Un futuro roseo… color rosso sangue

Scritto il alle 12:00 da mattacchiuz

L’altro giorno il BLS ha indicato in 250 mila i nuovi posti di lavoro complessivamente creati. Indipendentemente dal fatto che tale numero sia uscito superiore o inferiore alle stime, non vi nascondo che in realtà il medesimo abbia deluso praticamente tutti coloro che come me si sarebbero aspettati qualcosa di decisamente migliore. Pure gli analisti sussurravano sottovoce che si sarebbero attesi qualcosa sopra ai 300 mila nuovi impiegati, senza contare il dato sui nonfarm, uscito addirittura sotto le aspettative anche più caute. Vi ricordo che lo scorso mese eravamo tutti stati investiti da un fuoco mediatico che si era provvidenzialmente prodigato a spiegarci come la debolezza del mese precedente fosse dovuta alle nevi che avevano avvolto una significativa porzione del suolo statunitense. Allo stesso modo tutti i settori dell’economia parevano soffrire per l’identica causa, tranne, paradosso dei paradossi, l’avvio di nuove costruzioni abitative. Ma si sa, una buona teoria spiega solo metà delle cose che accadono… . Non solo, a febbraio per la prima volta da un paio di anni, la media mobile sui nuovi cassaintegrati era scesa sotto la soglia dei 400 mila, più o meno indicata come linea di demarcazione tra un mondo del lavoro in espansione e uno in contrazione. Per tutte queste ragioni le aspettative reali erano di molto superiori, e anche la revisione a rialzo del dato di gennaio non è sembrata sufficiente. Fa eccezione Gallup, una delle più importanti agenzie statistiche private statunitensi, che invece ha letto i suoi dati di febbraio come un serio peggioramento nella situazione.

Ma lasciatemi un po’ ravanare tra i dati e tirar fuori dal cappello qualche conclusione.

L’ultimo dato disponibile, quello di ieri, indica in 139 milioni 573 mila il numero destagionalizzato di lavoratori negli Stati Uniti. L’ultima volta che abbiamo visto una cifra simile correvano gli anni 2004 e 2005. Rispettivamente, nel febbraio di quegli anni, si sono registrati 138 milioni 542 mila impiegati e 140 milioni 385 mila. Osservate in quell’occasione quali furono gli incrementi nel numero di occupati e confrontateli con quelli di ieri:

Change in Total Employment SA Change in Total Employment NSA
feb-04 70 460
feb-05 140 418
feb-11 250 494

I numeri sono in migliaia. L’idea è che mentre nel 2005 l’incremento non destagionalizzato di 418 mila lavoratori si rifletteva in un aumento destagionalizzato di soli 140 mila unità, nel 2011, l’incremento non destagionalizzato di 494 mila ( + 76 mila rispetto al 2005 ) si è miracolosamente tradotto in un aumento destagionalizzato di 250 mila ( + 110 mila rispetto al 2005 ). Se poi si confronta il 2011 con il 2004 la cosa è ancora più evidente. Ma questa è la statistica e non ammette critiche… .   Se pensate che io abbia scelto in maniera arbitrariamente favorevole questi dati, sarò ben lieto di sottoporvi le serie dal 1948, ma vi invito, per ovvie ragioni, a considerare gli ultimi 20 anni.

La media calcolata sul periodo 1991- 2011 indica che il numero non destagionalizzato di posti di lavoro creati tra gennaio e febbraio è di 450 mila ( 449.61 mila ) alla quale corrisponde una media del dato destagionalizzato pari a 73 mila ( 72.52 mila ). Il confronto con l’ultimo dato è imbarazzante,  pur se riconosco che più volte, tra i 30 e 50 anni fa, quando le dinamiche del lavoro probabilmente erano differenti rispetto a quelle odierne, si sono verificati casi analoghi se non ancor più estremi. Comunque sono sufficientemente confidente che tutte queste distorsioni di breve svaniranno come neve al sole.

In questo lungo post tuttavia non voglio parlarvi delle mirabolanti statistiche prodotto dai professionisti del mestiere, voglio invece riflettere con voi sull’andamento generale del mondo del lavoro. Questi ultimi tre anni hanno prodotto più squilibri di quanti in realtà la crisi non ne abbia appianati, e gli sforzi dei burocrati che prima non hanno scorto la tempesta arrivare e che poi vi ci hanno pilotato dentro la carretta dell’economica mondiale non sembrano aver sortito gli effetti desiderati. Le taumaturgiche politiche espansive messe in atto si sono di fatto “trasformate” in un immenso trasferimento di ricchezza dall’economia reale verso l’economia delle scartoffie, mentre gli unici ad esserne usciti vincitori, o meglio, trionfatori, sono stato proprio coloro che hanno spinto il mondo intero sull’orlo del collasso. Basti pensare che dal punto di vista della distribuzione della ricchezza gli USA, ma anche alcuni “insospettabili” paesi europei sono messi in condizioni peggiori di quanto fossero ad esempio l’Egitto o la Tunisia ( in base ai coefficienti di Gini ). L’unica vera differenza tra “noi” e “loro” è che noi abbiamo ancora delle riserve a cui attingere, mentre loro non ne hanno mai avute, se non si considera l’enorme quantità di risorse naturali nascoste nel sottosuolo di quei paesi ma sfruttate, con il nostro consenso, da dittatori più o meno dotati di buon senso. In ogni caso, spero risulterà anche per voi interessante capire come sia cambiata nel corso della crisi la composizione del mondo del lavoro statunitense e allo stesso tempo ci possa aiutare nel capire quali siano gli scenari futuri che l’attuale situazione sta piano a piano disegnando.

Come primo passo, voglio mostrarvi l’evoluzione demografica avvenuta negli Stati Uniti. Per farlo tuttavia sceglierò un intervallo di tempo tale per cui il numero complessivo di lavoratori sia il più possibile vicino a quello attuale. Praticamente, l’intervallo avrà estremo inferiore fissato nell’agosto 2004 e estremo superiore nel febbraio 2011, quando il livello complessivo di occupati era, destagionalizzato, 139 milioni 573 mila. Purtroppo non sono ancora disponibili i dati sulla popolazione totale per febbraio, tuttavia supponendo che a febbraio il tasso medio di crescita non sia variato, è immediato estrapolarne il numero, pari a 230 mila nuovi cittadini mensili. Visto che tuttavia il tasso di crescita sembra sia in cosante e fortunata diminuzione, sommerò al dato di gennaio solo 200 mila.

Un grafico simile dovrebbe più o meno suscitare la curiosità di tutti. Mentre la popolazione in questi sette anni è incrementata di quasi 18 milioni di anime, la forza lavoro ha seguito il medesimo andamento ma incrementando meno un terzo, cioè 5 milioni e 700 mila persone circa. La cosa è piuttosto anomala, visto che statisticamente il rapporto tra i due incrementi è praticamente costante e uguale a circa 0.5. Ma ciò è senza ombra di dubbio dovuto all’evaporazione di forza lavoro a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni, in maniera che il BLS possa continuare a sostenere il basso tasso di disoccupazione che ogni mese ci racconta. Ma ancor più impressionanti sono gli altri dati, alcuni dovuti alla destagionalizzazione come i -2 milioni 133 mila impiegati complessivi non destagionalizzati registrati nell’intervallo considerato ( ricordo che ho scelto l’intervallo per avere un incremento nullo del numero di lavoratori destagionalizzato, infatti il grafico indica 0 ). Analogo il discorso per i non farm e per i lavoratori privati, che indipendentemente dalla destagionalizzazione, sembrano non aver partecipato affatto all’orgia della ripresa statistica scatenata da Bernanke & Co. Da un lato quindi il numero “che conta” ci dice 0, dall’altro i rimanente indicano qualcosa di ben diverso.

Ma questo in fondo ancora ci dice poco su come sia cambiata la composizione della classe lavoratrice americana e per raggiungere tale scopo conviene considerare separatamente il numero di lavoratori aggregandoli per livelli di età ma senza limitare l’intervallo temporale come fatto poco sopra. I risultati saranno chiari comunque. I dati nei grafici sono in migliaia, quindi quando leggete 8800 in realtà sono 8 milioni e 800 mila.

Dai 16 ai 19 anni

Come potete facilmente notare dalla volatilità ciclica del dato non destagionalizzato, questa fascia di lavoratori risente fortemente dei pattern stagionali. Durante la stagione estiva questo esercito di giovani impiegati trovano lavoro nei più svariati settori nei quali non sia richiesta una manodopera specializzata o altro. Tuttavia, se tra il 1987 e il 2007 essi oscillavano tra i 7 milioni e i 5 milioni e mezzo, in seguito alla crisi il numero di coloro che hanno avuto accesso al lavoro in giovane età è letteralmente crollato, riducendosi più di un terzo. Se siete ottimisti potreste raccontarvi che si siano tutti iscritti ad una qualche scuola superiore o università. Ma credo sappiate che vi state mentendo e la conferma giunge dal seguente grafico.

Dai 20 ai 24

Anche per questa fascia d’età la crisi ha fortemente ridotto la quantità di persone inserite nel mondo del lavoro. Inoltre, è davvero particolare notare come in seguito al 1996, dai 12 milioni essi siano passati ai 14 milioni. Una percentuale ( che non so valutare correttamente, ma suppongo piuttosto alta ) di questi ragazzi è stata  di fatto sottratta all’istruzione universitaria. Anche la loro adesione alla forza lavoro ha registrato forti incrementi a rialzo proprio a partire dagli anni 90, e si è invece mantenuta estremamente costante per tutta la durata della crisi. Purtroppo la più probabile delle conclusioni da trarre è che essi siano costretti a lavorare, poiché proprio l’adesione alla forza lavoro è indice del fatto che non hanno mai smesso di cercare lavoro. Il calo quindi avvenuto dopo il 2007 non può essere letto secondo una chiave di lettura differente da quella qui esposta. Meno istruzione e meno lavoro per i ragazzi statunitensi.

Dai 25 ai 34

Totalmente analoghe conclusioni possono essere tratte anche per questa fascia d’età. Al di la del trend negativo, che vede partecipare al mondo del lavoro un numero sempre più piccolo di lavoratori in età compresa tra i 25 e i 34 anni principalmente a causa di ragioni demografiche, è comunque ben evidente il crollo registrato nel 2008. Crollo al quale non è seguita una riduzione di partecipazione alla forza lavoro civile, che anzi si è mantenuta via via crescente e in controtendenza rispetto agli anni precedenti al 2000. La chiave interpretativa è quindi piuttosto evidente: sempre più persone in quella fascia mostrano la volontà di lavorare, sempre meno hanno accesso al lavoro. la situazione per questa fascia è fortunatamente in miglioramento; i dati mostrano che dai minimi dell’anno scorso poco più di 600 mila persone sono tornate al lavoro, sempre che il dato destagionalizzato sia oltre che attendibile, anche preveggente. Si deve infine considerare che in linea di massima la debolezza registrata in questo intervallo di età si rifletterà presto sulla fascia 35-44, così come la fascia precedente mostrerà i suoi deleteri effetti su questa. Una simile osservazione trascende la mera statistica. La perdita di posti di lavoro e la mancata introduzione di manodopera nei vari settori equivale ad un generale impoverimento nelle maestranze di un paese. Non solo tutto ciò si traduce in un numero di salari inferiori, ma immaginatevi quale potrà essere la produttività di milioni di lavoratori dopo 2, 3 o 4 anni passati senza lavorare.

Dai 35 ai 44

Anche per questa fascia è ben evidente la tendenza dettata dalle dinamiche demografiche. Al picco registrato a cavallo del 2000 è seguito un periodo di stabilità che ha interessato i primi 7 anni del nuovo millennio. La crisi ha poi massacrato questa fascia di lavoratori, non solo in termini di licenziamenti, ma anche in termini di mancato salto di fascia da quella precedente. Le persone che dal 2008 hanno perso il posto e che erano allora annoverabili nella fascia 31 – 34 inizierebbero ora ad essere censite nella fascia 35 – 44. Ciò spiega l’estrema debolezza che colpisce in particolare questa fascia, che per ora non solo non mostra segnali di miglioramento, ma al contrario si presenta ancora decisamente malconcia.

Questi purtroppo sono “i giovani padri e le giovani madri d’America”; questi sono i lavoratori nel bel mezzo della loro carriera professionale. 4 milioni di posti di lavoro persi in poco più di tre anni, 6 milioni e mezzo in 10 anni… . Tutto ciò è semplicemente insostenibile.

Dai 45 ai 54

Per questi signori e signore nel fiore della loro carriera professionale e famigliare le cosa vanno leggermente meglio, ma solo leggermente e in apparenza. Dal picco individuato nel 2008, poco meno di 2 milioni di essi sono stati esclusi dal mondo del lavoro. Ma non pensiate che questo fatto sia in qualche modo imputabile alla diretta loro volontà. Come si evince chiaramente dalla partecipazione alla forza lavoro, sempre più persone in questa fascia hanno senza alcun dubbio espresso la volontà di lavorare, tanto che il gap apertosi tra la forza lavoro civile e il livello di lavoratori ha sfrontatamente polverizzato ogni record storico. Soltanto negli ultimi due mesi si può assistere ad un lieve ripiegamento nella forza lavoro, seguito comunque da un indebolimento anche nel numero di lavoratori. Se quindi è pur vero che la crisi qui ha morso con meno pressione, è altrettanto vero che i suoi sintomi sono forse i più tristi. Milioni di uomini e donne di mezza età alla ricerca di un posto di lavoro, senza trovarne alcuno e nemmeno rasserenati dal fatto che per 4 o 5 di essi, solo 1 loro figlio ha trovato un qualche impiego.

Dai 55 ai 64 e dai 64 all’infinito

Per queste fasce di età il discorso è più o meno simile. In generale, la dinamica è dettata da ragioni demografiche per cui l’invecchiamento della popolazione statunitense porta sempre più persone a lavorare anche in età “avanzata”. Nonostante la crisi, il mondo del lavoro non ha potuto rinunciare all’esperienza di questa porzione di lavoratori, che in ogni caso rappresentano la frazione più piccola, esclusi i teenager, di partecipanti al lavoro. Tuttavia, non può essere trascurato che dal confronto tra la forza lavoro civile e il livello di occupazione si stia aprendo un gap sempre più evidente, e le conclusioni ovvie sono le solite. Un crescente numero di uomini e donne sono in qualche modo costrette a tornare a lavorare anche nell’età in cui ci si dovrebbe godere i frutti del raccolto. Ciò è tanto più evidente per le persone tra i 55 e i 64 anni, per i quali quella che sembra una decelerazione nel livello di impiego, sta lasciando a casa quasi un paio di milioni di persone che invece avrebbero la volontà di lavorare. In ogni caso risulta considerevole, almeno in proporzione, anche il gap per gli ultrasessantenni.

Le conseguenze delle dinamiche in atto peseranno non poco sugli sviluppi economici in termini di conoscenze e maestranze perdute. Ma fortissime saranno anche le ripercussioni se si pensa a quanti milioni di individui dovranno per ragioni anagrafiche ritirarsi a “vita privata” nel prossimo decennio, mentre le fasce più giovani sono ancora interessate da un’emorragia di posti di lavoro senza precedenti. Prima di lasciarvi, vi voglio mostrare una tabella che sintetizza tutto quanto appena sostenuto, prendendo come intervallo temporale il mese ufficiale dell’inizio della crisi conclusasi più di un anno fa… .

Negli ultimi 3 anni e rotti, non un solo posto di lavoro è stato complessivamente creato per persone con meno di 55 anni. Il sogno americano. Ora, vi invito a trovare voi gli epiteti con cui apostrofare una ripresa del genere.

Mattacchiuz

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12 commenti Commenta
hironibiki
Scritto il 8 marzo 2011 at 12:50

Bellissimo Matta!!!
Io aggiungo una piccola cosa che probabilmente già sapete.. Il Tricheco ha annunciato un rialzo dei tassi di interesse attesi ad aprile con questa giustificazione “La misura economica verrà applicata per contrastare l’aumento generalizzato dei prezzi in conseguenza dell’aumento del petrolio.”
Apperò ma che bravo! Così se uno ha un mutuo oltre ad aumentare i beni di prima necessità si ritroverà anche con una rata più alta. Bravissimo è così che si da una mano all’economia per farla collassare del tutto :|

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lampo
Scritto il 8 marzo 2011 at 13:13

A proposito delle banche italiane… come diceva Tornatore in un suo film… “Stanno tutti bene”
http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/economicNews/idITLDE7270RT20110308

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bergasim
Scritto il 8 marzo 2011 at 13:19

Ottimo come sempre, lo dovresti inviare anche a bernie
:lol:

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mattacchiuz
Scritto il 8 marzo 2011 at 13:23

si, gli scrivo che ha spagliato il target degli stimoli: invece che stampatio, serve copulatio…

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m75035
Scritto il 8 marzo 2011 at 13:42

bel post!

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ivegotaces
Scritto il 8 marzo 2011 at 13:42

Un lavoro di grandissima qualità. Complimenti e grazie della condivisione

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paolo41
Scritto il 8 marzo 2011 at 14:31

mattacchiuz,

è un periodo dove trovo poco tempo per starvi dietro, ma questo è un grande post!!!!!

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mattacchiuz
Scritto il 8 marzo 2011 at 14:55

mah.. grazie per l’apprezzamento, ma ogni tanto penso che serva davvero a poco.

alla fine tutte ste considerazioni vengono di fatto annichilite da quattro chiacchiere dei banchieri centrali…

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andrea.mensa
Scritto il 8 marzo 2011 at 17:16

faremo un monumento al Matta “campione nel dare i numeri ” :lol::lol::lol::lol::lol::lol:
sai ch escherzo, vero ? garande davvero !!

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mattacchiuz
Scritto il 8 marzo 2011 at 18:26

andrea.mensa@finanza: faremo un monumento al Matta “campione nel dare i numeri ”
sai ch escherzo, vero ? garande davvero !!  

scusa, ma uno che si chiama mattacchiuz, cos’altro può dare se non i numeri… :mrgreen:

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Scritto il 8 marzo 2011 at 19:11

Ottimo Matta, chiaro come è chiara la fine che faremo… :roll:

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lampo
Scritto il 9 marzo 2011 at 00:03

Mattacchiuz è veramente sconcertante l’ultimo grafico riassuntivo che hai postato nell’articolo.
Forse ironicamente sarà per questo che le aziende farmaceutiche inventano sempre nuove molecole per prolungare a livelli accettabili la vita delle persone anziane… in modo che possano continuare a lavorare… oltre ad essere i consumatori del futuro, visto che le altre fasce di età della popolazione stanno perdendo il lavoro, la propria autostima e quindi la voglia di consumare.
Insomma stiamo per entrare nella nuova era dell’economia della senilità :D

Ovviamente la mia è un’ironia “amara”

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