader del Pdl ha adottato una linea dura, sia con l’Europa sia con il precedente governo di Mario Monti. Paradossalmente più vicina a Grillo, e quindi al Syriza di Tsipras, che ai classici stilemi del Partito popolare europeo. Infine Monti. Definire la discesa in campo del presidente del Consiglio non è facile. Forse solo dopo il voto si sapranno le vere ragioni per una scelta che ancora adesso fa discutere, anche in ambito europeo.

Se l’ambiente politico è simile – facce simili, idee poche, alcune di queste distruttive (almeno a parole) – anche la congiuntura economica è analoga. La Grecia è andata al voto dopo la più prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia dell’eurozona, 206 miliardi di euro su circa 360 miliardi di debito complessivo. Non solo. Ha votato con una recessione alle spalle, e con la prospettiva di un altro anno di crescita negativa del Pil. Allo stesso modo, l’Italia ha vissuto sulla propria pelle cosa significa essere il focolaio della crisi dell’eurozona. Essere additati come una delle causa dei mali dell’euro è stato tanto pesante quanto significativo. È arrivato, sia per la Grecia sia per l’Italia, il sostegno incondizionato della Banca centrale europea. Del resto, non era possibile che l’istituzione guidata da Mario Draghi potesse lasciar cadere la sua stessa base fondante, l’euro.

Come l’anno scorso ad Atene, quest’anno a Roma sono transitati i leader europei in cerca di risposte. Il quadro è stato piuttosto desolante. Le rassicurazioni di Monti e Bersani si sono contrapposte alle sparate populiste di Berlusconi e Grillo. E in questa bizzarra dicotomia, in cui gli apparenti estremi si avvicinano, c’è tutta la campagna elettorale italiana. Di fronte a questo scenario, non deve sorprendere che ci sia un terzo degli aventi diritto al voto che non ha ancora deciso cosa votare.

L’obiettivo minimo dovrebbe essere quello di avere una maggioranza abbastanza forte per continuare con la strada fatta finora. C’è infatti una grande differenza fra l’Italia e gli altri membri forti dell’eurozona (e non solo). La strategia politica di un governo, che comprende anche la politica economica, è in genere orientata su obiettivi di breve termine e target di lungo periodo. Per raggiungere quest’ultimi è necessario una continuità di fondo che in Italia, negli ultimi 20 anni, non si è mai vista. Fare un confronto con quello che è l’esempio della Francia, della Germania o del Regno Unito è quasi impossibile. Il lavoro riformatore fatta da un governo non può e non deve durare solo una legislatura. In genere sono necessari due mandati prima che gli effetti delle politiche economiche si vedano. Lo è stato per la Gran Bretagna di Margaret Thatcher come per la Francia di Jacques Chirac o per la Germania di Helmut Kohl.

L’Italia è stato un invece un Paese diverso. La debolezza strutturale dell’economia è data da un sistema burocratico troppo legato agli interessi di pochi, piuttosto che quelli della collettività. Sono 20 anni che si discute di riforme, liberalizzazioni, misure per liberare il potenziale di crescita del Paese. Eppure, la sensazione che si sia perso un ventennio è molta. Soprattutto, è legittima. Andando a riprendere gli editoriali del maggiori quotidiani ellenici prima del voto, non sarà difficile trovare più di un’analogia con questo sentimento.

Come la Grecia, l’Italia ha di fronte una sfida che è doppia. Da un lato deve dimostrare di credere in se stessa, cercando di darsi un futuro migliore con quello che ha a disposizione tramite il voto. Come ha ribadito la Commissione europea, il tempo dell’austerity è finito. Ora deve iniziare quello della crescita. Come farlo, tuttavia, in assenza di una continuità di fondo?

Dall’altro lato ha però di fronte un progetto ben più ampio. Quando analisti e investitori affermano che dalle elezioni italiane dipende un pezzo del futuro dell’eurozona (e dell’Europa), hanno ragione. Come è possibile essere forti fuori dai confini nazionali, nei vari summit europei e internazionali che si susseguiranno, senza esserlo all’interno del proprio territorio? Come è possibile negoziare, al fine di ottenere il massimo risultato dati gli interessi particolari, nella stesura dei trattati europei se poi non si riesce a governare nemmeno nel proprio Paese? Il risultato, e lo so è visto in Grecia, è quello del commissariamento.
Dopo il governo tecnico di Lucas Papademos è arrivato Antonis Samaras. L’emergenza non è certo finita, ma non grazie ai politici ellenici, bensì alle misure adottate dall’alto, ovvero Bruxelles. L’Italia, per la sua storia e per il suo ruolo a livello internazionale, non può essere paragonata alla Grecia. Eppure, fatte le dovute proporzioni, lo scenario potrebbe essere quello.

La pressione degli investitori internazionali potrebbe fare il resto. A fronte dell’incertezza politica, la scelta dei risk manager potrebbe ridursi a due opzioni: attendere o vendere i bond governativi che gli operatori finanziari hanno in pancia. In quest’ultimo caso, potrebbe aprirsi una crisi di fiducia tanto intensa quanto distruttiva sia per l’Italia sia per l’eurozona.

Proprio come successo nel Paese che ha messo in luce tutte le lacune europee nella gestione delle crisi, l’Italia che va alle urne si chiede cosa deve fare. E lo fa dopo una campagna elettorale fra le peggiori degli ultimi 20 anni. Del resto, quello che è successo da dicembre a oggi non è altro che lo specchio di un Paese che non ha ancora espresso tutta la sua rabbia. Colpa forse dell’ammorbamento nei confronti di una classe politica che è diretta espressione della società. Date le premesse, e le analogie, c’è poco da stare tranquilli.

Fabrizio Goria 

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DT

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10 commenti Commenta
moneys
Scritto il 23 febbraio 2013 at 22:44

segnalo un tv indipendente dove seguire i risultati elettorali lunedi sera ma temo che non si possa seguire in diretta si vedra in differita giorni dopo

http://www.rsi.ch/home/channels/comunicazione/comunicazione_on_line/2013/02/21–60-minuti-speciale-Italia-LA-2-

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luigiza
Scritto il 24 febbraio 2013 at 08:46

@Dream Theater

Io, che in questo frangente un pò ottimista lo sono (miracolo! :D ) il parlallesimo l’avrei fatto tra l’Italia e l’Islanda perchè sta succedendo da noi quello che é già successo lassù.

Infatti Grillo-Dantoni ha creato le premesse per il divorzio tra Politica e Finanza (politica che si occupa dei problemi reali della polis e non solo della casta) ma questo divorzio non si é ancora consumato.
In Islanda sì ma in Italia non ancora e non é detto che riesca. Qui da noi la comunità é 100 volte più grande e più variegata ed ha i problemi da te elencati.

Vero il passaggio é pericoloso perchè dalle piazze si ode il grido ‘Dignità, vogliamo dignità’ ma dietro quella parola vi sono richieste diversissime che Grillo-Danton NON può soddisfare.

Quindi tocca ad altri farlo. Vedremo se ci sono questi altri e nel caso chi saranno.

Il ns. futuro al momento é aperto a diverse soluzioni e non tutte buone ese prevale quella cattiva finiremo come la Grecia. O forse pure peggio.

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luigiza
Scritto il 24 febbraio 2013 at 09:01

luigiza@finanza,

ERRATA CORRIGE

Grillo- Danton (non Dantoni).
Insomma quello della Rivoluzione francese amico di Robespierre prima che quest’ultimo prendesse la strada verso il Terrore.

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zanella51
Scritto il 24 febbraio 2013 at 15:18

Come ha ribadito la Commissione europea, il tempo dell’austerity è finito. Ora deve iniziare quello della crescita. Come farlo, tuttavia, in assenza di una continuità di fondo?

vorrei sapere come si può crescere in QUESTA EUROPA.

via a gambe levate, lasciamo questa accozzaglia di burocrati e banchieri al loro destino.
ITALIA FARO DELLA VERA RIVOLUZIONE IN EUROPA E POI NEL MONDO.

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vito_t
Scritto il 24 febbraio 2013 at 20:37

va bene essere negativi , ma come si fa ad accostare l’Italia alla Grecia, … se questo paese è quello che dici o dite, ma perchè non fuggite, o non ve ne andate , così vi trovereste felici e contenti !!!!!

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    Scritto il 24 febbraio 2013 at 21:49

    Leggi bene, non dico che l’Italia è la Grecia, ma che lo potrebbe diventare.
    Sono due cose MOLTO differenti.

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idleproc
Scritto il 25 febbraio 2013 at 15:45

Se gli instant poll sono corretti ha vinto la banda dell’euro.
Gioco finito. Anche se ne dovessimo uscire ne usciremo tardi e male.
Prevedo crescita delle tensioni sociali che non riusciranno a controllare nella fase finale dell’esproprio che comincerà da subito.
Non vale la pena nemmeno di preoccuparsi e fare a nalisi.
Meglio cercare altre soluzioni.

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kry
Scritto il 25 febbraio 2013 at 16:46

Dalle prime proiezioni sembra che gli italiani abbiano scelto l’andare a put……. che far contenta la merkel.

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vito_t
Scritto il 25 febbraio 2013 at 18:03

Dream Theater: Leggi bene, non dico che l’Italia è la Grecia, ma che lo potrebbe diventare.Sono due cose MOLTO differenti.

Ma sono sempre gli altri a capire mai, oppure sei tu che giochi con gli equivoci, ma anche solo usare un condizionale …. “potrebbe” … la dice già lunga . Non c’è nulla che accomuni i due paesi e tanti blogger fanno solo del catastrofismo gratuito, …. rischiando di imitare …. altra spazzatura mediatica … ma dalla parte opposta . Come diceva il Keynes, alla lunga siamo tutti morti, ma non per questo devo vivere la vita pensando a quello …. In quanto alla Grecia ha già fatto default 5 volte nel secolo scorso … e non mi sembra che il nostro paese di m..da come sembra uscire da tanti commenti sia riuscito a fare lo stesso ….. Comunque siccome questa è casa tua, e non mi sembra oggettivamente corretto contestare quello che uno scrive, ti lascio a chi invece condivide appieno ciò che pensi ……. saluto cordialmente e andrò a leggere altrove ….

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    Scritto il 25 febbraio 2013 at 18:30

    Ci mancherebbe! Sei libero di fare ciò che credi. Saluti.

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