BANCHE ITALIANE nel mirino: ma non sempre a ragione

Scritto il alle 10:00 da Danilo DT

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Siamo onesti, quante volte abbiamo criminalizzato il sistema bancario italiano. MA non solo noi. Le banche italiane restano un problema veramente enorme da gestire sotto diversi punti di vista: le sofferenze bancarie (i cosiddetti NPL), la redditività, la detenzione di una enormità di titoli di stato italiani nei portafogli e anche la governance.

Cliccate QUI e potrete leggere tutto quanto scritto dal vostro autore negli ultimi mesi sull’argomento. Ma attenzione, come in tutti i processi, dopo le accuse è giusto anche lasciare voce alla difesa, ovvero a chi è dall’altra parte della staccionata.
Ed ecco che su LinkedIn ho trovato questa interessante annotazione dell’amministratore di una banca italiana di dimensioni medio piccole, ovvero Banca IFIS.

Questo personaggio, che risponde al nome di Giovanni Bossi, spezza una lancia a favore delle banche italiane, confermando comunque molti punti deboli già ampiamente discussi ma anche contrattaccando persino in certi ambiti. Vi lascio le sue analisi pronto ad una discussione nei commenti.

Banche italiane sotto assedio

Le quattro accuse dei media internazionali e del mercato finanziario alle banche (NPL, titoli di Stato, credito e redditività). Alle quali abbiamo il dovere di rispondere.

L’assedio. I mercati finanziari internazionali, da un lato, e la stampa specializzata da Londra e New York dall’altro, continuano a guardare con crescente sospetto le banche del Paese. Stampa e finanza ragionano, pur con le specificità che sono loro proprie, in modo pragmatico e asciutto. Le banche europee ma soprattutto italiane vanno vendute in Borsa – secondo buona parte della finanza internazionale – perché non vanno bene e hanno troppi problemi che non stanno affrontando con la necessaria risolutezza. Alla stampa sempre più spesso il compito di spiegare il perché e commentare aggiungendo informazioni. Si tratta spesso (troppo spesso) di una luce che illumina troppo poco e in maniera non approfondita temi economico e finanziari che hanno ormai raggiunto le pagine della cronaca quotidiana. E dalla notizia all’accusa il passo è breve.

È possibile individuare quattro “accuse” essenziali e qualche corollario.

1) La prima “accusa” fatta alle banche è di avere 360 miliardi di crediti deteriorati nei bilanci, e ciò sarebbe insostenibile. A nulla vale argomentare sulle garanzie: dicono che erano ben più garantiti i crediti deteriorati del 2012 in Irlanda e in Spagna, perché si trattava di crediti immobiliari mentre i nostri sono soprattutto verso imprese e famiglie.

A nulla vale ricordare che i crediti di qualità peggiore, le sofferenze, hanno accantonamenti già fatti per 120 milioni su 200 miliardi e quindi restano al netto “solo” poco più di 80 miliardi. Da Londra e New York questi sono dettagli, si deve ragionare in maniera semplice e la qualità del credito, semplicemente, appare brutta, molto brutta.

2) La seconda “accusa” è che le banche siano piene di titoli di Stato. Questo sottende un’altra affermazione semplice: l’Italia, da New York, ha un debito pubblico non sostenibile se non per l’azione della BCE che potrebbe però cambiare atteggiamento, cioè smettere o ridurre gli acquisti che il QE continua a consentirle. In tal caso le banche italiane si troverebbero nei bilanci BTP che valgono meno, anche senza arrivare all’eccesso della ristrutturazione del debito pubblico italiano, che è ritenuta possibile ma non probabile. Da noi non se ne parla, abbiamo i nostri spazi per recuperare e, se lo Stato è indebitato, le famiglie invece sono poco indebitate e patrimonialmente, in media, ricche. Tuttavia, ragionando semplicemente, questi sono dettagli. Esiste il rischio che i titoli di Stato italiani perdano valore? Per noi operatori del sistema bancario, no. Per i mercati internazionali sì. Semplicisticamente questa è una debolezza importante per le banche italiane che hanno 415 miliardi di titoli governativi nei bilanci. Se questi titoli perdono il 10%, ciao banche.

3) La terza “accusa” riguarda il modo di fare credito. Da New York appare bizzarro che da noi si prestino soldi ad imprese che perdono soldi, perché è probabile che avranno nel futuro altre difficoltà e i crediti saranno ancora di più a rischio. In particolare, si dice, i prestiti sono remunerati pochissimo in termini di tasso di interesse. Quindi non sta in piedi.

Se si presta a imprese rischiose, gli interessi devono essere molto alti per compensare il rischio. E non è possibile, nella visione internazionale, continuare a finanziare imprese scassate, e a tasso prossimo a zero, sperando che si rimettano a posto.

Ragionando semplicemente, non accadrà. E la perdita sarà più grande, nel tempo, con in più il danno di aver tenuto in piedi imprese che non avrebbero avuto il diritto di sopravvivere. Qui è facile argomentare che, dopo otto anni di crisi, è dura trovare tantissime imprese che prosperano. Ma a rigor di logica le imprese che non funzionano ora non funzioneranno in futuro e, anzi, dilazionarne la fine è peggio sia per l’impresa (risorse tenute impegnate a tentare una improbabile ripresa), sia per la banca (che in cambio di pochi ricavi si porta a casa la certezza di perdere molto tra un anno o due). A livello internazionale non è comprensibile perché in Italia dobbiamo usare il credito bancario in questo modo. L’impresa inefficiente deve fallire e lasciare spazio a nuove imprese. In Italia non è così; e il sospetto che sia perché si desidera tenere in vita aziende bollite per finalità diverse da quelle proprie del business bancario si alimenta con grande facilità.

4) La quarta “accusa”, parzialmente legata alla terza, è di non avere fatto nulla per recuperare redditività (e di avere poche idee per come recuperarne nel futuro).

Argomentare che con i tassi a zero è dura fare banca in maniera tradizionale vale, ancora una volta, poco.

Chiedono quanti sportelli abbiamo chiuso, come abbiamo innovato, sulla base di quali piani futuri pensiamo di poter far rendere il capitale investito nella banca nel prossimo futuro. E se non hai un rendimento che superi il “costo del capitale” gli investitori, in borsa, vendono.

Per fortuna è stata in buona parte rimossa la quinta “accusa” che i mercati internazionali e la stampa avrebbero potuto muovere: quella di una governance inaccettabile, arcaica, non funzionale al cambiamento necessario. É intervenuto il governo con la riforma delle popolari e delle banche di credito cooperativo. Intervento provvidenziale. Sento ancora le voci che dicono “dalla riforma solo guai per le popolari e le cooperative, guardate quante banche commissariate e la brutta fine delle venete e dei risparmiatori truffati”. E mi ricordo che quando il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito. Quelle banche hanno devastato territori, tradito risparmio, condannato parti importanti del Paese alla sofferenza. Quelle banche non hanno rappresentato una ricchezza per il loro territorio, bensì una sottrazione netta di valore che solo i prossimi decenni ci consentiranno di leggere nella sua interezza.

Prendiamo quindi nota che questa bizzarra governance non c’è più.

Un problema in meno. Con tantissimi auguri di buona fortuna alle nuove gestioni. Ne avranno bisogno per ricostruire fiducia e competenze.

Sullo sfondo di tutto ciò, un grande punto di domanda: con l’ambiente regolamentare europeo difficile e in considerazione delle accuse, riusciranno le banche a trovare ulteriore capitale ove servisse per coprire eventuali ulteriori problemi, o anche per supportare lo sviluppo? La risposta è in media molto dubitativa.

Quindi da New York e Londra si fa a gara con penna, calamaio e tweet a chi dice di più e peggio delle banche tricolori (anche europee, ma con noi è peggio per via dei BTP e dei crediti deteriorati) e gli investitori vendono in Borsa perché, molto semplicemente, pensano che domani sarà peggio.

Hanno ragione? Possiamo pensare di no. Ma se vogliamo convincere i mercati dobbiamo rispondere alle accuse, a tutte, e per alcune serve molto tempo. Non lo facessimo, ci troveremmo in un guaio più grosso domani quando dovesse essere necessario contare sulla finanza internazionale.L’autarchia finanziaria in un mondo interconnesso e globalizzato non ha più alcuno spazio.

Non credo sia una buona risposta inveire contro la speculazione selvaggia. C’era anche quando le banche italiane valevano cinque o dieci volte tanto e non ci siamo certo lamentati.

Dobbiamo invece trovare il coraggio delle risposte giuste.

Quali? Stay tuned.

La chiusura dell’articolo di Bossi con uno “Stay Tuned” mi ricorda qualcuno… 

Riproduzione riservata

STAY TUNED!

Danilo DT

(Clicca qui per ulteriori dettagli)

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1 commento Commenta
draziz
Scritto il 29 agosto 2016 at 15:52

Redditività delle imprese?
Ma gli “allucinati” di New York sanno come è organizzato il sistema produttivo Italiano?
O forse danno consigli sperando di…inserirsi, come con TTIP.
Redditività delle imprese?
Quale, quella delle multinazionali che hanno sede in Lussemburgo, con tassazione al 3%?
E’ questa la redditività che hanno in mente? Se è così io ci sto, 3% per tutti…
Si continua a parlare di voler buttare via il bambino con l’acqua sporca…
E poi…quale tassazione? Quella infame presuntiva basata su criteri pseudo-scientifici di metri quadrati di magazzino o cortile, metri cubi di frigoriferi, metri lineari di scaffali, ore retribuite come se tutte le merci e servizi fossero uguali? Loro lo vorrebbero…
Il meccanismo di tassazione attuale serve solo a trasferire il capitale delle imprese nelle tasche dello Stato. Pensa all’IRAP che, benché ridotta, si applica a prescindere dalla presenza di una eventuale perdita in bilancio.
Prova ad aprire (se te lo lasciano fare…) una SRL con il capitale di 1 Euro e poi mi dici se riesci a chiudere dei bilanci in attivo…(se hai la succursale con donnine/massaggi/polvere d’angelo magari sì).
Chiedi agli “allucinati” di analizzare i bilanci delle varie CCIAA sparse per l’Italia e di fare una media di quelle che chiudono in perdita (e che quindi in genere devono ricapitalizzare mettendoci dei soldi personali) e quindi quante imprese in percentuale dovrebbero chiudere. Ma che k…zo dicono?
Ma allora anche Unicredit, tralasciamo Monte dei Pacchi, di fronte all’ennesimo aumento di capitale sarebbe meglio che chiudesse, no?!
Hanno artificialmente cambiato il concetto di redditività di impresa (il sistema di calcolo nella formazione dell’utile oggi è da fantascienza: deducibile, non deducibile, ripreso a tassazione, spesabile solo in parte e così via…) e adesso ne vogliono la chiusura?
Ahh già, gli “allucinati” sono abituati ad andare ad ordinare un hamburger pigiando comande su un touch screen e con un numerino aspettare che il “peone” di turno gli passi del “sano” cibo standardizzato ed omologato…e buon appetito. Mi immagino il resto a venire…

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