SPECIAL REPORT: Il disastroso successo dell’EURO

Scritto il alle 16:33 da gaolin@finanza

Ecco perchè l’Italia è finita in un inferno da cui non potrà più uscire

A dire il vero, la presente serie post era nata con un altro titolo che, nelle intenzioni, doveva essere: Il clamoroso disastro dell’EURO.

Visto però che tutti noi appartenenti all’Unione Europea siamo stati recentemente insigniti del premio Nobel per la Pace, mi è parso il caso di ammorbidirne i toni, specie se si deve cercare di argomentare un titolo decisamente in controtendenza rispetto alla maggioranza degli opinioni leader che oggi imperversano nei media allineati e che vanno per la maggiore in Italia e non solo.

Premetto che la mia opinione negativa sull’EURO deriva dalle convinzioni che mi sono fatto nel corso della mia ormai lunga attività imprenditoriale, iniziata e formatasi in Italia e poi svolta, per periodi adeguatamente lunghi dal 1994 ad oggi, in 7 paesi diversi, tutti molto differenti fra loro e ben rappresentativi del contesto economico mondiale. In questo ruolo ho dovuto continuamente e su diversi fronti confrontarmi con il problema della competitività.

In merito mi son fatto l’opinione che, a parte gli addetti ai lavori che sono pochi, pochi altri ne capiscano le implicazioni positive e negative che ci sono per un’impresa che opera in un mercato sottoposto alla dura legge della competizione internazionale.

Discorrendo del tema in giro per il mondo è molto diffusa l’opinione che l’Europa si sia ficcata in un enorme pasticcio, tutto suo, da cui però nessuno sa come poterne uscire con pochi danni. In effetti è proprio così.

L’interdipendenza delle economie reali dei vari paesi e soprattutto l’intreccio finanziario globale nel quale tutti si trovano coinvolti induce i governanti europei a ricercare continuamente palliativi e provvedimenti tampone per rinviare la resa dei conti, SPERANDO che in qualche modo i sempre maggiori squilibri fra le economie si assestino nel tempo.

DOMANDA

Ma come mai siamo arrivati a una situazione in cui constatiamo che la moneta unica, invece di allineare e/o rendere complementari le varie economie europee, come a suo tempo ci venne detto sarebbe successo,  ha prodotto invece una profonda e insanabile divaricazione delle stesse?

Per comprendere il fenomeno è il caso di fare qualche sommaria analisi dell’evoluzione delle economie dei  vari paesi dell’Unione Europea in questi ultimi 15 anni, ovvero dalla nascita dell’euro come unità di conto, concentrando l’attenzione su quei dati che riflettono in modo particolare il dinamismo dell’economia reale e la competitività di una nazione che sono:

1.      l’andamento del PIL;

2.      il valore e l’andamento dell’import-export delle merci e servizi

3.      il saldo delle partite correnti, in VALORE ASSOLUTO e RAPPORTATO al PIL. 

Per uniformità tutti i valori sono stati reperiti dal sito della World Bank e sono espressi in USD, al cambio di riferimento ufficiale dei vari anni considerati.

Ricordo che il saldo delle partite correnti di ogni stato tiene conto dei flussi finanziari relativi all’import-export di beni e servizi, agli introiti o esborsi per utilizzo di licenze e know-how, al pagamento o ricevimento di interessi, dividendi, pensioni, rimesse di espatriati, entrate e uscite turistiche. Il resto è poca cosa.

QUANDO ERA IN VIGORE IL GOLD STANDARD QUESTO SALDO NON POTEVA SCOSTARSI DI MOLTO DALLO ZERO, se non per periodi limitati, pena crisi valutarie più o meno pesanti.

Vediamo allora questi dati, relativi ad  alcune nazioni dell’area EURO e ad altre economie fuori da quest’area ma particolarmente importanti o significative dello scacchiere mondiale. In merito ho scritto alcuni personali commenti su questi dati, sulla genesi e l’evoluzione degli stessi nel tempo e sulle certe o probabili prospettive economiche future.

Per percepire e comprendere meglio questi dati bisognerebbe tener conto della variazione del tasso di cambio delle varie valute con il $ (USD) ma ciò complicherebbe l’analisi che, per quanto qui interessa, è comunque molto significativa.

Cominciamo dal paese dell’area Euro più disastrato e che per primo è entrato in crisi.

GRECIA

La Grecia è un caso molto interessante da analizzare se non altro per capire a quale livello di sconsideratezza sono arrivati i padri fondatori della moneta unica, al momento di stabilire chi poteva entrare nel “paradiso” dell’EURO. Costoro erano così tanto convinti della bontà della loro idea che hanno fortemente voluto imbarcare nella comitiva iniziale pure questa nazione che, da subito, non aveva nessun fondamentale per poterci entrare, al di là dei dati taroccati che a suo tempo furono presentatati e, tantomeno, per restarci stabilmente.

Già, a suo tempo bastò che gli inaffidabili governanti greci, facessero qualche operazione di maquillage sui loro fondamentali indici finanziari, aiutati dai maghetti della finanza internazionale, per essere accolti a braccia aperte nell’Unione Monetaria. Come è andata lo sappiamo. Dopo alcuni anni di bagordi la nazione greca si trova ora stritolata dai debiti.

Prima di altre considerazioni, vediamo un po’ questi dati e soprattutto la loro evoluzione negli ultimi 8 anni.

La Grecia accettò un tasso di conversione di 340,75 Dracme per 1 Euro. Ciò minò da subito la competitività della propria economia reale, rispetto a quelle degli altri paesi. La debole industria manifatturiera greca fu in breve letteralmente tramortita. Infatti, per sopravvivere, gran parte delle industrie produttive si convertirono al trading, molto più facile e soprattutto vantaggioso economicamente.  La Grecia in poco tempo divenne un paese dove si produceva poco e si consumavano prevalentemente prodotti importati, dalla Germania e Cina in particolare.

Risultato: il deficit commerciale, dato dal divario fra import ed export, divenne in breve enorme, mentre i proventi da turismo non erano in grado di compensarlo, con conseguente creazione di un forte saldo negativo delle partite correnti.

I numeri della tabella sopra ci dicono che la Grecia è convissuta in questi ultimi 8 anni con un deficit delle partite correnti mediamente pari al 10%, dico 10%,  del proprio PIL.

E’ incredibile come per così tanti anni la finanza sia riuscita in qualche modo a compensare, con flussi entranti in Grecia, questo enorme squilibrio. Lo ha fatto però fino al punto che ormai la Grecia è da considerare un paese fallito, senza alcuna possibilità di risollevarsi fintanto che starà nell’Euro. Prima di riacquistare competitività con le ricette della Troika passerà almeno una generazione.

E’ un sacrificio che la popolazione greca potrà sopportare? Io credo di no.

Ricostruire un sistema industriale manifatturiero che è stato quasi totalmente perso necessiterebbe di condizioni di competitività ancora migliori di un odierno paese low-cost dell’est europeo. Condizione impossibile da realizzare finché una parte privilegiata del paese, ovvero coloro che sono dipendenti o con introiti collegati all’amministrazione statale, continuerà a godere di privilegi e sicurezze da casta intoccabile pagati in EURO.

E poi che senso ha tutto ciò? Che senso ha somministrare a un malato molto grave cure che, è stato dimostrato, non fanno altro che prolungare l’agonia, aggravando ancora di più il suo stato di malato cronico? Questa breve analisi della situazione greca serve da esempio, già vissuto, per immaginare verso quale destino andranno o potrebbero andare incontro altri paesi se si continuerà a mantenere il dogma dell’irreversibilità dell’Euro e a farsi comandare dagli interessi delle oligarchie finanziarie, dei burocrati di Bruxelles e quelle interne dei vari paesi, sorretti da politici incompetenti o interessati a mantenere in vita, il più a lungo possibile, un’unione monetaria europea nata malissimo, zoppa e non in grado di fare da traino per uno sviluppo uniforme di tutti i paesi ma piuttosto l’esatto contrario, come ormai tutti si rendono conto è già avvenuto.

Vediamo il secondo paese dell’area Euro entrato in crisi

IRLANDA

Rispetto alla Grecia i discorsi sono molto diversi. L’Irlanda entrò da subito nell’area Euro in quanto aveva dei fondamentali da fare invidia a tutti gli altri per certi aspetti.

Pur non essendo un paese dal PIL pro capite fra i migliori, L’Irlanda era in pieno boom economico, grazie a una politica fiscale molto attrattiva per le aziende, che ha fatto sì che questo paese diventasse la piattaforma logistica ideale per le multinazionali e i grossi gruppi industriali con rilevanti interessi nell’area Europea.

Per descrivere meglio la situazione irlandese guardiamo la stessa tabella vista per la Grecia.

I lettori noteranno certamente l’enorme valore, rispetto al PIL, dell’import-export di questo paese. Gran parte di questo import-export è riconducibile alle multinazionali industriali che utilizzano l’Irlanda come piattaforma logistica. Per dirla semplicemente l’Irlanda è un paese attraverso cui transitano fisicamente ma più spesso solo formalmente, le merci provenienti da paesi low-cost, Cina in primis. Merci che poi vengono destinate ai siti produttivi o mercati allocati in altri paesi della UE, con un consistente incremento di valore e con conseguenti enormi utili da tassare in Irlanda.

Il motivo di questo giro, apparentemente inutile, è banale. In Irlanda le imposte sul reddito d’impresa (12,5%!!!) sono le più basse di tutta Europa e ciò consente di avere utili regolarmente tassati, riconosciuti tali dagli altri paesi,in barba a ogni Befera della situazione.

Questa anomalia interna all’UE è una delle tante che rendono l’Unione Monetaria un’inestricabile coacervo di interessi diversi e spesso contrapposti fra i paesi aderenti, che ormai possono essere suddivisi fra paesi forti, furbi, deboli, fessi o un mix di questi.

Come noto la crisi finanziaria dell’Irlanda non è dipesa dall’andamento dell’economia reale produttiva ma dalle operazioni finanziarie rischiose compiute dalle banche irlandesi in giro per il mondo e dal sostegno scriteriato dell’ immensa bolla immobiliare scatenatasi in questo paese.

Ma come è andata poi? La finanza ha pagato per queste sue irresponsabilità? Manco per sogno. I maghi della finanza, i cui interessi sono prioritari e che alla fine comandano, sono comunque riusciti a far accettare ai politici e al popolo irlandese un accollo di debiti tale da compromettere per lungo tempo lo sviluppo economico di questo paese e, come effetto collaterale per gli altri paesi dell’unione europea, a dover continuare ad accettare il mantenimento sine die dell’anomala tassazione societaria irlandese. Situazione che farà sì la gioia degli interessati ma che renderà i paesi più fessi ancor di più tali.

Alla fine, l’Irlanda ce la farà a uscire dalla crisi restando nell’Euro, magari dopo tanti anni? Credo di sì ma alle spalle anche degli altri paesi, in particolare di quelli più fessi. Italia in primis.

Vediamo ora il Portogallo.

PORTOGALLO

Per questo paese valgono buona parte delle considerazioni fatte per la Grecia, anche se inizialmente i suoi fondamentali, validi per l’entrata nell’unione monetaria, erano buoni. Ma quale era la debolezza di questa nazione?  Vediamo di capirlo analizzando i soliti dati:

La dimensione economica del Portogallo è simile a quella greca. Anche il Portogallo entrò nell’Euro con un valore di conversione della propria valuta tale da rendere la sua economia reale non competitiva. Questa sua debolezza, come nel caso greco, da subito ha portato il saldo dell’import-export fortemente in negativo, con conseguente forte sbilancio del saldo delle partite correnti che, come si può notare, è stato simile a quello greco. Per dieci anni circa la finanza ha compensato questo divario, generando però un debito verso l’estero del Portogallo sempre maggiore e in rapida crescita. La crisi del 2008 ha messo ben in evidenza tutto ciò e da lì è cominciato il calvario anche di questo paese.

Anche in questo caso non c’è possibilità di ripagare questo enorme debito verso l’estero accumulato. Anche l’economia reale portoghese è andata a farsi benedire ed è anch’essa ridotta ai minimi termini e mai e poi mai, come per la Grecia, potrà portare la sua dimensione e la sua competitività al punto da invertire significativamente il trend del saldo delle partite correnti restando nell’Euro.

Quale sarà il suo destino? Con le regole comunitarie dettate e a misura della Germania non c’è nulla da fare. Prima o poi il default arriverà e poi si vedrà quello che succederà. In ogni caso nulla di buono né per il Portogallo né per gli altri, compresi i paesi virtuosi dell’UE.

Veniamo ora ai paesi dimensionalmente più importanti dell’economia europea. Cominciamo dalla Spagna

SPAGNA

In questo paese ebbi modo di soggiornare con frequenza per ragioni di lavoro dal 1994 fino al 2004.

Allora, all’inizio, fui impressionato dal dinamismo che caratterizzava quell’economia. Molte aziende collegate ai grossi gruppi internazionali vi si allocavano, attratte da questo paese che era ormai emerso dall’emarginazione e dalla lunga stagnazione provocata dal regime franchista.

La legislazione del lavoro spagnola già allora prevedeva delle flessibilità che in Italia sono arrivate 5-6 anni dopo, mentre il più basso costo della manodopera rendeva questa economia molto competitiva.

Ci fu un vero e proprio boom economico durato 10 anni circa che, chi si ricorda, portò a considerare la Spagna un paese in forte sviluppo, in grado di raggiungere e addirittura superare in breve tempo il livello di reddito pro capite medio italiano, che già allora aveva cominciato a crescere poco.

Dal 1990 prese avvio pure la bolla immobiliare che diventò gigantesca e ingestibile alcuni anni prima del 2008. Ricordo ancora bene come il sogno di avere un proprio piso (appartamento) era accessibile con facilità. Le banche erogavano finanziamenti senza tanto badare alla solvibilità dei contraenti, spinte dall’euforia generata dal boom economico ancora in corso.

A me pareva incredibile come così poca attenzione venisse posta al problema della solvibilità dei soggetti contraenti i mutui. Abituato alle ben più rigide regole vigenti al tempo in Italia o Francia o Germania, nutrivo forti perplessità sulla sostenibilità di una tale situazione. Ma tant’è, le banche si muovono come gli gnu, quando inizia la traversata del fiume non c’è nulla che tenga, tutti dalla stessa parte, tanto se tutti fanno così vuol dire che va bene.

A  parte questi discorsi, utili a comprendere cosa poi è successo in Spagna, allora stava maturando la grande idea di creare la moneta comune che avrebbe dovuto garantire all’Europa pace e prosperità eterna.

La Spagna allora aveva tutti i fondamentali a posto, anzi molto migliori della media dei primi paesi aderenti e quindi candidato indiscutibile ad entrare nell’Euro fin dalla prima ora.

C’era però un aspetto fondamentale, tenuto però in nessuna considerazione, che costituiva il tallone d’Achille di questo paese. La sua economia reale, a causa dell’isolamento causato dal franchismo non possedeva gruppi industriali nazionali di caratura internazionale o distretti industriali in grado di fare sistema in certi settori merceologici. La produttività del sistema industriale spagnolo era bassa e la convenienza, per il momento, derivava solo dai più bassi salari in vigore. Inoltre le grosse aziende in Spagna erano quasi tutte a capitale straniero con il conseguente pericolo che non appena le condizioni di competitività sarebbero mutate in peggio queste se ne sarebbero andate altrove così come erano arrivate.

Inoltre, con l’entrata nell’Euro in pompa magna ci fu in Spagna un incremento del costo della vita e dei costi per le imprese esagerato e governato ancor peggio che in Italia. Iniziò un progressivo smantellamento delle industrie create dalle multinazionali che iniziarono a de localizzare ancor prima che in Italia.

In più la bolla immobiliare, divenuta colossale, cominciò verso il 2006 a manifestarsi in tutta la sua devastante fragilità con il risultato che in breve l’economia reale spagnola collassò, perché troppo esposta a questo settore, che aveva fatto da traino per oltre 15 anni. Il collasso dell’immobiliare portò con sé anche quello del sistema finanziario che, come noto, è il supporto fondamentale di questo settore.

Anche per la Spagna analizziamo i soliti dati:

Ora la Spagna si trova in un vicolo cieco e da brividi. Edilizia al collasso totale e industria manifatturiera smantellata. Insomma la discreta quota di economia reale produttiva, che c’era prima dell’avvento dell’Euro, si è in breve dissolta e da allora la dipendenza dall’estero per i prodotti industriali e di consumo è divenuta esagerata, quasi al pari di Grecia e Portogallo. Il saldo delle partite correnti, che si nota in tabella, lo evidenzia in modo inequivocabile. La Spagna per i suoi consumi dipende dagli approvvigionamenti dall’estero con conseguente sempre maggior indebitamento verso gli altri paesi. Poteva durare?

NO!! Come stanno ben sperimentando anche gli spagnoli.

Speranze di uscire da questa situazione restando nelle attuali regole tedesche dell’unione monetaria?

NO!! La competitività di un paese non si recupera con le ricette della Troika. Il tempo non gioca a favore dei deboli, semmai il contrario. Ci vuole ben altro, se si vuole avere un futuro diverso la quello della miseria perenne, che sarà garantita alla Spagna restando nell’Euro.

FINE DELLA PRIMA PARTE

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9 commenti Commenta
paolo41
Scritto il 19 Febbraio 2013 at 18:01

Keep going!!!!! ti seguo come un segugio….

sturmer
Scritto il 19 Febbraio 2013 at 20:17

Non so chi sei o che faccia hai, ma dopo vaer letto questo se ti candidi ti voto senza alcun dubbio!!!!!!

OTTIMO!!!!

sturmer
Scritto il 19 Febbraio 2013 at 20:18

sturmer@finanza:
Non so chi sei o che faccia hai, ma dopo aver letto questo se ti candidi ti voto senza alcun dubbio!!!!!!

OTTIMO!!!!

Scusa… troppa fretta!! 🙂

kry
Scritto il 19 Febbraio 2013 at 21:04

Comunque e vero che l’euro è un successo per chi sta svalutando nei suoi confronti e disastroso per chi è costretto a conviverci. Andando fuori tema rispetto all’euro e prendendo per valido il detto tutto il mondo è paese ( sfruttando la tua esperienza in vari paesi ),non credi che un pò tutti i paesi emergenti assomiglino alla spagna e che alla fine si vada tutti a gambe all’aria se non si è in grado di gestire al meglio la situazione favorevole ( un pò come ha fatto l’italia agli inizi anni 70 dopo il miracolo economico). E’ pur vero che gli altri paesi a differenza della spagna sono più liberi e possono attuare svalutazioni competitive sul proprio cambio ma alla fine diventa un gioco che conoscevamo prima dell’introduzione dell’euro.

lampo
Scritto il 20 Febbraio 2013 at 07:53

Ottimo!
Aggiungo solo che la Grecia era uno dei maggiori importatori di armi in Europa (prima del 2006 anche su scala mondiale), principalmente dalla Germania, Francia, Paesi Bassi e Italia.
books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1203.pdf (pag. 7)

gaolin
Scritto il 20 Febbraio 2013 at 10:05

kry@finanza,

I prossimi post chiariranno alcuni quesiti che ha posto. Adesso parto per l’aeroporto per andare in un paese dove lavorare dà soddisfazione, in tutti i sensi.

kry
Scritto il 20 Febbraio 2013 at 11:46

Per carità signor Gaolin addiritura del lei. Buon lavoro e per via della soddisfazione sono invidioso.

pinco14
Scritto il 20 Febbraio 2013 at 13:40

Complimenti! Ottimo articolo, ben scritto e ben spiegato
Aspetto curioso di leggere il report sull’Italia 🙂

tommy271
Scritto il 21 Febbraio 2013 at 15:20

Inserisco i dati corretti ( a seguito revisione dei bilanci greci effettuati secondo norme ELSTAT) saldo partite correnti:

2009 -10,3%
2010 – 9,2%
2011 – 8,6%
2012 – 1,68%

In questo modo si capisce un pò meglio verso quale direzione sta andando la Grecia.

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