Le conseguenze di un Euro troppo forte

Scritto il alle 17:30 da gaolin@finanza

Per mandare in rovina l’economia reale di un paese basta poco. Basta avere una moneta troppo forte. [GUEST POST by Gaolin]

In estrema sintesi il sottotitolo di questo post spiega il processo in corso in Italia, per quanto riguarda l’andamento dell’economia e della nostra finanza.

I nostri governanti sono da tanti anni ormai in attesa di dati o tendenze che facciano intravedere riprese dietro l’angolo, o luci in fondo al tunnel, o la fine della recessione, o che, similmente alla nave CONCORDIA, in qualche modo, magari per grazia ricevuta, la NAVE ITALIA riprenda il normale assetto di navigazione.

Attese purtroppo vane. Ogni giorno, da ogni comparto dell’economia reale, arrivano segnali che, più che preoccupanti, è meglio definire terrificanti.

Mi riferisco:

* Alla ormai interminabile sequela di aziende artigiane, di piccole, medie e grandi industrie, costrette a chiudere per l’impossibilità di resistere alla concorrenza internazionale, gravate come sono da imposte, balzelli, normative e in generale da un costo del lavoro e del sistema paese Italia che rende impossibile per molte di queste resistere.
* All’esodo verso paesi più attraenti delle aziende italiane migliori o di quelle che, ormai alla disperazione, ancora possono affrontare i costi e i rischi di una delocalizzazione produttiva in uno dei tanti paesi esteri che offrono prospettive decisamente molto ma molto più attraenti della nostra Italia.
* Alle multinazionali che chiudono gli stabilimenti in Italia e se ne vanno altrove.
* Alle difficoltà del sistema turistico italiano che, pur operando in un paese invidiabile, per la quantità e qualità dei suoi siti paesaggistici e storici, per la sua way of life, per la sua cultura gastronomica, ha sempre più difficoltà a intercettare i flussi turistici per un semplice motivo: la qualità dei servizi, rapportati al prezzo richiesto, sono diventati scadenti, rispetto a quelli di altri paesi concorrenti.
* Allo sconfortante incremento della disoccupazione per effetto dei licenziamenti dovuti alla chiusura di imprese, per lo più appartenenti all’economia reale.
* Alla più che drammatica caduta degli investimenti in Italia in ogni comparto: amministrazione pubblica, industria, commercio, agricoltura, turismo. Gli investimenti sono il vero segnale che misura la fiducia nel futuro degli operatori economici e sono l’indispensabile premessa per lo sviluppo di un paese.
* A stalle che chiudono in ogni dove perché la gestione delle stesse è sempre più al di sotto dei limiti dell’economicità.
* Ai raccolti dei campi che sempre più spesso non vale la pena nemmeno di effettuare, dopo averci lavorato tutto l’anno perché antieconomico, a causa dei prezzi internazionali di vendita, o perché proprio non ci sono acquirenti.
* Al fenomeno sempre più esteso dei terreni incolti perché le aziende agricole chiudono per mancanza di successione ereditaria o semplicemente perché il coltivatore, ormai senza più neppure la speranza, lascia tutto per andare a fare qualcos’altro, preferibilmente all’estero.
* Alla drammatica situazione del comparto edilizio e settori collegati.
* Al calo generalizzato dei consumi che riduce i ricavi degli operatori del commercio e quindi gli utili, fino a costringerli alla chiusura della propria attività.
* Alla ancor più drammatica situazione della salute di molte banche italiane, ormai schiacciate nelle loro operatività dall’andamento delle sofferenze, dovute al disastro economico in corso che, per molte di esse, è già arrivato a una situazione da porle in stato di default tecnico.

Emigranti di altri tempi…

Dulcis in fundo il saldo delle partite correnti del nostro paese.

Sono andato a guardare il sito della CIA americana che, a questo indirizzo,  riporta la tabella del saldo delle partite correnti dell’anno 2012 di tutti gli stati del nostro globo.

Ebbene, nonostante la situazione per l’Italia sia un po’ migliorata, se così si può dire, questa è ancora molto critica. Infatti per effetto della drastica riduzione dell’import, dovuto al notevole  calo dei consumi, passato dai  556 Miliardi del 2011 ai 453 di USD del 2012 (-19% circa),  il deficit delle partite correnti  si è ridotto solamente da 70 a 30 miliardi di USD a causa del fatto che anche l’export ha avuto un bel tracollo, nonostante tutti raccontino che l’export italiano per fortuna tiene,  perché passato da 523 milioni a 479 di USD (-8% circa).

Mi fermo qua. Penso che ogni lettore sia a conoscenza di tante altre situazioni  da aggiungere alla lista e non vale la pena di continuare citando casi di singole aziende o gruppi industriali, prossimi al collasso per varie ragioni ma tutte, in buona sostanza, legate al fatto di essere allocate in questo nostro disgraziato paese.

Comunque, a fronte di tutto ciò l’ISTAT, dell’ex ministro Giovannini, tempo aveva rilevato che c’era stato, negli ultimi mesi decorsi, un incremento della fiducia dei consumatori e delle aziende. Sentimento riscontrato attraverso indagini che sarebbe il caso di informarsi meglio su come vengono condotte e su come costoro taroccano poi i dati per arrivare a conclusioni tanto in contrasto con la realtà, riscontrabile da qualunque frequentatore di bar o osteria d’Italia o per esperienza diretta.

Ma tant’è. Coloro che sono al potere le tentano tutte, da sempre, per dissimulare le verità non piacevoli e soprattutto per cercare in ogni modo di convincersi che la causa o la responsabilità delle situazioni che non vanno è sempre degli altri.

Non ce n’è uno che abbia il coraggio di ammettere le proprie responsabilità nei disastri che ha contribuito a provocare. Anzi si arriva al punto che più grandi sono stati questi disastri e più costoro sono convinti che in fondo questi sono dovuti al fatto che non si è andati o non si vuole andare fino in fondo nei percorsi che costoro avevano delineato. Questi sciagurati poi, siccome fanno parte del sistema di gestione del potere, ovvero della casta che ci governa, si nominano vicendevolmente nelle alte cariche dello stato in modo da ben continuare a perpetuare i disastri in corso.

Ma veniamo al titolo del post per tentare di argomentarlo.

In tutto il mondo, i governi dei paesi si preoccupano molto della salute della propria economia e molti di questi sono particolarmente attenti alla propria competitività che è, o dovrebbe essere, in continua mutazione per i meccanismi stessi del mercato che, se è veramente libero, tende automaticamente ad autoregolarsi. Una nazione che ha un sistema economico industriale troppo competitivo avrà una bilancia commerciale squilibrata, con elevati avanzi, per cui la propria moneta sarà in continua tensione, nel senso che tenderebbe a rivalutarsi rispetto alle altre, per ridurre l’eccessiva competitività della sua economia.

Paesi come la Cina, governati da personalità che hanno ben capito come funziona l’economia globalizzata, hanno fatto del mantenimento della propria ipercompetitività, attraverso la gestione forzata del cambio, altrimenti detto dumping valutario, l’arma per assicurare al proprio paese uno sviluppo dell’economia a dei ritmi mai prima sperimentati nella storia.

La Cina però non è sola in questa corsa forsennata. Tutti i paesi asiatici stanno diventando ricchi uno dopo l’altro. Recentemente persino la Malesia, Thailandia, Indonesia e Vietnam sono su questa via. Lo fanno applicando un modello economico basato sul NAZIONALISMO e DIRIGISMO che fondamentalmente consiste in un’attenta gestione della propria parità monetaria , a protezionismi veri e propri e a incentivi all’export. In aggiunta poche tasse e poco welfare.

Certamente in questi paesi si conta ancora molto sulla laboriosità e sui sacrifici della mano d’opera che lavora nelle fabbriche e che, in cambio di tanto lavoro, poco ancora ha ottenuto per sé, anche se molto di più di quanto aveva in precedenza.

In occidente tutti fanno finta di non vedere o non capiscono proprio questo fenomeno che, il più delle volte viene liquidato con “là, la manodopera costa poco”.

E’ incredibile che a nessuno venga in mente di capire come fanno. Nessuno che si azzarda a dire : “ma se tutti questi cinesi, coreani, taiwanesi, malesi,  vanno così bene, perchè non li imitiamo? Perchè non vediamo che sistema usano? Perché non cerchiamo almeno di difenderci?”.

Niente da fare. Tutti a parlare di regole, di liberalizzazioni, di spread, di tassi tenuti bassi, limiti al debito pubblico, riforme strutturali, di ulteriori e necessarie leggi che regolamentano questo e quello, beghe politiche di basso profilo, ecc…. Nessuno che comprenda che più che il salario nominale espresso in  USD conta il potere di acquisto nel paese dove si lavora e si vive. Nessuno che abbia chiaro che ad esempio in Cina con equivalenti 300EUR si vive come in Italia con 4-5 volte tanto.

Ma cos’è la competitività?

La competitività viene definita come la capacità di un’impresa manifatturiera,  di un’azienda appartenente a uno dei tanti comparti economici, di un ente pubblico o di un’entità territoriale, quale può essere una regione o uno stato, di fornire beni o servizi attraenti quanto a qualità e prezzo. Il soggetto competitivo è quello in grado di rimanere sul mercato profittevolmente operando in un regime di libera concorrenza.

Il termine competitività è diventato anche in Italia un termine abbastanza citato nei dibattiti televisivi e nei mass media ma la stragrande parte di coloro che ne parlano o scrivono, compresi gli economisti, hanno poco chiaro come effettivamente la competitività  agisce sull’economia reale, in particolare sull’andamento economico delle imprese manifatturiere soggette alla concorrenza globalizzata. La gran parte di costoro mai ha dovuto passare notti insonni perché si è trovata impotente ad affrontare il problema della non competitività della propria impresa, dovuta al contesto in cui opera e/o a fattori esterni che non può controllare.

In particolare nessuna impresa manifatturiera è in grado singolarmente di controllare le variazioni del tasso di cambio della moneta con cui esprime i propri costi aziendali , in raffronto alle altre divise. Le parità monetarie fra le valute è il principale e fondamentale fattore che determina la competitività o meno delle aziende che operano nel mercato globalizzato.

Un’azienda che produce beni con tecnologie e sistemi produttivi più o meno avanzati può perdere soldi se opera in un paese che ha una valuta forte, oppure guadagnare molto se fa le stesse cose e nello stesso modo ma in un paese dove viene, in qualche modo, mantenuta debole la valuta.

Cosa significa avere una valuta debole?

Semplicemente che tutto ciò che si acquista e che si produce in un paese, quanto a beni e servizi, rispetto alla valuta di riferimento (i.e.il USD) costa poco, o meglio meno, di quelli analoghi dei paesi a valuta forte.

In fondo, quello di avere una moneta debole per sviluppare la propria economia è un segreto di pulcinella. Più la valuta viene mantenuta debole più il paese ha possibilità di svilupparsi velocemente. I paesi asiatici, a partire dal Giappone mezzo secolo fa, imitati poi da Taiwan, Korea, Cina, ecc.  hanno fatto di questa politica la chiave del loro successo economico, che ha portato, come già detto, benessere e ricchezza diffusa dove prima c’era tanta ma tanta miseria.

Cosa significa invece avere una valuta forte?

E’ veramente strano constatare come invece non ci sia molta voglia di rendersi conto che, se vale quanto sopra, vale anche il viceversa, purtroppo.  Ovvero che se un paese ha una valuta forte in breve deve cominciare a fare i conti con la deindustrializzazione, con il declino della propria economia reale, declino che sarà tanto più veloce quanto più forte  sarà mantenuta tale la propria valuta.

Fior fiore di economisti, che però devono aver fatto poca pratica sul campo, per anni hanno ripetuto e ripetono tuttora gli stessi discorsi . La valuta forte spinge le aziende a modernizzarsi, a essere più competitive innovando, investendo, facendo ricerca, migliorando la qualità. Certo, tutto ciò è anche vero ma se la propria valuta è troppo forte  ciò non basta più. Anzi, se ci si ostina a prendere per buone solo queste teorie, un paese finisce per trovarsi con il proprio sistema produttivo smantellato senza aver capito neppure il perché.

E’ proprio quanto sta accadendo nel nostro disgraziato paese. Da oltre 5 anni ormai è in corso un processo di deindustrializzazione, che ormai è già arrivato a uno stadio più che allarmante e che diventerà irreversibile se si andrà avanti così per ancora 2-3 anni. Il principale motivo è che il valore della valuta che l’Italia ha in tasca non è corrispondente al suo livello di competitività.

Come avviene nel concreto la deindustrializzazione?

Concentrando per il momento l’attenzione sul settore del manifatturiero industriale, non è certo un fenomeno repentino. Inizialmente quasi non ci si accorge. In un paese che comincia ad avere una valuta troppo forte il processo parte con gradualità.

Per il fatto che i prodotti fabbricati in altri paesi costano molto meno, le prime ad avere difficoltà sono le aziende già deboli di per sé, ovvero quelle che per varie ragioni hanno già problemi a sopravvivere con la concorrenza interna e che vengono quindi subito spiazzate. Questi problemi poi si estendono a quelle che producono manufatti ad alto contenuto di manodopera, poi a quelle che, anche se molto automatizzate, fabbricano prodotti diciamo semplici, ovvero con cicli di produzione con poche fasi di lavorazione.

In seguito i problemi cominciano ad investire anche le aziende che sono all’avanguardia quanto a tecnologie produttive, a complessità dei manufatti prodotti per un motivo molto semplice: Gli stessi manufatti possono essere prodotti altrove a costi più bassi. Basta che il paese abbia una moneta con un tasso di cambio favorevole.

Se questo tasso di cambio è molto favorevole l’impresa che produce in un paese low-cost ha un vantaggio formidabile: E’ in grado di praticare, pur guadagnando molto, prezzi di vendita sul mercato globalizzato spesso di molto inferiori ai costi di quella allocata nei paesi a valuta forte, la quale altro non può che soccombere.

I grandi clienti, ad esempio le multinazionali della distribuzione, spingono continuamente i loro buyer a ricercare aziende disposte a investire nei paesi così detti low-cost. Queste, allettate dalla possibilità di aumentare le proprie quote di mercato e i propri utili, o semplicemente per sopravvivere, si sobbarcano l’onere e il rischio procedendo a delocalizzazioni produttive parziali o totali.

Le prime aziende che iniziano questo percorso sono quelle che hanno i vantaggi maggiori, in termini di veloci ritorni degli investimenti e di elevati utili di gestione. Con il procedere del tempo però inizia la concorrenza anche nei paesi low cost. Gli utili delle aziende delocalizzate si riducono. Anzi spesso accade che la concorrenza locale, nata grazie al fatto che in breve tempo il know-how viene acquisito da imprenditori del posto che fanno nascere nuove imprese, addirittura mette fuori mercato le aziende straniere che in quel paese hanno de localizzato. Infatti dopo un certo tempo, a seconda della tipologia di beni fabbricati, nelle aziende locali parte l’innovazione, intesa come sviluppo di nuove tecnologie di produzione, di nuovi prodotti.

NOKIA è un caso esemplare. Fra non molto i produttori cinesi schiacceranno nel settore della telefonia mobile tutti gli altri.

Insomma, se anche la competitività complessiva del paese che subisce la delocalizzazione non si adegua in qualche modo, il fenomeno della deindustrializzazione  diventa sempre più impetuoso, con conseguente sempre maggiore disoccupazione proprio nel settore che crea la ricchezza di base, cioè il piatto da cui tutti alla fine attingono, in modo più o meno equo.

Insomma la ricchezza vera di una nazione viene creata dai comparti che producono qualcosa, bene materiale o immateriale che sia. Questi comparti sono l’industria, l’agricoltura e il turismo. Se i governanti non si rendono conto che, per il progresso e/o benessere del paese, bisogna tutelarli ad ogni costo, anche a costo di fare qualche dispetto alla finanza, si va verso il declino economico in un crescendo esponenziale fino al tracollo finale.

Su questa strada l’Italia è già ben indirizzata e a nulla potranno valere le balle che ci raccontano sulle riprese dietro l’angolo,  rinviate di semestre o trimestre a quello successivo e sistematicamente smentite dai dati veri che purtroppo, anche se sommessamente, in qualche modo tocca riferire.

Che fare?

Le chiacchiere che imperversano in Italia in merito ai provvedimenti che si vorrebbe prendere per rimediare alla situazione di non competitività del paese sono ridicoli.

Non si tratta di recuperare un gap di competitività di qualche punto percentuale rispetto ai nostri competitor dell’economia globalizzata ma ben di più e velocemente di almeno il 25-30% Ciò affinché l’economia reale nel nostro paese possa ripartire veramente.

Un risultato del genere è ormai ottenibile in Italia solo con una svalutazione dell’EURO  sul USD di pari valore e purchè anche gli altri paesi non svalutino. Siccome pare che ciò non possa accadere, per l’Italia ci sono 2 scenari o destini. L’uscita dall’Euro con una nuova valuta, svalutata del 35-40% almeno, o La Greek Way che altro non sarebbe che un’agonia interminabile, in attesa comunque del default.

Temo che quello più probabile sarà il secondo il quale, nel medio lungo termine, sarà molto peggiore del primo.

Il disastro dell’Unione monetaria è sostanzialmente una “crisi di bilancia dei pagamenti“, causata dal disallineamento sempre maggiore della competitività dei vari paesi aderenti.

“La creazione di questa moneta comune ha eliminato la modifica del tasso di cambio come meccanismo di aggiustamento”. Quanto sta accadendo al sistema manifatturiero italiano, alla nostra agricoltura e alla nostra economia in generale è figlia di una drammatica perdita di competitività, ormai irrimediabile senza ingentissime risorse da destinare all’economia reale.

Queste risorse purtroppo non ci sono e quindi “si salvi chi può”.

Gaolin

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63 commenti Commenta
paolo41
Scritto il 11 ottobre 2013 at 14:51

ben illustrato anche per chi non capisce un acca…. come la nostra “setta” politica !!!!!
E’ stato un piacere risentirti.

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ddb
Scritto il 11 ottobre 2013 at 14:59

Concordo pienamente con quanto qui riportato.

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draziz
Scritto il 11 ottobre 2013 at 15:12

Articolo “drammaticamente” molto bello e ben scritto.
Le persone a cui ti riferisci, governanti o marionette comunque in grado di far qualcosa ma che non fanno niente, hanno solo due possibili figure a cui appartenere:
scriteriati imbecilli o conniventi mariuoli.
Altra collocazione non c’è…

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zanella51
Scritto il 11 ottobre 2013 at 15:15

articolo veramente illumunante
io cerco di farlo circolare affinchè molti possano aprire gli occhi su quello che sta accadendo.
l’ho inviato anche a molti politici ma penso che sia inutile.

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alfio200
Scritto il 11 ottobre 2013 at 15:51

Scusa Gao, ma hai dimenticato il problema fondamentale di questo Paese. Juncker, qualche settimana fa ha sbottato: “L’Italia risolva alfine il suo problema Nord-Sud”.

Un Paese diviso in due, per metà potenza industriale (o almeno quel che ne resta) e per metà paese emergente non ha futuro.

Marco Della Luna ha coniato la definizione di “Stati Multinazionali” precisando: “L’Italia non funziona e non può funzionare perché è un paese multinazionale e nessun paese multinazionale funziona bene (Jugoslavia, URSS, Sudan, Cipro, Libano, Belgio), ma piuttosto tende a scomporsi (persino il Regno Unito!) se non è tenuto insieme da emergenze esterne o da un potere autoritario, magari poggiante sulle catene dell’indebitamento in moneta “estera” come è l’euro”.

La madre di tutti i problemi italiani è questa. Unica soluzione: la divisione dell’Italia. Un Nord-Centro con l’euro, un Sud con una sua moneta (anche la lira) basso costo del lavoro. Un Paese emergente…al centro del Mediterraneo e direttamente collegato all’Europa dell’euro!! Il mondo intero si precipiterebbe a investirci! Il Nord si ritroverebbe invece libero da quella zavorra di 100 miliardi all’anno (ufficiali, cui va aggiunto tutto “l’indotto”) che finiscono al Sud con gli ovvi vantaggi.

L’Unione Europea non prevede l’uscita di uno Stato dall’euro, ma qui si tratterebbe di…mezzo Stato per cui…magari…

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kry
Scritto il 11 ottobre 2013 at 16:01

alfio200@finanza,

Un Paese emergente…al centro del Mediterraneo e direttamente collegato all’Europa dell’euro!! Il mondo intero si precipiterebbe a investirci!—— Alla grecia non sta succedendo figuriamoci al sud italia.

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alfio200
Scritto il 11 ottobre 2013 at 16:07

kry@finanza,

La Grecia ha l’euro e non…la dracma…

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ilcuculo
Scritto il 11 ottobre 2013 at 16:14

E’ 1/2 verità.

l’altra 1/2 è che l’italia è un paese che trasforma materie prime e semilavorati che deve importare, ed è un forte importatore di energia.

Per cui una valuta debole aiuta sul versante del Valore aggiunto , quello collegato al costo del lavoro, ma è un fattore negativo per le materie prime e l’energia; quindi una valuta più debole avrebbe effetti infalttivi deprimento comunque i consumi interni poichè componente lavoro inglobata nel prezzo dei prodotti è nella maggior parte dei casi ben inferiore al 25% . Per quanto riguarda i servizi Italia su Italia non cambierebbe nulla.

Una moneta debole aumenta le esportazioni quindi i volumi, non necessariamente i margini. Sicuramente riduce il valore del lavoro, il valore di immobili e terreni e di tutti gli asset.

L’unico comparto che ne avrebbe un vantaggio netto è il turismo.

I paesi asiatici con valute deboli stanno certamente crescendo e migliorando il loro tenore di vita ma sono ancora molto distanti dal nostro. Una valuta debole NON è compatibile con una economia dove i consumi (e quindi il tenore di vita ad essi collegati) rappresentano oltre il 60% del PIL.

PIL= Consumi + Investimenti + Spesa Pubblica + (Esportazioni – Importazioni))

Corea 56%, Singapore 47%, Cina 44%

Ovvero : una crescita asiatica = tenore di vita asiatico.

Per carità ci arriveremo, ma non solo perchè la nostra valuta è forte, ma perchè in un sistema aperto i disequilibri tendono a riequilibrarsi, loro saliranno noi scendiamo.

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kry
Scritto il 11 ottobre 2013 at 16:32

alfio200@finanza,

E per Roma che soluzione si potrebbe prendere.

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lampo
Scritto il 11 ottobre 2013 at 16:39

Purtroppo lo scenario industriale descritto da Gaolin concorda pienamente con l’ultimo rapporto di Cerved Group di cui trovate qui (articolo di Italia Oggi) una sintesi:
http://www.cervedgroup.com/documents/10156/111201/ItaliaOggi.pdf
I titoli sono eloquenti e descrivono bene il contenuto dell’articolo.
In particolare date un’occhiata ai grafici.

Però, come mio solito, aggiungo una nota positiva: è opportuno segnalare qualche eccezione:
http://www.cervedgroup.com/documents/10156/111201/Dbk%20Alto%20Adige.pdf

Basterebbe copiare tale mentalità… ma evidentemente l’italiano medio (politico, cittadino, dipendente, ecc, che sia) è ben lontano da tale mentalità. Ciò evidenzia in maniera sottile, quanto la nostra Italia sia ancora divisa… non soltanto tra nord e sud, ma anche tra Regioni stesse!

Evidentemente la maggioranza degli italiani non ha voglia di rimboccarsi le maniche e agire in prima persona per risolvere i propri problemi partendo dalla partecipazione alla risoluzione di quelli della propria comunità.

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candlestick
Scritto il 11 ottobre 2013 at 16:44

Bingo, bravo Gaolin..
la penso esattamente come te e penso anche che l’Europa sia più un male che un bene per l’Italia; i fondi europei ci stanno drogando ad un sistema del tipo faccio solo ciò che è finanziato dall’Europa perchè altrimenti sarebbe proibitivo. a lungo andare avremmo distrutto tutto.

Mi viene da dire che l’unica via di uscita sarebbe uscire dall’euro con una classe politica rinnovata, con questa non andiamo da nessuna parte. E rimanere dentro l’europa significa depressione come scrivevi tu.. e intanto le vite si consumano..

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faustino
Scritto il 11 ottobre 2013 at 17:51

Perfetto. :D

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kry
Scritto il 11 ottobre 2013 at 18:09

lampo,

Evidentemente la maggioranza degli italiani non ha voglia di rimboccarsi le maniche e agire in prima persona per risolvere i propri problemi partendo dalla partecipazione alla risoluzione di quelli della propria comunità. —- La maggioranza degli italiani non ha più voglia di rimboccarsi le maniche e tanto meno per la propria comunità ( esempio regioni ) fintanto che le decisioni sono centralizzate.

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paolo41
Scritto il 11 ottobre 2013 at 19:17

lampo,

aggiungerei che le significative differenze fra nord e sud sono essenzialmente figlie di retaggi storici dove l’educazione civica e il livello d’istruzione sono stati fattori determinanti.
La mancanza di uno Stato vero nella maggior parte delle regioni del sud ha fatto proliferare uno “stato” alternativo che non solo si è sostituito alle istituzioni legali ma, anzi, sta sempre più riuscendo ad infiltrarsi anche nelle zone del nord. Il connubio che spesso riscontriamo fra lo “stato” illegale e la politica è, a mio avviso, uno dei nodi più grossi da tagliare.

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dfumagalli
Scritto il 11 ottobre 2013 at 20:56

Che fare?

Semplice: andarsene dall’Italia finché si può e prima che arrivino gli espropri forzosi stile Cipro.

Io lo ho fatto e non mi sono mai sentito più tranquillo.

Dopo tutto basta guardare gli immigrati: anche loro hanno fiutato il futuro. Si capisce che la nave affonda quando i “topi” scappano. E dall’Italia stanno scappando proprio tutti, persino i clandestini.

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john_ludd
Scritto il 11 ottobre 2013 at 20:56

Purtroppo l’euro forte non è una scelta ma una conseguenza di un evento avvenuto tra il 2000 e il 2008 colpevolmente non previsto e quindi non limitato dalla banca centrale europea e dalle banche centrali dei singoli paesi, nessuna esclusa: lo sviluppo e la successiva esplosione della più colossale bolla del credito della storia: la bolla del credito europeo, LA BOLLA DELL’EURO, molto maggiore di quello delle banche americane. Durante i primi anni 2000 in USA il credito è salito più del PIL ma in proporzione assai minore di quanto avvenuto in Europa dove il credito è salito per 8 anni a un tasso 4 volte superiore alla crescita del PIL. Le banche europee, invigorite dalla nascita dell’euro, ingrassate dall’immenso risparmio europeo si sono lanciate in una crescita degli attivi tale da lasciare indietro persino la bolla giapponese della fine anni 80. Delle banche tedesche sapete tutto, delle olandesi e francesi anche, ma che dire della frenetica attività delle banche spagnole non solo a casa loro ma in tutto il sud America, che dire della crescita dell’attivo delle due principali banche italiane in est Europa (e a casa loro dove hanno finanziato la bolla immobiliare italiana di cui si preferisce non parlare). Il processo di deleveraging del credito europeo è appena iniziato, di solito richiede 15 – 18 anni. Il sistema finanziario europeo (compresa la Svizzera e UK) ha finanziato tutto, dalla bolla immobiliare USA allo sviluppo degli EM (i flussi dall’Europa sono stati 3 volte quelli dagli USA). Ora le banche europee sono alla disperata ricerca di un faticoso rientro e quindi di riflesso, sale il cambio rispetto le valute EM e le valute oggetto di carry. C’è un precedente, quello del Giappone che in 15 anni di deleveraging ha visto la propria valuta rivalutarsi di decine di punti %. Ed è al Giappone che dovreste guardare per avere una idea della traiettoria del debito in Europa. Ma il Giappone è uno stato sovrano, molto coeso ed è stato in grado di sopportare, dubito possa accadere in questo continente. Non c’è nulla che si possa fare, o si lasciano fallire le banche, portandosi dietro tutte le aziende e gli stati, morendo all’istante in una catartica fiammata, o si soffre per i prossimi lustri fino all’inevitabile collasso. E’ qui che i fautori “dell’esco dall’euro e in un paio di anni si riparte” sbagliano. Utilizzo parziale di informazioni parziali si direbbe. A nessuno piace sentirsi dire che le cose stanno molto peggio di quanto immagina. Come di consueto un bel grafico da appendere al frigo per quando pensate a qualche soluzione semplice e immediata ai problemi di oggi (e dei prossimi lustri):

CRESCITA DEL CREDITO IN EUROPA ANNO SU ANNO

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alfio200
Scritto il 11 ottobre 2013 at 21:57

Uscire dall’euro con il problema Nord-Sud (Stato multinazionale, per dirla con Della Luna) non risolve assolutamente niente.

Un marziano sbarcato in Italia, di fronte a chi propone come panacea di uscire dall’euro, avrebbe l’impressione che ai tempi della lira questo Paese fosse privo di debito pubblico, funzionasse perfettamente e si sviluppasse in maniera esponenziale. In realtà, eravamo nella cacca con la lira come adesso lo siamo con l’euro.

Vi ricordo la domanda che un ragazzo fece ad un economista sostenitore del ritorno alla lira (mandandolo nel pallone): “Quante volte è stato svalutato il marco tedesco?”.

Un Nord-Centro separato dal Sud sarebbe competitivo, a livello di produzione, con gli altri Paesi e per di più avrebbe una valuta forte con cui acquistare materie prime. Hai voglia!! Altro che svalutare per essere competitivi. La svalutazione è l’escamotage dei pezzenti (che è quello che siamo diventati).

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idleproc
Scritto il 11 ottobre 2013 at 23:01

Sono per la catartica fiammata.
…è il mercato regà…
quello che c’è ora è solo trasferimento di redditi e capitali prima della “catartica fiammata”.

Alfio… guarda che noi usiamo e abbiamo usato il Sud come i crucchi adoperano noi…
…non farti troppe illusioni…
Teo dixe un veneto.

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gainhunter
Scritto il 11 ottobre 2013 at 23:13

idleproc@finanza: Alfio… guarda che noi usiamo e abbiamo usato il Sud come i crucchi adoperano noi…

Con la differenza che noi trasferiamo soldi al Sud (e anche alle banche tedesche), la Germania no.

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idleproc
Scritto il 11 ottobre 2013 at 23:33

gainhunter,

Vero. E’ uno dei motivi per cui l’europa non funzia.
L’alternativa è che i crucchi spendano di più e aumentino i redditi interni da lavoro etc., diventando meno compertivi e favorendo le esportazioni degli altri. I crucchi giocano solo per i crucchi.

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lexmumble
Scritto il 12 ottobre 2013 at 00:29

alfio200@finanza,

se poi eliminiamo i pezzenti esistenti al nord ( come: extracomunitati del sud in cassa integrazione, disoccupati potenziali criminali, barboni, gay, ebrei, ecc.), il nord italia sarebbe un paradiso.

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Lukas
Scritto il 12 ottobre 2013 at 00:49

alfio200@finanza,

ridicole considerazioni le tue…..penso che le tue allucinazioni secessionistiche….siano condivise forse dal 3-4 % della popolazione italiana…..e pertanto in democrazia del tutto irrealizzabili……quindi per non attendre invano….e per stare meglio con te stesso….ti consiglierei di attuarla da solo la tua secessione….espatriando al piu’ presto :mrgreen:

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lexmumble
Scritto il 12 ottobre 2013 at 00:52

alfio200@finanza,

anche le basi americane in italia comincerebbero a fare differenza, chiamandosi terroni a vicenda.

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kry
Scritto il 12 ottobre 2013 at 10:16

idleproc@finanza,

Teo dixe un veneto. Dotor o gran signor… o magna gato.

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john_ludd
Scritto il 12 ottobre 2013 at 10:16

alfio200@finanza,

Il nord ha finanziato il sud e in cambio ha ricevuto milioni di migranti a prezzo stracciato attraverso i quali ha realizzato l’eccezionale processo di industrializzazione degli anni 50/60. Lo stesso è avvenuto in ogni nazione dove sono presenti forti differenze di reddito; negli Stati Uniti milioni di persone si sono trasferite dagli stati poveri a quelli ricchi. Oggi questo è finito, qui e ovunque in occidente perché i posti di lavoro si sono trasferiti fuori dai confini nazionali e da allora ci siamo avviati a un declino sempre più rapido. Non deve ingannare il caso della Germania che resta a galla grazie a un processo di deflazione interna e compressione salariale che procede da 15 anni. Se osservate bene, la Germania con il suo 6% di avanzo sull’estero (3 volte la Cina che lo sta riducendo) produce un PIL appena sopra lo zero; evidentemente sia i consumi interni che gli investimenti sono sotto zero. E’ contabilità non fisica dei plasmi.

gainhunter,

è falso; i costi della riunificazione sono stati prossimi al valore del PIL dell’allora Germania Ovest e continuano tuttora. I trasferimenti dalla ricca Baviera al depresso nord sono oggetto di dispute politiche continue che l’italiano che vaneggia di contributi tedeschi all’Europa non conosce. Non ci sono abbastanza soldi in Germania per continuare la politica di sostegno interno, figurati se ci sono per trasferire ogni anno il 2% del PIL verso il Mediterraneo, valore minimo per tenere in piedi la baracca !

… è sempre istruttivo leggere i commenti dei blog e persino ascoltare qualche talk show radiofonico (sebbene il livello sia molto più basso). Si comprende bene come la gente viva di illusioni fabbricate su informazioni parziali o palesemente false, complottismo, astio e paura. E’ solo l’effetto di una mostruosa accelerazione del decadimento entropico determinato da 7,5 miliardi persone che consumano risorse a un ritmo molte volte superiore alla capacità di rimpiazzo.

Ci sono 4 trend secolari in azione e non cambieranno sinché le forze che li alimentano verranno meno, eccoli:

– aumento dell’età media della popolazione nei paesi OCSE, Europa e Giappone in particolare
– aumento dei costi delle materie prime energetiche e loro progressivo esaurimento
– globalizzazione distruttiva e conseguente contrazione dell’apparato produttivo in occidente
– aumento del disordine climatico e dei costi dell’inquinamento

Questi trend sono inter dipendenti e si auto alimentano; per esempio la riduzione della base produttiva in occidente distrugge la capacità di sostenere sistemi di welfare, la capacità reddituale e il potere di acquisto spingendo a una ancora maggiore delocalizzazione non più solo per ragioni di costo ma per raggiungere mercati di sbocco nuovi e/o con maggiori possibilità di consumo prospettico. Questo determina l’accesso di centinaia di milioni di persone al consumo, richiedendo nuove risorse energetiche fossili, aumentando l’inquinamento etc… Gli ingegneri lo chiamano FEEDBACK ed è un meccanismo potente.

Non mi interessa il rumore di fondo dei su e giù delle borse, questi sono i trend che contano.

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gainhunter
Scritto il 12 ottobre 2013 at 11:01

john_ludd@finanza,

Scusa John, riscrivo per chiarezza:
Il Nord Italia trasferisce soldi al Sud (e anche alle banche tedesche), la Germania non trasferisce soldi al Sud Europa (o almeno non nella misura in cui il Nord Italia trasferisce al Sud). Questo era il senso, non che in Germania non ci sono trasferimenti interni.

P.S.: E’ sempre interessante e istruttivo leggerti :)

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john_ludd
Scritto il 12 ottobre 2013 at 11:49

gainhunter,

il maggior contributore netto in % sul PIL ai vari strumenti comunitari è l’Italia, la Germania è il maggior contributore in valore assoluto (ovvio). In cambio l’Italia ha ricevuto 250 miliardi di LTRO che non rimborserà mai. La Germania non è brutta e cattiva perché non trasferisce più denaro, quel denaro NON LO HA, lo ha speso e continua spenderlo per tenere in piedi le sue banche e il suo welfare. Mai che nessuno si chieda perché un paese con un avanzo colossale vede il proprio debito aumentare invece che calare brutalmente ? La Svizzera ha un debito pubblico al 40% del PIL e la Germania oltre 80% più KFW più le garanzie alle banche… è ben oltre il 110%. Malgrado questo è effettivamente il più solido paese europeo, perché mantiene un apparato produttivo diversificato e avanzato, quindi immagina gli altri. L’Europa è peggio del Giappone, che ha un debito privato più basso, che puzza sempre di più di quello pubblico, una fortissima coesione, il 4% di disoccupazione e un apparato industriale ancora in vita. L’Europa viene tenuta in vita artificialmente dalla FED, dall’FMI e da tutti quelli terrorizzati da ciò che comporterebbe il crollo dell’euro.

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john_ludd
Scritto il 12 ottobre 2013 at 11:59

così è ancora più chiaro… e le banche USA sono molto meno capitalizzate di quelle di Singapore.

non ci sono abbastanza fondi pubblici per nazionalizzare le banche e dentro le banche ci sono i soldi dei cittadini europei… poi pare che le banche europee vadano a ruba in borsa. BAH !

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gainhunter
Scritto il 12 ottobre 2013 at 12:44

john_ludd@finanza,

Infatti è assurdo che il bund venga ancora considerato un bene rifugio, e che nella crisi dell’euro la Germania abbia potuto risparmiare miliardi e miliardi sul debito contratto per salvare le sue banche. Io me lo sono chiesto perchè il debito/pil tedesco è raddoppiato dal ’90 e continua a aumentare, evidentemente da qualche parte va a finire, e la risposta più ovvia è quella che hai dato tu.
La Germania non è brutta e cattiva, ma neanche quel modello di efficienza, onestà, buonsenso, buona politica e rispetto delle regole che alcuni vogliono far credere; ha fatto un disastro in mezza Europa con le sue banche, è stata furba a fare dumping salariale prima degli altri grazie anche alle condizioni della DDR, e ora sta a galla anche con i soldi degli altri, presentandosi come la più brava della classe e mandando in rovina gli altri con una politica europea sbagliata.

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gaolin
Scritto il 12 ottobre 2013 at 14:30

paolo41,

Purtroppo la nostra “setta” politica è prevalentemente costituita da personaggi che di economia reale non capiscono e/o non sanno nulla.
Anche la maggior parte degli economisti che imperano sui mass media spesso dimostrano di non comprendere le dinamiche che muovono i bilanci delle imprese, sia delle piccole che di quelle enormi, come lo sono quelle di uno stato.
L’incapacità di avere visioni di lungo termine, tipico della politica italiana, ci sta condannando a un futuro da paese deindustrializzato.
Che in questo paese non ci si renda ancora ben conto di questo processo, che per il momento è inarrestabile, è un vero crimine, che però non avrà colpevoli perché lo sarà di tutti e quindi di nessuno.
Niente di nuovo caro Paolo 41. Nel mondo è sempre andata avanti così.

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gaolin
Scritto il 12 ottobre 2013 at 14:34

alfio200@finanza,

L’Italia è un illuminante esempio di unione monetaria fallimentare, che alla fine ha prodotto danni sia al Sud che al Nord.
Troppo diverse sono la mentalità, la coltura, il sistema delle relazioni, i conseguenti approcci ai problemi e quindi le capacità di competere in economia.
Se l’unione fiscale Nord-Sud, oltre che avere la stessa moneta, non è bastata in Italia per allineare le rispettive economie, anzi a divaricarle sempre più, figurarsi cosa potrà accadere nell’Europa unita, si fa per dire, dall’EURO.
Detto ciò, per varie ragioni, la divisione dell’Italia è impraticabile, a danno sì del Nord ma secondo me soprattutto del Sud.

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gaolin
Scritto il 12 ottobre 2013 at 15:30

ilcuculo@finanza,

Tento di spiegare l’altra mezza verità.
L’Italia è un paese trasformatore che ha dovuto basare il suo progresso economico non sulla ricchezza regalata da Dio ma sul proprio lavoro, la propri inventiva, la propria cultura. Finché le condizioni di competitività lo hanno permesso, gli italiani hanno potuto esprimersi al meglio facendo del nostro paese uno dei più sviluppati al mondo, nonostante i molti e ben noti handicap interni.
Detto ciò è utile ricordare che il costo delle materie prime di base, comprese quelle energetiche, è una parte minima del costo finale dei prodotti che dipende principalmente dai costi di trasformazione. Più un prodotto è tecnologicamente evoluto più il costo delle materie prime di base diventa trascurabile.
Quindi un paese per sviluppare la propria industria di trasformazione, come l’Italia, se ha in tasca una valuta non allineata alla propria competitività, arriva al punto che piuttosto di prodursi i beni, in quanto non ci sono margini, ovvero utili di gestione, li importa, con le conseguenze che constatiamo.
Viceversa, se un’azienda opera in un paese competitivo aumenta, oltre che i propri volumi di vendita, SOPRATTUTTO e ripeto SOPRATTUTTO, i margini e quindi aumentano di molto le possibilità di investire in nuove tecnologie produttive e in ricerca, ovvero nel proprio futuro.

Poi vero è che il valore degli asset italiani con una moneta svalutata si svaluterebbero in pari misura, se espressi in una valuta straniera di riferimento, EUR o USD che sia. Internamente però poco cambierebbe per la gran parte della popolazione, sostanzialmente tutto resterebbe come prima. Certo che i vacanzieri esterofili dovrebbero fare qualche economia in più, se vorranno continuare ad andare a spenderle fuori casa ma non credo che questa debba essere una preoccupazione, tutt’altro.

Vero poi è che il grosso problema per l’Italia sono gli asset finanziari e il notevole debito verso l’estero accumulato. Quindi una svalutazione comporterebbe gravi conseguenze in questo senso ma nel lungo tempo risolvibili.

I vero enorme problema è che l’Italia è un paese che sciaguratamente fa parte dell’Unione Monetaria e quindi una sua uscita difficilmente riuscirebbe ad avvenire in un modo gestibile, anzi è ipotizzabile un caos finanziario globale immane. Infatti, nessuno ha una chiara idea di come ciò potrebbe essere fatto per cui si evita accuratamente perfino di parlarne, almeno pubblicamente. Nelle stanze segrete però ci si pensa eccome ma senza arrivare a capo di nulla.

Riguardo poi al tenore di vita dei paesi asiatici vi è da dire che è vero che non tutta la popolazione gode appieno dello straordinario sviluppo economico che si sta realizzando in quei paesi, vi sono grandi squilibri con inimmaginabili per noi accumulo di ricchezze ma posso assicurare che quello medio è ben migliore di quanto dalle nostre parti si creda. Vi sono ancora sacche di povertà e il welfare è poco sviluppato, secondo il nostro modo di intendere, ma ricordo che bisognerebbe considerare il PIL a parità di potere d’acquisto nel mercato locale per comprendere meglio come stanno le cose. In questo caso le graduatorie mondiali cambierebbero non poco e con grandi sorprese.

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gaolin
Scritto il 12 ottobre 2013 at 16:03

john_ludd@finanza,

Condivido molto di quanto letto nei tuoi vari commenti e risposte.

In particolare condivido che i 4 trend indicati sono in prospettiva, unitamente ai disastri ecologici che si stanno perpetrando nei paesi ex sottosviluppati, i veri grandi problemi del nostro mondo globalizzato.

Ciò detto, in attesa degli effetti reali di questi trend, bisogna cercare di sopravvivere al meglio nel mondo in cui si abita.

L’Italia sta vivendo, in modo incomprensibile per la maggior parte dei suoi cittadini, una serie di eventi sciagurati che pregiudicheranno pesantemente il suo futuro nei prossimi 15-20 anni. Il più grave di tutti secondo me è la deindustrializzazione, dovuta ai motivi e con gli effetti spiegati nel post.

Ma secondo te dobbiamo proprio rassegnarci a che gli eventi abbiano, nel medio lungo periodo, il loro corso senza che, per il momento, l’Italia cerchi di sopravvivere al meglio, invece di lasciare che siano gli altri a farlo, magari a nostro discapito?

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tengobotta
Scritto il 12 ottobre 2013 at 19:04

Condivido quanto esposto da jhonjudd. Non esistono ricette, svalutare, diventare competitivi e così via. In un mercato globalizzato ci sarà sempre qualcuno più competitivo di te. Forse ce un altra via, quella dell autarchia della riduzione dei consumi e del mercato locale. Produciamo solo quanto serve al mercato locale e manteniamo dentro la ricchezza cercando di attirare i soldi degli altri con un patrimonio che nessuno ci può copiare, la natura la storia il buon cibo e la bellezza. E non dite che sono teorie del medioevo, ho già visto dove ci stanno portando le moderne teorie e finanze creative varie

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ilcuculo
Scritto il 12 ottobre 2013 at 19:52

gaolin@finanza: Detto ciò è utile ricordare che il costo delle materie prime di base, comprese quelle energetiche, è una parte minima del costo finale dei prodotti che dipende principalmente dai costi di trasformazione. Più un prodotto è tecnologicamente evoluto più il costo delle materie prime di base diventa trascurabile.

Direi che c’è un po’ di contraddizione, se un paese produce prodotti tecnologicamente evoluti non ha un bisogno così pressante di una valuta debole, l’area germanica ce lo insegna, il problema è che l’Italia non riesce a restare sul carro delle produzioni tecnologicamente avanzate e cerca di competere su mercati dove il costo del lavoro diventa un fattore determinante . Ma andare a competere su quei mercati significa andare ad accettare un sistema sociale di quel tipo ed un tenore di vita di quel tipo, che è , per ora, molto più basso del nostro.

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john_ludd
Scritto il 12 ottobre 2013 at 21:37

gaolin@finanza,

ilcuculo@finanza,

Il problema maggiore non è il cambio ma la quantità di moneta che circola entro l’economia che è troppo modesto e in ulteriore calo. All’Italia è stata imposta e continuerà a essere imposta una politica di deflazione interna che riduce la quantità di moneta, riduce i redditi, il potere di acquisto, la base fiscale, la capacità di investire. Quando la moneta viene razionata essa diviene automaticamente più costosa. La Germania con un avanzo pari al 6% del PIL importa capitali e a mala pena compensa il razionamento interno, tutti gli altri paesi agonizzano.

Poiché i 4 trend di cui sopra sono ineludibili e possono portare alla fine della civiltà come la conosciamo, sarebbe necessaria una politica estremamente attiva che tenti almeno di ridurne l’impatto. Il cardine sono investimenti nel settore energetico innanzitutto atti a ridurre il consumo di energia fossile che importiamo al 100% e liberando quindi risorse che ripagherebbero ampiamente i menzionati investimenti. Sarebbe necessario investire nella messa in sicurezza del territorio risparmiando nel tempo 10 volte tanto per le varie alluvioni, terremoti etc… cui siamo soggetti. Sarebbe necessario investire in un sistema dei trasporti meno costoso: trasportare pomodori da Palermo a Milano via terra costa molto di più che trasportarli da Malaga ad Amburgo via mare. Sarebbe necessario dismettere attività anacronistiche come l’acciaio e investire in altre con un futuro…

… buona parte di tutto questo viene reso impossibile dalla politica di austerità europea che tra l’altro era assurdo applicare all’Italia il cui sistema finanziario anche dopo l’evento Lehmann era il più solido del continente e i cui conti pubblici erano in equilibri anche se la politica di Tremonti dei tagli lineari non era un esempio di lungimiranza. All’Italia è stato chiesto di auto distruggersi senza alcuna ragione e a questo comando è stato risposto CERTO ! senza alcun dubbio e con la maggior responsabilità sulle spalle di un partito sedicente di sinistra che ha sistematicamente tradito gli interessi dei suoi elettori in funzione del nuovo messianismo: dopo il “ora e sempre comunismo”, il “più europa” che non vuole dire una fava senza un minimo di ragione critica.

Ecco perché non sono fissato sulla svalutazione competitiva ma sulla demenziale politica di razionamento monetario il cui esito matematicamente certo è l’opposto di quanto si prefigge chi la propone. L’Italia NON era fallita nel 2007, non lo era nel 2008 e nel 2009 ma lo è ora o lo sarà entro un paio di anni al massimo. Amen, e grazie per tutto questo, nessuno pagherà, tutti pagheranno.

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gaolin
Scritto il 12 ottobre 2013 at 21:59

ilcuculo@finanza,

Ci sono settori ad alto valore aggiunto in cui l’industria italiana ancora riesce a competere, anche se pure in questi i margini delle imprese sono ormai diventati molto bassi. Grazie a questi però riusciamo ancora a sopravvivere ma le difficoltà aumentano ogni giorno, al punto che le imprese che lo possono fare, prima di capitolare fanno la scelta di andarsene dall’Italia. Dobbiamo proprio aspettare che se siano andati via tutte, comprese quelle di eccellenza per capire che non siamo un paese competitivo?

Perfino nel turismo, in cui l’Italia dovrebbe fare sfracelli, gli operatori soffrono per i ridotti margini della loro attività. Non ci manca certo la materia prima, che invece è più che abbondante come da nessun’altra parte al mondo ma in rapporto alla qualità dei servizi offerti siamo troppo cari. Questo ce lo dice anche la Merkel quando viene da noi in vacanza.

Faccio presente che perfino il Giappone, che ha un’industria ai massimi livelli tecnologici e che da parecchi anni aveva un’economia in difficoltà a causa della forza dello YEN, ha ben pensato recentemente di svalutare per ridare margini o far sì che le imprese esportatrici possano riprendersi.

Svezia, Inghilterra, Svizzera, che stavano anche loro andando in crisi, hanno attuato svalutazioni competitive recentemente e, chi più chi meno, stanno ora molto ma molto meglio dell’Italia, senza essere diventati paesi asiatici.

L’Italia invece, che ha un’industria ormai in gran parte al collasso, dovrebbe invece attendere il suo declino irreversibile continuando a disquisire su provvedimenti per ridurre il costo del lavoro totalmente inefficaci perchè la loro misura è del tutto inadeguata rispetto alle necessità.

Se vogliamo andare a finire male che peggio non si può, siamo sulla strada giusta.

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gaolin
Scritto il 12 ottobre 2013 at 22:37

john_ludd@finanza,

Tutto vero ma a questo punto ormai la frittata è fatta.

L’Italia ha una classe dirigente e un popolo da governare che è incapace di accettare visioni e progetti di lungo termine. L’appartenenza all’Euro non ci ha migliorati ma piuttosto ci ha fatto illudere che fosse possibile vivere al di sopra delle nostre possibilità.

Ora abbiamo un solo modo per uscire da questa situazione, lavorare di più e consumare meno di quanto si produce per pagare i debiti contratti.

Per poterlo fare dobbiamo essere molto più competitivi. Purtroppo alternativa alla svalutazione non ce ne sono. Le politiche di austerità abbiamo visto cosa producono: più tasse, meno consumi, meno investimenti, più disoccupazione, calo del PIL, meno introiti per lo stato da tasse e contributi, quindi ulteriore aumento della tassazione ecc. ecc in una spirale perversa senza fine.

Politiche di riduzione centellinata del costo del lavoro a spese dello stato sono del tutto inefficaci per il ripristino della competitività del paese Italia. Quelle di entità pari alle necessità sarebbero inaccettate dalla casta dei parassiti che ci governano.

Ribadisco una frase del post. Ancora 2-3 anni di appartenenza all’Euro e Italia resterà con un sistema manifatturiero industriale e un’agricoltura distrutti. Se non pensiamo da subito a delle alternative a questa prospettiva ci sarà comunque il default e poi fuori o fine dell’Euro lo stesso.

Se mi sbaglio però sarò molto più contento dell’aver visto giusto.

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john_ludd
Scritto il 12 ottobre 2013 at 22:47

gaolin@finanza,

>>Se mi sbaglio però sarò molto più contento dell’aver visto giusto.

Non c’è alcun piacere nell’esercitare il ruolo di Cassandra, e nessuno di noi soffre di Schadenfreude, quindi ti comprendo perfettamente e ti saluto.

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idleproc
Scritto il 13 ottobre 2013 at 00:21

John & Gaolin.
Concordo sulle valutazioni.

Il Problema per noi è la classe dirigente le politiche che ha accettato e la totale incapacità di ragionare sul medio e lungo termine.
Concordo sui 2-3 anni prima che le situazione diventi irreversibile.
Identificato il problema, la soluzione spetta al Pollo Sovrano, è l’unico che può esprimere i rapporti di forza necessari per risolverlo.
Il problema è quindi esclusivamente politico.

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idleproc
Scritto il 13 ottobre 2013 at 00:35

kry@finanza,

:mrgreen:

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alfio200
Scritto il 13 ottobre 2013 at 14:21

gaolin@finanza,

“L’Italia è un illuminante esempio di unione monetaria fallimentare, che alla fine ha prodotto danni sia al Sud che al Nord.”

Brillante osservazione (d’altronde, il Gao è sempre il Gao :wink: ).

La lira nell’Italia unita come l’euro nell’Europa unita.

“Se l’unione fiscale Nord-Sud, oltre che avere la stessa moneta, non è bastata in Italia per allineare le rispettive economie, anzi a divaricarle sempre più, figurarsi cosa potrà accadere nell’Europa unita, si fa per dire, dall’EURO.”

I direi che alcuni Paesi potrebbero adottare l’euro (l’errore, ben noto, è stato tutti dentro subito) e che il Nord-Centro dell’Italia potrebbe essere tra questi, magari previa politica di austerity (in questo caso) “sostenibile” (in effetti, non necessaria perché basterebbe usare parte di quei 100 miliardi all’anno che finiscono al Sud, peraltro senza vantaggi per lo sviluppo di quest’ultimo) e riforme, oltre che a un opportuno cambio di classe politica e burocratica, perché se le cose restano così in questo campo, si risolverebbe ben poco.

Per lo sviluppo del Sud, personalmente non vedo altra possibilità che trasformarsi in un “vero” paese emergente. Se no, cos’altro?

john_ludd@finanza,

Diciamo che il sistema Italia ha funzionato fino a quanto, nell’ambito di una politica protezionistica a livello internazionale, il Nord mandava soldi al Sud che ritornavano al Nord tramite ordini alle grandi imprese. Non che fosse il sistema ideale. Siamo sempre (guarda caso) a una sorta di escamotage, però, nell’insieme, “teneva”. Con la globalizzazione, e la fine del protezionismo, l’escamotage si è rivelato per quello che era.

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paolo41
Scritto il 13 ottobre 2013 at 14:29

Le previsioni di John sono ineccepibili, ma è difficile non concordare con la visione di Gaolin più orientata ad un necessità impellente di rivitalizzare il sistema industriale italiano prima che cada in uno sfacelo totale. Non possiamo accettare che il nostro paese sia continuamente gravato da un costo delle istituzioni assolutamente abnorme e da sprechi e ladrocini che sono all’ordine del giorno (basta seguire la cronaca quotidiana) e da un sistema di tasse e balzelli che sembra che siano l’unica cosa che sanno fare i nostri politici: tappare le falle mettendo le toppe.
Siamo solo capaci a far pagare al sistema industriale, nella accezione più larga del termine, la tassa sul valore aggiunto due volte, tramite l’IVA e l’IRAP, togliamo l’Imu o Ici che dir si voglia, quando ogni stato ha una tassa sulla casa o sui servizi che la city presta ai cittadini, etc.
C’è una più che evidente sperequazione nel modo di gestire la nostra res publica e le conseguenze sono evidenti. Intanto le aziende più importanti hanno già da tempo deciso di collocare le loro case madri all’estero, in quei mercati dove hanno sensibili agevolazioni sul carico fiscale e molte altre stanno delocalizzando e/o trasferiscono l’attività in toto.
Se non ci adeguiamo velocemente a quanto questi mercati offrono alle aziende, come dice Gaolin, non c’è altra strada che assistere ad un ancora più rapido processo di deindustrializzazione con le conseguenze che tutti conosciamo.

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Lukas
Scritto il 13 ottobre 2013 at 14:36

alfio200@finanza,

Deliranti considerazioni…..che albergano…. solo in poche zone non urbanizzate…..e sottosviluppate ….non dell’Italia…. ma della cosiddetta e mai politicamente esistita ” PADANIA “.

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aquilifer
Scritto il 13 ottobre 2013 at 16:07

Lukas:
alfio200@finanza,

Deliranti considerazioni…..che albergano…. solo in poche zone non urbanizzate…..e sottosviluppate ….non dell’Italia…. ma della cosiddetta e mai politicamente esistita ” PADANIA “.

Dici estremamente bene LUKAS
fai capire a ste persone che non aprono la mente ,che una delle cose piu gravi se non la piu grave
e la non conoscenza della storia, l ingnoranza e la madre di tutte le guerre.
chi non conosce profondamente la storia dell italia meridionale(EUROPA MERIDIONALE)
non dovrebbe entrare in certi argomenti
essendo io nessuno per giudicare
e essendo io un ignorante
so cose elementari ,tipo che nella vita ce sempre da imparare
tutti sanno che l italia e il numero uno al mondo per il patrimonio architettonico
essere numero uno lo si e solo comprendendo anche l italia meridionale
faccio 3 esempi ma ne potrei fare tanti altri
1 quando in sicilia e a paestum gli architetti costruirono i magnifici templi
nell italia settentrionale erano fortemente meno civilizzati
2 lo erano anche nel 1200 alla fondazione dell universita Federico secondo di svevia
3 i bronzi di riace
ste cose e tante altre come la dieta mediterranea e non la dieta della padania, il mondo c e lo invidia
il turismo dovrebbe essere rivalorizzato
viva l italia unita poiche e nelle diversita che ve ricchezza

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gainhunter
Scritto il 13 ottobre 2013 at 19:03

Segnalo questo interessante re-post in merito alla convenienza dell’Italia di uscire dall’euro, l’originale risale a un anno fa: http://snbchf.com/2013/02/talian-euro-exit/
E chi lo vuole in italiano vada su rischiocalcolato.

alfio200@finanza,

Le alternative secondo il mio modesto parere, ricavato dai dati economici per NUTS2:
– Europa delle regioni: l’ideale, ma non praticabile prima che il Nord Italia crepi
– divisione dell’Italia, Sud fuori dall’euro e Centro-Nord dentro: l’ideale fino a qualche anno fa, ma ora forse non basta più (certo che Napolitano ha fatto il suo dovere di garante della repubblica quando ha chiamato Monti: indebolire il Nord per colmare il gap col Sud e rinsaldare l’unità?); in ogni caso impraticabile per via democratica (v. referendum 2009)
– Italia unita dentro l’euro: declino progressivo del Nord Italia (con qualsiasi classe politica al comando in Italia)
– Italia unita fuori dall’euro: da sopravvivenza a ripresa modesta o forte; poco praticabile, verrebbe impedita dall’UE (come probabilmente è già avvenuto 2 anni fa, stando alle rilevazioni di Bini Smaghi)
– Fuori dall’euro, rottura dell’Italia: forte e veloce ripresa economica del Nord; praticabile solo in caso di uscita disordinata dall’euro dell’Italia unita

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paolo41
Scritto il 13 ottobre 2013 at 20:02

aggiungerei: trasferimento di tutti i politici filo-euro, inclusi quelli che ce l’hanno imposto, fuori dalle balle, possibilmente in Germania….

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kry
Scritto il 13 ottobre 2013 at 20:40

gainhunter,

Ricordo da vari commenti che da un eventuale uscita dell’italia dall’euro o da un collasso stesso dell’euro ritieni possibile la divisione dell’italia. Sono della stessa idea ed anzi ritengo probabile che qualora dovesse arrivare un collasso dell’euro protebbe nascere un nuovo patto dell’asse, questa volta economico e più corto Mun-Mi.

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Lukas
Scritto il 13 ottobre 2013 at 20:52

paolo41,

fuori dalle balle, ma solo dopo un democratico e favorevole responso elettorale……che credo mai ci sarà….penso invece che sia molto più probabile e più semplice, per l’esiguità del numero… che se ne vadano prima…. fuori dalle balle…..quel 3-4 % di invasati vaneggiatori di ridicole repubbliche celtiche padane.:mrgreen:

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gainhunter
Scritto il 13 ottobre 2013 at 22:08

kry@finanza,

Sì, è l’unico caso in cui ritengo *pensabile* che possa avvenire la divisione dell’Italia; le probabilità che avvenga secondo me sono comunque molto basse.
Per quanto riguarda l’asse Mun-Mi, se Mun sta per Monaco di Baviera non vedo quali potrebbero essere i loro interessi, almeno all’inizio; dentro l’UE e l’euro una spinta comune verso un’Europa delle regioni avrebbe potuto accadere, ma se l’Italia dovesse uscire e dividersi non so se sarebbero interessati a costituire un asse economico. Forse per via dei pesanti danni che la Germania subirebbe dalla disgregazione dell’euro, ma in quel caso non vedo quali potrebbero essere i nostri di interessi :-)

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Lukas
Scritto il 13 ottobre 2013 at 22:27

gainhunter,

basse.?….lo 0,0000000000000000000000000000000000000000000000000001 % :mrgreen:

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kry
Scritto il 13 ottobre 2013 at 22:33

gainhunter,

Si, Mun sta per monaco di baviera e ritengo che questa macro regione possa nascere fuori dall’euro proprio in seguito al collasso dell’euro stesso. L’unione fa la forza e molto più quando le forze (economiche ) e gli interessi ( entrambi non amano i propri trasferimenti verso le rispettive capitali ) sono simili, e geograficamente parlando sono il cuore/centro dell’europa.

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alfio200
Scritto il 13 ottobre 2013 at 23:39

kry@finanza,

gainhunter,

Gianfranco Miglio (tra l’altro, l’unico costituzionalista italiano tradotto e studiato all’estero) teorizzava, già moltissimi anni addietro, un sistema economico flessibile dominato da macroregioni formatesi in base a criteri puramente economici (tipo il Mun-Mi di Kry). Ad esempio, Lombardia-Piemonte-Bassa Francia o Nordest-Carinzia-(e un domani, magari Croazia). In pratica, fine degli Stati storici fondati su base etnico-storica sostituiti da macroregioni flessibili basate su criteri economici che (attenzione) potrebbero sciogliersi e compattarsi diversamente in base a nuove e mutate esigenze. Molto “futurista”, difficile da realizzarsi (al momento e probabilmente per un po’ di decenni), ma strettamente logico da un punto di vista economico-globalista.

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alfio200
Scritto il 13 ottobre 2013 at 23:43

Ovvero…il mondo cambia a velocità vertiginosa e noi qui, fermi a Garibaldi…

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gainhunter
Scritto il 14 ottobre 2013 at 01:19

@Lukas
Ti piace di più “non escludibile a priori”? :-)

@Kry
Sì, dipende molto dalle conseguenze del collasso dell’eurozona. Chissà se potremo assistere allo “spettacolo” :-)

@Alfio200
Infatti.
Qui (http://www.territorio.regione.lombardia.it/shared/ccurl/315/989/5PTR_Atlante_sez1.pdf, sono 120 MB) si vede graficamente che l’Europa “core” / Mun-Mi / “blue banana” esiste, e è già un po’ diversa da quella identificata all’epoca.
Ignorare questa realtà ha danneggiato tutti.

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Lukas
Scritto il 14 ottobre 2013 at 07:19

alfio200@finanza</strong
gainhunter,

Si certo….magari questa fantomatica macroregione potrebbe poi avere come presidente il ” TROTA “…….e come ministro delle Finanze BELSITO….. immagino come sarebbero contenti quelli della bassa Francia…..della Carinzia….e della Croazia :mrgreen:

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gainhunter
Scritto il 14 ottobre 2013 at 07:55

Lukas,

Visto che ti piace il sarcasmo, sempre meglio uno stato governato da un trota che uno stato governato da un Riina. :P

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Lukas
Scritto il 14 ottobre 2013 at 08:29

gainhunter,

Parli di Mafia e poi……. sorvoli volutamente sulle vicende del Ministro delle Finanze della fantomatica macroregione On. Belsito……allori ti rammento i seguenti fatti riportati dalla stampa:

– Indagato Belsito, gli affari del tesoriere leghista con uomini della ‘ndrangheta

La procura di Reggio Calabria indaga sui rapporti dell’uomo del Carroccio, alcuni faccendieri e colletti bianchi della cosca De Stefano. Il troncone calabrese dell’inchiesta tocca gli affari della cosca De Stefano. Probabilmente è l’aspetto più importante dell’operazione congiunta delle Procure di Reggio Calabria, Milano e Napoli nell’ambito della quale sono in corso numerose perquisizioni in via Durini, nel capoluogo lombardo, dove avevano numerose società, come la Siram che si occupa di energie rinnovabili e servizi ambientali.Una società per azioni riconducibile alla cosca di Archi che era in contatto con esponenti della Lega Nord. Oltre al tesoriere del partito di Bossi, Francesco Belsito (originario del vibonese), accusato di truffa ai danni dello Stato, finanziamento illecito ai partiti e riciclaggio, il provvedimento di perquisizione (firmato dal pm Giuseppe Lombardo) ha interessato anche Paolo Scala, Stefano Bonet «con riferimento al denaro sottratto al partito politico Lega Nord».

Fingi anche tu di ignorare che, come dice da tempo Saviano, le ndrine sono anni che… si sono trasferite in massa In Padania…ed anche in Baviera?

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luigiza
Scritto il 14 ottobre 2013 at 10:49

Bellissimo articolo di Gaolin ed interessantissimi anche i commenti dei lettori.
Ma un grazie particolare va al bravo, competente e realista John_Ludd poco incline ai voli pindarici ed alle soluzioni al limite della utopia.

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luigiza
Scritto il 14 ottobre 2013 at 11:06

alfio200@finanza,

Infatti era la cosa più logica da fare ma in Germania, il paese naturalmente votato alla leadership, occorreva ci fosse uno statista, non un’Oca come c’é stata per 4 anni e per altri 4 ci sarà. :D

Non sapevo che Miglio avesse già questa visone, la qualcosa rende il Bossi equiparabile ad un buffone. Ha fatto la fine che meritava.

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gainhunter
Scritto il 14 ottobre 2013 at 13:41

Lukas,

A una discussione seria e circostanziata in tema con l’argomento del post hai risposto con battute sarcastiche e razziste; a una battuta sarcastica (compresa di faccina messa lì apposta) rispondi con argomenti seri?

Se vuoi si può discutere del fatto che un’organizzazione strutturata sul modello di Miglio avrebbe o meno favorito lo sviluppo del Sud sottraendolo alle mani della mafia e avrebbe potuto o meno frenare l’espansione della mafia verso il Nord.

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Lukas
Scritto il 14 ottobre 2013 at 14:31

gainhunter,

il modello Miglio, a mio avviso, non ha alcuna attinenza con il post…..lo stesso inoltre non è assolutamente all’ordine del giorno del Paese……e visti gli ultimi responsi elettorali… non gode di alcun credito nemmeno nei centri nevralgici della cosiddetta Padania……da Milano a Torino…..da Genova a Bologna….fino a Venezia e Trieste……forse alberga solo in qualche valle non urbanizzata del nord….ove ogni cambiamento suscita comprensibilmente ataviche paure……quindi discuterne sarebbe perfettamente accademico….ed inutile.

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paolo41
Scritto il 15 ottobre 2013 at 09:28

ho dato un’occhiata alle proposte della legge di stabilità e si capisce benissimo che se Monti è stato un disastro, Letta lo sta seguendo con la stessa lena. La “setta,come sopra definita, non ha una minima idea di quale posizione occorra assumere nel contesto europeo, ma sta percorrendo la strada tracciata in precedenza che porta ad un ulteriore intensificare del carico fiscale.
Le proposte per un ipotetico sviluppo sono insignificanti: pura demagogia….

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