Italia: la competitività, questa sconosciuta

Scritto il alle 15:15 da [email protected]

Premessa

Nonostante la competitività sia  per l’economia reale l’elemento cruciale, fondamentale, e imprescindibile con cui si deve rapportare ogni operatore economico, artigiano, piccola impresa o nazione che sia, per crescere o perlomeno continuare a restare in un mercato in cui vige la libera concorrenza, della questione in Italia non se ne parla, o meglio non se ne vuol parlare o, molto più probabilmente, non se ne sa parlare.

Ogni tanto il termine affiora nei discorsi o dibattiti ma non si va a fondo del problema.

Credo che più o meno tutti ritengano di sapere genericamente cosa significhi competitività ma, tutto sommato, pochi hanno per mestiere o mansione quello di doversi confrontare con l’esigenza di essere competitivi in quello che fanno, al fine di assicurarsi pane e companatico per domani e anche per i prossimi anni, sia per sé che per gli altri.

Infatti la gran parte delle persone ben raramente deve convivere con questa ansia. Non certo coloro che ci governano e quindi tutto il mondo politico e suo entourage, non certo quelli che lavorano nella pubblica amministrazione e nei servizi pubblici. Pure i dipendenti salariati di imprese che competono nel libero mercato, per la maggior parte, non si pongono il problema dell’essere competitivi. Infatti per costoro vale semplicemente la regola del fare più o meno bene il proprio dovere durante le ore di lavoro nel ruolo ricoperto, poi a casa o comunque da quel momento penso ai fatti miei.

Se a tutti costoro aggiungiamo quelli che non lavorano nella produzione, i giovani che studiano, i pensionati e le persone che non hanno un’occupazione per varie ragioni, scopriamo l’acqua calda. Ovvero che sono pochi quelli che veramente devono sottostare alle regole della competitività e che, sommariamente, sono gli imprenditori dei vari settori economici e un po’ meno il mondo delle libere professioni.

Non stupisce quindi che di competitività si parli poco e spesso con scarsa cognizione di causa.

Se poi chi parla ha questa scarsa o nulla cognizione di causa, spesso pronuncia in merito delle vere e proprie scemenze, convinto però di averla detta giusta perché l’ha sentita da qualche altra parte, l’ha interpretata a suo modo e gli pareva buona.

Se poi anche l’uditorio è allo stesso livello, come nella maggior parte dei casi, ecco che prosperano e si diffondono nella pubblica opinione le idee le più strampalate, le soluzioni ai grandi problemi le più controproducenti, insomma un delirio di proposte in un mare di confusione che alla fine fa prevalere l’interesse di coloro che, dietro le quinte e a piccole dosi, propinano al popolo i provvedimenti di legge di cui si stanno sperimentando gli effetti perversi in questi ultimi tempi anche in Italia.

 Ma cos’è la competitività?

La competitività entra in gioco quando ci sono più operatori che forniscono sullo stesso mercato beni, o servizi, o prestazioni in regime di libera concorrenza.

Vince chi è più competitivo, cioè chi fornisce il prodotto della propria impresa al migliore rapporto qualità-prezzo con il miglior servizio per il cliente, insieme ad altri plus, che spesso risultano determinanti quanto quelli citati. Tali plus variano a seconda dei casi e possono essere: la tempestività della fornitura, il fattore estetico, il marchio, l’affidabilità del fornitore, a volte anche il rapporto umano fra le parti, le garanzie offerte, la distanza fisica fra i soggetti, le affinità culturali e linguistiche e altri minori.

Ciò detto bisogna distinguere fra competizione in ambito locale e internazionale, che in quest’ultimo caso avviene fra stati diversi, anche se facenti parte di stesse aree economiche, come la UE.

La competizione locale avviene fra soggetti che tutti operano all’interno di uno stesso stato, o territorio più limitato all’interno di questo, senza intervento di soggetti esteri. E’ il caso di molte aziende piccole e/o medio-grandi che forniscono prodotti e servizi particolari in una certa area geografica più o meno estesa.

Tutte queste aziende hanno in comune una struttura di costi sostanzialmente la stessa, che determina poi il prezzo finale del prodotto o servizio reso. In questo caso le regole della concorrenza sono più o meno uguali per tutti e vince chi riesce in qualche modo ad agire sui vari fattori della competitività prima citati in modo ottimale per i clienti finali che, come si sa, sono ognuno diverso dagli altri e quindi, alla fine, c’è spazio per tutti nel trovare un proprio mercato.

Chi è più bravo prospera più di altri, magari semplicemente guadagnando di più e, fondamentalmente, un’azienda che opera localmente ha solo bisogno di una nazione o di un mercato in crescita economica.

Purtroppo l’Italia da vari anni è in grandi difficoltà sotto questo aspetto. Dopo la crisi internazionale del 2008-2009, di cui molti hanno dimenticato gli effetti nefasti già avuti e che ha sfiancato molte imprese, assistiamo oggi nel nostro paese a una devastante moria e fallimenti di aziende, che non farà che accentuare lo stato di crisi economica nera, che più nera non si può, attualmente in corso nel nostro paese.

Detto questo parliamo di competizione internazionale

Il problema, anche se per molti aspetti è analogo a quello della competizione nazionale, presenta delle differenziazioni sostanziali.

Nella competizione internazionale, ai fattori della competitività anzidetti, si aggiungono quelli legati al sistema paese, alla sua organizzazione nella fornitura dei servizi utili alla propria economia reale, inoltre interviene in modo assolutamente determinante il fattore parità monetaria, ovvero l’exchange rate.

Nei decorsi decenni, il successo economico di varie nazioni si è basato, oltre che sulla ammirevole laboriosità della propria gente,  soprattutto sul controllo del proprio tasso di cambio rispetto al USD e, di conseguenza, a tutte le altre valute.

Il Giappone è stato il primo e lo ha applicato in modo mirabile, perché in un tempo relativamente breve è riuscito come paese a creare colossi industriali internazionali in molti settori dell’economia. I marchi giapponesi campeggiano dappertutto nel mondo e mai avrebbero potuto diventare tali se i governanti di quel paese non avessero perseguito una politica di espansione economica rivolta verso l’export come è stato fatto. Lo hanno fatto gestendo in modo arbitrario, finchè è stato loro concesso, l’exchange rate dello YEN rispetto al USD.

Stesso discorso vale per le così dette tigri asiatiche, Taiwan e Korea principalmente, nazioni che sono ancora oggi attentissime a gestire il loro rapporto di cambio con lo USD, al fine di mantenere la loro competitività e soprattutto di consentire ai loro colossi industriali di continuare a espandersi nel mondo.

Ma il leader assoluto in questo genere di manipolazioni valutarie è stato ed è oggi, come ben noto, la CINA.

E’ veramente incredibile come questo fattore non venga ben percepito in occidente, per non dire addirittura non compreso.

Eppure la Cina è un paese da oltre 1.300.000.000 abitanti, dico UN MILIARDO TRECENTOMILA.

Eppure i governanti cinesi ormai a casa loro non fanno mistero delle loro ambizioni, affermando che la Cina diventerà la prima potenza industriale del mondo. Ambizioni che però non esternano nei consensi internazionali perché sanno che ciò scatenerebbe un grave allarme nell’occidente, specie negli USA dove invece ancora si crede che la loro attuale supremazia economica è destinata a durare per sempre.

Eppure è noto che, soprattutto attraverso il dumping valutario, la CINA ha costruito un imponente apparato produttivo manifatturiero, in grado di soddisfare per certi prodotti le esigenze di consumo di gran parte del mondo e non ha alcuna intenzione seria di orientare diversamente la sua economia, ormai drogata dalla smania di conquistare il mercato globale, anche perché è lì finora si sono realizzati i maggiori profitti delle imprese. In Cina si pianificano scientificamente questi processi e lo stato, attraverso i suoi organismi locali,  promuove e sostiene ogni iniziativa che va in questa direzione, che sia a breve, a medio o a lungo termine.

Ma vediamo come agisce l’Exchange Rate sul conto economico delle imprese.

E’ necessario per comprendere il processo premettere:

Che  con la possibilità di trasferire know-how  facilmente da una parte all’altra del globo, , per certi articoli, il produrre in Italia, piuttosto che in Slovakia, o in Cina, o in Vietnam fa poca differenza dal punto di vista della qualità.

Che il trasportare le merci da una parte all’altra del globo è un’attività oggi molto ben organizzata e dai costi il più delle volte ininfluenti sul prezzo finale.

Che sul mercato del consumatore finale, ormai globalizzato, il prezzo di un determinato prodotto è un valore ben determinato e quasi non influenzato dalla provenienza. Insomma i prezzi li fa il mercato. Per esempio attraverso la grande distribuzione organizzata che compra dove le è più conveniente e vende ai prezzi che il mercato in cui è allocato il punto vendita consente con margini a volte enormi.

Insomma, in un mercato globalizzato, alla fine il target price lo fa il produttore che, rispettando i criteri di qualità desiderati, riesce a fare il prezzo migliore con il servizio il linea con le richieste del cliente.

Anzi ormai, sempre più spesso il target price lo detta addirittura l’acquisitore che pretende che un tal bene debba costare non più di tot e fa partire una gara al ribasso per l’aggiudicazione di un contratto in cui vince il miglior offerente.

In una competizione del genere chi ha la possibilità di vincere?

Non certo il produttore che è allocato in un paese con una valuta forte, magari con regole penalizzanti rispetto agli altri, dove i costi della manodopera tradotti nella valuta di riferimento sono proibitivi, dove le infrastrutture a servizio della produzione non sono all’altezza delle necessità.

Vince il produttore che opera in quel paese che gli offre quel mix di fattori della produzione che fanno sì che questi, a parità di capacità fare un prodotto, alla fine dei conti della serva offre il prezzo di vendita migliore, magari conseguendo anche un buon margine di guadagno.

I conti della serva

Andiamo quindi a vedere un po’ come sono i conti della serva in giro per il mondo, altrimenti detto Conto Economico, nell’ipotesi che varie aziende, allocate in paesi diversi, producano lo stesso articolo, con la stessa qualità finale, da proporre allo stesso cliente.

Come quasi tutti sanno il costo di produzione di un certo articolo è essenzialmente costituito da 3 componenti fondamentali:

– Costo delle materie prime e dei componenti per realizzare quel prodotto, che denomineremo “Costo Materie Prime”

Costo della manodopera diretta e indiretta per produrlo, che denomineremo “Costo del Personale”

Costo degli altri fattori della produzione (servizi industriali, commerciali, amministrativi, costi finanziari e ammortamenti), da attribuire a quel prodotto e che denomineremo “Altri Costi”

 

Nella tabella che segue, a mo’ di esempio, vengono elencati i costi in paesi diversi di un articolo che sul mercato è possibile vendere a 100, denominato RICAVO da Vendita. Potrebbe essere un elettrodomestico, un capo di abbigliamento, un mobile, ecc…

Conto Economico

Allocazione azienda

Italia Europa Low-cost Cina Vietnam
RICAVO da Vendita

100

100

100

100

Costo delle materie prime e/o dei componenti

-35

-38

-20

-23

Costo del lavoro

-40

-16

-13

-8

Altri costi

-35

-25

-20

-18

Risultato ante imposte

-10

21

47

51

I suddetti numeri ovviamente variano da prodotto a prodotto ma sostanzialmente danno un’idea dell’attuale realtà.

Credo che tutti possano ben comprendere che in questa situazione, per un paese manifatturiero come l’Italia, con i suoi costi agganciati all’EURO, non c’è competizione possibile già oggi in molti settori e in futuro anche in quelli che le sono ancora rimasti. Anzi, produrre in Italia porta dritti al fallimento in un tempo più o meno breve.

Il divario di competitività è talmente enorme che attraverso riforme varie e poco dolorose come si vorrebbe che fossero, tese ad incrementare la produttività/competitività del nostro paese, è impossibile evitare il declino o, per meglio dire, la catastrofe totale del nostro sistema manifatturiero, non molti anni fa molto considerato e temuto in giro per il mondo.

Personalmente ho sempre più il terribile sospetto che questi conti della serva non siano conosciuti dai professori e burocrati che oggi ci governano e tantomeno da gran parte dei politici che ambiscono a dirigere il nostro sventurato paese. Credo che questi conti della serva, dagli anzidetti siano ritenuti propri solo delle aziende che sono rimaste indietro, che non hanno avuto la capacità di reagire alle sollecitazioni del mercato che si evolve e via discorrendo. Discorsi fatti per lo più da gente che mai ha dovuto competere in regime di libero mercato e rischiare qualcosa di proprio, che potrebbe essere sia il proprio passato che il futuro.

Gli imprenditori che ancora credono nell’Italia e vi vogliono investire sono veramente ridotti agli sgoccioli. Prendersela con Marchionne, al di là di tutto il male che si può dire dell’azienda che dirige, perché tergiversa, prende tempo o elude impegni presi è stupido. La realtà è che nessun finanziatore, leggi banca, è oggi disposta a rischiare di finanziare un’impresa che, se investe in Italia, non ha alcuna prospettiva di rientro dagli investimenti e di guadagnare, in questa situazione di competitività del paese.

Tanto per fare un esempio la scorsa settimana, in occasione della chiusura di un contratto di fornitura di un macchinario, destinato a essere installato all’estero e nell’ambito dei discorsi e considerazioni sulla situazione dell’industria italiana, l’imprenditore della ditta venditrice, una di quelle che si dice che ancora va abbastanza bene, mi ha riferito che, su 45 impianti fra grandi e piccoli,venduti nel 2012 solo uno è stato ordinato per essere installato in Italia.

Non è un caso raro ma quasi sempre la norma, se non proprio a questi livelli, per le non molte aziende del Made in Italy che ancora riescono a competere nel mercato internazionale, grazie ai loro prodotti ad alto contenuto di Know-How e di Tecnologia. Prodotti che all’estero sono sì ben apprezzati ma che per essere piazzati devono essere venduti con margini risicati e non certo tali da permettere di continuare a fare ricerca, a investire in nuovi prodotti o a crescere, come dovrebbe fare ogni azienda che vuole avere un futuro nel lungo termine.

I trascorsi dieci anni di moneta unica sono stati gestiti nel nostro paese in maniera scellerata, causa totale incompetenza della nostra classe politica nel suo complesso. Tanto incompetente quanto presuntuosa perché oggi tenta di riproporsi con ricette che nulla potranno apportare al paese se non ulteriori danni perché la perdita di competitività all’interno della UE verso la Germania e collegati è ormai incolmabile. Non parliamo poi di quella con i paesi ex emergenti o ben emersi da tempo.

Purtroppo quelli che ci governano sono degli attori più o meno bravi a gestire in modo più o meno equo la distribuzione della torta, quasi nessuno però sa come si fa a creare questa torta che si trovano fra le mani. Questa fase non è di eccessivo interesse, troppo faticosa, troppo impegnativa, oggi per di più troppo rischiosa. Al punto che, anche quelli che hanno per vocazione la voglia di intraprendere, se la stanno facendo passare e chiudono tutto per sempre oppure se ne vanno da altre parti.

Ma a tutto questo qualcuno ci pensa? Possibile che per restare in qualche modo aggrappati all’EURO si sia disposti a un tale scempio?

Per oggi basta così.

GAOLIN

 

Non sai come comportarti coi tuoi investimenti? BUTTA UN OCCHIO QUI| e seguici su TWITTER per non perdere nemmeno un flash real time! Tutti i diritti riservati © | Grafici e dati elaborati da Intermarket&more su databases professionali e news tratte dalla rete | NB: Attenzione! Leggi il disclaimer (a scanso di equivoci!)

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 8.7/10 (7 votes cast)
Italia: la competitività, questa sconosciuta, 8.7 out of 10 based on 7 ratings
Tags:   |
19 commenti Commenta
paolo41
Scritto il 7 novembre 2012 at 17:29

…. è una musica per addetti ai lavori… e, purtroppo i professori e gli incompetenti suonano un’altra musica, anzi, ho il dubbio che proprio non sappiano suonare.
Ma vedrai quando sarà il momento di svendere quello che è rimasto delle aziende a partecipazione statale saranno tutti in prima fila.
Discorsi ne fanno tanti, ma intanto l’Ilva e l’alluminio dell’Alcoa in Sardegna hanno chiuso!!!!
Il post è notevole. I soliti complimenti.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

Gigi
Scritto il 7 novembre 2012 at 22:21

Purtroppo quei ragionieri da quattro soldi che ci governano pensano ancora che aumentando le tasse si salvi il Paese, infatti i loro scellerati provvedimenti vengono chiamati Salva-Italia.
Voglio vedere fra poco, quando tutte le imprese avranno chiuso i battenti, chi gliele pagherà le loro amate tasse.
Ma in fondo é anche colpa nostra, che ci siamo bevuti le panzane di un sistema di informazione delinquenziale che ci ha propinato la storiella della serietà e della credibilità internazionale…..!!!

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

kry
Scritto il 7 novembre 2012 at 22:28

Premessa

Nonostante la competitività sia per l’economia reale l’elemento cruciale, fondamentale, e imprescindibile con cui si deve rapportare ogni operatore economico, artigiano, piccola impresa o nazione che sia, per crescere o perlomeno continuare a restare in un mercato in cui vige la libera concorrenza, della questione in Italia non se ne parla, o meglio non se ne vuol parlare o, molto più probabilmente, non se ne sa parlare. GIA’ PERCHE’ IN ITALIA I PIU’ COMPETITIVI SONO QUELLI CHE PERCEPISCONO CONTRIBUTI E MAGARI A FONDO PERDUTO ALLA FACCIA DELLA LIBERA CONCORRENZA DI CHI LAVORA E NON TROVA NEPPURE SOSTEGNO FINANZIARIO DALLE ISTITUZIONI FINANZIARIE, e quest’ultimi sono fregati due volte perchè parte delle loro tasse vanno a finanziare i loro concorrenti. ( IRONICAMENTE) FORZA ITALIA AVANTI COSI’.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

kry
Scritto il 7 novembre 2012 at 22:32

Gigi,

Ma guarda anche qui parliamo di un settore che per via di competitività e contributi ci sarebbero libri da scrivere.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

lampo
Scritto il 8 novembre 2012 at 00:04

Permettimi di portare un esempio (reale) che racconto in una certa maniera in modo che non si capisca l’azienda.
Supponiamo ci sia un grosso distributore italiano di accessori di abbigliamento che abbia inizialmente fatto la fortuna con un modello realizzato con l’introduzione dell’euro. La classica “botta di culo” (anche se accompagnata da indiscutibile bravura) di essere con il prodotto giusto nel mercato giusto e soprattutto con il prezzo giusto! Visto il successo ottenuto, l’azienda decide di reinvestire i guadagni nell’azienda (ampliandola a livello di prodotti) e nell’informatizzazione (indispensabile al giorno d’oggi), anche per evitare di mangiarseli con le tasse. Inoltre grazie a contatti con i Paesi emergenti (soprattutto in Asia, Cina ed India compresa) realizza in questi Paesi la maggior parte dei propri prodotti, grazie all’efficienza della logistica, avendoli in tempo per la distribuzione a varie catene italiane direttamente (nelle varie stagioni di moda).
In pratica inizialmente con 3 persone in Italia che coordinano gli ordini, la gestione delle spedizioni e le istruzioni dettagliate (know-how) da fornire al produttore asiatico per produrre correttamente il prodotto (previo campione inviato via corriere espresso) si riescono a gestire migliaia di prodotti diversi con lotti anche piccoli (dell’ordine anche di 50-100 pz per prodotto!) distribuendolo poi al venditore finale “chiavi in mano”, cioè completo di prezzo, codice a barre e confezione personalizzata… praticamente solo da mettere in esposizione (visto che il codice a barre e prezzo è già inserito direttamente in Asia dando le specifiche delle richieste del cliente finale).
Piccola parentesi: per chi non lo sapesse succede così per la maggior parte dei prodotti di moda che gli italiani comprano nelle catene di franchising (e non solo).
Margine di errore minimo, grazie anche agli ottimi collaboratori e spirito di affiatamento (con poche persone è anche più facile) e condivisione della missione aziendale.
Fatturato aumenta esponenzialmente e viene reinvestito nell’azienda triplicando il capannone (meno nel personale), e permettendo così una maggiore possibilità logistica e di immagazzinamento temporaneo dei prodotti (prima della fornitura al cliente finale).
L’azienda però, presa dalle mille scadenze del ciclo del proprio prodotto, non ha il tempo di consolidare la fortuna di eventi favorevoli che l’hanno portata a tale successo. Mi spiego: analizzare nel dettaglio (in maniera scientifica) ciò che la rende competitiva sui concorrenti, soprattutto sul lungo termine, oltre che flessibile in caso di crisi del mercato (leggi essere pronta per puntare su altri prodotti nel giro di breve tempo in caso il mercato cambi). In questo caso la competitività è data dall’evitare errori (scarti di prodotto) e mantenere un elevato grado qualitativo in parti critiche del flusso di lavoro, oltre a rimuovere potenziali pericoli (amplificati tenendo conto che la produzione poi viene svolta all’estero a 10.000 km di distanza per cui un piccolo errore o incomprensione può creare una grossa perdita), per esempio a livello di logistica.
Un collaboratore nel suo piccolo (coinvolgendo nelle finalità anche la direzione), tenta di risolvere in parte tale problematica, rendendosi conto del tallone d’achille. Analizza tali fasi, istituendo distinte basi, codifica delle materie prime, ecc. ed informatizzando il tutto in maniera da avere un controllo ancora più accurato e immediato (oltre che just-in-time) del processo (compreso la verifica del margine effettivo di guadagno per ciascuno delle migliaia di prodotti (che prima veniva fatta a spanne… o quasi) e del magazzino di materiale inviato ai fornitori (in modo da non rimanere senza materia prima a metà produzione).
Ma l’appetito però vien mangiando… e succede quello che spesso capita. Il titolare invece di rendersi conto dell’importanza di ottimizzare il processo produttivo prima di ampliarsi ancora, preferisce rimanere con poco personale e ampliare ancora esponenzialmente la gamma di prodotti con lo stesso numero di pezzi per lotto.
Ovvio che il margine di errore, per quanto piccolo fosse, rischia di aumentare esponenzialmente.
Nel contempo preferisce non investire in personale (in Italia), se non in misura minima… riducendo così il tempo da dedicare al controllo della precisione del processo produttivo (moltiplicando i potenziali errori).
Il collaboratore suindicato si rende conto della pericolosità di tale manovra, e tenta di spiegare i punti critici… richiedendo opportuni soluzioni (aumento del personale oppure mantenimento dei prodotti e aumento del n. di pezzi per lotto, ulteriori strumenti informatici, aumento del dettaglio delle istruzioni, miglioramento del controllo della logistica in modo da avere maggiori margini di tempistica fra ordine e arrivo del prodotto prima della consegna, ecc.).
Indovinate com’è andata a finire.
Il collaboratore non lavora più per tale azienda… e l’azienda ha ridotto notevolmente il proprio fatturato e prodotti a causa della mancanza di competitività conseguente ad un aumento degli errori e quindi minore margine di guadagno, affidabilità, ecc.

Con questo racconto (esemplificativo) che può valere per molte piccole e medie imprese italiane (mi sono state raccontate molte esperienze simili), voglio far capire che la mancanza di competitività in Italia non è solo dovuta ai problemi che ci sono in Italia… ma anche alla dimensione delle aziende (troppo piccole per gli scenari di competitività internazionale attuale) e alla mancata visione di lungo termine e sopratutto condivisione della conoscenza e know-how che avviene all’interno delle stesse (che comprende quindi anche l’organizzazione) e comunicazione/collaborazione fra imprenditore e dipendenti. Spesso le piccole aziende italiane (ma non solo) hanno una gestione “patriarcale” che preclude alla diffusione delle idee, necessarie oggi giorno per migliorare il processo produttivo e quindi rendere più competitiva l’azienda (viste le mille difficoltà che deve affrontare anche per la repentina e rapida modifica degli scenari di mercato).

Proviamo a confrontare una nota casa automobilistica italiana (ma lo è ancora?) con un’altra giapponese… che è stata martellata dai mass-media l’hanno scorso, per avere riconosciuto i suoi errori (quante delle altre case automobilistiche l’avrebbero fatto) ai propri clienti, perdendo il primato che aveva.
Quale tra le due è migliorata in questo mercato difficile?

Secondo me in Italia è necessario insegnare a molti degli attuali imprenditori la “filosofia del kaizen”
http://it.wikipedia.org/wiki/Kaizen
in modo che tentino di attuarla all’interno delle proprie aziende, in collaborazione con i dipendenti (e non solo sulla carta… vedi rilascio delle varie certificazioni con altri sistemi… senza di fatto averle adottate a livello di processo).

Quelle che l’hanno fatto (alcune in maniera inconsapevole) non hanno problemi… pur con la sanguisuga burocratica e esattoriale italiana (anche i nostri amministratori e P.A. avrebbe molto da imparare… da tale filosofia).

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

maurobs
Scritto il 8 novembre 2012 at 08:00

lampo,

Bravo lampo hai esemplificato uno dei più grossi errori delle nostre imprese, mancanza manageriale, è tutto “home made” come 50 anni fa, senza rendersi conto di come è cambiato il mondo.Come dici nel tuo esempio la dominante diventa ad un certo punto l’avidità e non la pianificazione o quantomeno il ragionare su cosa gli ampliamenti di articoli e di dimensione del capannone porti benefici e a quali costi. Io ti posso dire che dagli anni 90 al 2000 parecchie aziende della provincia di Brescia facevano a gara per vendere macchinari, per loro obsoleti, in Cina e sud est asiatico, pensando solamente all’introito economico che queste alienazioni dava, ma non prendendo in considerazione affatto che la produttività e laboriosità di quelle popolazioni avrebbe fatto pagare loro un prezzo altissimo.La maggior parte delle aziende come tu dici è a conduzione patriarcale, o meglio non si parla mai di direzione e management ma di “padrone”. Anzi si nota ancora una certa sudditanza verso chi ti da lavoro, e dicpontro come dice Gaolin il lavoratore fa il suo compitino e poi pensa ai fatti suoi.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

paolo41
Scritto il 8 novembre 2012 at 10:11

…leggo sulle ultime notizie: “Siemens non rinuncia ad Ansaldo Energia”..
Classico caso di alienazione di businnes che nel giro di tre/quattro anni sarà chiuso in Italia e le attività industriali e tecniche trasferite in Germania o comunque fuori dall’Italia, dove naturalmente rimarrà un piccolo presidio commerciale per prendere gli ordini.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

maurobs
Scritto il 8 novembre 2012 at 11:32

in aggiunta alle considerazioni Gaolin e Lampo trovo sul”Giornale di Brescia” odierno il resoconto di un’incontro tenutosi ieri alla facoltà di economia con Rossi Vicedirettore di bankitalia il quale individua la scarsa competitività in qs. fattori:
1)Itc e globalizzazione hanno permesso di triplicare fatturati semplicemente aumentando efficienza, ma il sistema italiano non si è adeguato per via della sua staticità quasi eccessiva;tale immobilismo è da ricercare nella natura stessa delle aziende piccole e a conduzione famigliare;il ns tessuto economico è fatto di eccellenze ma queste hanno paura di diventare grandi e sbranare
avversari;il motivo è la presenza di leadership famigliari già sazie:
2)Le imprese famigliari non sono un’anomalia solo italiana(cita BMW)ma il limite delle nostre è la concentrazione del potere decisionale nelle mani dei membri della famiglia.Come risultato si ha un provincialismo fiero ma senza stimoli, con ricadute negative su ricerca e sviluppo.

Ovviamente nemmeno un cenno a tutto quanto di oppressivi l’apparato burocratico-statale impone.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

paolo41
Scritto il 8 novembre 2012 at 11:39

maurobs@finanzaonline,

….ci sono tanti miopi in Italia, che, fra l’altro, hanno anche la presunzione di non portare gli occhiali…..

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

kry
Scritto il 8 novembre 2012 at 17:20

lampo, Complimenti per il commento e anche per l’esempio. Alla fine resto con questa domanda , qualora in molti ci uniformassimo all’esempio da te citato risolviamo il problema lavoro a quante persone, 50, 100, 1000 o 10.000 è vero che da qualche parte in maniera positiva è meglio cominciare ma in cina anche gaolin nel post si è dimenticato 299.700.000 che sono 5 volte l’italia ( Eppure la Cina è un paese da oltre 1.300.000.000 abitanti, dico UN MILIARDO TRECENTOMILA.) Io penso che il lavoro così come lo conosciamo non esisterà più. In un mondo dove già adesso siamo in sovrapproduzione , con una tecnologia che giustamente non si ferma e che comunque riduce la forza lavoro umana con decenni di crescita legata allo sperpero penso che siamo arrivati allo stop. Il problema maggiore e che gli stati e molti privati sono indebitati, indebitati verso un sistema bancario che ha creato dal nulla denaro virtuale e gli interessi per questi debiti sono stati trasferiti dall’economia reale. La finanza fa parte dell’economia ma fino a quando la finanza la farà da padrona e soprattutto influenzerà a proprio piacimento l’economia abbiamo voglia di trovare delle soluzioni utili per tutti o anche solo per quelli che ancora hanno buona volontà di fare. Ciao.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

lampo
Scritto il 8 novembre 2012 at 18:04

kry@finanza,

Bisogna vedere cosa intendi per lavoro.
Se si tratta di lavoro “classico” di fabbrica dove l’operaio ha un compito da svolgere più o meno in serie mettendoci qualcosa di suo previa una breve fase di addestramento oppure un’esperienza già acquisita… sono d’accordo con te e diventerà sempre più una nicchia… a meno che diventiamo più competitivi (leggi più poveri e affamati di lavoro).
Se invece intendi l’acronimo che io uso sempre, cioè “essere imprenditori di se stessi”, che non vuol dire aprire la partita iva, ma semplicemente valorizzare al meglio il proprio “know-how”, cioè sfruttare la propria conoscenza, capacità e professionalità, a vantaggio proprio e della comunità che ci circonda… allora non credo che ci sono tantissimi posti di lavoro… in molti settori. Il problema è che in Italia ancora molti POCHI imprenditori hanno colto tale opportunità, mentre in altri Paesi lo fanno già da tempo, e la gente è motivata ad avere una formazione continua (anche da autodidatta… non è che devi per forza avere il pezzo di carta che te lo dimostra… come siamo abituati in questo paese burocratico) e ad impegnarsi nella vita, sia lavorativa che personale.
In italia vedo poca gente interessarsi di cultura, del proprio lavoro, dare consigli al proprio datore di lavoro (senza voler qualcosa in cambio, ma semplicemente per lavorare meglio, colleghi compresi)… probabilmente è dovuto ai decenni di videodipendenza di trasmissioni spazzatura pieni di culi, tette e, come dice Antonio Albanese, pilù che si vede e non si vede (per cui più interessante… stile fantozzi con la bava alla bocca). Ecco Paolo Villaggio ha creato un personaggio che veramente è l’italiano medio di oggi!.
Sigh.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

schwefelwolf
Scritto il 8 novembre 2012 at 19:07

Come sempre un discorso impeccabile. Grazie Gaolin.

Vorrei aggiungere – riesumando un poco del mio vecchio bagaglio di esperienze nel ristretto ambito dei rapporti commerciali fra Italia e Germania nel settore automotive – un drammatico difetto dell’Italia “privata” (cioè di quella che tu giustamente metti all'”attivo”, a differenza del disastroso ammasso parassitario del “pubblico” ed “amministrativo”). E’ un difetto che ho avuto modo di riscontrare in innumerevoli occasioni (e che ritengo essere – a titolo di curiosità – anche alla radice delle diastrose tradizioni militari italiane). Mi riferisco alla incapacità di delegare.

Spessissimo, nelle piccole o medie imprese italiane che ho avuto modo di conoscere, il “patron” – o l’amministratore – tende a non delegare neanche decisioni che in Germania vengono prese da una segretaria o da un impiegato di medio livello. I tedeschi – ormai pacifisti e antimilitaristi – hanno tuttavia mantenuto (in forma opportunamente “traslata”) la struttura delle “catene di comando” che avevano a livello militare. Il “generale” decide gli obiettivi di un’operazione. Chiama i suoi “colonnelli” e distribuisce gli incarichi: Lei, colonnello A, deve raggiungere l’obiettivo X entro due giorni dall’inizio dell’operazione; Lei, colonnello B, deve raggiungere l’obiettivo Y entro tre giorni… E cosí via. Il generale decide “cosa” – il “come” è nella (piena e autonoma) responsabilità del “colonnello” – che a sua volta raduna in suoi subordinati e distribuisce i “sotto-incarichi”, che – a questo punto – non sono piú a livello “operativo” ma a livello “tattico” (cioè: tecnico). Questi – i capitani e tenenti – fanno a loro volta lo stesso discorso ai propri subordinati, ai sottufficiali. Ogni anello della catena è pienamente autonomo – e responsabile – nel raggiungimento dell’obiettivo a lui affidato. Per questo – a suo tempo – un sergente tedesco riusciva spesso a fare cose che un generale italiano neanche immaginava di poter fare…

Questa, della “delega”, è – in Germania – prassi generale: molte decisioni (anche decisamente importanti) sono affidate a giovanissimi ingegneri (che tante volte fanno poi anche delle belle bestiate!). Ma le “bestiate” servono: sbagliando s’impara – e i tecnici tedeschi in questo modo si fanno le ossa e dopo qualche anno diventano veramente produttivi. Il “sistema” funziona. In Italia ho conosciuto amministratori – nonché proprietari – di aziende da piú di mille dipendenti che si riservavano praticamente ogni decisione: dalla gestione di un turno straordinario all’autorizzazione di un trasporto speciale. Decisioni da 3000 euro – quando si rischiava, magari, un fermo di linea in Volkswagen: ma se il “capo” non c’era, si doveva aspettare…

E’ vero – questi “padri-padroni” italiani sono, molto spesso, geniali: tecnici fantastici, grandi lavoratori, imprenditori coraggiosi. Ma (spesso) non hanno un adeguato “formato” culturale – e finiscono con l’inciampare nei propri stessi piedi. Soprattutto quando vengono costretti ad uscire dal proprio cortile regionale o nazionale e si trovano a doversi rapportare con logiche e culture diverse. Se poi si devono difendere anche da uno Stato inefficente e parassita, da una burocrazia borbonica e da sindacati dominati da utopie di fine ‘800 – bé: il destino diventa inevitabilmente segnato.

Aggiungiamo non-piú-possibilità di una svalutazione competitiva (che tu giustamente metti ad uno dei primi posti in materia di competitività internazionale italiana) e arriviamo al “requiescant in pace”.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

kry
Scritto il 8 novembre 2012 at 21:00

lampo,

Indipendentemente dal tipo di lavoro classico o imprenditori di se stessi non ce n’è per tutti e sono d’accordo con te che si va verso l’essere competitivi (leggi più poveri e affamati di lavoro). Purtroppo molti non l’hanno ancora capito e sperano ancora nell’illusione che l’economia ripartirà. Il ragionier Fantozzi ricalcherà l’immagine dell’italiano medio ma non dimentichiamoci che siamo individualisti e invidiosi , due difetti di cui non essere certo orgogliosi. Grazie e Ciao.
schwefelwolf@finanza,

.Ogni anello della catena è pienamente autonomo – e responsabile – nel raggiungimento dell’obiettivo a lui affidato. —— Ed è proprio questo il punto, in Italia siamo ancora certi che la parola RESPONSABILE la si trovi solamente scritta nei vocabolari?

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

idleproc
Scritto il 12 novembre 2012 at 13:50

Uno dei più begli interventi e commenti che abbia mai letto.
Aggiungerei alle valutazioni di
schwefelwolf@finanza,
che un buon ufficiale dovrebbe chiedere sempre il parere e le valutazioni dei suoi sergenti che di solito conoscono il terreno ed il campo specifico meglio di lui ed ha anche come compito il formare i nuovi ufficiali.
O questo euro o morte. Morte.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

gaolin
Scritto il 12 novembre 2012 at 14:56

paolo41,

schwefelwolf@finanza,

lampo,

kry@finanza,

idleproc@finanza,

Purtroppo ero in giro per il mondo e causa problemi con Outlook non ho potuto rispondere per tempo agli interessantissimi commenti.
Comunque pare proprio che il tema della competitività sia troppo ostico per chi ci governa e quindi veramente rischiamo di tenerci l’EURO fino alle estreme conseguenze.

Tutti coloro che nei verdi anni della tarda giovinezza hanno avuto a che fare con i professori sanno che sono una categoria che si ritiene nel giusto per definizione. Se la imbroccano giusta bene per tutti ma se sbagliano diagnosi e terapie riescono a far morire anche chi stava solo poco bene.

Quello che sta accadendo nel sistema produttivo italiano è veramente di una tale gravità che i governanti non vogliono ancora capire e considerare la sua reale dimensione, perchè mai ancora sperimentata nel nostro paese.

Vi assicuro che è in corso una vera e propria tragedia che segnerà in negativo il futuro del nostro paese per molti dei prossimi anni.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

ilcuculo
Scritto il 18 novembre 2012 at 15:09

lampo,

Caro Lampo et tutti,

il conto della serva va bene ma ne manca un pezzo, tutti dobbiamo essere sia produttori che consumatori, non è che si possa estendere all’infinito il concetto di paesi poveri con valute sottovalutate che fanno ogni genere di dumping che producono e paesi dove si compra.
E’ evidentemente un modello insostenibile.
In Italia non possiamo avere 30 milioni di imprenditori di se stessi , ma che significa ? Abbiamo bisogno di almeno 20 milioni di standard Payroll ovvero un rapporto di lavoro dipendente e stabile per almeno 30 ore settimanali (secondo la definizione std).
E queste persone devono produrre beni e servizi per il mercato interno ed esterno.

SI faccia quel che si vuole ma il sistema deve essere riequilibrato. Se Italia e Spagna vanno in recessione e riducono i consumi del 3% va in recessione tutta l’europa e la crescita in asia rallenta, la cina smette di acquistare beni strumentali e tutto il commercio mondiale si inceppa. Questo solo perchè 100 milioni di Europei “ex-ricchi” non riescono più a mantenere i loro consumi perchè non hanno un lavoro.

Finchè nella tabella sopra il “ricavo dalla vendita sarà 100 indipendentemente dalla provenienza della merce il sistema andrà dempre più velocemente contro il muro del collasso del commercio mondiale.

Quella tabella non è la verità è l’errore, e necessita robusti correttivi.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

kry
Scritto il 18 novembre 2012 at 20:30

ilcuculo@finanza,

Dai cuculo fa il buonino ( e non il furbetto )e vedi di replicare anche dove vieni chiamato in causa e magari indica dove sei riuscito a trovare il link di questo post.
lampo,
Avevo mandato a dream una mail con l’indicazione di questo post penso ti possa piacere. http://icebergfinanza.finanza.com/2012/11/18/economia-civile-mondi-alternativi/

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

    Scritto il 18 novembre 2012 at 20:32

    Vista ora la tua email e appena rientrato da una domenica in famiglia.
    Direi che il tuo messaggio è sicuram arrivato a destinazione.

    VN:F [1.9.20_1166]
    Rating: 0 (from 0 votes)

kry
Scritto il 18 novembre 2012 at 20:39

Dream Theater,

Grazie.Ciao.( non dubito di te ma dei possibili spam )

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)

Sostieni IntermarketAndMore!

ATTENZIONE Sostieni la finanza indipendente di qualità con una donazione. Abbiamo bisogno del tuo aiuto per poter continuare il progetto e ripagare le spese di gestione!

TRANSLATE THIS BLOG !

I sondaggi di I&M

VEDO PREVEDO STRAVEDO tra 10 anni!

View Results

Loading ... Loading ...
View dei mercati

Google+