Austerity sotto accusa: come conciliare deficit fiscale e ripresa economica?

Scritto il alle 11:18 da Danilo DT

La coperta è corta. E lo sappiamo tutti. L’Italia è chiamata a sforzi immani per rientrare dal suo parametro di debito pubblico PIL. Ma questo comporta un abbattimento sistematico del deficit fiscale, comporta un taglio della spesa pubblica, e comporta rischio recessione pesante, visto che queste misure vengono prese in un momento di forte pressione economica.

Ma cosa significa austerity in tempo di recessione? Significa harakiri. Significa dover mettere in conto il rischio di inabissarsi della depressione economica. E’ per questo che sono necessari interventi per la crescita economica e per la lotta alla disoccupazione. Molti parlano di privatizzazioni, non solo delle partecipazioni (beh, intelligentemente non dimentichiamo che la nostra classe politica in passato ha privatizzato le “perle” per poi tenere in pancia baracconi come Alitalia) ma anche del patrimonio immobiliare, un vero tesoro per il nostro paese.
Ma facciamo attenzione. Una cosa è valorizzare il nostro patrimonio ed eventualmente monetizzare a condizioni congrue. Un’altra cosa è svendere, perché in questo momento chi compra (e chi hai soldi) usa la leva dello stato di necessità, accettando opzioni in acquisto solo dove c’è l’operazione “guadagno grande e sicuro”, quasi a rischio zero.
E allora che si fa? Da qualche parte bisogna pur cercare di ripartire oppure rimaniamo soffocati per i prossimi decenni?

Vi propongo una lettura, uno scritto di Daniel Gros,   direttore del Center for European Policy Studies proprio dal titolo Austerity under attack” che meglio può spiegare questo difficile problema. Per chi lo vuole leggere in lingua originale, può accomodarsi sul sito ProjectSyndacate  altrimenti se lo può leggere serenamente in italiano qui sotto…

L’Europa sembra essere ossessionata dall’austerità. Paese dopo paese, sia i mercati finanziari che la UE la costringono ad avviare la riduzione del disavanzo del suo settore pubblico. E, se questo non fosse ancora abbastanza, 25 dei 27 stati membri hanno sottoscritto da poco un nuovo trattato (chiamato “intesa fiscale”) che li dovrebbe obbligare a non raggiungere mai un deficit di bilancio corretto per il ciclo economico superiore al 0.5% del PIL. (Per un confronto, nel 2011 il deficit di bilancio degli Stati Uniti si è chiuso al 8% del PIL).
Ma, poiché l’economia europea rischia di cadere in depressione, numerosi osservatori si domandano se l’ “austerità” potrebbe essere controproducente. La riduzione della spesa pubblica (o un aumento delle tasse) potrebbe comportare un declino così pesante dell’attività economica da far crollare gli introiti e di fatto deteriorare ulteriormente la situazione fiscale?
Questo è altamente improbabile, dato il modo in cui funziona la nostra economia. Inoltre, se fosse vero, ne seguirebbe che i tagli all’imposizione fiscale comporterebbero la riduzione dei deficit di bilancio, poiché una crescita economica più rapida genererebbe maggiori entrate, anche ad aliquote fiscali più basse. Questa asserzione è stata comprovata svariate volte negli USA, dove i tagli fiscali sono stati invariabilmente seguiti da deficit maggiori.
In Europa, l’attenzione di oggi è focalizzata piuttosto sul rapporto debito/PIL. La preoccupazione è che il calo del PIL dovuto all’ “austerità” possa essere così forte da incrementare l’indice di indebitamento. Questo è importante, perché gli investitori usano spesso l’indice di indebitamento quale indicatore della sostenibilità finanziaria. Dunque, un deficit minore potrebbe di fatto far aumentare le tensioni sui mercati finanziari.
Tuttavia, un disavanzo inferiore deve portare nel tempo ad un indice di indebitamento più basso, sebbene questo peggiori nel breve periodo. Dopotutto, la maggior parte dei modelli utilizzati per analizzare l’impatto economico delle politiche fiscali lasciano intendere che la riduzione della spesa, per esempio, fa diminuire la domanda nel breve periodo, ma che dopo poco l’economia ritorna al livello precedente. Dunque, nel lungo periodo, la politica fiscale non ha un impatto duraturo sul prodotto (o soltanto molto piccolo). Questo vuol dire che qualsiasi impatto negativo una domanda più bassa possa avere sul debito nel breve periodo, il rapporto verrebbe compensato in seguito (nel medio o nel lungo periodo) da un rialzo della domanda che riporta l’economia al suo livello precedente.
Inoltre pur supponendo che anche gli effetti di una decurtazione definitiva della spesa pubblica sulla domanda e la produzione siano stabili, la riduzione del PIL rimarrebbe un episodio isolato, mentre la diminuzione del disavanzo continuerebbe ad avere un impatto positivo sul livello di indebitamento anno dopo anno.
È da notare che si è giunti a questa conclusione senza ricorrere a ciò che Paul Krugman ed altri hanno beffardamente definito “confidence fairy” alias “fata fiducia”. Negli USA, non sarebbe effettivamente sensato aspettarsi che un disavanzo inferiore si traduca in un premio di rischio più basso – per la semplice ragione che il governo americano paga già tassi di interesse estremamente bassi.
Ma, anche senza l’effetto fiducia, il bipartisan Ufficio Bilancio del Congresso è arrivato alla conclusione che, seppure la decurtazione del deficit statunitense abbassa la domanda, ciò comporta anche la riduzione dell’indice di indebitamento in modo stabile. Tutto questo dovrebbe essere tanto più vero per i paesi della zona euro, come l’Italia e la Spagna, che al momento pagano un premio di rischio superiore al 3-4%. Per questi paesi la fata fiducia si è trasformata in un mostro.
La domanda cruciale allora diviene: conta di più l’effetto della riduzione del disavanzo nel rapporto debito/PIL nel breve periodo o a lungo termine?
I potenziali acquirenti di titoli italiani a dieci anni dovrebbero tener conto dell’impatto a lungo termine della riduzione del deficit sul livello del debito, che quasi certamente è positivo. Naturalmente, alcuni partecipanti al mercato potrebbero non essere razionali, e richiedere un premio di rischio più elevato in seguito al peggioramento dell’indice di indebitamento nel breve periodo. Ma quanti concentrano la loro attenzione sul breve termine rischiano di perdere il loro denaro, perché il premio di rischio alla fine è destinato a diminuire nel momento in cui cambierà l’indice di indebitamento.
Abbandonare le politiche di austerità per paura che i mercati agiscano in modo miope vorrebbe dire solo rimandare il giorno della resa dei conti, in quanto nel lungo periodo l’indice di indebitamento è destinato ad aumentare. Inoltre, è altamente improbabile che un paese come l’Italia, per esempio, possa pagare un premio di rischio più basso se continua ad ampliare il proprio disavanzo.
Sarebbe pericoloso per i paesi della zona euro fortemente indebitati abbandonare ora l’austerità. Qualsiasi paese entri in una fase di accresciuta avversione al rischio con un eccesso di debito di grandi dimensioni si trova di fronte solo a brutte scelte. La messa in atto di programmi di austerità credibili rappresenta il male minore, anche se ciò può aggravare la recessione ciclica a breve termine. (Source: PS)

Come commentare? Lasciamo che siate proprio voi a commentare. Io non posso che ribadire quanto detto in apertura. Quali sono le soluzioni che possiamo considerare alternative? Ma soprattutto, ci sono soluzioni?
Vediamo cosa raccontano i fantastici lettori di I&M su questo frizzante e assolutamente determinante (per il nostro futuro!) problema.

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STAY TUNED!

DT

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22 commenti Commenta
l.b.chase
Scritto il 7 febbraio 2012 at 12:01

Stiamo assistendo da mesi ad una commedia maldestramente organizzata da una associazione a delinquere formata da banche (che comandano le banche centrali) e politica.
Questa organizzazione si sta impegnando all’inverosimile per convincerci di avere scoperto una sorta di arma segreta, con la quale combattere una crisi sistemica da essi stessi partorita. L’arma in questione sarebbe, secondo la loro propaganda – un sistema che contro ogni legge di mercato – permetterebbe di tappare voragini di debiti immense senza pagare alcuna conseguenza. In pratica tutto quello che fino ad oggi ci hanno insegnato a scuola e cioè che nulla si crea e nulla si distrugge, esattamente come deve accadere anche in economia, secondo questi signori non sarebbe più valido. Non è più una verità assoluta in quanto: se esiste veramente un sistema per il quale, delle così dette banche centrali possono stampare selvaggiamente moneta, senza doverne pagare alcuna conseguenza, automaticamente significa che qualcosa si può creare dal nulla e senza distruggere nulla.
Ma siamo veramente certi che sia così?
Siamo veramente sicuri che un sistema così delicato come quello economico, possa non essere drammaticamente sconvolto da uno stravolgimento così radicale delle regole su cui esso si basa?
Siamo veramente sicuri che per tappare un buco non sia necessario aprirne uno ancora più grande?
Ebbene secondo me non solo non lo siamo affatto, ma non lo sono nemmeno coloro che fanno da registi a questa grande farsa. Perchè se fossero così sicuri di ciò che vogliono propagandarci, a quest’ora non saremmo qui a discutere se sia opportuno o meno continuare a (regalare) soldi alla Grecia. Perchè non ha senso farsi certi scrupoli quando si ha in mano la macchinetta magica per creare denaro dal nulla, “senza rischiare nulla”…
Se invece continuano a domandarsi se darglieli o meno questi soldi è perchè qualcuno di loro evidentemente, sa benissimo che la stampante magica ha efficacia soltanto fino a quando esiste l’ingradiente principale e cioè la fiducia dei mercati nel valore di quella valuta. Ma se cominciamo a far vedere ai mercati che abusiamo di quella stampante, allora le condizioni potrebbero drammaticamente precipitare da un momento all’altro.
Quindi ai tanti fiduciosi che si sono lasciati incantare dalla propaganda dell’organizzazione a delinquere suggerisco: prima di dare per scontato che ogni problema dell’economia globale possa essere facilmente risolto con una bella stampata, chiedetevi cosa può succedere nel momento in cui inevitabilmente verrà meno la fiducia sul reale valore di quella carta straccia, perchè è così che finirà. Fino ad oggi si è fatto di tutto per impedire ai mercati di esprimere il proprio giudizio e riempirgli gli occhi di fumo. Ma prima o dopo capiterà che quel fumo e quelle restrizioni non saranno più sufficienti e allora si tornerà a chiederci come si fa a creare moneta che abbia un valore, senza che questa provenga da lavoro e sacrifici.
Non bisogna mai dimenticare infatti che quelle banconote che ognuno di noi tiene in tasca, altro non dovrebbero essere che l’espressione di un lavoro ed un sacrificio tradotto (per convenzione e facilità di scambio) in carta. Ma se qualcuno trucca il gioco, stampandosele in cantina e quindi senza fare alcun sacrificio se le trova in mano, corre il rischio che una volta scoperto quelle banconote tornino a valere soltanto il prezzo della carta.
Per come la vedo io, questa associazione si sta giocando la partita tutta sul rischio di essere scoperta, ma tanto va la gatta al lardo…

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Scritto il 7 febbraio 2012 at 12:08

l.b.chase@finanzaonline,

Veramente un ottimo commento L.B.Chase :D

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pasolo
Scritto il 7 febbraio 2012 at 12:27

l.b.chase@finanzaonline,

hai sintetizzato l’enorme presa per il c…. su cui si sta basando l’occidente; BRAVO!!!

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l.b.chase
Scritto il 7 febbraio 2012 at 12:53

Dream Theater,

pasolo@finanza,

Grazie troppo buoni… Il problema è che fino a quando il non lo capirà il parco buoi, resteremo tutti vittime di questo sistema mangia ricchezza. C’è troppa ignoranza in ambito economico/politico. Così siamo facili prede e vittime di questi aguzzini.

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luigiza
Scritto il 7 febbraio 2012 at 13:01

Mi permetto di riportare qui il commento di un lettore che si firma ‘first em’ apparso sul blog di Bimbo Alieno che ben descrive come e perchè siamo a questo punto.

E’ assurdo che a un’assoluta libertà di azione corrisponda la totale deresponsabilizzazione sugli esiti che quelle azioni hanno prodotto e che a pagare la quota maggiore sia chiamato chi al banchetto ha raccattato solo le briciole.

Il sistema è in tilt perchè si fa ancora finta di non capire che siamo andati troppo in là (con le cifre) per pensare di scaricarle sulla collettività o, meglio, si può provare (temporaneamente) a farlo, ma con la conseguenza di accelerare l’implosione del quadro sociale.

E questo è quanto penso io:

Più che assurdo direi che é criminale l’azione ed ancor più criminale, sconfinante col tradimento, la accettazione della deresponsabilizzazione di coloro che quella azione hanno compiuto.

Ed é proprio il far finta di non capire (da parte loro) he comincia ad essere insopportabile a chi ha capito e ne ha le scatole piene di farne le spese.

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luigiza
Scritto il 7 febbraio 2012 at 13:06

Dimenticavo:

al trdimento la comunità DEVE rispondere con la fucilazione … alla schiena

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leone51
Scritto il 7 febbraio 2012 at 13:12

Penso che ormai austerity o no, serve solo che le bolle scoppino e che il sistema salti, così che si possa ripartire che un sistema più sano. se no è merda

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max cohen
Scritto il 7 febbraio 2012 at 13:36

com’è già che si chiamano quelli che stampano moneta…aspetta non mi viene…ah sì, FALSARI

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bombadillo
Scritto il 7 febbraio 2012 at 13:39

leone51@finanza,

E’ dal 1630 circa che gli ‘investitori’ si fanno intortare passando da una bolla speculativa all’altra (tulipani, Mississippi e compagnia cantante); il problema è che l’uomo è ricco d’avarizia e povero di memoria e quindi difficilmente il sistema salterà per dar vita a qualcosa di meglio. Purtoppo… :cry:

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bombadillo
Scritto il 7 febbraio 2012 at 13:43

Pardon… intendevo ricco di avidità. :wink:

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zr7
Scritto il 7 febbraio 2012 at 14:59

Scusa ma la BCE può stampare moneta?

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john_ludd
Scritto il 7 febbraio 2012 at 15:07

Austerity ? Mi ricordo tanti anni fa quando durante una delle tante fasi instabili della nostra economia, il cronista di turno intervistò l’imperatore del tempo Gianni Agnelli che se ne uscì con “ci vogliono più sacrifici”. Certamente, ma allora come oggi, non per tutti, o meglio per tutti tranne qualcuno. Quando cambierà tutto questo ? Ci sono tre gruppi, uno, piccolo, è quello che i sacrifici non li fa ed è pure il responsabile massimo dello sfacelo. Un secondo gruppo, una sparuta pattuglia forse, conosce i fatti e la storia abbastanza bene da capire come stanno realmente le cose: è convinto che siano necessari un paio di anni molto ma molto difficili, di quelli che non si dimenticano mai, ma che poi sorge un nuovo sole. Il terzo gruppo, molto vasto, vive di illusioni che gli vengono vendute e rinnovate ogni 6 mesi. Convinto di avere più da perdere che da guadagnare, si astiene, urla “governo ladro”, poi dopo questa catarsi emotiva che ripete ormai con un ritmo compulsivo, si occupa di altro. Finché la composizione dei gruppi non si altera sufficientemente, la crisi continuerà tra dramma e operetta, tra tragedia e farsa.

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lampo
Scritto il 7 febbraio 2012 at 16:16

bombadillo,

Concordo… il problema è proprio la memoria corta… oppure la mancanza di conoscenza.

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zr7
Scritto il 7 febbraio 2012 at 17:36

l.b.chase@finanzaonline,

scusa ma la bce può stampare moneta?

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paolo41
Scritto il 7 febbraio 2012 at 19:33

l.b.chase@finanzaonline,

..arrivo tardi, ma sono doverosi i complimenti per il commento !!!!

zr7@finanza,

…non c’è bisogno di stamparla, basta …scriverla…nei bilanci !!!

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paolo41
Scritto il 7 febbraio 2012 at 19:35

Dream Theater,

questo post si lega bene con l’altro che hai postato un paio di giorni fa:

http://intermarketandmore.finanza.com/cosa-e-il-fiscal-compact-e-dove-ci-porta-41408.html

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gainhunter
Scritto il 7 febbraio 2012 at 20:53

La questione è: austerity per chi?
Austerity per le imprese = minore produzione, maggiore disoccupazione (molte chiudono)
Austerity per la gente = minori consumi
Austerity per lo stato = minore spesa per servizi e investimenti, oppure minori sprechi
Penso che la risposta sia evidente…

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l.b.chase
Scritto il 7 febbraio 2012 at 21:06

zr7@finanza,

scusa ma non capisco la domanda…

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gainhunter
Scritto il 7 febbraio 2012 at 21:17

l.b.chase@finanzaonline,

Stampare = comprare tempo.
Se si compra tempo senza fare nient’altro (deleverage, nazionalizzazioni, ecc.) è inutile.
Se si compra tempo e nel frattempo si fa qualcosa (per esempio si tagliano i costi inutili dei bilanci degli stati, si lascia fallire qualche banchetta, magari quelle che hanno rischiato di più), allora forse ne vale la pena e si può evitare il collasso successivo.
Se si fa saltare tutto il sistema, va bene a chi si è preparato da tempo, ma non va bene a chi era ignaro della situazione, magari proprio perchè era impegnato a lavorare e fare sacrifici.
Poi resta la questione del dopo. Leggo a volte commenti del tipo che bisogna far collassare il sistema e ripartire da zero. Ok, supponiamo di far collassare il sistema. E poi? Siamo sicuri che a prendere il controllo del nuovo sistema non siano gli stessi personaggi che hanno creato il castello di carta che oggi vogliamo far saltare? Oppure che qualcuno prenda la scusa del fallimento del capitalismo e del liberismo per eliminare anche la democrazia?
Non è meglio sfruttare il tempo che stanno comprando per diffondere la consapevolezza e coinvolgere quante più persone possibili affinchè il popolo possa riprendere il potere e eleggere gente che nazionalizzi le banche e si opponga a un sistema monetario sbagliato?

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lexmumble
Scritto il 8 febbraio 2012 at 10:08

Se poi si aggiunge l’assoluta incapacità di governare la coperta sparisce del tutto

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/guai-siciliani-leuropa-blocca-220-milioni/189487/

la replica del governatore

http://www.livesicilia.it/2012/02/07/messo-fine-a-porcherie-del-passato-i-fondi-ue-non-abbiamo-perso-un-euro/

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zr7
Scritto il 8 febbraio 2012 at 11:34

l.b.chase@finanzaonline,

mi riferisco al fatto che la bce ha come obiettivo principe il contenimento dell’inflazione, pertanto trovo che sia un controsenso “stampare”, anzi uso il termine creare così non vengo bacchettato, ulteriore moneta. E’ solo un dubbio che mi era venuto.

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