ITALIA: ecco perchè uscire dall’Euro

Scritto il alle 09:00 da paolo41

Guest post by Paolo41

Come ho già postato in varie occasioni, sono convinto assertore che la soluzione di uscire dall’euro è quella che può permettere all’Italia una ripresa della propria economia. Come primo capitolo mi dilungherò sulla Grecia, che per dimensioni del Pil (l’ultimo dato è ancora molto negativo –6,9%) è nettamente inferiore all’ Italia, mentre il debito, dopo l’entrata nell’euro è salito ormai a livelli proporzionalmente stratosferici.

Trascurando per il momento questo aspetto, vediamo il percorso del piano di salvataggio messo in opera dal duo Merkel/Sarkozy per evitare il fallimento degli ellenici e, diciamolo chiaramente, per evitare forti perdite alle banche francesi e tedesche che hanno le maggiori esposizioni sul debito greco.

Inizialmente hanno pensato che 110 MLD di euro fossero sufficienti per risolvere il problema greco, ma hanno perso una barca di tempo (ormai è chiaro a tutti che più si ritarda le decisioni, più il sistema debito si incancrenisce) a convincere gli altri paesi euro a partecipare con quote proporzionali al Pil di ciascun paese; Italia e Spagna hanno contribuito in maniera determinante, nonostante ambedue abbiano necessità impellenti di riduzione del proprio debito, mentre il loro sistema bancario, a differenza dei prima menzionati, hanno una bassa esposizione nei confronti del debito greco.
Chiaro che questo primo pacchetto, andando a incidere sui debiti sovrani dei partecipanti, è tutto A CARICO DEI CONTRIBUENTI, inclusi noi italiani. Comunque sia, questo primo pacchetto è sparito nel nulla, è servito essenzialmente al rollover di debiti in scadenza che sono stati rinnovati a tassi superiori.
Nel frattempo la Ecb comprava titoli greci e portoghesi a sostegno, per alleggerire la pressione dei mercati e ritengo che ora se ne trovi una buona quantità nel portafoglio.
Studia e ristudia, è arrivata quella che io chiamo “furbata” del secondo pacchetto di circa 110-120 MLD di euro, dove la Merkel ha insistito per mesi che occorreva la partecipazione dei privati, cioè delle banche.
Alla fine, sembra che quando il piano partirà (si dice a fine settembre) le banche parteciperanno con circa 50 MLD, cosi suddivisi:

alle scadenze dei prossimi tre anni accetteranno il rimborso per 37MLD di titoli greci con uno sconto di circa il 20% del valore nominale (il valore di mercato non superava il 50%!!!) ma la presunta perdita del 20% sarà compensata con l’ emissione di nuove obbligazioni, scadenza 30 anni, a tassi ridotti ma con garanzia del fondo Esfs ( cioè dei contribuenti europei, anche di quelli già pesantemente indebitati) e rating AAA.

Gli altri 13 MLD saranno concessi dalle banche per il rollover di titoli in scadenza con nuove scadenze a 30 anni a tassi agevolati da determinare, ma comunque sempre garantiti dal fondo Esfs. In sintesi le banche non ci rimettono, anzi ci guadagnano, dato che il prezzo dei titoli greci veleggia sul 50% del valore nominale ( che poi il 50% è un valore teorico, perché, se non fosse stato annunciato l’aiuto EU, si sarebbe verificato un default completo e i titoli greci sarebbero stati carta straccia o quasi).

Gli altri 60-70 MLD saranno impiegati direttamente dal fondo (attenzione, in questo caso per la garanzia saranno utilizzati zero coupon a 30 anni, quindi il valore sborsato sarà nettamente inferiore ai 60-70 prima indicati), con la stessa procedura adottata dai privati e quindi anche questi vanno a salvare le banche esposte A SCAPITO DEI CONTRIBUENTI degli stati sovrani EU.

Circa 210 MLD per salvare le banche tedesche, francesi e inglesi.
Ma nessuno si vuol rendere conto che la Grecia, è FALLITA COMUNQUE perché, dando pure per scontata qualche riduzione delle spese, per tornare competitiva, con quel poco che è rimasto dell’industria (si difende a denti stretti il turismo) e del settore agricolo, dovrebbe avere la possibilità di svalutare/ridurre enormemente i suoi costi per unità di prodotto.
Se rimane nell’euro, dovrà richiedere tanti di quei sacrifici alla popolazione e alle aziende (per quest’ultime aumenterà, proporzionalmente alla riduzione dei prezzi e dei costi, il rischio di fallimento), con l’ elevato e altamente probabile pericolo che dopo nemmeno un anno rifiuteranno la situazione con una rivolta sociale.

A quel punto probabilmente uscirà dall’euro, ritornerà alla dracma supersvalutata, farà default e tutto quello che è stato finanziato per salvare le banche prima menzionate andrà…. in fumo.
Sperando che la rivolta sociale non avvenga, si supponga che la situazione si mantenga stagnante; in tal caso è quasi sicuro che al prossimo controllo dei dati economico-finanziari del bilancio greco si riscontrerà un mancato raggiungimento degli obiettivi intermedi se non un peggioramento (la disoccupazione ufficiale e tornata a salire oltre il 16%), sempre che non freghino un’altra volta con i dati.
A questo punto l’EU, anche perché le pressioni politiche aumentano, sarà costretta a “convincere” la Grecia a uscire dall’euro, a meno che, per salvare quel benedetto credito delle loro banche, non decidano di “allattare il bambino vita natural durante”.

Certo è che nelle dichiarazioni fatte oggi 16/8, al termine dell’incontro bilaterale Merkel/Sarkozy, si intravedono sempre maggiori probabilità di un graduale distacco delle nazioni del nord-europa da quelle del sud, nel qual caso la Grecia, prima o poi, sembra essere destinata a uscire dall’euro.
Dato che l’esposizione delle banche franco-tedesche verso la Grecia non è poi una cifra così elevata rispetto agli assets totali delle stesse, se accettassero un rimborso parziale, Merkel e Sarkozy dovranno poi solo adoperarsi a trovare delle soluzioni interne per le proprie banche, ma è pensiero abbastanza comune che siano soluzioni abbastanza gestibili. D’altra parte quelle banche hanno finora preso fior di interessi dal debito greco!!!
Chi si troverebbe in difficoltà sono le banche elleniche: con la svalutazione della nuova dracma si innescherebbe una fuga dei depositi (in gran parte, peraltro, già avvenuta) con conseguente necessità di nazionalizzare e ove possibile vendere la maggior parte del sistema bancario.

E ora l’Italia

Proviamo ora a sollecitare la nostra immaginazione trasferendo le considerazioni fatte sulla Grecia al nostro paese. Mi sembra opportuno iniziare con una intervista rilasciata da un imprenditore al quotidiano QN-La Nazione del 15/8.

“ A me un po’ viene da ridere: vedo molti che si meravigliano perché il nostro Pil non cresce. E perché dovrebbe farlo? Dire che la ripresa è dietro l’angolo è una follia. O si ha il coraggio di DIFENDERE il lavoro italiano anche attraverso i dazi, oppure quello che è successo in questi anni è niente rispetto a quello che succederà.
O le cose cambiano radicalmente e l’Europa difende il lavoro con una politica protezionistica o in poco tempo tutto crollerà e la Cina avrà il monopolio dell’economia mondiale, con una crisi sociale devastante nel vecchio continente.
Non è un quadro catastrofista, a me pare un quadro realistico. Solo che nessuno ha il coraggio di dire cosa è successo davvero in questi dieci anni, nei quali l’Europa ha bruciato tutto quello che era stato fatto in un secolo.”

Per inciso ho postato sul blog vari miei commenti con considerazioni analoghe; l’ultimo non più tardi di 3-4 giorni fa. Aggiungevo che l’Europa con la E…maiuscola è quella che dovrebbe prendersi carico di armonizzare gli squilibri attualmente esistenti fra gli stati che compongono l’euro, per poi ergersi contro le importazioni distruttive della Cina e di altri paesi asiatici.

L’imprenditore continua:


“ è successo che con lo scellerato accordo sul Wto, si è dato via libera ad un aumento spaventoso di prodotti importati dalla Cina ( aggiungerei ..e da altri paesi asiatici) senza una regolamentazione.”

E alla domanda che molti sostengono che la Cina sia un’opportunità, risponde:

“è una delle più grandi sciocchezze mai pensate. La Cina è una risorsa solo per i cinesi e per le multinazionali che (sfruttando i bassi costi, ndr) hanno accumulato fortune impressionanti, mentre il resto sta scomparendo. A me spaventa leggere che 10 aziende americane da sole abbiano una liquidità di 980 miliardi di $.”

Credo che Gaolin abbia trovato un altro…collega..
Altri passi interessanti: se il capitalismo è un male? Risponde:

“Per carità. Ma una concentrazione così ristretta di ricchezza è un male peggiore del comunismo. Un super ricco può comprare dieci ville ma per far girare l’ economia è decisamente meglio che mille operai possano comprarsi mille piccoli appartamenti”

Dopo varie disquisizioni su come applicare dazi, quote e controlli all’ importazioni, pone come obiettivo finale quello di mantenere i posti di lavoro e il potere di acquisto degli operai europei.
E su una presa di posizione forte dell’Europa:

“l’Europa è una barca (sconquassata aggiungo io) dove il capitano (leggasi Germania) tutela i suoi interessi. Noi siamo solo marinai e ci fanno restare sotto coperta.
Vedo che in Europa tutti i paesi all’interno dell’euro hanno un Pil che fatica a crescere, mentre, ad esempio, la Svezia vola. E’ solo un caso?”

E sulla manovra :

” è stata una necessità imposta dalla Bce, ma dal punto di vista della ripresa non si vede niente. Inoltre, quando un’azienda privata è in crisi di liquidità, o ricapitalizza o vende i suoi assets per diminuire il debito. Lo Stato dovrebbe avere il coraggio di vendere. Con la zavorra di un debito così alto, illudersi di ripartire è un’utopia.



Ci sono anche altre interessanti considerazioni, una sintesi delle quali la potete trovare CLICCANDO QUI.

Non so se sono riuscito con questi due capitoli (Grecia e intervista all’ imprenditore) ad evidenziare la contraddizione a cui stiamo andando incontro: da una parte una manovra lacrime e sangue (sempre che basti!!!) per ridurre il debito e nel frattempo mettiamo la testa sotto terra,come gli struzzi, e contribuiamo con una ventina di MLD di euro a salvare il portafoglio delle banche tedesche, francesi e inglesi.
L’aiuto che ci sta dando la Bce con l’acquisto di titoli del Tesoro è solo un palliativo temporaneo e comunque condizionato veramente dalla paura dei “capitani” prima menzionati che un ulteriore deterioramento dei tassi italiani o spagnoli porti a far saltare l’euro; comunque è l’ammontare della manovra (giusta o sbagliata che sia, a secondo dei punti di vista) e il suo anticipo che ha colpito i mercati e ci ha permesso di ridurre lo spread sul bund. Detto per inciso, non sono così sicuro che lo snobbismo verso i paesi del sud Europa mostrato oggi dal duo Merkel/Sarkozy non abbia, domani, effetti negativi sui mercati finanziari.

Tornando al punto cruciale, per rendere più competitiva la nostra economia occorrerebbe ridurre prezzi e costi (un avanzo primario intorno al 4% e una bilancia commerciale almeno in pareggio), ma è un percorso improbo perché le aziende dovrebbero ridurre i margini per contrastare i prodotti cinesi e asiatici importati con un dumping sfacciato ma, dovendo contemporaneamente far fronte all’esposizione con le banche, rischierebbero molto probabilmente la bancarotta.
E l’Europa non ci aiuta, perché le sue più importanti aziende attivano potenti lobbies per difendere le loro esportazioni nei paesi asiatici e le loro delocalizzazioni (da cui reimportano a costi più bassi). Per inciso ci sono anche diverse aziende italiane, alcune importanti, che operano importando buona parte delle merci prodotte in paesi a basso costo (con basso costo s’intende non solo il costo della mano d’opera, ma anche le agevolazioni finanziarie e fiscali).

Con la deindustrializzazione avvenuta in Italia in tutti i campi industriali a partire dai primi anni novanta, con la disgregazione della Fiat che aveva un fior di portafoglio diversificato in settori diversi dai tradizionali auto, camion e trattori, con le cessioni della chimica e della siderurgia, con le continue delocalizzazioni si sono persi centinaia di migliaia di posti di lavoro, difficilmente recuperabili se non si interviene con provvedimenti drastici. Come dice l’imprenditore intervistato, occorre frenare l’emorragia con ogni mezzo, soprattutto quei mezzi che non piacciono alla ghenga del Wto o alle lobbies tedesche.
Purtroppo il tessuto industriale italiano non offre aziende ad alto contenuto tecnologico di dimensioni significative, salvo alcune note società nel dolciario/alcolici o nei componenti auto o nell’abbigliamento o nel calzaturiero; sono poche e si arriva a contarle, se va bene, con le dita di due mani.

Abbiamo in compenso una ottima tradizione nella meccanica e nel macchinario in generale, ma non sono prodotti barrierati da una elevata tecnologia e quindi, con il tempo, saranno facilmente copiati. Nell’edilizia, uno dei punti forti del paese fino a tre anni fa, si cominciano a sentire scricchiolii sempre più forti; abbiamo ancora il turismo che, fra mille difficoltà e una fortissima concorrenza, riesce ancora a difendersi forte della sua storia e delle sue tradizioni.

Ma occorre sottolineare che per il 2011 ci stiamo avvicinando ad una bilancia commerciale negativa per 30 MLD di euro !!!!!!
La domanda è semplice: fatta la manovra (e magari una successiva a corollario della prima e della seconda), vogliamo continuare con questo andazzo o ci adoperiamo per riportare i posti di lavoro in Italia????
(questa battuta Bersani, dopo aver asciugato gli scogli, cercherà di copiarmela).
E i grandi soloni dell’EU, i “capitani”, si decidono a difendere l’Europa e i suoi operai, oppure con il loro egoismo lasciano che la situazione si deteriori ulteriormente tal che anche l’Italia e gli altri paesi mediterranei raggiungano l’ormai defunta Grecia??????

Poi, più tardi, potrebbe toccare anche a loro… come sta toccando agli USA… Proviamo solo a dire che usciamo dall’euro e “vedrete l’effetto che fa”. Ma se usciamo, affronteremo due anni di ulteriori lacrime e sangue, nazionalizzeremo le banche, ci aumenterà il costo delle importazioni energetiche, ma le nostre aziende, quelle che sono rimaste, riprenderanno in breve nuova linfa e un livello competitivo più accettabile.
Senza trascurare che potremmo mettere fine, senza legami con altre nazioni, al vergognoso dumping che stanno effettuando cinesi, asiatici e multinazionali.
Chiudo riprendendo le parole dell’imprenditore

“O le cose cambiano radicalmente e l’Europa difende il lavoro con una politica protezionistica o in poco tempo tutto crollerà e andremo incontro ad una crisi sociale devastante nel vecchio continente”.

Paolo41

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46 commenti Commenta
ottofranz
Scritto il 18 agosto 2011 at 09:45

Guarda Paolo. per combinazione proprio stamattina ho inserito due commenti da Bimbo Alieno che evidentemente sposano per intero la tua tesi . Te li copioincollo


Comunque in tutti questi ragionamenti stiamo perdendo di vista come noi italiani “ci stiamo lasciando vivere”

Sia politicamente che nella vita quotidiana.

Sembra che tutto sommato in fin dei conti la cosa non ci tocchi e demandiamo ad altri la soluzione dei problemi.

Sarebbe ora, e questo dovrebbero farlo i media, che venisse lanciato l’allarme e che cominciassimo a prendere in mano i nostri destini.

Se la Nazione fosse una famiglia ad esempio, certamente le spese alte e non strettamente necessarie verrebbero eliminate.

Prendiamo le missioni militari all’estero .

Il dire signori, ci chiedete un sacrificio. Bene, questo fa parte del sacrificio.
Stop alle missioni all’estero.

Tagli al bilancio militare e conversione pro tempore di gran parte delle spese militari in Servizio Civile (protezione civile ad esempio, non dimentichiamoci che basterebbe un’altro terremoto per metterci in ginocchio)

Messaggio al Popolo: stretta reale della spesa Pubblica intesa anche come sprechi dei Parlamentari (intendo tagli essenziali ,e voi sapete a cosa mi riferisco) e Patrimoniale secca che rimetta subito in ordine i conti ( mi sembra che le partite corrrenti non siano sofferenti o sbaglio?)

Messaggio all’Europa ed soprattutto agli USA:

non siamo più i vostri cagnolini

Tutto questo si trasformerebbe in un :

Messaggio al mercato: stavolta si fa sul serio

Ne avremmo di cartucce in cartucciera se solo avessimo governanti coi coglioni.

Forse nonostante tutte le controindicazioni, in questo momento anche un Craxi andrebbe bene:

Ma attenzione, non un Mussolini. Ed è questa la deriva pericolosa

secondo commento


Quella sopra sarebbe solo la prima mossa per l’emergenza.

Va da se che non si possa prescindere dalla creazione di posti di lavoro
.
E allora qui il discorso si fa più difficile, ma se non si parte dalla rivalorizzazione dell’impresa italiana non si va da nessuna parte.

Quindi difesa dal dumping, dazi di importazione fortissimi su tutto quanto è di derivazione delocalizzata (quindi non solo Cina, gli imprenditori italiani si prendano le loro responsabilità), sgravi fiscali ed agevolazioni alle imprese che sappiano creare lavoro,(funzionali al businnes , non per far cambiare il SUV al titolare) repressione dura delle truffe che potrebbe nascere al riguardo,il che ci porterebe al sistema giudiziario che andrebbe rivisto, rivisitazione TOTALE del sistema fiscale e lotta senza quartiere ad evasione e criminalità organizzata

Stamattina sono in vena di favole … Ah dimenticavo, scusate, sopra ho detto una ca**ata, ci vorrebbe un Mussolini !

Purtroppo come capirai non sono molto fiducioso che risolveremo facilmente il problema. I mali dell’Italia sono troppi ed incancreniti. A ben pensarci non basterebbe neanche un Mussolini…ci vorrebbe un Pol Pot

Altrimenti difficile far capire che una maglietta non può costare 3 euro se vuoi il lavoro.

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battista
Scritto il 18 agosto 2011 at 09:53

E i grandi soloni dell’EU, i “capitani”, si decidono a difendere l’Europa e i suoi operai, oppure con il loro egoismo lasciano che la situazione si deteriori ulteriormente tal che anche l’Italia e gli altri paesi mediterranei raggiungano l’ormai defunta Grecia??????

Ciao Paolo ,

come diceva l ‘ ottimo Guzzanti anni fa , ” la seconda che hai detto … ”

entro settembre ( gia’ rimandata a luglio ) si dovrebbe definire la posizione Grecia , quindi non penso la risposta chiara e definitiva tardera’ troppo

trovo , poi , incredibile , che al vertice franco – tedesco non abbia partecipato nessun esponente di rilievo UE , solo il presidente si e’ visto recapitare , oggi , la lettera su cosa e come fare …come un semplice segretario factotum

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idleproc
Scritto il 18 agosto 2011 at 10:07

“…con le continue delocalizzazioni si sono persi centinaia di migliaia di posti di lavoro, difficilmente recuperabili se non si interviene con provvedimenti drastici. Come dice l’imprenditore intervistato, occorre frenare l’emorragia con ogni mezzo, soprattutto quei mezzi che non piacciono alla ghenga del Wto o alle lobbies tedesche.” … aggiungo anche le lobbies di casta italiota.

Condivido in toto… non vedo alternativa. Per poterlo fare e costruire una strategia economica e geopolitica di uscita è necessario provvedere ad un ricambio di classe dirigente. Questo può essere fatto solo se Impresa e Lavoro Italiani si danno una mossa pretendendo il ricambio o generandone un’altra. La “via d’uscita” si serebbe dovuta preparare molto tempo prima, al momento dell’entrata nell’euro. Attualmente rischiamo un lento logoramento da esproprio e nella condizione di crisi sociale successiva anche la dissoluzione dell’unità nazionale.
L’unità nazionale non è un “valore in sè” buono per l’attuale retorica finalizzata a nascondere l’esproprio di sovranità finanziario e monetario ma un’autodifesa. Il Nord, io sono del Nord, diventerbbe una colonia franco-tedesca.
La Casta sta discutendo su come svendere il patrimonio pubblico strategico dell’Italia, invece di farlo funzionare. Resteremmo solo un mercato, senza una realtà produttiva e fino a quando ci sarà reddito e capitale accumulato dai nostri padri da distribuirsi. Il poi non lo voglio neanche pensare… ci tireranno le banane.

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ciotantocul
Scritto il 18 agosto 2011 at 10:12

Non ero io l’imprenditore ma sposo in toto lo sfogo. Se globalizzazione deve essere, devono essere globali anche le regole e le tutele altrimenti NON PUO’ funzionare. Piuttosto sarebbe meglio se si ribaltassero completamente i termini dell’approccio: libera totalmente la circolazione delle idee (via brevetti, copyright e affini) ma inibire o rallentare la circolazione delle merci: cio’ consentirebbe uno sviluppo molto piu’ armonico del pianeta. Riflessione:Nel sistema capitalistico non puo’ esistere il ‘too big to fail’. E’ una contraddizione nei termini. Se e’ too big e’ perche’ si e’ in presenza di una attivita’ che ha rilevanza pubblica; se e’ cosi’ queste attivita’ non possono essere gestite da codici e finalita’ privatistiche..Non puo’ funzionare! E sui ‘salvataggi’ privati e pubblici: rifinanziare, rollare, garantire etc etc il debito non risolvera’ niente. Se la mia impresa Italia non genera sufficiente cashflow e sano utile per spesare l’ammortamento del sistema pubblico e industriale, l’essere in grado di pagare una rata e’ veramente l’ultimo dei problemi.

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ciotantocul
Scritto il 18 agosto 2011 at 10:40

e basta cambiare i soggetti o moltiplicarli per centinaia di milioni:
http://www.youtube.com/watch?v=2Ths1X4GGSs

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vichingo
Scritto il 18 agosto 2011 at 10:48

Invece io credo che l’ancoraggio ad una moneta forte come l’euro obbliga i nostri indegni politici ad attuare misure per tenere in piedi la nostra economia che sarebbe collassata con la lira, dato che la furbizia dell’homo “politicus” italicus è nota a tutti, lontano come è da valori quali la solidarietà, la condivisione ed il bene comune. Si tende a curare bene il proprio giardino e si manda in malora il resto.
La nostra classe dirigente, però deve stare molto attenta a dove reperire le risorse, per evitare forti conflitti sociali. E’ ridicolo pensare allo scudo fiscale con la misera tassazione del 5%, mentre tanta gente sbatte la testa nel muro per trovare un lavoro dignitoso. Bisogna colpire dove è stato originato questo casino, primo tra i politici che hanno, negli anmni passati originato questo debito, creato falsa ricchezza, poi sulla speculazione finanziaria che mette in ginocchio stati e affama milioni di persone.

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tommy271
Scritto il 18 agosto 2011 at 11:09

Vedo che hai una scarsa fiducia sulle capacità della Grecia di uscire dalla fase recessiva… in mezzo ai dati negativi non ti devi però dimenticare la crescita dell’export che, insieme alla diminuizione dell’import, ha fatto scendere di parecchio il deficit della bilancia commerciale.
Non devi dimenticarti anche le innumerevoli riforme, liberalizzazioni e modernizzazioni del paese che sono state approvate a seguito della crisi, un pò come quelle che stiamo sperimentando anche noi in Italia.

All’imprenditore che si lamenta del WTO, della Cina e via di seguito, direi di spremere le meningi e cercare di innovare prodotti e fasi di lavorazione.
E’ un’illusione pensare che si possa tornare indietro di trent’anni: pensa forse che la “Lira” possa competere con i cinesi e lo “Yuan”?

Quello che ha salvato sinora l’Italia è stata l’appartenenza all’Eurozona, non viceversa. Un mercato aperto per le piccole/medie imprese italiane che hanno sfruttato poco le opportunità, costi di finanziamento minori, materie prime a basso prezzo, stabilità dei cambi.

Come in tutte le fasi di cambiamento ci troviamo nella necessità di chiedere più “Europa” e maggiore coesione delle politiche economiche.
Quindi ritiro delle missioni all’estero, ripristino dell’ICI sulla prima casa, tassazione dei beni ecclesiastici, contributo di solidarietà, tassazione sul “trading”, maggiori vincoli di bilancio.
I paesi “virtuosi” devono essere un esempio, non il male su cui scaricare le nostre frustrazioni.

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smsj
Scritto il 18 agosto 2011 at 11:14

Condivido quasi tutto, come spesso mi accade leggendo le tue riflessioni.
Credo perchè forse abbiamo una formazione professionale simile.
Una cosa sola non mi è chiara: perchè credi che sia sufficiente uscire dall’Europa per arginare il fiume enorme di merci cinesi che ha distrutto il tessuto industriale italiano e distrutto la catena del valore impoverendo tutta la filiera? A me pare sia questo il nocciolo di tutto il problema, aver scambiato la globalizzazione per un vantaggio sempre e comunque per tutti, aver consentito scambi commerciali iniqui con dittature comuniste, aver accettato il processo come ineluttabile e non governabile. Poi è chiaro che in Italia non saremmo comunque stati in grado di governare alcunchè. :|

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ottofranz
Scritto il 18 agosto 2011 at 11:17

vichingo,

Colpire, vuol dire una Magistratura ed un sistema legale che funzioni e che funzioni velocemente e senza se e senza ma, per riprendere una frase ormai storica.

Ma le nostre Mafie hanno ormai corrotto irrimediabilmente il sistema.

Alla luce di tutto questo da imprenditore del Nord (egoisticamente) vorrei che fosse vero quanto espresso da Idleproc. Ci farei un serio pensierino su un’Amministrazione Franco_ tedesca. Almeno dimostra di funzionare.

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idleproc
Scritto il 18 agosto 2011 at 11:31

ottofranz,

Pure io se fossi un imprenditore francese o tedesco, anzi, preferirei un’amministrazione austriaca. Purtroppo lo status “coloniale” è un pò diverso…

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_andy_
Scritto il 18 agosto 2011 at 12:01

Paolo Barnard nei suoi video reportage reperibili su You Tube fornisce risposte esaurienti a questa situazione. Per il momento questa crisi non verrà risolta in quanto utile per perseguire certi obiettivi. O la collettività si sveglia e si compatta o la direzione segnata da chi comanda è già presa.

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gainhunter
Scritto il 18 agosto 2011 at 12:46

@paolo41, ottimo articolo!

Proviamo solo a dire che usciamo dall’euro e “vedrete l’effetto che fa”.

Perfettamente d’accordo, secondo me qualcuno se la farà sotto e smetterà di fare il supponente, accettando finalmente di pagare dazio per tutti quei vantaggi che ha avuto grazie all’Euro e ai Paesi mediterranei, in particolare l’Italia, che ne hanno di conseguenza subito gli svantaggi.

Il messaggio deve essere chiaro: o si fanno gli eurobond o l’Italia se ne va da sola. O l’Europa inizia a fare protezionismo, o l’Italia esce.

E’ vero che l’Euro e Maastricht hanno portato stabilità e fermato l’aumento del debito/pil (fino al 2008), ma il prezzo che abbiamo pagato sono state la bassa crescita economica e l’autonomia economica e politica, quella che ci avrebbe permesso di adottare misure protezioniste. A dire la verità questo dipende anche da un eccessivo europeismo dei nostri politici perchè abbiamo visto che la Francia alcune misure protezioniste le ha adottate, e anche dal fatto che la politica è influenzata dagli interessi di quelle grosse aziende che delocalizzano spinte dalla ricerca del massimo profitto.

Detto questo, siamo sicuri che uscendo dall’Euro (e dal WTO) e andando da soli la politica abbia la volontà di fare protezionismo e di riportare il lavoro in patria, contro gli interessi di quelle aziende che hanno delocalizzato? O che saremo in grado di ridurre il costo del lavoro (tasse sul lavoro) e alzare i costi di importazione al punto da rendere più conveniente produrre in Italia?

Se almeno alla prima domanda la risposta è sì, Silvio, Giulio, fuori le OO! Andate da questa strana coppia e ditegli: “Angela, Nicolas, noi siamo disponibili a accettare il rischio che comporta l’uscita dall’Euro; la domanda è: VOI lo siete?” :twisted:

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Scritto il 18 agosto 2011 at 12:54

E’ il classico gatto che si morde la coda. Avete mai visto quelle famiglie che per pagare i debiti fanno altro debito….? Beh… pensate che ci sia una soluzione…. impossibile

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paolo41
Scritto il 18 agosto 2011 at 13:33

vichingo,

tommy271@finanza,

è positivo che ci siano opinioni diverse, non credo che esista il verbo in assoluto e quindi mi sembra che siano da rispettare le opinioni di chi pensa che la Grecia sarà capace di uscire dal tunnel cosi come chi, al pari di Vichingo, ritiene che senza la spinta dell’Eu i nostri governanti non sarebbero in grado di applicare qualsiasi riforma.
Personalmente da diverso tempo (come minimo 2 o forse 3 anni) predico l’uscita dall’euro, perchè vedo le nostre aziende, che sono sempre state forti nell’esportazione, contrarsi e perdere progressivamente di competitività a favore di aziende cinesi e asiatiche che non sono state minimamente barrierate dall’EU (anche perchè non avevano interesse a ergere barriere, come ho spiegato nel post e in precedenti commenti, vedi ad es. cantieristica) e a favore delle multinazionali che si sono delocalizzate nei paesi a basso costo. E se calano i posti di lavoro calano i consumi, cala il Pil, calano i redditi, vanno in crisi l’edilizia e i servizi, in poche parole, il sistema si avvolge in una spirale estremamente negativa.
Voglio credere che non pensiate che si possa uscire da questa situazione attraverso manovre che penalizzino, in un modo o nell’altro, i redditi; va bene tagliare il superfluo e il parassitario, va bene intensificare il controllo dell’evasione e penalizzare in maniera decisa chi sgarra, va bene togliere la burocrazia che annichilisce le aziende, va bene ampliare le liberizzazioni, ma
NON BASTA.
Io vengo dall’industria, ci ho lavorato per 40 anni e so benissimo che quando l’industria (nel termine più inclusivo possibile) tira, tutte le manovre riescono più facili ed è altrettanto più facile investire per ulteriori sviluppi.
Nel mio semplice modo di pensare tutto il resto è filosofia; creiamo, innanzi tutto, posti di lavoro e se qualcuno ce li ha rubati, facendo il “furbo” alle nostre spalle, facciamo in modo di riprenderceli. E se l’Europa non ci aiuta, perchè ha altri interessi, non possiamo permettere che ci soffochi definitivamente.
Due giorni fa ho visto, per intero, la conferenza stampa del duo Merkel/Sarkozy: eravamo davanti a due spocchiosi (più il secondo della prima) che pensano che con le sole parole si risolvano i problemi dell’europa. Prima di tutto mi domando se sono coscienti dei problemi che hanno al loro interno, in secondo luogo i commenti dei media e degli investitori sono stati generalmente negativi, alcuni sono arrivati a evidenziare e criticare l’estrema poca professionalità con cui hanno affrontato l’argomento. Fra le righe a tanti non è sfuggita, come al sottoscritto un espresso desiderio a vedere un’area euro ridotta …a chi se la merita.
E una buona parte dell’attuale andamento negativo dei mercati è ascrivibile alla suddetta conferenza.
Se questi devono essere i nostri “capitani”, con un “governo economico” gestito dai loro burattini, rimango arciconvinto che prima li lasciamo andare per conto loro meglio è per l’Italia.

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tommy271
Scritto il 18 agosto 2011 at 15:22

Paolo 41, parlando di export … nonostante l’Euro la Grecia ha aumentato in maniera considerevole le esportazioni nel corso dell’ultimo anno, migliorando sensibilmente l’andamento della bilancia commerciale che, a tutt’oggi rappresenta una delle poche voci positive in un andamento pesantemente recessivo (pur in miglioramento).
Se ci riesce la Grecia penso che l’Italia possa offrire qualcosa di più rispetto a formaggio e olive … non si vede perchè altri paesi convivano bene con questa opportunità che garantisce prezzi delle materie prime e finanziamenti a basso costo.
Forse il problema è la modernizzazione del paese …

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dema
Scritto il 18 agosto 2011 at 15:27

ottimo articolo Paolo 41

unico dubbio , con i furbetti del quartierino e vari boss , uscendo dall euro andremmo incontro sicuramente ad una pseudo dittatura tutta all italiana.

finiti i controlli Ue varrebbe la legge quello che è mio e mio e quello che è tuo è mio

ciao
demaes 8)

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andrea.mensa
Scritto il 18 agosto 2011 at 15:46

paolo41,

caro Paolo
prima di esprimere una opinione mia in merito a quanto da te scritto, vorrei fare una considerazione a proposito delle svalutazioni competitive.
svalutare una moneta significa nell’immediato due cose:
tutto ciò che è denominato nella moneta nazionale, vale di meno, mentre ciò che è denominato in una moneta estera non subisce variazioni.
essendo valida la relazione relativa, vorrà dire che, almeno inizialmente, ogni bene importato subirà un aumento corrispondente all’inverso dellla svalutazione, mentre tutto il resto resterà immutato.
dato che importiamo beni come il petrolio che attualmente necessita per ogni trasporto, ogni trsporto diverrà più caro.
poi, immediatamente seguiranno tutti quei prezzi o prestazioni essenziali, che per loro natura, non possono diminuire o essere aboliti, e qui gli operatori, aumenteranno le tariffe e i prezzi in modo tale da compensare la caduta del potere d’acquisto…..
morale, come esperienza insegna a subire la maggior parte del danno, fino a che tutto sia stato rivalutato in proporzione, saranno redditi fissi, pensioni, ecc…. ovvero tutto quanto non dipende dal percettore la sua rivalutazione ma tale rivalutazione avverrà, ed in modo incompleto ( pensare all’effetto sulla tassazione) dopo molto tempo e lotte.
ma , a questo punto domando io, a creare la condizione per cui si richiede la svalutazione, cosa è stato ? ovviamente il fatto di avere una moneta forte, ha consentito di importare più di quanto si è esportato, e infatti, la svalutazione sarebbe richiesta proprio per compensare la bilancia commerciale.
ma proviamo ora ad analizzare, all’interno della società, chi ha accentuato importazioni rispetto alle esportazioni.
BMW e Mercedes, sono forse i pensionati e glioperai a comprarle ?
vacanze nei vari paradisi sono forse i pensionati a 1000€ al mese a farle?
a viaggiare in aereo, sono forse disoccupati e cassintegrati o mobili ?
forza, rispondiamo a queste domande e allora ci accorgeremo che la svalutazione non colpirebbe ci ha mandato fuori rotta la bilancia commerciale, ma proprio proprio quelli su cui già grava l’onere di non mandarla proprio a catafgascio.
soluzione.
non svalutazione, non uscita dall’euro, non misure roboanti ma inutili, ma introdurre semplicemente la tassazione sulla ricchezza ( e non sul reddito) di cui il reddito eventualmente ne è solo una componente, e fortemente progressiva.
ecco che forse con essa comincerebbero a calare le importazioni e quindi le esportazioni potrebbero sopravanzarle.
se c’è un debito, enorme, mostruoso, ci sono anche i creditori, e questi sono diventati tali perchè non hanno mai contribuito adeguatamente al mantenimento di quello stato da cui pretendono giustizia, sicurezza, difesa, e considerazione dal mondo intero.
sbaglio tutto ???

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ciotantocul
Scritto il 18 agosto 2011 at 15:46

Intanto non possiamo, nel casino imperante, dare un pezzo di Siria ai curdi, un pezzo ai palestinesi, un pezzo ai drusi….cosi’ tanto per fare un po’ di demo-democrazia?

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alfio200
Scritto il 18 agosto 2011 at 15:47

Scusate, ma dopo 60 anni di retorica, non pensate che a questo punto ci stia bene un:

“L’Italia nata dalla resistenza ha fatto flop.”

:mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

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lacan2
Scritto il 18 agosto 2011 at 15:55

1)io non sono molto sicuro che uscire dall’euro risolverebbe tutti i problemi (o gran parte di essi).
Ci sono due classi di paesi debitori: quelli che hanno un patrimonio adeguato per pagare i propri debiti (Italia), quelli che hanno sia un debito privato che un debito pubblico in rosso (vedi grecia, spagna). L’italia dovrebbe quindi attingere da quel patrimonio, probabilmente, se lo stato si fosse indebitato di meno quei patrimoni non sarebbero così elevati in termini relativi con gli altri paesi. Quindi (come argomenta la Germania) i nostri debiti dovremmo pagarceli con il nostro patrimonio (non hanno tutti i torti). A riguardo mi pongo una domanda: chi sono quelli che hanno beneficiato maggiormanete del debito pubblico? Quando per costruire un infrastruttura in Italia si spende il triplo rispetto ad un altro paese europeo, dove vanno questi extra guadagni pagati con debito pubblico? a chi vanno le varie consulenze? Le false pensioni d’invalidità, i sussidi ad aziende nate e morte sulla carta? In qualche patrimonio saranno andati quei soldi. Il problema allora è quello dell’equità, far pagare a chi più ha beneficiato della spesa pubblica.

2) sono d’accordo con te quando fai riferimento alla globalizzazione: la globalizzazione senza regole è stata una scelta infelice da parte dei paesi occidentali. Forse a livello globale ha avuto un payoff positivo (pensiamo a tanti nuovi ricchi nei paesi in via di sviluppo, merci a basso costo ma a discapito di manodopera non tutelata e inquinamento), ma dal punto di vista dei nostri interessi certamente ha avuto effetti negativi.
Il discorso è che si può competere globalmente quando le regole sono simili per tutti i concorrenti. Ma qui allora il problema non è l’euro, ma è di natura politica.

3) l’uscita dell’euro è un’incognita, non siamo in grado di determinarne le conseguenze sociali ed economiche.. è come un salto nel buio (potrebbe anche avere successo), la mia opinione è che sarebbe meglio agire politicamente per una maggiore unione dell’europa affrontando anche i problemi che abbiamo citato (magari anche rivedendo la rigidità del nostro paese). Questa è la mia opinione, anche se le tue argomentazioni a supporto della tua tesi sono credibili.

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7voice
Scritto il 18 agosto 2011 at 16:06

QUESTO POST è UNA FARSA !FORSE NON AVETE CAPITO: QUà STANNO X SALTARE GLI USA X ARIA! X CUI SOLO FACENDO PARTE DI EUROLANDIA FORSE POTRESTI SALVARTI ! BASTA CON QUESTI POST ALLA MUZIO SCEVOLA ! :roll: :roll: :roll:

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hironibiki
Scritto il 18 agosto 2011 at 16:09

Milano in rosso (-6,1%) , paura recessione.
Il Wsj: «La Fed sta monitorando il livello di funding degli istituti di credito europei». Dow Jones a -4% (fonte http://www.corriere.it/economia/11_agosto_18/borsa-mercati-giovedi_ba8db57a-c968-11e0-a66c-10701cdb9ebd.shtml)

PAURA RECESSIONE?? Ma dai si sono accorti che siamo anche in recessione?? E dove sono stati in tutto questo tempo?? Mi viene da pensare che erano insieme a Totti in “Vedo.. Vedo che..” A fumare. Solo che lui faceva finta, loro invece mi sa che ci sono andati giù di brutto :mrgreen:

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paolo41
Scritto il 18 agosto 2011 at 16:54

andrea.mensa@finanza,

lacan2@finanza,

credo che la differenza sostanziale fra i vostri punti di vista e quello del sottoscritto ( e dell’imprenditore) sta nel fatto che le vostre considerazioni analizzano le conseguenze finanziarie di un eventuale uscita dall’euro, mentre noi ci poniamo la domanda: come facciamo a ricreare almeno una parte (aggiungo sostanziale) delle centinaia di migliaia di posti di lavoro che abbiamo perso negli ultimi anni????
Provate a darvi una risposta praticabile e se tale….. tranquilli che vi seguo.

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angiglio
Scritto il 18 agosto 2011 at 17:00

Molte cose a me non sono chiare: soprattutto non riesco a comprendere le dinamiche che in questo momento ci sono sulle valute e credo che questo sia l’aspetto più importante. Un euro che crolla può quotare 1,
43 sul dollaro? E come è possibile che una nazione così solida come la Svizzera possa avanzare ipotesi di ancoraggio della sua fortissima valuta all’euro ? (Se il nostro imprenditore è arrabbiato, quelli elvetici cosa devono dire? E se i dipendenti Fiat sono preoccupati, quelli della Neslè?)
Ma ci sono alcune cose che mi sono invece assolutamente chiare: l’attuale vantaggio competitivo dei paesi in via di sviluppo in parte sarà dovuto ai cattivi di turno (oggi Germania e Francia), in parte sarà dovuto alle questioni valutarie, ma è soprattutto dovuto a questioni demografiche.
Sono appena tornato da un paese africano e l’ho ritrovato in condizioni migliori rispetto all’ultima volta che ci sono stato. Ma ancora adesso il 90% dei cittadini di quel paese è disposto a fare il lavoro che tutti noi facciamo ad un quinto del nostro stipendio.
Il problema è un problema demografico e di riequilibrio tra aree geografiche e non ha senso pensare all’Europa come alla sommatoria di tanti singoli paesi: è un’area geografica unica, con una valuta unica ma ancora senza una politica unica.
Quindi a chi propone l’uscita dall’euro chiedo se è disposto a pagarne le conseguenze: ovvero ritrovarsi dalla sera alla mattina con i propri risparmi espressi in soldi del monopoli, un’inflazione stile sud America qualche decina di anni fa, stipendi magari di tre milioni di lire ma con un kilo di pasta che costa 20.000 lire.
Forse chi fa questa proposta è un imprenditore che lavora con l’estero e che spera di fare il vecchio giochetto di alcuni anni fa, ovvero farsi pagare dai clienti in valute forti, magari euro, depositarli all’estero senza neanche farli entrare in Italia e lucrare sul cambio, oppure non ha ben chiaro che cosa sia una crisi. E non bisogna fare neanche tanta strada per capirlo: basta andare in Bosnia e farsi raccontare che cosa è successo ai loro risparmi, alla loro moneta, alle loro industrie, alla loro vita.
Noi vogliamo uscire dall’Euro e tutti gli altri, quelli che stanno davvero peggio di noi, o vogliono entrarci oppure vogliono ancorare la loro valuta all’Euro. Chi mi sa spiegare questa incongruenza?
E chi mi sa spiegare che con una borsa a -6% questa sera si dirà che l’euro è “crollato” a 1.4288 ? Se questo è crollo quando quotava 0,80 che cosa era?

Ps:per avere un’idea di cosa succederebbe: la valuta bosniaca è ancorata all’euro dal 1998 con cambio fisso. Subito dopo la guerra si viveva con i marchi tedeschi così come è pensabile che dopo l’uscita dall’euro per un po’ di tempo anche noi si viva con i vecchi euro, anche se chissà a quale cambio. Il dinaro dapprima era un semplice timbro sulle valute jugoslave, quindi venne stampato anche se, dopo soli due anni a seguito dell’inflazione venne emesso il nuovo dinaro con un rapporto di 1:10.000 sul vecchio. Chi vuole uscire dall’Euro ha idea di che cosa significhi?

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Lukas
Scritto il 18 agosto 2011 at 17:09

alfio200@finanza: Scusate, ma dopo 60 anni di retorica, non pensate che a questo punto ci stia bene un:“L’Italia nata dalla resistenza ha fatto flop.”   

Retorica ?…..forse ancora non hai ben capito che per molti di Noi ” La Resistenza ” continua ancor oggi………perchè c’è ancora da realizzare la gran parte degli obiettivi che i nostri nonni hanno solennemente scritto nella prima parte della Costituzione !!!

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hironibiki
Scritto il 18 agosto 2011 at 17:13

paolo41,
Non si può, bisognerebbe cambiare il modo di pensare e passare dal capitalismo al collettivismo.
Il primo mette il singolo al centro (azienda, soci, ecc che sia… ma comunque un piccolo numero) dove lo scopo è il guadagno e l’espansione economica dare per avere insomma, il secondo invece mette la collettività al centro. Quindi produzione locale che copre solo il fabbisogno senza eccedere, riproporre uno stile di vita più semplice dove gli eccessi sono banditi. Non esiste il ricco, non esiste il povero.
Eh ma questa è un’altra storia. L’uomo non riuscirà mai ad arrivare ad un tale equilibrio.
Io la vedo così. La crisi è il completamento dello smodato egoismo.
Poi per carità si potrà mettere dei pagliativi, ma a che fine? E’ la mentalità che va cambiata. Ma le comodità è difficile abbandonarle.. Meglio allora andare alla deriva.. Sigh e ci stanno portando :|
Comunque viviamo in un periodo emozionante della storia, siamo davanti a un enorme cambiamento.

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nervifrank
Scritto il 18 agosto 2011 at 17:15

Lukas: Retorica ?…..forse ancora non hai ben capito che per molti di Noi ” La Resistenza ” continua ancor oggi………perchè c’è ancora da realizzare la gran parte degli obiettivi che i nostri nonni hanno solennemente scritto nella prima parte della Costituzione !!!  

:D

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Lukas
Scritto il 18 agosto 2011 at 17:17

7voice@finanza: QUESTO POST è UNA FARSA !FORSE NON AVETE CAPITO: QUà STANNO X SALTARE GLI USA X ARIA! X CUI SOLO FACENDO PARTE DI EUROLANDIA FORSE POTRESTI SALVARTI ! BASTA CON QUESTI POST ALLA MUZIO SCEVOLA !   

Davvero una farsa…o forse peggio……c’è addirittura qualcuno che pensa di salvarsi passando dall’Euro……alla ” PESETA VALTELLINESE ” ………non hanno ancora capito che il mondo ne uscirà ancora una volta in avanti……e non rintanandosi tra gli anfratti delle montagne……della PREALPINA !!!

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andrea.mensa
Scritto il 18 agosto 2011 at 17:35

paolo41,

caro Paolo

“Provate a darvi una risposta praticabile e se tale….. tranquilli che vi seguo.”

che sia la soluzione non mi sento di garantirtelo, ma si potrebbe discutere.
e come al solito inizio dall’analisi, perchè come diceva il mio prof. non ci sono risposte sbagliate, ma domande sbagliate.
la prima considerazione è cheil mondo deve tendere a pareggi nei bilanci commerciali, perchè lo sbilanciamento crea sempre e solo dei debiti.
uno sbilanciamento temporaneo è ammissibile ma deve generare immediatamente azioni correttive. e questo in linea di principio.
il come realizzarlo può andare dalla svalutazione della moneta, o dall’aumento dell’imposizione fiscale, al blocco temporaneo delle importazioni, ecc… di mezzi ce ne sono decine.
lavoro.
una economia sana a questo punto deve poter permettere di consumare quanto prodotto, o almeno l”equivalente di quanto prodotto.
ma questo non si ottiene facendo lavorare alcuni fino a 80 anni e altri buttandoli fuori a 40, e nemmeno facendone lavorare alcuni 12 ore al giorno lasciandone a casa altri.
se la produzione di beni e servizi è eccessiva , lavoreranno tutti di meno, compresi dirigenti e managers.
gli amministratori delegati, i sindaci, i presidenti , a casa anche loro a 65 anni, come tutti e largo ai giovani.
poi, gli spazzini sono solo immigrati ? perchè sono pagati poco, alzare le paghe e lo faranno anche gli italiani, come gli infermieri, i muratori, ecc….
e queste sono alcune misure…. poi con un po’ di fantasia, e non volendo sempre e solo privilegiare il capitale ( inutile con una tassazione fortemente progresssiva sulla ricchezza e non solo sul reddito) ma soprattutto il lavoro, altre azioni si potrebbero anche discutere.

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lacan2
Scritto il 18 agosto 2011 at 17:48

paolo41,

come fanno le imprese tedesche ad essere competitive con l’euro forte? (ok, non è un problema che si risolve dall’oggi al domani).
E poi: le conseguenze sociali di una svalutazione sono sostenibili da un paese già avvelenato come l’Italia?
Il problema credo sia semmai risolvere i problemi macroeconomici di cui hai anche tu accennato: io, ad esempio, non ho voglia di prendere uno stipendio in termini reali notevolmente più basso perchè una parte degli italiani ha approfittato o goduto della spesa statale (in termine lato)

ti propongo un altro articolo di un imprenditore che riassume le cause del deficit di competitività italiana:

Pubblichiamo l’intervento di guido ghisolfi, amministratore delegato di M&G Finanziaria, al convegno dell’Istituto Bruno Leoni “Si può solo fuggire? Gli investimenti esteri in Italia fra relazioni industriali e rischio-Paese”, Open Colonna, Roma, 11 maggio 2011

Di mestiere faccio l’imprenditore. La mia azienda, Mossi & Ghisolfi, è un gruppo chimico multinazionale con sede in Piemonte. Fattura circa 4 miliardi di dollari, ha sedi e stabilimenti negli USA, in Messico, in Brasile, in India e in Cina. Investe circa 40 milioni all’anno in ricerca e sviluppo. Conserva la testa, il valore, la ricerca in Italia.

Di qui abbiamo preso decisioni d’investimento e impostato programmi di ricerca in tutto il mondo. Questo è quindi il punto di vista da cui posso fare qualche osservazione circa la facilità, o meglio, la possibilità di investire ancora nel nostro Paese.

Tutte le statistiche ci dicono che in Italia s’investe poco sia nel manufacturing sia nei servizi, ancor meno nella ricerca. Secondo le classifiche europee siamo il paese dove è più difficile creare business insieme alla Grecia e uno dei più ostici al mondo. Le condizioni generali ci sono note. Tuttavia, vale sicuramente la pena di soffermarsi sulle ragioni di questa scarsa propensione all’investimento nel nostro paese. Prima di tutto vediamo chi potrebbe investire e poi ci potremo interrogare sul perché non lo fa.

Un investimento importante è una scommessa a lungo termine su un sistema Paese, e questa scommessa la può fare chi ha capitali a disposizione, è attrezzato con competenze per valutare delle alternative.

Se questa decisione la deve prendere un’azienda straniera il confronto tra più paesi è obbligato. Se invece la decisione spetta ad una azienda italiana o che ha già investimenti in Italia il processo decisionale è in primo luogo influenzato dai costi di un’eventuale delocalizzazione. Ne consegue che nuovi investimenti effettuati da aziende estere possono essere attirati altrove, ma anche che le aziende che già sono in Italia dovrebbero avere un tasso d’investimento almeno pari alle loro omologhe straniere. Invece così non è.

Tra le ragioni principali di questa stasi ve ne sono alcune che riguardano le aziende e che spiegano la scarsa propensione all’investimento dell’imprenditoria italiana. Altre invece dipendono dalle condizioni che un investitore trova nella nostra nazione e quindi ci riguardano tutti e, se vogliamo, definiscono appunto la ”facilità del fare business in Italia”

Non è questa la sede per analizzare l’evoluzione che l’impresa ha avuto in Italia negli ultimi 30 anni ed il ritardo della piccola e media azienda nel dotarsi di quegli strumenti che la renderebbero oggi appetibile per un investitore. Strumenti che risultano essere la base per una crescita degli investimenti. Infatti le nostre aziende medio piccole non hanno potuto e qualche volta saputo investire in informatica, sicurezza, organizzazione, qualità reale. Questo fatto è stato per anni considerato un alleggerimento della struttura aziendale e ha dato la sensazione di esser un elemento di flessibilità e di vantaggio competitivo. Oggi è uno svantaggio strutturale e la richiesta d’informazioni e di organizzazione che il mercato mondiale e le istituzioni finanziarie chiedono, preoccupa per l’onere che questi adempimenti caricano su imprese che per capitalizzazione e cultura non sono in condizione di affrontarlo.

Nei confronti di questa richiesta, che spesso viene considerata sterile burocrazia, monta la protesta e l’insofferenza che si concretizza nel chiedere meno carte e meno burocrazia. Ma il mondo va diversamente. L’esigenza di contabilità industriali trasparenti e controllate sistematicamente da organismi terzi all’estero è regola usuale; la dimestichezza con i moderni sistemi di programmazione e di gestione idem, la consuetudine a produrre le informazioni richieste in forma standard e in inglese è una regola. Qualità, sicurezza, norma ambientale sono effettivamente rispettate da tutti, e sono naturalmente anche costi aziendali. La minor dimensione delle nostre aziende e la distanza da questi standard ormai globali non aiuta questo processo di modernizzazione e impedisce l’accesso a risorse estere che operano secondo questi schemi. La semplicità e la rapidità richiesta è un’altra.

La domanda complessa è dunque: perché qualcuno dovrebbe investire in Italia avendo la possibilità di andare altrove? Il nostro possibile investitore valuta una serie di aspetti:

Il mercato
L’offerta di lavoro, le scuole, l’Università
Le infrastrutture
L’interazione con il territorio e l’attenzione che le amministrazioni dedicano all’investimento

Mercato
Il mercato italiano e, più in generale, quello europeo sono un grande bacino di utenza composto da un pubblico sofisticato e mediamente benestante. Queste considerazioni sono vere se le si compara in valore assoluto medio sia nei confronti del mercato americano sia con quello asiatico. Ciò che sicuramente è cambiato nel consumatore europeo così come in quello americano è il “mood” che determina la spesa per beni e servizi. Questa nuova propensione del consumatore maturo occidentale, un consumatore che si muove più per sostituire ciò che ha già, sposta l’attenzione di tutti i settori verso i mercati asiatici e non è probabile che a tempi brevi la situazione possa cambiare.
Da questo cambiamento di atteggiamento deriva una riduzione della spesa in assoluto ed una riduzione della qualità della spesa, facendo diventare l’Europa un mercato meno appetibile per prodotti di alta gamma. Non stupisce che in questo contesto marchi importanti della moda italiana decidano di quotarsi in Oriente, mercato ormai più vicino alle loro nuove prospettive.

L’offerta di lavoro, istruzione e Università
L’offerta di lavoro di questi tempi è ampia in tutta Europa e negli Stati Uniti e l’Italia non esce troppo male dal confronto di costo medio di tale offerta nei confronti dei concorrenti continentali ed americani.

Certamente la vicenda FIAT ha riportato la luce dei riflettori su una situazione in cui il lavoro in produzione nel nostro Paese è al contempo poco remunerato e poco efficiente, ricordandoci come la sfida della produttività si giochi su queste variabili. Da una parte le aziende, soprattutto quelle dove il costo del lavoro incide in modo importante sul costo di produzione, chiedono di poter differenziare i salari in funzione della produttività. Dall’altra anche perché il valore in termini assoluti di questi salari è molto basso, il sindacato difende lo status quo resistendo alle richieste di flessibilizzazione e semplificazione delle regole.

Un nuovo investitore deve valutare se l’ampia disponibilità di mano d’opera di buon livello qualitativo compensi una rigidità normativa e una produttività distante da quella dei nostri partner europei più competitivi.

Dolente il confronto sui sistemi di istruzione. Tutti i test comparativi degli ultimi anni sulle scuole medie superiori e sulle nostre Università hanno dato esito impietoso soprattutto nelle materie scientifiche nel confronto non solo dei nostri partner del G20 ma anche di molti paesi in via di sviluppo.

La spesa per la scuola è relativamente più bassa della media europea, ma quello che diverge in modo imbarazzante è la disponibilità di denaro per la ricerca rispetto alla spesa per il personale. La spesa è poco focalizzata come dovrebbe su pochi atenei di qualità globale. Tutti vogliono la loro università sotto casa che generalmente non compete mai per i maggiori premi internazionali e non è quindi in condizione di attirare investimenti dall’estero basandosi sulle proprie competenze.

A fronte di risorse decrescenti urge un dibattito serio su che cosa si deve fare per dare al Paese un’università più competitiva e con regole di funzionamento e gestione confrontabili con i competitori esteri.
Come sempre non si può generalizzare ed esistono eccellenze notevoli ma se si ci aspetta che un’azienda possa investire in Italia perché attirata dalla qualità delle nostre università, la delusione sarebbe all’ordine del giorno. Il nanismo dell’industria italiana certo non aiuta gli investimenti in ricerca dell’industria privata; la quasi totale assenza di fondi pubblici per la ricerca ci porta in fondo a tutte le classifiche di settore.

Ho letto con attenzione e delusione il sistema del Credito di Imposta per la Ricerca Scientifica.
Prevede che acceda al credito di imposta quella azienda che affidi ad università o struttura di ricerca affine un valore di ricerca in eccesso a quella fatta nel triennio precedente.
Questo esclude o penalizza per definizione chi la ricerca la fa già da tempo e spinge le aziende ad avvalersi di strutture pubbliche che il governo stesso ha fortemente penalizzato criticandone l’efficienza spesso a ragione.

La ricerca è una cosa seria globalizzata che prevede investimenti costanti e di lungo periodo.
Intenzionato a investire 200 milioni in ricerca, 40 milioni all’anno nei prossimi cinque anni, ho personalmente chiesto al Ministero dell’Economia e delle Finanze 200 milioni di matching funds per una ricerca che dia speranza alla chimica italiana e la risposta testuale è stata: “Lei non si rende conto delle condizioni in cui verte il Paese. Non ci sono contributi per 200 milioni su un singolo progetto per quanto interessante, neanche come matching funds. Questi contributi ci sono però in Corea, in Cina ma anche in Turchia e in Russia, oltre naturalmente in Francia, Germania, Danimarca, Canada.

Infrastrutture
Questo è uno dei punti più critici per una decisione d’investimento in Italia. Nel nostro Paese il costo dell’energia è uno dei più alti del mondo industrializzato. I trasporti avvengono per una larga parte su gomma e le infrastrutture ferroviarie sono così penalizzate che le Ferrovie nel tentativo di recuperare competitività complessiva stanno tagliando e razionalizzando molti raccordi industriali già esistenti sul territorio escludendo una politica di promozione del trasporto su rotaia. L’Italia è un paese dove i raccordi si chiudono e non si moltiplicano.

Il ritardo importante accumulato dalle grandi opere di mobilità merci sia ferroviaria sia portuale ne mettono in discussione la realizzazione stessa. Se un imprenditore decidesse di investire in Italia il costo del trasporto e dei servizi non sarebbe un elemento che farebbe pendere la bilancia a favore del nostro Paese.

La cosa più preoccupante in questo settore è che forse non esiste un largo consenso politico nel Paese a favore della realizzazione delle infrastrutture. Quando le popolazioni coinvolte nell’opera devono valutare un non precisato vantaggio collettivo rispetto al disturbo facilmente verificabile che la realizzazione dell’opera reca per lunghi anni, la loro reazione lascia spazio a forti contestazioni che altro non sono che la presa di coscienza di un malessere profondo.

Può essere un problema di comunicazione però è sotto gli occhi di tutti che qualunque opera pubblica di un qualche impatto ha sempre trovato l’opposizione di ampi settori dell’opinione pubblica. Questo ha scatenato dibattiti infiniti che di fatto hanno ostacolato e spesso fermato la realizzazione dell’opera stessa.

La conclusione è che l’Italia che ha goduto per buona parte della seconda metà del secolo scorso d’infrastrutture competitive, negli ultimi venticinque anni ha accumulato un ritardo grave che aumenta di anno in anno. Una soluzione strutturale non sembra immediata.

I rapporti con le Amministrazioni pubbliche
Questo tema è fondamentale per le decisioni d’investimento da parte di un imprenditore, italiano o straniero che sia. E questo è anche il settore dove la differenza tra l’Italia e quasi tutto il resto del mondo è maggiore.

Assumendo che le perplessità elencate prima fossero superate, l’imprenditore che deve decidere l’investimento si pone sempre il problema di come e con quali tempi questa sua decisione verrà valutata dal territorio e dalle amministrazioni locali .

La nostra legislazione non è stata scritta per favorire un investimento, al contrario per difendere il territorio dall’impatto che tale investimento porterà.
Le nostre amministrazioni non sono organizzate per dare elementi certi all’investitore.
Si trovano invece a sostenere i costi importanti che le verifiche che conducono comportano.
Il risultato è che quelle amministrazioni che sono favorevoli nella maniera più assoluta ad attirare investimenti sul loro territorio si trovano a dover applicare procedure di controllo senza strutture adeguate, con costi spesso enormi che si risolvono in oneri di urbanizzazione molto importanti.
I tempi di queste procedure non sono mai certi ed i ritardi nelle concessioni non generano mai oneri nei confronti delle amministrazioni meno efficienti.

Negli Stati Uniti è compito del Sindaco procurarsi i necessari permessi per gli investimenti sul proprio territorio e l’amministrazione comunale ha l’onere di dimostrare la propria sollecitudine. Su di essa ricade il danno economico dei ritardi.

Purtroppo nel nostro caso il cittadino non sembra disposto a lasciare che l’amministratore che elegge periodicamente si prenda la responsabilità di decidere cosa è bene per il territorio. Al contrario con regolarità tutte le volte che qualche investimento viene prospettato sorgono comitati civici che esercitano pressione sugli amministratori che sono assediati dai cittadini, dall’opposizione, dalla stessa maggioranza nei consigli comunali e/o di quartiere. A quel punto gli amministratori badano soprattutto a giustificare la propria condotta nei confronti dell’opinione pubblica e mantenere il proprio consenso.

Nella maggioranza dei Comuni italiani mancano gli strumenti di programmazione urbanistica e quando ci sono non sono aggiornati al momento della decisione dell’investimento.
Un ipotetico investitore deve scegliere il sito in funzione di un Piano Regolatore approvato anni o decenni prima e soggetto a varianti continue.

Non va meglio su altri tipi di investimento. Per esperienza personale per arrivare all’atto di approvazione di un piano di ricerca passano in media in Italia 260 giorni e quando passi questo primo esame ne aspetti altri 400 per vedere il primo anticipo del cofinanziamento pubblico. I disincentivi per il nostro possibile investitore sono molti insomma.

Conclusioni
Non credo sia compito di un imprenditore dettare delle soluzioni. Io sono qui a testimoniare le difficoltà che incontro tutte le volte che decido di investire in Italia.

Cerco inoltre di localizzare attività di ricerca di avanguardia nel mio paese, valuto anche di investire nel Mezzogiorno, ma facciamo fatica ad avere una risposta chiara da Regioni che pure il problema del lavoro dovrebbero porselo seriamente, mentre ho sul tavolo offerte reali francesi, americane, russe, canadesi, turche.

La mancanza di interlocutore interessato e competente è cronica e dopo aver passato anni ad aspettare ti vien detto che i tuoi fondi, quelli che per merito a te sono stati assegnati 5 anni prima rischiano la perenzione per mancanza di “ente pagatore”

Io credo sia più equo rientrare dal debito pubblico prelevando dai patrimoni (con annessa evasione fiscale) e perseguendo le riforme di cui l’italia ha bisogno (facendo attenzione che non sempre liberalizzare vuol dire progredire). Il problema semmai è se c’è la volontà politica di farlo e di farlo pagare a chi ha goduto di più da questo sistema (baby pensionati, evasori, oligopolisti, coloro che si sono arricchiti con appalti ai danni dello stato, ecc ecc…). Ma è proprio la volontà politica quella che mi preoccupa: chi guadagna da questo sistema non credo rinuncerà con facilità al beneficio che ne trae. Anche con Tangentopoli si disse che il problema si sarebbe ridimensionato, la storia ha detto il contrario.
L’alternativa sarebbe forse quella di svalutare uscendo dall’euro, salveremmo il lavoro, quegli imprenditori che esportano all’estero ne beneficierebbero, quelli che producono per il mercato interno invece dovrebbero ristrutturarsi per andare in altri mercati perchè il nostro sarebbe a terra. La maggior parte di noi (forse) vivrebbe peggio in attesa di tempi migliori in futuro. Ma come dice Keynes, nel lungo periodo siamo tutti morti. In tutti i casi davanti a noi c’è una salita impervia a cui, come generazione, non siamo abituati. Rimbocchiamoci le maniche e prepariamoci, già questo blog nel suo piccolo (in termini di confronto e scambio d’idee) mi sembra un buon punto di partenza.

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gainhunter
Scritto il 18 agosto 2011 at 17:53

Secondo me bisogna distinguere gli obiettivi dell’uscita o meno dall’Europa:
1) per poter svalutare
2) per sganciarsi dalla politica europea costruita sulle esigenze tedesche e francesi e che vogliono portare nei PIIGS un’austerity che non farà altro che portarci in recessione, e poter decidere liberamente di introdurre dazi e politiche protezioniste

Se l’obiettivo è il 2 e non l’1, non è detto che si debba abbandonare l’Euro o che non si possa agganciare la nuova lira all’Euro. Secondo me l’obiettivo è il 2, ma il problema è come evitare che la speculazione si abbatta sui nostri titoli di stato e sulle aziende quotate in Borsa…

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lampo
Scritto il 18 agosto 2011 at 18:06

Bel post Paolo41. :-)
Aggiungo un’altro fattore che aggrava la situazione descritta dall’imprenditore e che hai spiegato egregiamente nel post: il costo dell’energia.
Noi in Europa siamo i più svantaggiati perché disponiamo di pochissime risorse energetiche (a parte il sole o vento… ma che hanno anche i nostri concorrenti e ben presto sapranno sfruttare a costi paragonabili ai nostri!).
Quindi anche su questo fronte siamo messi male.
Per il momento riusciamo a sfruttare bene, con un alto grado di efficienza, questa risorsa costosa che incide non poco sul costo del prodotto finito che poi andiamo a posizionare sul mercato (spesso esportandolo… visto che i consumi interni sono oramai saturi). Ma ciò durerà ancora per pochi anni, considerato che con lo sviluppo tecnologico esponenziale che stanno avendo i paesi emergenti, questi ben presto arriveranno anche loro a livelli di efficienza di sfruttamento dell’energia simili al nostro (se non migliori… visto che ne dispongono come risorse naturali oppure hanno stretto accordi vantaggiosi di lungo termine).
Quindi saremo svantaggiati per la competitività su svariati fronti:
– costo della manodopera e ore lavorative (oltre al grado di efficienza e quindi produttività a parità di giorni-uomo);
– costo dell’energia che serve per produrre il prodotto finito o semilavorato;
– costo della burocrazia, inteso come costo del nostro sistema amministrativo iperprotettivo della dignità dell’uomo e della sicurezza rispetto ai paesi emergenti (aggiungerei anche il costo della politica… visto che anche questo oramai incide non poco);
– costo delle materie prime che servono per ottenere il prodotto finito o semilavorato;
ecc.

Tutte queste cause sono essenzialmente dovute ad una mancanza in passato di visione a lungo termine (investimenti, ricerca, infrastrutture energetiche, ecc.)… specie all’inizio del fenomeno della globalizzazione dove le nostre imprese, spesso con la compiacenza dei politici, hanno pensato solo a riempire la propria pancia sul breve termine… senza ragionare sugli effetti che si sarebbero potuti verificare sul lungo termine. In pratica il boomerang lanciato… è nella fase di ritorno!

Siamo ancora sicuri che una politica di protezionismo ci possa aiutare? Oppure sul lungo termine sarebbe come mettere il coperchio sulla tomba che ci siamo scavati.
Secondo me il protezionismo sarebbe la continuazione della nostra visione miope.

Bisogna trovare una soluzione globalizzata… visto che oramai le risorse su questo pianeta sono sempre meno (leggevo in questi giorni un bel report ed alcuni articoli sul raggiungimento del picco… dell’acqua rispetto all’attuale sviluppo demografico!).
Però ci vuole un coordinamento internazionale… che i nostri politici ancora non hanno… o meglio che non si riuscirà difficilmente con il concetto di “democrazia” come viene inteso oggi.

Quindi, salvo pochi fronti quali il turismo e settore alimentare (inteso come qualità del mangiare e specialità gastronomiche) da cui potremmo ricavare un’enorme ricchezza (specie noi in Italia)… tutto il resto sarà in discesa continua.
Ci abitueremo all’austerity volendo o meno.
Peccato che in Italia stiamo perdendo ancora un’altra occasione: quella di valorizzare il nostro patrimonio storico archeologico favorendo il turismo internazionale e in tal modo valorizzando ancor più i nostri prodotti eno-gastronomici che potrebbero costituire un importante esportazione nel futuro. Aiuterebbe anche il settore immobiliare oltre a creare nuova occupazione.
Invece… ho paura che abbiano deciso già come valorizzarlo: svendendolo sul mercato internazionale (spesso sottobanco). :evil:

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andrea.mensa
Scritto il 18 agosto 2011 at 18:18

lacan2@finanza,

bellissima analisi, condivido le conclusioni

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paolo41
Scritto il 18 agosto 2011 at 18:36

andrea.mensa@finanza,

“la prima considerazione è cheil mondo deve tendere a pareggi nei bilanci commerciali, perchè lo sbilanciamento crea sempre e solo dei debiti.uno sbilanciamento temporaneo è ammissibile ma deve generare immediatamente azioni correttive. e questo in linea di principio.”

Ci sono tanti dati nel sito dell’osservatorio economico del ministero dello sviluppo e non tutti sono aggiornati. Te ne propongo una manciata:
-interscambio commerciale (in milioni di euro): anno 2001 +9233 anno 2010 -29312
primi 4 mesi 2011 -17940
-quota export Italia sul totale mondiale anno 2007 3,9% 2011 2,7%
-quota import Italia sul totale mondiale anno 2007 3,7% 2011 3,1%
-quota export in Cina sul totale export Italia anno 2008 1,7% anno 2011 2,6%
-quota import dalla Cina sul totale import Italia anno 2008 5,8% anno 2011 7,5%

La Cina è diventato il terzo importatore in Italia, dopo Germania e Francia.
Nel 2001 la quota import cinese era del 1,5%.

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paolo41
Scritto il 18 agosto 2011 at 19:05

lacan2@finanza,

…chapeau!!!! è verissimo che occorre una impostazione governativa e politica che abbia una visione economica completamente diversa dall’attuale (senza distinzioni di colore).
Ma se, contemporaneamente non fermiamo l’invasione cinese e asiatica, non ci sarà neppure bisogno di fare la “rivoluzione industrale” cosi bene espressa da Ghisolfi.
Ripropongo la domanda di fondo: ha l’EU la volontà e la forza per ergersi a difesa dei lavoratori europei o gli stati più forti preferiscono difendersi raggruppandosi in un bunker sempre più piccolo???? Se ciò fosse, tanto vale provare a difendersi da soli…

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Scritto il 18 agosto 2011 at 19:25

Bene bene… vedo che in mia assenza vi siete scatenati!
:D
Merito di Paolo41 e del suo ottimo post.

BYE!

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lacan2
Scritto il 18 agosto 2011 at 19:51

paolo41,

io spero che l’Europa si renda conto di questo… certo, ad una situazione insostenibile si potrebbe anche arrivare allo scenario da te dipinto. Attenzione però che non sia troppo tardi: i cinesi fanno man bassa di titoli di stato europei, americani… è evidente che qualcosa vorranno in cambio… non credo siano misure protezionistiche, sicuramente si vogliono assicurare che i nostri mercati rimangano bene aperti alle loro merci.

Avrò forse un approccio troppo sociologico, ma credo e spero, che questi problemi creino quelle motivazione e quella rabbia che potrebbero aiutare una ripresa italiana. Io sono convinto che il clima culturale di un paese sia determinante affinchè le cose accadino. Se le persone non sognano, non pensano un cambiamento, difficilmente un paese può risollevarsi; tanto più che si necessita veramente di un patto sociale tra le forze in campo. In questo faccio una critica, ad una generazione, la mia, di apatici, depressi, superficiali che in parte sono anche causa di questa incapacità di cambiare. (ho trent’anni)

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perplessa
Scritto il 18 agosto 2011 at 22:57

Vedendo la situazione da punto di vista di consumatore,in questi giorni mi sono chiesta: se l’Italia uscisse dall’euro, quante lire mi darebbero in cambio degli euro che ho risparmiati per proteggemi da un futuro, che sono almeno 15 anni che vedevo nero?e mi sono venuti i brividi a pensare alla risposta.
Quando è stato istituito l’euro, avevo sperato che fosse il preludio a una omogeneizzazione concreta fra i paesi europei, che ci avrebbe avvicinato ai paesi europei che consideravo più evoluti, e che invece non si è realizzata.Perchè non si è realizzata?
Si afferma a ragione che il nostro sistema fiscale non funziona,allora perchè l’unione europea non seleziona, tra i paesi dell’unione, il sistema fiscale che si è rivelato il più efficiente,lo prende a modello, e lo impone agli altri paesi , come fa per altre norme?
In merito al fisco, inoltre, tutti tuonano da anni che occorre combattere l’evasione, criticando i governi di turno,ma dove stanno le proposte concrete su come organizzare il fisco dal punto di vista normativo e procedurale, per poterla combattere realmente, al di là di alcune proposte che non mutano il sistema fiscale nel suo complesso?Le categorie che avrebbero maggiori strumenti per fare proposte,perchè conoscono la materia, godono di rendite di posizione, lucrando sulla complessità e la farraginosità della burocrazia, a causa della quale anche un semplice lavoratore dipendente che ha solo il reddito fisso e magari la casa di propretà, non è in grado di farsi da solo una dichiarazione dei redditi, le cui istruzioni hanno raggiunto il numero di pagine di un romanzo d’appendice.
Per quanto riguarda l’argine alle invasioni delle merci cinesi, dal punto di vista del consumatore,la maggioranza di quelle merci sono stracci e cianfrusaglie. Ma se la gente avesse più soldi in tasca, si comprerebbe sta roba?i nostri artigiani stanno sparendo nonostante la differenza di qualità sia schiacciante a loro favore.Mi riferisco soprattutto all’abbigliamento,ex punta di diamnte delle nostre manifatture. Quando mi guardo in giro, noto la differenza su come si abbigliava la gente 20 anni fa e ora. Uscivi la sera e vedevi ragazze e signore in abiti eleganti. Adesso:stracci. Le boutique di pronto moda sono sempre meno, e gli stracci sempre di più. Sorgono ogni dove catene che propongono stracci a poco prezzo Questione anche di disponibilità economica dei consumatori, a mio parere, se queste catene hanno un mercato.
Però sappiamo che c’è stata una sempre maggiore concentrazione della ricchezza,la quale a mio parere non si riversa sui consumi.L’incremento marginale della ricchezza, quando supera in larga misura qualsiasi tipo di bisogno,anche il più raffinato e sofisticato, non ha alcuna possibiità di riversarsi sui consumi, creando una reale richiesta sui mercati. Invece è stata sostenuta la tesi contraria, applicando anche sgravi fiscali sconsiderati,nei paesi sviluppati.Che ci fa uno con i soldi,oltrepassata una certa soglia,ci si siede sopra come il paperon de paperoni dei fumetti? Il benessere generale di un paese si accresce con l’accrescersi di una classe media che incrementa i consumi, facendo emergere nuovi bisogni,in beni, vacanze,attività sportive e culturali nel tempo libero, e quant’altro. Appunto, occorre anche il tempo libero per accrescere questi bisogni. Qui stiamo andando nella direzione esattamente contraria,comprimendo sia tempo libero, che soldi da spendere. Si punta all’accrescersi di questi bisogni nei paesi in via di sviluppo, con un bel chi se ne frega, se si comprimono nei paesi sviluppati. Bisogna vedere se paga.

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lampo
Scritto il 19 agosto 2011 at 00:09

perplessa@finanza,

Provo a darti una mia opinione, per quel poco che vale. Rispondo per punti:
1. Sistema fiscale: condivido il tuo brivido! Non si è realizzata per la differenza notevole di cultura all’interno della UE sul rispetto delle regole, sul senso civico e quindi sull’educazione. Prova solo a fare un confronto tra un cittadino di un paese nordico che paga le tasse (più alte delle nostre) e ottiene servizi (direi che li pretende… altrimenti cambiano subito il politico di turno… anzi spesso si dimette spontaneamente!) ed un cittadino italiano (dipendente privato o pubblico) che paga spesso più tasse… ma che in cambio di servizi ne riceve pochi… spesso non li pretende neanche e… continua a votare lo stesso politico (anche se effettivamente… ha poca possibilità di scelta). Potrei aggiungere lo stesso per la “cultura della donna”. Nei paesi nordici è normale che una dirigente donna svolga un lavoro un part-time per avere tempo di dedicarsi anche alla famiglia e a crescere i propri figli (addirittura le loro commissioni per le pari opportunità servono per dare una mano … ai maschietti!) In Italia una cosa del genere è impensabile… come un maschio che chiede al proprio datore di lavoro di usufruire del congedo per paternità (se ricordo bene le statistiche ufficiali citano un numero di richieste in percentuale tra gli aventi diritto pari a zero virgola qualcosa!). Aggiungo, sperando di non offenderne nessuna, che la donna essenzialmente serve all’uomo solo per altro… (sigh!) e deve rendersi “disponibile” se vuole fare carriera (fino ad un certa posizione però!). Aggiungo che quello che mi fa più rabbia… è che molte donne abbiano anche accettato questa condizione e riescono a farsene una ragione!
2. Fisco. Il sistema deve essere complicato… altrimenti non diventa facile evadere! Mi è capitato di compilare un modello fiscale USA (il W8BEN se ricordo bene): oltre ad essere semplice… mi sono meravigliato che assieme alle istruzioni c’era anche un’area in cui veniva spiegato quanto tempo in media avrei dovuto impiegare per compilarlo avendo un grado medio di istruzione scolastica. In pratica il modello prima di essere fornito al cittadino veniva studiato ed analizzato in manieta da essere semplice e di facile compilazione.
Vedrai qui da noi, a partire dal prossimo anno, con l’eliminazione delle agevolazioni fiscali al 5% e 20% nel 2013 quanto lavoro daranno ai commercialisti… (per chi vuole approfondire si legga la tabella C-bis allegata alla Legge 111 del 15 luglio 2011)
3. Abbigliamento. Sono i gusti asiatici: provo a spiegare. La maggior parte delle nostre ditte di moda (almeno la bassa gamma) producono gran parte di quello che vendono in Cina, India, ecc. Questi Paesi non accettano (più) facilmente ordini piccoli (per intenderci meno di 1.000-10.000 pz) come invece facevano le nostre aziende tessili. Quindi i nostri distributori che importano la merce e la rivendono alla grande distribuzione hanno due scelte:
a) avere un prodotto che rispecchi il design che loro hanno scelto e quindi fare un ordine in base al quantitativo minimo che citavo, con tutti i rischi di invenduto che si accollano (la moda è passeggera oltre ad essere stagionale), e quindi presentare sul mercato italiano un vestito o un articolo di pelletteria come lo vogliono loro (ricordo che molta della merce che trovate nella grande distribuzione… non è stata pagata dal negoziante al distributore… ma è in “conto-vendita”);
b) accettare i prodotti con design cinese o indiano che vengono prodotti sul posto e accodarsi quindi agli ordini dei produttori locali, adeguandosi obbligatoriamente ai gusti di moda locali. Così noi consumatori ci dobbiamo adeguare conseguentemente.
Spero di essermi spiegato (ps: ho lavorato un periodo nel settore della pelletteria per un grosso distributore italiano… che si riforniva da India e Cina e curavo gli ordini e le istruzioni per la realizzazione dei prodotti personalmente).
4. Ricchezza e consumi: tanti soldi creano potere… peso economico e politico… e quindi decisionale. Ovviamente a scapito dei consumi, visto che la parte restante dei cittadini, in proporzione, ne ha sempre di meno da spendere. Concordo sul tempo libero: semplicemente nei paesi sviluppati, noi cittadini, non dobbiamo avere il tempo di pensare e renderci conto di quanto ci stanno spennando e rovinando il futuro… altrimenti sai che rivoluzione sociale. Ciò è tanto più valido quanto meno si investe sull’istruzione (vedere statistiche di lettura di libri in un anno della popolazione). Quindi quel poco di tempo libero che abbiamo, tentano di farcelo volontariamente consumare con il calcio, le soubrette, i quiz televisivi, le magagne giudiziari dei politici e i loro vizietti a luci rosse, il gossip, la cronaca nera, ecc. in maniera che non emergano i reali problemi sociali… e la gente non si coalizzi e “incazzi”. Poi, con tutti i problemi che dobbiamo affrontare ogni giorno non vorrai mica rovinarti la giornata parlandone con altri? Un anno fa un Sindaco di una nota cittadina del nord (vicina a dove abito) aveva emanato addirittura una bella ordinanza che imponeva di fatto il divieto di assembramento di persone oltre ad una certa ora ed in certe zone della città… In buona fede credo non fosse riuscito a leggersi bene la Costituzione italiana… sebbene fosse al secondo mandato!

Concludo qui
Buonanotte

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ottofranz
Scritto il 19 agosto 2011 at 07:05

Beh, senza nulla togliere a tutti i Post del nostro caro Dream, direi che questo ,insieme all’altissima qualità dei commenti è uno di quelli che merita l’archiviazione sul famoso frigo di Nervifrank (credo fosse lui)

Io l’ho già salvato d’ufficio

Che dire …da quanto leggo siamo tutti abbastanza d’accordo che si potrebbe quantomeno in linea teorica perfino fare.

Ma che per farlo ci vorrebbe una classe politica di uno spessore che noi non abbiamo, e che non abbiamo neppure all’orizzonte ed una nazione coesa pronta a combattere a denti stretti.

Mica bruscolini…Due cose essenziali che mancano.

Ergo non faremo nulla ed avremo quello che storicamente è il destino di società come la nostra.

Il saccheggio

Siamo destinati al saccheggio.

Oltretutto abbiamo aperto le porte a saccheggiatori di tutti i tipi, col sorriso sulle labbra.

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gaolin
Scritto il 19 agosto 2011 at 07:41

Lodevole post e tanti commenti appropriati, a cui aggiungo il mio, anche se tardivamente.
Raramente capita di leggere un post così pieno di verità e logiche considerazioni che verrebbe da dire:
Ma come mai non le condividono tutti?
Ovviamente non può essere così. Tutti pensiamo e giudichiamo quanto accade secondo la nostra personale visione dei problemi sociali ed economici e, soprattutto, siamo fortemente influenzati dai propri interessi.
Gli imprenditori hanno una caratteristica che li accomuna, altrimenti non sarebbero tali. Devono avere la capacità di avere visioni a lungo termine e la fortuna, spesso determinante, di averla imbroccata giusta.
Posso garantire che l’imprenditore intervistato, pur non conoscendolo, non è che uno dei tantissimi che ha la chiara visione di cosa è accaduto e che accadrà se si lascerà che l’occidente, nel suo complesso, perseveri nella folle, demenziale e suicida politica economica e finanziaria, dettata dagli interessi delle oligarchie internazionali che sostanzialmente ci governano.
Per quanto riguarda l’Europa e l’Italia condivido al 200% la conclusione del post di Paolo 41:
“O le cose cambiano radicalmente e l’Europa difende il lavoro con una politica protezionistica o in poco tempo tutto crollerà e andremo incontro ad una crisi sociale devastante nel vecchio continente”.
Ovviamente si parla di lavoro vero, ovvero di economia reale.

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nervifrank
Scritto il 19 agosto 2011 at 10:01

ottofranz,

Sì, hai ragione Ottofranz, il frigo era proprio il mio!

Anche questo è un articolo che si merita di essere appeso in bella vista.

:D

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ottofranz
Scritto il 19 agosto 2011 at 10:54

gaolin@finanza,

Visto che sei qui , se permetti, una domanda al volo estremamente OT

La politica di controllo delle nascite in Cina potrebbe portare ad una società di tipo matriarcale alla luce del fatto che già di per se le famose “Mogli numero uno” sono quelle che condizionano le scelte della famiglia?

Puoi rispondermi anche privatamente a [email protected]

Grazie ciao

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gaolin
Scritto il 19 agosto 2011 at 22:34

ottofranz,
Rispondo a Ottofranz in questo post perchè, anche se l’argomento non pare pertinente, per il futuro del mondo anche questo c’entra eccome.
Il controllo delle nascite in Cina è, per così dire, molto cinese.
Non si viene uccisi se si fa più di un figlio e lo si vuole tenere e nemmeno si va in galera. Semplicemente dal secondo figlio lo stato non da nulla. I costi della sanità, dell’istruzione sono a totale carico della famiglia e sono molto ma molto salati.
In pratica ben pochi possono permettersi il lusso di più di un figlio.
Quello che succede poi, nella realtà delle zone economicamente più progredite della Cina, è che anche chi potrebbe, alla fine segue le direttive del governo, accontentasi di un solo figlio e spesso lo vuole maschio, per una serie di ragioni collegate alla loro cultura, un po’ maschilista come dappertutto ma non solo per questo.
Bisogna poi dire che questa politica di controllo delle nascite è completamente disattesa nelle regioni povere a prevalenza contadina. Lì di figli se ne fanno in quantità, anche se poi non avranno accesso ai servizi sociali.
Insomma se pensiamo che la Cina, nel suo complesso, diventerà un popolo di vecchi pensionati a breve termine è meglio scordarselo. Penso anche che i governanti cinesi, al momento opportuno e certamente in tempo, cambieranno registro
Comunque corrisponde al vero che la moglie, nella famiglia cinese, ha normalmente un ruolo molto importante, influente e spesso condizionante..
Saluti

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ottofranz
Scritto il 20 agosto 2011 at 18:52

gaolin@finanza,

Scusa se approfitto. Sono rimasto molto colpito leggendo la storia della vita di “Tigre” Wendi Deng moglie del Tycoon Rupert Murdoch

Per l’esperienza che hai maturato , ritieni possibile che, per il fatto che le donne saranno “merce rara” nel futuro della Cina. potranno ambire ed arrivare nella stanza dei bottoni ?

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gaolin
Scritto il 20 agosto 2011 at 23:12

ottofranz,

Francamente non so darti risposte se non che , come dappertutto, anche in Cina le donne si stanno emancipando rapidamente. Il fatto di diventare sempre più “merce rara” le aiuterà non poco e,
siccome si parla di Cina, anche questo fenomeno avverrà ai loro ritmi.

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