FUGA dagli EMERGENTI: non è finito l’esodo dei capitali dai BRICS

Scritto il alle 09:45 da Danilo DT

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Il downgrade a livello di junk bond del Brasile di certo non aiuta un settore già in forte difficoltà. Il sell off non è ancora terminato ma facciamo attenzione a paragonare il 2015 alla grande crisi del 1990

Su questo blog abbiamo molti mesi fa (concetto ribadito dal sottoscritto anche in alcune interviste su Binck.tv  nel mese di giugno) denunciato il rischio che ci sarebbe stato, rimanendo esposti al rischio ”paesi emergenti”. Ben inteso, con questa affermazione si andava a ricomprendere tutto il mondo degli emerging markets, sia azionario, che obbligazionario che valutario.
La motivazione era semplice: si prevedeva una nuova fuga di capitali (come è già successa in passato) da queste aree (BRICS in primis) ai paesi definiti “core”.
Quanto è poi successo negli ultimi mesi non ha fatto altro che enfatizzare il rischio sugli emergenti, portando addirittura alcuni mercati in area “panic selling”, anche perché ci sono ancora tantissimi punti interrogativi.

La Cina rappresenta una qualche certezza? Ci garantisce quella trasparenza necessaria nelle fasi di difficoltà? La risposta è NO.
La Russia, Sud Africa ed il Brasile stanno dando segni di inversione nella loro recessione? La risposta è NO.
Tralasciando l’India, i BRICS sono serviti…

Non dimentichiamo poi la debolezza delle commodity, prodotte ed estratte in questi paesi, che continuano a viaggiare su quotazioni minime.
Insomma, i paesi asiatici e dell’America Latina sono in difficoltà e lo sono ancor di più coloro che hanno un’esposizione debitoria verso l’estero importante.
Malgrado queste ventate di euforia, bisogna mantenere i piedi per terra. Secondo molti questi sono i minimi.
Ma in questo momento non abbiamo assolutamente la possibilità di poter regalare questa certezza.
Non dimenticate MAI un famoso detto che una mia vecchia conoscenza, Gerard Minack, era solito inserire nei suoi report

“Un investimento che è a -90% è un investimento che era a -80% che poi si è dimezzato”

Un chiaro monito per chi predica frasi del tipo “sotto a certi livelli non può andare”, oppure “siamo ai minimi”. Ci vuole buon senso, quello si. Intanto da inizio 2015, la fuga di capitali dai paesi emergenti è stata pari a 54 miliardi di USD. Impressionante però l’accelerazione avuta da meta luglio. Da tale data gli outflows sono stati pari a 44 miliardi di USD (fonte EPFR).

EPFR-outflowsOvviamente la cosa che poi ha creato danni immani ai portafogli è l’impatto valutario, che ovviamente ha contribuito a far scendere ulteriormente i valori. Anche in questo caso il crollo delle valute emergenti è argomento complesso.

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Siamo di nuovo alla vigilia di un nuovo 1990?

Siamo onesti. Rispetto ad allora, le economie dei paesi emergenti sono decisamente più solide rispetto ad allora e quindi sono meno vulnerabili. Questi paesi hanno più riserve valutarie, hanno meno debito, sono economie più flessibili.

Quindi?

Se guardiamo ai fondamentali, secondo me bisogna cominciare a buttare un occhio ai paesi emergenti ma con grande prudenza, in quanto la volatilità (che se ne frega dei fondamentali che portano valore nel lungo periodo) potrebbe fare ancora danni immani, malgrado il fatto che certe quotazioni stanno veramente diventando interessanti.
Parole d’ordine sono SELEZIONE e prudenza. Anche perché, come detto, i focolai di pericolo non sono stati spenti. Fermo restando che un eventuale aumento dei tassi FED rappresenterebbe un’ulteriore mazzata per quest’area. Eccovi spiegato il perché delle suppliche di FMI e Banca Mondiale rivolte alla Yellen. Visto che il paesi emergenti sono in grande difficoltà, non è certo il caso di “finirli” con un ulteriore colpo basso.

Strategia corretta? PAC su prodotti con strategie molto ben definite che si sposano con le esigenze dell’investitore. In questo modo non si cercherà di “prendere al volo il coltello che cade” (falling knife)  ma si investirà sul valore.

Riproduzione riservata

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Danilo DT

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8 commenti Commenta
daino
Scritto il 10 settembre 2015 at 11:07

Nel 2009 un amico del blog (non ricordo chi) fece più volte notare che mentre molti (me per primo) stavano osservando una recessione che non sembrava finire, il prezzo del rame stava segnalando una ripresa della domanda.
Per quanto sia indubbiamente presto, è doveroso notare che dopo un minimo in divergeenza settimanale sull’ rsi il rame sta in questi ultimi giorni dimostrando una notevole forza relativa

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lampo
Scritto il 10 settembre 2015 at 12:56

La situazione attuale la ritengo più complessa: l’uscita dagli emergenti probabilmente è dovuta all’effetto deflazionario europeo, unito al fatto che sta crescendo (fra i partecipanti al mercato) della consapevolezza dell’impotenza delle politiche espansive delle banche centrali rispetto al fenomeno dell’autoavverarsi della deflazione in stile giapponese.
I motivi dello scenario deflazionistico in Europa sono molteplici (DT ed altri commentatori li ha elencati più volte) anche se il più evidente sono le prospettive demografiche (non per niente la Germania, una volta tanto lungimirante, ha preso la palla al volo del problema immigrazione dall’Africa).
In uno scenario deflazionistico di solito non salgono né i bond né le azioni… i mercati (gli investitori) stanno considerando pian piano questo… e ritirano liquidità dal sistema.
Più passerà il tempo e più non si vedranno miglioramenti a livello di dati CPI… e più i mercati sono a rischio: perché prima o poi sparirà l’effetto iniziale dell’impiego di una parte dei capitali ritirati… in titoli a più buon mercato. A quel punto i compratori scarseggeranno sempre più… banche centrali comprese (ci sono ancora i governi… che possono impiegare i fondi pensione… alcuni lo hanno già fatto).
Stavolta se ne esce solo con una unione di intenti anche sul mercato del lavoro. Una soluzione semplice ci sarebbe… lavorare di meno:
http://www.huffingtonpost.it/2014/07/09/larry-page-fondatore-google-felicita-lavorare-meno_n_5570462.html
Ma va in contrasto con molti interessi… ma lì arriveremo… possibilmente si spera senza passare per un altro ’29

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daino
Scritto il 10 settembre 2015 at 13:03

giusto. Oltre all’immigrazione, che cmq si trascina dietro altri problemi, per risolvere (nel lungo termine ovviamente) il problema della stagnazione economica, sarebbe necessario un boom delle nascite. Al momento l’UE e i singoli stati considerano gli incentivi a fare figli solo a fini elettorali come se ignorassero lo strettissimo legame che esiste fra crescita demografica e crescita economica

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Scritto il 10 settembre 2015 at 14:11

daino

DT (intermarketandmore), “Segnali di recessione: backwardation sul rame future” – Marzo 1, 2012
http://intermarketandmore.finanza.com/segnali-di-recessione-backwardation-sul-rame-future-42811.html

con (gLi) annessi commenti di jt_livingstone – forse Ti riferisCi a Lui, non so.

Il topic può essere comunque di aiuto ai più – anche/spesso neofiti (del ramo/settore).

Ritornando a bombetta.

Tieni a mente che il “settore/canale” Asia ne ha imboscato – in questi anni passati – tanto_TANTISSIMO! Avranno preso in affitto anche le basi lunari di “Spazio 1999” – che come si sa, erano/sono inesistenti. Pura scenografia – artificiale/programmatica/cibernetica/digitale.

Ora bisogna capire come son messi, per davvero – ossia, a livello fisico e non cartaceo/pappa liquida.

I rientri delle Banche su – o che richiedono a – TUTTI I VARI IMBOSCATORI potrebbero esser serviti – o servire, secondo la Mia idea/opzione – a riportare il trend di mercato sui cd. “valori reali”. Terrestri. Per tanti motivi – su cui soprassiedo. Quindi un rialzino può/potrebbe tranquillamente starCi.

Ciao.

lampo

occhio che il vil denaro sta scommettendo alla grandissima proprio sul/nel settore dell'”aging”.

Non dare mai nulla per scontato. Mai.

Conosco Persone che sarebbero in grado di fare moneta anche nei loculi – Loro Personale (ossia, da morti) e/o degli Altri (ignari della pechegna es-posta).

Ciao.

Sul resto del topic del DT, oggi Mi tengo buono. Cortese. Ma … TUTTI/E quelli/le che inneggiavano (IN SPECIE) ai/lle “Brasiliani/e” dove son finiti/e? In fil di mutanda?!

Saluti a Tutti anche da Bay.

Surfer © サーファー [Non ho fatto ne Nomi, ne Cognomi. Ma la tentazione era/è stata fortissima! Su Una, in particolare: porta, tra l’altro, una JELLA ASSURDA. Dicitur: 108 – solo a leggerLa o vederLa – anche nelle Sue quotidiane markette autoreferenziali su twitter. Mi toCCo, sempre; non si sa mai]

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ob1KnoB
Scritto il 10 settembre 2015 at 16:01

daino,

L’annuncio di Glencore è la manifestazione del parossismo reale. Certo che se realmente tagli il 20% della produzione il prezzo ‘sale’. Ma mai visto un marito che se lo taglia per fare un dispetto alla moglie (sapendo già di essere cornuto)

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zanella51
Scritto il 10 settembre 2015 at 18:49

lampo,

lampo,

scusa Lampo il tuo discorso fila alla perfezione ma non hai considerato che non possiamo crescere all’infinito? l’umanità è al capolinea, ha perso il rapporto con la natura, non è più regolata da quelle che sono le regole generali alle quali tutti devono sottostare.
non venitemi a dire che l’uomo è un essere privilegiato che saprà dominare con la sua intelligenza le forze della natura.
prima o dopo, ma penso molto presto, pagheremo il conto che sarà salatissimo.

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Scritto il 10 settembre 2015 at 20:50

ob1KnoB

BRAVO hai scritto un bel post/intervento – in quanto consente – ampliando il cd. “ventaglio” – di spiegare determinate cose (prescindendo dal nome della quotata e/o dal taglio – ma non dalla “misura” relativa).

Alors … attentamente!

Le differenze fra “strategia” ed “operatività” sono evidenziate facendo riferimento ad una definizione generale di controllo nell’/dell’amministrazione in/di una quotata:

“il controllo dell’/nell’amministrazione è l’insieme della misura, dell’analisi e delle decisioni di azioni richieste per l’amministrazione (attuale) del/nel funzionamento continuo di un processo”.

Per quanto attiene – proprio – alla relativa “misura” del processo:

1- il controllo strategico richiede dati, da più fonti. Il problema operativo tipico del controllo è che utilizza i dati, molto, da poche fonti;

2- il controllo strategico richiede più dati dalle fonti esterne. Le decisioni strategiche sono prese normalmente riguardo all’ambiente esterno in contrasto con i fattori di funzionamento interni;

3- il controllo strategico è orientato verso il futuro. Ciò è/avviene contrariamente alle decisioni operative di controllo in cui i dati di controllo provocano le decisioni immediate che hanno effetti immediati (come può sembrare od essere il caso proprio della Glencore, da Te riportato);

4- il controllo strategico è quello che maggiormente è interessato della/alla misurazione dell’/sull’esattezza dei “locali” di decisione. Le decisioni di funzionamento tendono ad essere interessate dal valore quantitativo di determinati risultati – interni;

5- i campioni strategici di/del controllo sono basati sui fattori esterni. I cd. “campioni di misura” per i problemi di funzionamento possono essere stabiliti ragionevolmente vicino le prestazioni su “prodotti” simili di/a concorrenti o tramite i funzionamenti simili – al momento in cui sono/siano effettuati;

6- il controllo strategico conta sull’intervallo di segnalazione della variabile. La misura di funzionamento tipica è interessata dai funzionamenti per un certo periodo di tempo: parti alla settimana, profitto e simili.

Sulla relativa “misura” si va quasi sempre ad innestare – o solitamente – poi un potenziale processo di “turnaround” che si contraddistingue per la presenza di due elementi fondamentali:

– una “frattura” o una riconfigurazione radicale della/nella quotata;

– un focus ampio degli interessi coinvolti, cioè una ridefinizione dei rapporti tra tutti gli Stakeholders, non solo tra i Soggetti interni all’organizzazione stessa, ma anche tra quest’ultima e il complesso di Soggetti ad Essa esterni.

Da qui se il turnaround è un processo di cambiamento di tipo radicale, suscettibile di alterare fortemente la configurazione della quotata e le relative posizioni degli Stakeholders, esso deve presupporre una strategia generale che contenga già in sé le coordinate del cambiamento.

A tal proposito, è possibile distinguere – o si distingue – il turnaround “strategico” e quello “operativo”.

Quest’ultimo si caratterizza per il fatto di non produrre cambiamenti di rilievo nella strategia di business adottata dalla quotata. Si punta piuttosto ad obiettivi di performance attraverso azioni che possono avere o meno ripercussioni (nel lungo periodo. soprattutto).

Il turnaround “strategico” invece può essere suddiviso in due distinte categorie:

– la prima, a livello di singolo business, comporta un cambiamento di strategia competitiva, mantenendo inalterata l’area di affari in cui la quotata opera;

– la seconda, a livello di quotata multi-business (holding con conglobate a cascata verticale – OcchiO!), prevede, invece la ridefinizione dei settori di attività.

La fase iniziale di un processo di turnaround consiste sempre nella riduzione di costi o di attività al fine di frenarne il relativo declino.

Il disinvestimento, l’aumento dell’efficienza operativa, l’eliminazione dei/di prodotti – o anche la riduzione del personale, con conseguente e/o successiva/terminale liquidazione (queste due opzioni son sempre le prime che vengono contemplate od operate nei casi di un classico turnaround di una impresa in crisi – quotata o meno che essa sia, soprattutto quest’ultima) – rappresentano alcuni delle possibili strategie in questa fase di avvio.

In-somma: nessun parossismo (reale, soprattutto, da parte della Glencore).

Ciao.

Surfer © サーファー [Attualmente, in Japan molte quotate stanno operando (proprio) sulla cd. “misura” relativa – sfruttando, alcune, in modo davvero eccellente (sapientemente/scientificamente, come poche – globalmente!) determinate “fonti” esterne]

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lampo
Scritto il 10 settembre 2015 at 21:21

za­nel­la51@fi­nan­za,

Sì certo… l’ho sempre sostenuto… anche se sono più ottimista: ci sarà anche la prossima rivoluzione industriale… solo che userà molto meno materie prime… e cambierà paradigma economico… non più fondato solamente sul consumismo. Si intravedono già i primi albori… anche se la massa non si è ancora accorta. Cambierà il concetto stesso di lavoro… ed anche di welfware (per assurdo sarà molto più assistenzialista di quello odierno anche se con minori cifre procapite).
Un cenno: metti insieme lo sviluppo del settore M2M… assieme alla robotica ed al software sempre più affidabile (grazie allo sviluppo mediante community, opensource, ecc…). Per assurdo consumeremo molto meno risorse (comprese quelle energetiche)… anche se come tutti i cambiamenti… la massa lo subirà passivamente.

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