Piccola e media impresa in crisi. E’ giunto il momento di scatenare la tempesta perfetta!

Scritto il alle 11:30 da Danilo DT

In questi giorni non si fa altro che leggere articoli di giornale dove viene messa in evidenza la drammatica situazione della piccola e media impresa italiana.

Il Corriere della Sera cerca di ricostruire il totale dei debiti commerciali dello Stato. Non quindi l’esposizone espressa dai buoni del Tesoro ma quella relativa ai debito commerciali ed espressa in fatture da saldare alle imprese fornitrici di beni e servizi alle amministrazioni pubbliche. Di questi debiti non si sa nulla per quanto riguarda il 2012 e il 2011 mentre per il 2010 i dati disponbili riguardano gli enti decentrati: Comuni, Province e Regioni ma per l’amministrazione centrale è buio fitto.
Secondo la ricostruzione fatta dal professor Padovani, dell’Università di Bologna, il totale dei debiti della pubblica amministrazione per il 2010 dovrebbe essere pari a 150 miliardi di euro, superando il 10% del Pil. E il conto per il 2011 potrebbe essere cresciuto di altri 15 miliardi di euro. (Source)

I problemi di liquidità delle imprese non finanziarie italiane, strette fra il «credit crunch» bancario e la difficoltà ad accedere ad altre forme di indebitamento (per esempio, l’emissione
di obbligazioni), rendono essenziale che la Pubblica amministrazione (PA) proceda all’immediato pagamento della parte dei propri debiti commerciali che sono scaduti e che non sono contestati. Nonostante le iniziative europee accolte dal governo Monti, la nostra amministrazione mantiene forti incentivi a ritardare questi pagamenti perché, secondo le regole contabili dell’Unione Europea (Ue), i suoi debiti commerciali entrano a far parte del debito pubblico solo all’atto della loro liquidazione o della loro certificazione.
Si tratta, dunque, di eliminare il disincentivo a pagare o a certificare i debiti della Pubblica amministrazione. In una scheda di Astrid, curata da Franco Bassanini e dal sottoscritto (Credito alle imprese, febbraio 2013), si propone che – con un atto unilaterale – l’Italia computi subito nel debito pubblico e nel patto di Stabilità interno tutti i debiti della Pubblica amministrazione scaduti e non contestati anche se non sono stati ancora liquidati. (Source)

Tassi in salita e concessione dei prestiti alle imprese in caduta: la forbice, tipico segnale del credit crunch, è tornata ad allargarsi. Questa volta con una difficoltà in più per le aziende: dopo aver colpito gli investimenti, ora la crisi di liquidità ha contagiato anche la cassa.
La nuova stretta fa più paura perché alla radice non c’è solo la ripresa sempre più timida e lontana dell’economia reale. C’è anche il maggior rigore richiesto dai regolatori alle banche sugli accantonamenti, proprio nel momento in cui si trovano a dover fronteggiare – sempre per causa della crisi – volumi di sofferenze decisamente superiori al passato anche più recente. I primi segnali del nuovo giro di vite si sono avuti a novembre, quando Bankitalia ha avviato una serie di ispezioni nei primi 20 istituti, a cui hanno fatto seguito altre “visite” alle banche minori; sotto la lente, in tutti i casi, sono finiti i singoli crediti, il rating assegnato, le eventuali svalutazioni degli impieghi e degli immobili posti a garanzia.
La conseguenza? «Il quadro è molto preoccupante – spiega Giovanni Torri, presidente di Unindustria Forlì Cesena – perché molte aziende, in particolare le piccole e le medie, hanno seri problemi di liquidità per il breve-medio periodo. Il sistema non funziona più e senza liquidità anche la timida ripresa prevista per la seconda parte dell’anno è a rischio». Secondo Torri, uno dei motivi per cui si è rarefatta l’erogazione di credito bancario, è da ricercare nell’azione di Banca d’Italia. «Questo – aggiunge – ha ridotto le disponibilità finanziarie per il credito alle imprese e ha portato, in molti casi, a rinegoziare le linee di affidamento già aperte».
Di fatto anche le banche più sensibili alle esigenze del territorio si sono ritrovate con le mani legate. Un esempio? Il profit warning del Banco Popolare della settimana scorsa, il primo che ha denunciato pubblicamente la necessità di aumentare gli accantonamenti (e quindi di azzerare la cedola). Ma anche il rosso da mezzo miliardo di Banca Marche, dovuto – come ha ammesso il neo direttore generale Luciano Goffi – a «errori dettati da eccessivo ottimismo e sottovalutazione del rischio» nella concessione dei mutui. Una “leggerezza” passata che ora la Banca si trova a dover pagare con un miliardo di accantonamenti extra, e inevitabili conseguenze sui nuovi impieghi.
Per le piccole banche, spesso quelle più vicine alle imprese, il conto rischia di essere ancora più salato. «Perché più è ristretto il perimetro d’azione, più sono scarse le possibilità di compensare con credito buono quello cattivo», dice un banchiere. E così il credit crunch 2013 non fa sconti, andando a investire anche il credito cooperativo, le piccole casse di risparmio, le Popolari.
Ma il problema è sistemico: uno studio pubblicato ieri da Mediobanca stima in 21 miliardi il fabbisogno di capitale per aumentare la copertura dei crediti a rischio senza mettere in pericolo i parametri obbligatori di capitale del sistema bancario. Una cifra enorme, per un sistema già in apnea. È così che proprio Piazzetta Cuccia torna a rilanciare l’idea di una bad bank in cui far confluire sofferenze ed incagli. Un progetto che in Spagna ha funzionato ma che in Italia non si può mettere neanche sul tavolo, vista la mancanza di un interlocutore politico.
E allora? Meno credito per tutti, anche nelle aree più ricche. «Quello della liquidità e del circolante è il problema numero uno. Il 90% delle operazioni banca-impresa riguarda il breve-medio termine», dice Giovanni Grazioli, membro del direttivo della Piccola industria di Confindustria Bergamo. «Con un’aggravante – aggiunge –: i tassi d’interesse sono in costante crescita, mentre i Confidi registrano una continua diminuzione delle domande di garanzia».
Nel 2012 i Confidi in Lombardia hanno chiuso pratiche di garanzia per un valore di 80 milioni, oltre 20 milioni di euro in meno rispetto al 2011. «Ma il dato più significativo – aggiunge Grazioli – è che i Confidi hanno lavorato lo stesso numero di pratiche. Significa, cioè, che una volta ottenuta la delibera positiva, la banca o l’impresa hanno poi abbandonato l’operazione. Ma c’è un’altra situazione che ormai è evidente. Sono in forte aumento le rinegoziazioni delle linee di credito concesse due o tre anni fa, sprattutto quelle con ipoteche immobiliare come garanzia. Alla luce dell’andamento del mercato immobiliare, infatti, gli istituti di credito hanno svalutato il valore del pegno, magari chiedendo il rientro di parte dell’affidamento».
D’altronde su Bankitalia, e a cascata sulle banche, incombe la scadenza di fine 2013, quando la vigilanza diventerà europea. A quella data – e l’interesse è di tutti – Via Nazionale vuole presentarsi con un sistema dai conti completamente in ordine, inattaccabile. È così che il 2013 si preannuncia come un anno di passione, per tutti: dai regolatori ai consiglieri delegati, dai direttori di filiale ai clienti. «Magari la banca ti chiama per rientrare e poi finisce per rinegoziare il prestito, ma in ogni modo la fotografia è quella di una situazione davvero difficile», sottolinea Fabrizio Ferrari, presidente della Piccola industria di Confindustria Genova. «Siamo al quinto anno di crisi – dice ancora – e non vediamo grandi cambiamenti. Anzi, tra la fine del 2012 e l’inizio del nuovo anno, abbiamo fatto passi indietro. E lo Stato non paga quanto dovuto, come nel caso di Industria 2015. Solo nell’area di Genova le aziende aspettano 28 milioni di euro per progetti di innovazione e ricerca già realizzati». (Source)

Buoni propositi traditi. È quello che sta accadendo con i concordati preventivi. Uno strumento profondamente riformato a metà degli anni 2000 per facilitare la ristrutturazione dei debiti e, quindi, il superamento delle crisi di impresa. Invece, alla prova della difficile congiuntura economica, ha rivelato alcuni punti deboli, arrivando ad essere utilizzato in diversi casi come escamotage per non pagare i creditori.
In questi ultimi anni, diverse imprese creditrici hanno, infatti, denunciato un uso distorto dei concordati da parte dei propri debitori. Una pratica che si è manifestata con il pagamento di percentuali minimali ai fornitori (spesso inferiori al 10% e con punte pari a pochi decimali), la liquidazione del poco che resta del complesso aziendale e la ripartenza attraverso una newco libera da pesi e responsabilità.
I dati dimostrano che la situazione si è ulteriormente aggravata negli ultimi mesi perché, sul già precario equilibrio delineato dalla riforma del 2006, si è innestata la mini-riforma prevista dal Decreto Sviluppo n. 83 del 2012. Il provvedimento ha consentito al debitore di depositare la domanda di concordato, posticipando ad un momento successivo la presentazione del piano (cd. preconcordato).
In questo modo, il debitore può beneficiare immediatamente della sospensione dei pagamenti e delle azioni esecutive. L’intento, ovviamente condivisibile, era di anticipare il ricorso alla procedura di risanamento per evitare il deteriorarsi irreversibile della situazione economica. L’effetto indesiderato è stato invece di ampliare gli spazi per possibili abusi. Ce lo confermano le numerose segnalazioni che stiamo ricevendo dalle imprese, che evidenziano incrementi del numero delle domande di accesso alla procedura anche del 300% nei primi 7 mesi di applicazione del nuovo modello, molte delle quali finalizzate a eludere i propri obblighi in modo fraudolento. Alla prova dei fatti, dunque, questa soluzione sta di certo avvantaggiando i debitori meritevoli, come era nelle intenzioni del legislatore e come deve essere, ma anche, ed è questo che occorre evitare, chi fa un utilizzo strumentale dell’istituto, creando distorsioni sul mercato. È un problema che probabilmente è stato sottovalutato ma che adesso emerge con evidenza e che non possiamo ignorare, soprattutto in una fase così difficile per l’economia reale, già duramente colpita dalla stretta creditizia, dalla caduta dei fatturati e dagli ormai endemici ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione.
La situazione va pertanto affrontata, anche per preservare uno strumento la cui utilità è fuori discussione per agevolare operazioni di risanamento di imprese che altrimenti rischierebbero di uscire dal mercato, e va affrontata sotto due profili: applicativo e normativo. Sotto il primo aspetto, non bisogna dimenticare che, data la forte connotazione negoziale, il concordato deve puntare – come avviene per tutti i contratti – a finalità meritevoli di protezione. Un risultato che si raggiunge solo perseguendo due obiettivi: la soddisfazione dei creditori e il risanamento aziendale. Si tratta di due aspetti che, se non tenuti nella giusta considerazione, rischiano di snaturare il concordato. Muovendosi lungo questa direttrice, alcuni giudici di merito hanno in alcuni casi bloccato concordati “finti”, che prevedevano percentuali irrisorie di soddisfazione dei creditori. Questo dimostra che, già a legislazione vigente, potrebbero essere fissati dei paletti in grado di arginare le prassi scorrette e realizzare un riequilibrio degli interessi in gioco.
D’altro canto, il fatto che gli abusi siano continuati e che oggi i loro effetti siano amplificati evidenzia alcune debolezze nella regolamentazione, che favoriscono una certa leggerezza nell’approccio da parte dei soggetti (non ultimi i professionisti indipendenti) a cui la legge affida un ruolo di garanzia. È quindi il momento di aprire una riflessione sugli aspetti critici della disciplina del concordato, anche per evitare incertezze e disomogeneità sul territorio in un ambito così importante come quello delle crisi d’impresa. Se, infatti, il legislatore ha il compito di trovare il giusto equilibrio tra condizionamento e libertà, la realtà dimostra in modo inequivocabile che sui concordati questo risultato non è stato ancora raggiunto. Occorre dunque che nel corso della prossima legislatura, si intervenga con rapidità per apportare i correttivi necessari a prevenire comportamenti disonesti e ad assicurare la corretta applicazione di uno strumento la cui importanza è decisiva, soprattutto in un momento di forte crisi economica come quello che stiamo vivendo. In questo Confindustria, come ha sempre fatto, non farà certo mancare il proprio contributo. (Source)

Potrei ancora continuare un bel po. Credo sia chiaro a tutti il momento assolutamente delicato per quello che è il tessuto economico del nostro paese. L’amico e collega Andrea, sul suo blog, ha lanciato una encomiabile iniziativa che DEVE essere sostenuta, per cercare di avere, un domani, un futuro degno di essere vissuto. Altrimenti, ormai è chiaro, è veramente finita…
Ne abbiamo parlato ieri in questo post. http://intermarketandmore.finanza.com/italia-economia-a-gambero-basta-austerity-bisogna-puntare-allo-sviluppo-53778.html Occorre fare qualcosa. E soprattutto non possiamo permetterci di comprare ulteriore tempo.

CLICCATE QUI e scatenate la tempesta perfetta!

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DT

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1 commento Commenta
idleproc
Scritto il 13 marzo 2013 at 12:11

Concordo ovviamente.
Ma non è un problema di lentezza dei pagamenti, è un problema di soldi veri in “cassa”.
Il gettito fiscale è aumentato, i soldi da qualche parte andranno o no?
Quanto ci costano e ci sono costati gli accordi EU?

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