Italia: un paese e un’economia che rischia di morire

Scritto il alle 14:36 da gaolin@finanza

GUEST POST: PRESA DIRETTA – Chi l’ha vista? Lo sfogo di un imprenditore che per non chiudere ha dovuto delocalizzare

Oggi, lunedì 10/10, mi è venuto il dubbio che la trasmissione Presa Diretta di domenica sera (10 ottobre) non l’abbia vista nessuno. Eppure, forse mai come questa volta, è stata fotografata con tanta crudezza e realtà la situazione, a dir poco disastrosa anzi, per meglio dire, tragica dell’agricoltura del Sud Italia.

Vedendo le immagini mi sono tornate alla mente i tempi, circa 25 anni fa, in cui per ragioni di lavoro avevo un po’ girato quei luoghi. Le distese di serre si perdevano a vista d’occhio, specie nella zona di Vittoria-Pachino e dintorni. Anche se parecchio frenata dai poteri parassitari delle mafie locali, si respirava un’aria di prosperità. Impressione allora confermata dal direttore di una banca locale.

Al tempo, la vocazione agricola di quelle zone rigogliose, fornitrici di primizie gustose, faceva a pugni con il cimitero industriale della vicina Zona Industriale di Priolo, che nelle intenzioni doveva diventare un polo industriale nazionale del settore petrolchimico.

Fra me e me allora pensavo alla dabbenaggine della politica nazionale e agli sporchi interessi delle oligarchie politico-economiche-mafiose locali, che spingevano alla realizzazione di costosissime iniziative imprenditoriali destinate a un sicuro fallimento. Allo sviluppo di un’agricoltura moderna ed efficiente, che sfruttasse il favorevole clima e la vocazione di quelle terre, invece non ci si pensava più di tanto. C’era poco da mangiarci sopra evidentemente.

Già, il Sud Italia non ha per sua cultura una vera vocazione industriale. La competizione in regime di libera concorrenza non è normalmente di gradimento di questi popoli che, invece, di altre virtù ne hanno, eccome.

Senza divagare su questi temi, quello che fa specie è stato per me constatare che invece ha fatto molto più clamore e suscitato citazioni l’intervista a “Che Tempo Che Fa”, sempre domenica sera, della Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, figlia di un vero imprenditore, Steno, con il pelo sullo stomaco irto come
quello di un cinghiale, per rendere l’idea. Lei però non è di quella pasta.

L’intervista è stata di una pochezza assoluta, come si usa dire oggi. Un po’ di affermazioni generiche, di quelle che la gente ama sentire e nulla più. Nulla della grave situazione in cui si trova l’economia reale italiana che perde ogni giorno pezzi , sia nell’industria grande, piccola e media, che nell’agricoltura, che nel commercio, che nel turismo, che nella finanza. La scarsa azione del governo in carica, diciamo così per non buttarla in politica, unita alla mancanza di volontà di prendere atto da parte dei mass media che la situazione della nostra economia reale sta precipitando, è davvero preoccupante.

Non si tratta di fare terrorismo ma di voler capire cosa sta accadendo.

Eppure per chi la vuol capire, più volte si è fatto riferimento alla impossibilità di uscire vincenti, nello scenario dell’economia globalizzata, se i propri costi, espressi in Euro, sono troppo elevati. Più volte è stato detto che da paesi stranieri,che hanno i costi espressi in valute locali, arrivano prodotti agricoli a prezzi molto più bassi, tradotti in Euro, che sono assolutamente non remunerativi per gli agricoltori italiani e tali da rendere non conveniente perfino la raccolta di quanto a suo tempo piantato o seminato. La voce disperata degli agricoltori che stanno perdendo tutto sembra non scuotere le coscienze dei più o meno opulenti estensori di articoli giornalistici. Della fatica, vera in questo caso, di coloro che lavorano la terra per rimetterci anche il costo delle sementi, concimi, fertilizzanti, ecc… non gliene frega proprio a nessuno.

Il discorso non vale però ormai solo per l’agricoltura del Sud Italia ma in generale vale per tutta la penisola e questo vorrà pure dire qualcosa.

Ma possibile che siamo così incoscienti da non capire quale disastro incombe sulla nostra povera Italia, se continuiamo con questo atteggiamento?

Ma possibile che a nessuno venga in mente che stiamo vivendo in diretta le nefaste conseguenze di una adesione alla moneta unica (Euro) che ogni giorno di più, per l’economia reale italiana, si sta rivelando una scelta sciagurata, per cui bisognerebbe per lo meno mettere alla gogna coloro che l’hanno voluta e se ne sono vantati fino pochi anni fa?

Ora non lo fanno più e si dovrebbe dire meno male se non fosse perché stanno facendo di peggio. Dicono che non se ne può più uscire perché sarebbe una sciagura ancora peggiore. A dire il vero qualcuno, anche molto in alto politicamente, lo aveva detto o l’ha adesso capito ma non si può dire. Guai a proferire che l’Euro ci sta trascinando al disastro nelle sedi istituzionali, nei media allineati, nelle discussioni pubbliche. A chi lo fa, vedi l’ex ministro Antonio Martino, viene in pratica tolta la parola. Evidentemente gli interessi di pochi sono infinitamente preponderanti su quelli dei molti.

Si dirà: è sempre stato così.

E’ vero. E’ una verità che stiamo oggi vivendo, oggi più che mai.

Personalmente non sono uno che ha perso tutto causa l’Euro, come forse potrebbe qualcuno pensare, vista la rabbia espressa in questo post. Nel mio caso è l’esatto contrario. Controvoglia ho dovuto fare l’imprenditore che coglie le opportunità e le spinte del mercato, cosciente di agire, per garantire la sopravvivenza della propria azienda, contro l’economia del proprio paese.

Proprio così, ho dovuto delocalizzare la produzione che in Italia non era economicamente più possibile mantenere. E mi hanno detto pure bravo. Bravo, per aver ridotto da 450 a 150 i dipendenti in Italia e nel contempo aver creando all’estero 2 unità produttive da 600 e 240 dipendenti.

Quanto tutto ciò sia stupido lo lascio alle opinioni e commenti dei lettori.

Gaolin

 

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37 commenti Commenta
paolo41
Scritto il 12 ottobre 2011 at 16:10

Gaolin,
mi hai battuto sul tempo…stavo scrivendo qualcosa di analogo…
Ma aggiungo un altro caso, denunciato ieri sul quotidiano QN locale. Come sai la lucchesia è (o forse era) uno dei più importanti distretti cartieri italiani. Non sto ad annoiarvi con disquisizioni tecniche (le cartiere moderne hanno bisogno di sistemi di cogenerazione per essere competitive) e vengo subito alle conclusioni. Ebbene, dopo aver buttato sei anni, due milioni e mezzo di euro per pratiche, consulenze, burocrazie e ricorsi al Tar per avere l’autorizzazione ad un termovalorizzatore che non è mai arrivata e mai più arriverà, il titolare Sig.Pasquini, vicepresidente di Assocarta e titolare di “Cartiera Lucchese spa”…ha trasferito la produzione in Francia, dove lo hanno accolto a braccia aperte, nel rispetto di tutte le regolamentazioni ivi vigenti !!!!!!
Ci stiamo uccidendo con le nostre mani, alla barba di tutte le retoriche di confindustria, sindacati e politici vari !!!!

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idleproc
Scritto il 12 ottobre 2011 at 17:05

Tristemente… condivido il tutto. All’epoca, i “dissidenti” oltre a non aver spazi erano additati al pubblico ludibrio. Oggi si continua. Nemmeno il confronto tra idee diverse che può arricchire e migliorare quella maggioritaria… almeno predisponendo un via di fuga… Metodo SalvaCasta, questo era lo scopo, questo hanno raggiunto, allargandola.

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idleproc
Scritto il 12 ottobre 2011 at 17:26

PS. …saranno gli stessi gattopardi che fra un pò ti insulteranno in quanto i veri Patrioti sono loro… ho visto quella trasmissione. Su questo Blog esistono punti di vista diversi sull’europa ma credo che su di un punto possiamo essere concordi: è stata costruita sbagliata nei fondamenti e la “e” è minuscola. Penso possiamo concordare anche sul fatto che l’Italia abbia la necessità di una ristrutturazione sistemica che non sia progettata per l’ennesima volta per salvaguardare la Casta ed il suo apparato legislativo e di regolamentazioni auto-contradditorie che la rendono permanente nel suo sistema di potere feudale al di là dei governi.

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lacan2
Scritto il 12 ottobre 2011 at 17:31

Premetto che non sono imprenditore. Chiedo a voi quali sarebbero le conseguenze se tornassimo alla nostra valuta perchè io non riesco a immaginarle, sicuramente faremmo default. Alcuni di voi direbbero che passeremo tra i due e cinque anni drammatici e poi, forse, torneremo pian piano ad avere il tenore di vita di prima.
Chi pagherebbe le conseguenze: ovviamente i più poveri, i giovani, i dipendenti, coloro (anche benestanti ) che non riuscissero ad esportare all’estero propri risparmi, forse altre categorie di cui non ho voglia di sforzarmi a pensare.
Chi pagherebbe o guadagnarebbe da un ritorno alla lira? Gli imprenditori che esportano all’estero, i grandi capitali, coloro che per conoscenza, istruzione e mezzi economici riusciranno a emigrare i propri capitali e risparmi (e probabilmente già li hanno) all’estero. Il paese si spaccherebbe in due.
Ci buttiamo nel buio sperando che funzioni, e potrebbe anche funzionare, chissà. La mia opinione è che le conseguenze sarebbero pesanti per gran parte degli italiani.

D’altra parte la domanda è : sono possibili altre soluzioni? La svalutazione è l’unica opzione possibile per restare competitivi?
Lascio ad ognuno di noi la risposta, continuare così certamente ci porterà ad un declino inevitabile, e faccio alcune considerazioni.

1)Una partita di calcio si gioca con le stesse regole, io me la cavo a giocare a pallone ma se dovessi giocare contro un avversario che utilizza anche le mani, diventerebbe dura per me, traduzione: in Cina si può inquinare, ci sono per ora pochissime regole, i lavoratori lavorano in condizioni non dignitose, ecc ecc.. è ovvio che difficilmente si potrà competere con questi. Oltre a questo, sono un popolo affamato. Gli stessi tedeschi che si crogiolano vantandosi di esportare alta tecnologia, molto presto verrebbero copiati in termini di qualità perchè l’infomazione ha pochi limiti spaziali e temporali e presto anche i cinesi produranno prodotti di qualità, molto prima di quanto s’immagini (sono 1,5 miliardi, statisticamente non è difficile pensare quanti buoni cervelli possano avere).
Io mi chiedo: possibile che dobbiamo farli entrare in europa a braccia aperte e costringere le nostre aziende a rispettare le regole comunitarie. Un po’ di protezionismo??? (peccato che ci stiano comprando).
La globalizzazione non è stata proprio un affare per la classe media (la più numerosa) occidentale .. si è sempre detto che avremmo avuto tutti i benefici del mondo, alcuni li abbia avuti (bassa inflazione per molto tempo) ma da molti punti di vista no. Qui la politica dovrebbe intervenire.

2) La svalutazione è davvero l’arma per combattere questo tipo di concorrenza? Ci mettiamo a concorrere quindi sul prezzo e non sulla qualità? Io mi chiedo se non sia un gioco al ribasso in termini di tenore di vita medio.

3) Sappiamo tutti in Italia cosa non va, vogliamo cominciare a cambiare qualcosa? Io mi chiedo: se il patrimonio degli italiani fosse, come le stime ci dicono, tra i 4 e gli 8 mila miliardi di euro, ed essendo il debito pubblico intorno ai 2000 miliardi, è evidente che l’italia ha complessivamente gli attivi per far fronte alle proprie obbligazioni. Visto che rispetto ad altri paesi europei abbiamo un patrimonio procapite maggiore (anche verso la Germania) e abbiamo il terzo debito al mondo, significa che abbiamo goduto di servizi ad un prezzo inferiore di quello che realmente costavano, servizi che altri hanno pagato privatamente di più. Per questo parte di questi patrimoni dovrebbero essere utilizzati per ricapitalizzare lo stato (ovviamente dopo aver privatizzato il possibile e tagliato la spesa improduttiva). Il problema è semmai come far pagare i cittadini, perchè alcuni di essi si sono arrricchiti a spese dello stato (appalti non concorrenziali o tramite corruzione, baby pensioni, evazione fiscale ecc), non un problema da poco.

4) la tassazione in un paese che vuol crescere non può essere più favorevole a chi decide di non lavorare a chi decide di lavorare, le rendite devono essere tassate di più del lavoro, ovviamente una maggiore tassazione delle rendite dovrebbe finanziare una riduzione del costo del lavoro per imprese e lavoratori.

5) non sto a parlare di tutte le cose che abbiamo letto e straletto in fatto di burocrazia, ricerca, liberalizzazioni, corruzione, evasione.. le abbiamo lette tutte…

Detto questo, ci sono più strade (anche l’uscita dall’euro), ma domandiamoci: è l’euro l’unico nostro problema? Chi ha aumentato i prezzi quando l’euro è entrato in auge, Trichet? Oppure sono stati commercianti, enti pubblici, e via dicendo? Quindi noi?

Nel darsi le proprie risposte occorre anche pensare che un’uscita dell’euro deve trattare come si pagheranno i debiti dell’italia, in euro o in lire? probabilmente in euro ma forse se così fosse non li pagheremo…

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edefede
Scritto il 12 ottobre 2011 at 17:50

A costo di rivcevere una serie di insulti provero’ ad andare controcorrente…..

Secondo me la soluzione di svalutare la moneta e’ la soluzione semplice per risolvere la crisi che pero’ non risolve nulla; periodicamente in Italia e’ successo e si e’ tornati sempre al punto di partenza, perche’ invece di risolvere i problemi si e’ usata la “scorciatoia”; la svalutazione risolveva la crisi ma tutte le inefficienze del sistema non vengono affrontate.

Adesso con l’euro questa soluzione non puo’ essere seguita, la moneta ha tutti i limiti che ben conosciamo (soprattutto essere la moneta del area economica unita che non esiste) ma ci costringera’ a degli interventi dolorosi che pero’, spero, affronteranno i problemi mettendo le basi per una ripresa ne lungo periodo.

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hironibiki
Scritto il 12 ottobre 2011 at 17:53

La soluzione c’è ma non la si attuerà mai e si chiama produzione locale. Produrre ciò che serve e basta.
Lavoro come consulente in un grande quotidiano.. Ditemi a che serve produrre 10.000 riviste? Che poi la maggior parte sono una copia dell’altra (esempio per la casa, per il gossip, per lo sport e potrei continuare). A che scopo? Si certo lavorano tante persone, ma ritorno alla domanda principale a che scopo? Abbiamo i giornali. E allora? Dobbiamo tornare ad una vita più tranquilla, semplice, dove si lavora ma solo per necessità. Perchè dobbiamo produrre così tanto? Ogni giorno guardano la spazzatura che si produce mi chiedo.. Perchè? Perchè dobbiamo andae ai supermercati essere pieni di ogni prelibatezza quando alla fine ci sono così tante cose che “il troppo storpia”. Non è meglio allora avere un piccolo centro rionale dove il raccolto magari è stato fatto poco distante piuttosto che grandi magazzini con decine e decine di negozi all’interno?
E la tecnologia? Dove vanno tutti i pc che cambiamo? Facciamo la raccolta differenziata ma a cosa serve se buona parte dei prodotti non può essere riciclata?
Partiamo dalla piramide per poi scendere. Cambio mentalità, via le banche, via le lobbi, le grandi industrie.. Torniamo ad usare i prodotti come un tempo, forse si mangerà meno carne ma almeno sarà sana e non allevata con prodotti di dubbia qualità..

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idleproc
Scritto il 12 ottobre 2011 at 18:05

lacan2@finanza,

L’Italia con l’adesione all’euro ha rinunciato alla sovranità finanziaria e monetaria che sono due premesse per fare una programmazione economica razionalizzatrice interventista da parte dello Stato senza vincoli UE. Non sto parlando delle cattedrali nel deserto. Anche sulla questione appalti, per via della normativa UE finanzieremmo multinazionali estere. L’agricoltura è stata demolita e non è più remunerativa per via di normative UE varie e del fatto da non sottovalutare che la grande distribuzione oligopolista (estera) tende a determinare sia i prezzi alla produzione che al consumo. Sei sicuro che le risorse della patrimoniale non finiranno in gran parte dove sono finiti finora sottratte ai redditti da lavoro ed i capitali pubblici e privati? Solo con una razionalizzazione guidata dal buon senso, utilizzando anche le risorse agricole del Sud potremo avere quelle che ci servono per aumentare con la tecnologia la produttività, la qualità dei prodotti e fare innovazione e vendere. Un imprenditore serio può solo continuare a fare l’imprenditore (capitalizzare e reinvestire) e seguire le regole del gioco che non ha scelto lui o rinunciare. Lo Stato siamo noi. L’imprenditore ed i lavoratori sono invece da soli nella competizione del mercato globale. Sta allo Stato Italiano creare le condizioni per vincere insieme. La Casta ha fallito.

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gainhunter
Scritto il 12 ottobre 2011 at 18:46

Concordo sui dubbi di Lacan2: alla fine pagherebbero i soggetti più deboli.
Un altro dubbio è questo: QUANTO bisogna svalutare per essere competitivi e riportare la produzione in Italia?

Alternativa: E se invece di uscire dall’Europa svalutassimo l’Euro, come sta avvenendo ultimamente?

Non risolveremmo il problema dell’autonomia decisionale che giustamente ci fa notare Idleproc, ma per questo basterebbe essere più incisivi e meno assenteisti nel Parlamento europeo; il debito pubblico dell’Italia fa paura e per questo è un’arma a nostro vantaggio, usiamolo per farci sentire.

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mtwapa
Scritto il 12 ottobre 2011 at 18:59

quoto lacan2 in toto

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idleproc
Scritto il 12 ottobre 2011 at 19:08

gainhunter,

…bisognerebbe fare l’Europa Stato Federale come da illo tempore e presumo da molto tempo prima che incocciassi nel suo Blog, sostiene DT. Non ci ho mai creduto per via delle premesse… Il problema oggi diventa sempre più complesso quando anche negli US stanno cominciando a discutere se sono troppo grandi ed accentrati per chiamarsi ancora Democrazia. La crisi finanziaria ha evidenziato i centri di potere al di fuori del controllo dei Cittadini, imprenditori & lavoratori. Allucinante ad es. quello che è successo a Gibson per via di qualche kg di legno “intoccabile” quando altri paesi fanno quello che vogliono…

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gainhunter
Scritto il 12 ottobre 2011 at 19:22

idleproc@finanza,

Guarda, io sono sempre stato un antieuropeista, fin dagli anni 90, per cui concordo in pieno.
Quello che mi fa davvero paura è come ne usciamo senza suicidarci.
Se se ne discute e salta fuori un piano di uscita che abbia conseguenze accettabili, benissimo. Il problema è che nessuno sa quali sarebbero le conseguenze…

Magari il mio punto di vista è condizionato dal fatto che il lavoro ce l’ho e ho anche dei risparmi, e quindi avrei molto da perdere rispetto a un disoccupato con il conto in rosso, ma uscire dall’Europa oggi mi spaventa, sul serio.

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vichingo
Scritto il 12 ottobre 2011 at 20:22

Gaolin,
capisco il tuo sfogo perché il sistema Italia è come lo hai descritto, ma ti pongo questo quesito: i contratti di lavoro che hai stipulato con tutti quei lavoratori, sono dignitosi in relazione al costo della vita di quel paese dove hai “delocalizzato? Perché è qui che “casca l’asino”, non so te, ma tanti imprenditori che spostano le proprie attività all’estero,se possono farlo, per legge di quel paese, incamerano ricavi esagerati, trascurando l’aspetto più importante, che è quello umano……………..

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lucianom
Scritto il 12 ottobre 2011 at 20:56

Mamma mia , quanti discorsi, ma non vi accorgete che l’ euro sta diventando sempre più forte, non vi viene il dubbio che il problema sta altrove, tento di indovinare “forse negli USA?” :mrgreen:

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idleproc
Scritto il 12 ottobre 2011 at 21:48

gainhunter,

Le tue sono parole sagge di un uomo saggio. Ho le stesse preoccupazioni. Non si può comunque fare nulla senza una strategia d’uscita sia economica che di politica estera. Servono alleanze. Accordi economici e politici. Questo lo si può fare solo con una classe dirigente al’altezza della situazione. E’ una precondizione. Lo è anche per stare in questa europa ammesso che sopravviva. Gli stati nazionali in europa esistono e seguendo le regole di “mercato” dei rapporti di forza ci esproprieranno. Temo di più i francesi dei tedeschi. Non credo che chi ci ha svenduti sia la soluzione. Mi perdoni chi la pensa diversamente ma è una mia opinione vi garantisco disinteressata.

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idleproc
Scritto il 12 ottobre 2011 at 22:14

lucianom,

…il problema è lì, proprio negli US, anche da un punto di vista di politica interna e sociale loro… gli stanno fallendo anche le “municipalità”… solo che loro sono uno stato federale nazionale con una politica estera e di propaganda…

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Scritto il 12 ottobre 2011 at 22:31

Bell’articolo, bei commenti, stimolanti come sempre, sfortunatamente li ci fermiamo… Lo stato come entita’ non siamo noi, e’ il cancro dentro di noi, a che diavolo serve avere 3 milioni di persone pagate una media del triplo di un normale dipendente? Per quali servizi? La scuola? La sanita? Le infrastrutture? La difesa del territorio? Boh! Mi sembra di vedere che tutto sommato non siamo cosi’ di avanguardia… Cosa fare? Licenziare la meta’ degli statali per risanare i debiti? sai che botta al PIL! Mi sembra che tutte le soluzioni che leggiamo in giro siano molto teoriche, utopiche se non dire retoriche… Infatti il problema e’ nella moralita che stiamo perdendo di giorno in giorno, nell’avidita, nell’invidia sociale… E non c’e’ manovra che tenga per ristabilire il PIL di quelle qualita’ che oramai sono latitanti… Siamo troppo interconnessi per cercare una soluzione Nazionale, bisognerebbe bandire tutta la speculazione, opzioni, futures… Vuoi investire? Compra una azione in cui credi, guadagna se l’azienda guadagna, perdi se l’azienda fallisce…. Ma anche qui l’avidita e la immoralita impera, le societa’ creano team di managers parassiti per sforbiciare i bilanci e lasciare briciole a chi magari detiene il 70% delle azioni (il famoso flottante pirla)…
E questo vale per tutti i settori incluse le charities che raccolgono danari per scopi umanitari e alla fine devolvono il 5% di quello che incassano, tutto il resto puff sparito in spese. Intendiamoci non e’ che nel passato le cose andavano meglio iniziando dai Caino ed Abele che rinascono ogni cinque minuti….
Personalmente sto’ diventanto misantropo…
Forse e’ meglio un asteroide…

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lucianom
Scritto il 12 ottobre 2011 at 22:45

mariothegreat@finanza,

Non esagerare “un asteroide” suvvia la vita è bella malgrado tutto, una bella e buona compagna, una cena con veri amici ed un buon bicchiere di vino. Come posso avere paura del futuro quando da ragazzo compravo mezzo etto di olio barattando quattro uova. Pensi che torneremo a quei tempi, io non ho paura, anzi li rimpiango.

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Scritto il 12 ottobre 2011 at 23:41

lucianom,

Che .azzo ! Ma non si puo’ piu’ vivere, almeno nel medioevo non mi rintracciavano con il GPS… C’e’ bisogno di un ritorno a dei valori che non siano necessariamente il benessere economico…

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    Scritto il 12 ottobre 2011 at 23:52

    E tu pensa il mio tramma con il RIM… :cry: :mrgreen:

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gainhunter
Scritto il 13 ottobre 2011 at 08:09

idleproc@finanza: Le tue sono parole sagge di un uomo saggio.

Esagerato! :oops:

idleproc@finanza: Non si può comunque fare nulla senza una strategia d’uscita sia economica che di politica estera. Servono alleanze. Accordi economici e politici. Questo lo si può fare solo con una classe dirigente al’altezza della situazione. E’ una precondizione. Lo è anche per stare in questa europa ammesso che sopravviva.

Vero…
E a proposito di accordi e alleanze (intraeuropee), un’altra condizione affinchè si possano fare (oltre alla classe dirigente all’altezza) è che si “smascherino” i bilanci degli altri, perchè quando tutti saremo *ufficialmente* nella stessa barca anche i presunti stati virtuosi dovranno “abbassare la cresta”, lasciare da parte gli interessi nazionali e convincersi a unire le forze. Magari non succederà, ma fin quando persisterà la farsa degli “stati virtuosi” non potrà mai succedere, neanche con la migliore classe dirigente di questo mondo, e allora sto al 100% con te.
Per quanto riguarda alleanze extraeuropee, tipo con la Russia, è un altro discorso.

idleproc@finanza: Gli stati nazionali in europa esistono e seguendo le regole di “mercato” dei rapporti di forza ci esproprieranno. Temo di più i francesi dei tedeschi. Non credo che chi ci ha svenduti sia la soluzione. Mi perdoni chi la pensa diversamente ma è una mia opinione vi garantisco disinteressata.

A questo proposito, una riflessione: che senso ha che le multinazionali (quelle che ci comprano i nostri gioielli) siano ancora così legate, da un punto di vista fiscale, a un singolo stato?
Così come non ha senso che una piccola azienda locale (un bar, per esempio) paghi le tasse a una presunta Unione Europea, non ha molto senso che una multinazionale con sede in Francia le paghi solo (o prevalentemente) in Francia (sempre che non le paghi in ogni caso in Lussemburgo…).

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Scritto il 13 ottobre 2011 at 08:29

Dream Theater,

Ah ah ah… mi sa che torniamo ai pizzini!

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gaolin
Scritto il 13 ottobre 2011 at 09:11

Che dire ragazzi.
Da una buona parte dei commenti denoto che alla fine prevale la paura, lo scoramento, la ribellione senza sbocchi.
Insomma mi vien da dire che le oligarchie parassitarie ce l’hanno fatta. Hanno annichilito in larga parte degli italiani giovani la voglia di fare, di intraprendere, di rischiare, di darsi da fare per un futuro migliore per sé e, di conseguenza, per tutti.
Ormai sembra che, più che a pensare a come si potrebbe fare per avviare una VERA ripresa economica, si pensa a come poter tutelare al meglio i propri risparmi (chi ce li ha), a come mantenere il proprio status economico continuando a vivere del lavoro degli altri, a cosa verrei a perdere se avessi una lira svalutata in tasca, ovvero a come sarebbero le mie vacanze all’estero con meno potere d’acquisto in tasca, a quanto costerebbe in più un IPhone importato, ecc ecc….
Ricordo che l’Italia, che fino all’avvento dell’Euro, anno 2002, aveva una bilancia commerciale in leggero avanzo, ora deve affrontare una situazione di disavanzi sempre più crescenti. Ormai siamo al 2% circa del PIL. Certo non paragonabile al 10% della Grecia ma, altrettanto certamente, da far preoccupare ben bene chi dovrebbe avere in mano le redini del paese.
Stranamente di questi problemi in Italia se ne parla pochissimo. Per lo più ci si limita a sciorinare qualche dato positivo di qualche settore senza alcuna analisi di qual’é la tendenza o sono le previsioni.
Posso dire invece che da altre parti del mondo se ne parla diffusamente. Molto in TV, moltissimo in convegni appositamente organizzati, sulla stampa e anche nei discorsi della gente comune.
Eppure l’Italia ce la potrebbe ancora fare se più che a conservare privilegi e risorse già accumulate si pensasse al futuro dell’economia reale, a quella dei propri figli e a insegnare loro, più che a difendere il valore del patrimonio creato dai padri, a farselo loro, con il lavoro, l’impegno e l’onestà,
Si può fare ma ci vuole passione ed entusiasmo, virtù tipicamente giovanili.
Domanda: Ma è proprio così ancora?

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maurobs
Scritto il 13 ottobre 2011 at 10:08

mariothegreat@finanza: Infatti il problema e’ nella moralita che stiamo perdendo di giorno in giorno, nell’avidita, nell’invidia sociale…

Concordo al 100%….io sono cinquantenne e ricordo che nel periodo estivo delle vacanze scolastiche trovavo un lavoretto per potermi permettere qualche sfizio(vespa primavera vero satus symbol di giovani di allora) e cominciavo a sentire le prime cazziate per rispetto dell’orario e fare bene il proprio lavoro. Di più in questi lavoretti saltuari ero assicurato,perchè la legislazione vigente lo permetteva.Ora non è più cosi….i giovani studenti d’estate devono riposarsi(complici i genitori) la legislazione non permette più queste piccole assunzioni e qui la burocrazia per tenerci soggiogati ha fatto il suo capolavoro.Purtroppo oggi è quasi impossibile fare qualsiasi cosa se non conosci qualcuno che ti indirizzi verso la persona giusta anche solo per avere una informazione.Questo è il sistema clientelare che è stato creato…un’eccesso di leggi che ti costringono ad usare sempre più consulenti….un gigantesco ammortizzatore sociale che ci costa un patrimonio………last but not least noi italiani: mi sorprendo sempre quando vedo da noi le file…che non sono indiane ma ad imbuto perchè ognuno deve essere più furbo dell’altro e passare davanti….e si vede dappertutto:in coda al semaforo dove per guadagnare lo spazio di 2 auto vengono fatte manovre assurde pericolosissime,al supermercato do si infilano con i carrelli alla tua dx e sinistra uffici pubblici non provvisti di elimina code……..ho sempre in mente le fotografie della corsa agli sportelli Northern rock dove le persone stavano tranquillamente in fila aspettando il proprio turno.purtroppo qui da noi non è cosi per mentalità,poi sicuramente il proliferare dell aburocrazia ha fatto il resto

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paolo41
Scritto il 13 ottobre 2011 at 10:42

gaolin@finanza,

certe volte ti viene veramente lo scoramento a vedere come il nostro paese dimostri scarse forze di reazione per cercare di ribaltare la situazione e tornare ad essere una forza industriale nel contesto europeo e mondiale. Si respira una certa forma di lassismo e di fatalismo per niente positiva. Credo che un contributo venga anche dal fatto che la popolazione che lavora sta invecchiando e tende quindi a difendere quel poco o tanto che è riuscito a raggiungere e i giovani, non me ne vogliano, nella maggior parte dei casi non hanno nerbo. Proteste e retorica tanta, anche fra i nuovi virgulti di Confindustria, e si preferisce fare lo scarica barili invece di rimboccarsi le maniche e assumere iniziative mirate a rinforzare il tessuto nazionale.
Personalmente dò una grossa fetta di responsabilità anche alla continua diatriba che contraddistingue i nostri politici, come se uno fosse meglio degli altri, dimenticandosi che la sommatoria delle loro capacità professionale è meno che zero; altro contributo negativo viene dalla maggior parte della stampa, sempre critica nei confronti dei fatti interni e spesso ingiustamente esaltatrice dei paesi esteri.
Come sai, sono da vari anni un fautore dell’uscita dall’euro e capisco benissimo che per un paio di anni si andrebbe incontro a una situazione di lacrime e sangue, ma è una delle ultime possibilità per uscire dall’agonia economica che stiamo subendo.
Ma hai fatto un commento sacrosanto: siamo un paese senza educazione, sia nella sua accezione generale sia in campo economico, e questo comporta un ulteriore handicap (oltre ai tanti altri che abbiamo).
Mi piacerebbe chiudere questo breve commento con una battuta di ottimismo, ma credo che invece, almeno sul breve-medio termine, dovremo ancora soffrire.

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idleproc
Scritto il 13 ottobre 2011 at 11:04

paolo41,

maurobs@finanzaonline,

…non sono pessimista, quando la partita diventa difficile è molto più divertente giocarla che uscire dalla partita e stare a guardare… non importa l’età. La prole sta giocando la sua noi continueremo a giocare la nostra.

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lacan2
Scritto il 13 ottobre 2011 at 12:17

Ciao Gaolin,

Il mio commento non vuole essere la difesa dello status quo, ma aveva l’intento di porsi delle domande. Anzi, sono molto interessato alla tua opinione perché un imprenditore ha un occhio privilegiato nelle problematiche della crescita, aggiungo che la tua proposta non la escludo come una soluzione ma nutro qualche dubbio.
La prima domanda che mi farei è: è sostenibile il tenore di vita occidentale alla luce della concorrenza dei paesi in via di sviluppo? Ovvero sono sostenibili gli stipendi occidentali, la produttività del lavoro occidentale nella globalizzazione?
Probabilmente la risposta è più no che si.
La vera risposa (ahimé) è che per essere competitivi con la produttività dei paesi in via di sviluppo i paesi occidentali dovrebbero lavorare di più, inquinare di più, rispettare meno diritti e regole, meno assistenza e pensioni più basse. Forse lavorando 13 ore al giorno potremmo mantenere pensioni attuali e redditi reali attuali a sacrificio di più lavoro. Ma la vita è solo lavoro?
A me pare che la globalizzazione che ci hanno venduto negli anni 90’ sia una convergenza al ribasso dei tenori di vita rispetto a quelli dei paesi in via di sviluppo.
Vorrei dire qualcosa su quello che ormai è diventato un luogo comune: prodotti di qualità. Mah… sotto questo luogo comune c’è sempre la presunzione che noi siamo più intelligenti degli altri e che il livello della nostra tecnologia difficilmente sarà raggiunto dai paesi in via di sviluppo. Sbagliato! La rivoluzione dell’informazione ha fatto saltare il banco, questi paesi presto produrranno beni di buona qualità sfruttando fattori della produzione più a buon mercato rispetto ai paesi occidentali.

Nel caso italiano la risposta alla nostra domanda è: NON E’ SOSTENIBILE. Ma la stessa risposta l’avrebbero molti altri paesi.

Detto questo, la prossima domanda è: quali azioni possono aiutarci a vivere il meglio possibile data questa situazione?

In questa seconda domanda tu hai proposto un ritorno alla lira… io ho qualche dubbio e mi chiedo: ma i problemi italiani sono dovuti interamente all’Euro? Gli Stati Uniti con il dollaro non mi pare abbiano una bilancia dei pagamenti positiva nonostante stiamo facendo di tutto per svalutare il dollaro. La stessa Germania mi pare abbia bilance dei pagamenti positivi anche con l’euro…
Prima di pensare ad un ritorno alla lira, possiamo fare qualcos’altro per cambiare il sistema Italia ? (e sappiamo che ci sono molte cose da fare). A me pare di si.

Detto questo può essere legittima la posizione di chi pensa che l’Italia non diventerà mai la Germania (differenze culturali difficilmente modificabili in breve tempo) e che non abbiamo il tempo per cambiare storture che impiegherebbero anni e anni per essere modificate… solo in quest’ultimo caso il ritorno alla lira potrebbe essere un tentativo per ripartire. Ma i problemi resterebbero…
E poi nel fare delle scelte non bisogna solo pensare alla crescita ma alla crescita reale (depurata da inflazione) e alla distribuzione di questa crescita… A me non piace un paese dove l’70% della ricchezza è detenuto dal 10% della popolazione… Se la nostra classe dirigente non è capace di proporre qualcosa di diverso al ritorno alla lira, beh… avremo ciò che ci meritiamo..

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gaolin
Scritto il 13 ottobre 2011 at 12:19

maurobs@finanzaonline,

paolo41,

Io però un po’ di ottimismo ce l’ho.
La tecnica per svegliare le menti e i corpi intorpiditi c’è ed è vecchia come il mondo.
Perchè uno impari a nuotare bisogna buttarlo in acqua senza pensarci tanto su. La gran parte delle persone ce la fa. Gli altri, in qualche modo bisogna aiutarli. Alla fine tutti, più o meno, imparano.
Garantisco che in tutto il mondo funziona, anche dove non te lo saresti aspettato.
I più in difficoltà sono quelli che sono abituati ad agrapparsi agli altri per stare a galla e sono anche quelli più perocolosi perchè, pur di salvare sè stessi, ovvero il loro status, sono disposti a tutto.
Sarebbe auspicabile che oltre ai tanti lamenti, commenti e denuncie delle cose che non vanno, ci fossero anche quelli in cui si nota la voglia e lo spirito di darsi da fare.

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lacan2
Scritto il 13 ottobre 2011 at 12:26

Vorrei aggiungere che l’Italia dovrebbe porsi anche la domanda su quali conseguenze abbia avuto la rivoluzione eelettronica e digitale sul mondo moderno…I casi Apple, Google, Facebook parlano da soli.. non mi sembra che la tecnologia per creare questi colossi sia inacessibile… vogliamo come paese accorgerci che la tecnologia ormai abbraccia la nostra vita e non possiamo far finta che non esista?
E vogliamo renderci sonto dell’impatto che sta avendo e avrà sul nostro sistema economico e sociale?

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lacan2
Scritto il 13 ottobre 2011 at 12:30

Gaolin

rispetto all’ultimo commento, sono d’accordo con te… l’atteggiamento giusto è quello di darsi da fare… e impegnarsi

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paolo41
Scritto il 13 ottobre 2011 at 14:25

maurobs@finanzaonline,

gaolin@finanza,

lacan2@finanza,

non è sufficiente!!!! non possiamo cancellare quello che il mondo del lavoro occidentale si è guadagnato con cento anni di lotte e sacrifici a vantaggio di chi sta sfruttando (in altre occasioni ho detto “schiavizzando”) le proprie forze di lavoro per togliere il lavoro agli altri.
E in tale drammatica strategia sono, in primis, coinvolte le multinazionali (inclusa la tanto decantata Apple) e il mondo politico che vive e vegeta sui regali delle lobbies.
Ricordiamoci sempre che se non c’è lavoro (che sia agricoltura o industria o servizi) non ci sono santi che tengano…siamo destinati a svanire sempre più velocemente.

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lampo
Scritto il 13 ottobre 2011 at 15:09

Aggiungo all’interessante discussione, che mai come in questo momento la conoscenza è stata così a portata di mano di tutti, con un semplice clic del mouse.
Il problema è che forse, ci hanno talmente bombardati con i vari stereotipi del consumismo a tutti i costi e di bisogni effimeri… che abbiamo perso la capacità di utilizzarla per migliorare il mondo che ci circonda e magari creare qualche posto di lavoro in più.
Siamo diventati pigri… nel senso di aspettative future e voglia di fare per realizzare qualcosa di nuovo (basta andare a comprarlo…).

Per questo condivido pienamente sul fatto che l’atteggiamento gusto è quello di darsi da fare e impegnarsi, avendo il coraggio di estraniarci un attimo e spegnere la fonte dei bombardamenti mediatici. Vedrete quante idee vengono fuori…

Poi c’è il problema di riuscire a condividerle… per realizzarle. Anche qui siamo diventati troppo individualisti… e abbiamo sempre paura dell’altro, che ci porti via l’idea o che ci freghi.

Proviamo a creare dei progetti coordinati, sia come aspettative e obiettivi da raggiungere, compreso ovviamente il profitto che ci è necessario per realizzarlo. Coinvolgiamo quante più persone possiamo… (i nuovi mezzi di comunicazione ce lo permettono… guardate solo il mondo dell’opensource cosa è riuscito a creare) e passiamo alla realizzazione.

Vedrete che le soddisfazioni non mancheranno… assieme anche agli inconvenienti!
Mi rivolgo soprattutto ai giovani… che hanno quella temerarietà, apertura mentale e voglia di riuscire… che le generazioni più vecchie… dovrebbero aver perso… diventando più razionali e quindi “meno competitivi”.

Insomma bisogna rischiare… ovviamente in maniera il più possibile calcolata. :-)

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gaolin
Scritto il 13 ottobre 2011 at 15:16

lacan2@finanza,

Alle tue domande e al tuo commento in generale rispondo spiegando cosa fanno i grandi paesi esportatori est asiatici per essere competitivi.

Innanzitutto non è generalmente vero ciò che da noi si vuol credere. Ovvero non è vero che in Cina, ad esempio, sia normale lavorare 13 ore al giorno, in condizioni di sicurezza come da noi 30 anni fa, in ambienti insalubri e via dicendo, per una modesta scodella di riso. La Cina è un continente enorme dove c’è di tutto, anche aziende arretrate in tutti i sensi ma anche di quelle il cui livello di modernità è a dir poco invidiabile.

Premesso questo, si può dire che la gran parte delle aziende che esportano in occidente si presentano bene, i lavoratori fanno le loro 8 ore giornaliere, più gli straordinari quando serve. Ppercepiscono salari che consentono loro di vivere dignitosamente e di risparmiarne una buona parte, come fanno tutti gli asiatici. Ciò perché il sistema di sicurezze sociali è ancora ai primordi.

Quello che bisognerebbe ben comprendere è che un salario è più o meno buono in relazione al suo potere d’acquisto nel paese dove viene percepito. Vale a dire il salario cinese non devo tradurlo in Euro per capire se è alto o basso ma devo sapere qual è il costo della vita in Cina per fare la giusta valutazione. Ragionando così si scopre che oggi il salario di un operaio cinese ha un potere d’acquisto in Cina superiore a quello di un equivalente operaio di molti paesi est europei, ad esempio e non molto più basso di quello di un italiano. Proprio così.

Vero è che in Cina, Giappone, Corea, Taiwan, Singapore ecc. i lavoratori fanno in un anno molte ore di lavoro in più che da noi. Da noi si fanno circa 1.650 ore all’anno, nei paesi asiatici superare le 2.000 è normale. Inoltre i ritmi che loro hanno sono quelli che avevamo noi ancora 15-20 anni fa ma che oggi abbiamo scordato.

Ma il fattore che determina la competitività di un paese, rispetto ad un altro, non è certo il potere d’acquisto del salario percepito dai lavoratori nei 2 paesi ma il fattore parità monetaria fra le valute.
Vale a dire che se un lavoratore percepisce 5000 Yuan in Cina e 2.500 EUR in Germania e, se nei rispettivi paesi questi salari avessero lo stesso potere d’acquisto il cambio dovrebbe essere 2 a 1.
Invece no 1 EUR vale 8,7 Yuan circa, ovvero il 400% in più in termini di potere d’acquisto. Ciò fa sì che un ottimo salario in Cina diventi una miseria se vado a spenderlo in Europa mentre i 2.500 EUR sono una fortuna se li vado a spendere in Cina.

Questo apparente miracolo è determinato dal fatto che le parità monetarie non sono da tempo collegate al potere d’acquisto delle varie valute ma dai movimenti finanziari internazionali che, come noto, hanno raggiunto valori tali da rendere trascurabili quelli relativi agli scambi commerciali.

Tutti i governi dei paesi asiatici, dal dopoguerra in poi, hanno adottato politiche di gestione dei valori del cambio delle loro monete tali per cui il loro sistemi produttivi hanno goduto di cambi favorevoli enormi, quanto a competitività dei loro prodotti. Il Giappone è stato il primo a far questo e gli altri lo hanno seguito a ruota.

Oggi la Cina è certamente il paese che più di ogni altro manipola i cambi per assicurare la competitività del proprio sistema industriale nello scacchiere mondiale.

Come lo fa?
In un modo semplicissimo che però ha come fondamento il fatto che il meccanismo di controllo delle entrate e uscite delle valute estere in Cina è gestito in maniera ferrea dalla People Bank of CHINA, ovvero la banca centrale cinese. Tranne gli spiccioli o qualcosa di più che qualcuno può portarsi appresso, ogni centesimo di qualsiasi valuta in ingresso ed uscita fa capo alla PBOC.

Infatti un esportatore, quando incassa la sua fattura in USD o EUR o altro, o li lascia per un po’ sul conto in valuta oppure lo cambia in CNY. La banca non si tiene queste valute estere, perché non sa che farsene, ma le consegna alla PBOC in cambio di CNY e qui la partita si chiude.

Ma cosa fa la PBOC di tutti questi USD, EUR, YEN, che a miliardi e miliardi ogni giorno vi affluiscono?
Interviene in ogni momento del giorno e della notte nei mercati finanziari per tenere stabile il valore del cambio del CNY rispetto al USD, comprando, una volta, quasi solo T-Bond, Bund tedeschi, ecc e, da un bel po’ ormai, anche investendo, ovvero comprando, asset reali in giro per il mondo.

Insomma la Cina sta procedendo a passo spedito alla conquista del mondo e noi neppure ce ne accorgiamo.

Mi sono accorto di aver quasi scritto un post e quindi mi fermo qui. Magari vedrò di esplicare meglio questi temi scrivendo per I&M prossimamente alcuni post.

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lacan2
Scritto il 13 ottobre 2011 at 16:38

grazie Gaolin, sei stato molto chiaro…

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paolo41
Scritto il 13 ottobre 2011 at 17:10

gaolin@finanza,

…perfetto!!!!!

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gainhunter
Scritto il 13 ottobre 2011 at 20:59

Voglia di lavorare e impegno, d’accordo.
Ma provate a mettervi concretamente nei panni di un giovane oggi.
Oggi per mettersi in proprio non basta più aprire un negozio, come una volta: c’è la concorrenza dei centri commerciali; un’azienda di produzione invece deve fare i conti con la specializzazione sempre più alta, con la concorrenza spesso sleale che viene dall’estero; per non parlare della burocrazia e relativi costi (compresi i commercialisti).
Non voglio certo dire che una volta era tutto facile (anche perchè non c’ero), ma mi sembra che una volta “buttarsi” era fattibile, e la voglia di lavorare era sufficiente; oggi no, oggi prima di aprire un’azienda è necessario fare studi di mercato, redigere un piano ben preciso, ecc.
E poi una volta si iniziava a lavorare, e quindi a apprendere e fare esperienza, facendo il garzone, quindi poi col tempo ci si poteva anche “buttare” nell’attività in proprio. Oggi non si può più, quindi uno esce da scuola che sa fare poco o niente. E quindi dovrebbe inventarsi da zero come si gestisce un’impresa…
Trovo riscontro di questo nel fatto che tra i miei conoscenti coetanei ci sono alcuni imprenditori, ma tutti hanno ereditato l’azienda da un familiare…

E come la mettiamo con tutti quei piccoli commercianti che di voglia di lavorare ne avevano da vendere, eppure hanno dovuto chiudere?

E poi, le prospettive? Ma chi glielo fa fare a un giovane dipendente di mettersi in proprio quando basta una manciata di banche che fanno cazzate per mandare all’aria l’intera economia globale?

Insomma, ho scritto un po’ di getto, ma il succo è che forse quando si dice che basta la voglia di fare secondo me la si fa un po’ troppo facile…

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gainhunter
Scritto il 13 ottobre 2011 at 21:20

lampo: Proviamo a creare dei progetti coordinati, sia come aspettative e obiettivi da raggiungere, compreso ovviamente il profitto che ci è necessario per realizzarlo. Coinvolgiamo quante più persone possiamo… (i nuovi mezzi di comunicazione ce lo permettono… guardate solo il mondo dell’opensource cosa è riuscito a creare) e passiamo alla realizzazione.

Sì, penso che l’unica soluzione passi per questa strada.

Conosco bene l’opensource, perchè ho collaborato qualche anno fa a realizzare una libreria di funzioni di analisi tecnica, che viene utilizzata in tutto il mondo da molti siti e programmi (tra cui Fiuto). La soddisfazione c’è, senza dubbio, e lo spirito che c’è dietro è la passione, e la voglia di creare qualcosa che serve a sè e agli altri, a volte anche la sfida. E’ uno spirito che è nato con internet: tutti fanno qualcosa gratis per gli altri, io aiuto te perchè so che qualcun’altro ha aiutato e aiuterà me. Poi le cose sono un po’ cambiate, ma va bene lo stesso.
:-)

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