Giovani italiani e… disoccupati! (II)

Scritto il alle 14:33 da lampo

GUEST POST: approfondimento sul mondo della disoccupazione giovanile in Italia

Nella prima parte di questo post abbiamo analizzato quanto sia diffusa la disoccupazione giovanile in Europa.  Adesso vediamo quanto sia diffusa in Italia.

2. LA SITUAZIONE ITALIANA

Per fornirvi un approfondimento della situazione italiana, vi riporto (in corsivo) una sintesi di un intervento che il Direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni, ha fatto recentemente a Santa Maria Ligure durante il 41° Convegno Giovani imprenditori, organizzato da Confindustria. I dati citati sono forniti principalmente dall’Eurostat ed Istat ([7]).

 A seguito della crisi, tra il 2008 e il 2010 l’occupazione è diminuita del 2,2%. 

Nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni:

*       la riduzione è stata del 13,2%, più di Francia (-2,7%) e Germania (-3,1%);

*     il tasso di disoccupazione nel 2010 è stato del 20,2%, 4% in più della media europea, 11% in più della Germania;

*     solo il 35% risultava occupato, contro il 50% dell’UE e il 57% della Germania.

 Più elevata rispetto all’UE la quota di giovani non occupati e non coinvolti in attività educative o formativeCondizione particolarmente grave per il progressivo impoverimento del capitale umano delle persone coinvolte, che riflette lo scoraggiamento rispetto alle difficoltà di occupazione. Vi ricordate nella prima parte quando parlavo dei NEET e vi evidenziavo in un grafico il confronto europeo?

I laureati nella fascia tra i 30 e i 34 anni è del 19% contro il 32% della media europea, in parte dovuto alla minore dimensione delle imprese e alla specializzazione settoriale tradizionale. Adesso vi mostro in un grafico il dettaglio di quanto affermato da Saccomanni.

Ho riportato una classifica europea dei laureati nella fascia di età sopra citata (30-34 anni), estrapolandolo dai dati Eurostat del 2010 ([8]):

Come vedete in Italia siamo veramente messi male… Ma andiamo avanti con l’intervento.

C’è una fascia di lavoratori tutelati, per lo più anziani, ed una di lavoratori precari, soprattutto giovani.  Un giovane in cerca del primo lavoro ha il 55% di probabilità di vedersi offrire un lavoro precario!

A proposito, nel sito Linkiesta trovate un bel grafico che raffronta l’Italia con l’Europa. Ma continuiamo con le parole di Saccomanni.

I salari di ingresso dei giovani sul mercato sono fermi da oltre un decennio sotto il livello degli anni Ottanta. Situazione aggravata dalle modifiche attuate al sistema pensionistico che ha pesato sui nati dopo il 1970 (ne parleremo dopo).

Il peggioramento relativo delle retribuzioni e il prolungamento dell’attività formativa ha aggravato la dipendenza dei giovani dalle famiglie di origine:

–        nel 2009 quasi il 40% dei trentenni conviveva con i genitori (erano il 16% ad inizio anni Ottanta);

–        è causa dell’ineguaglianza delle condizioni iniziali, della bassa mobilità sociale italiana, della frenata delle aspirazioni delle nuove generazioni, che contribuiscono sempre meno allo sviluppo.

 “Nel momento in cui si affacciano al mondo del lavoro, i giovani devono poter trovare un quadro meno incerto sulle prospettive future”.

Un bell’augurio, che dovrebbe renderci più attivi per dare un futuro ai nostri giovani! Adesso proviamo a confrontare le parole di Saccomanni con alcune frasi estrapolate dal  rapporto OCSE ([9a]):

“Young people leaving school in the coming years are more like to struggle to find work than previous generations”.

“I giovani che abbandoneranno la scuola nei prossimi anni, per la ricerca di un lavoro dovranno lottare di più delle precedenti generazioni”.

Risulta chiaro quindi che il livello di istruzione raggiunta è uno dei più importanti fattori che incide sulla disoccupazione giovanile, specialmente nei periodi di crisi economica come questa (sarebbe più preciso dire contrazione economica… ma solo lo scorrere del tempo ci svelerà quale sia il termine più appropriato…).Ricordo che c’è anche una stretta correlazionetra povertà e basso livello di istruzione. Ve lo dimostro, mostrandovi alcune tabelle estratte da un rapporto ISTAT sulla Povertà in Italia ([10]). In questa prima tabella vi mostro il dato, per famiglia, sulla povertà relativa.

Nota: la soglia di povertà relativa viene definita, per una famiglia di due componenti, pari alla spesa media procapite nel paese. Nel 2010 questa spesa è risultata pari a 992,46 euro mensili. 

 In quest’altra tabella vi mostro il dato, per famiglia, sulla povertà assoluta.

Nota: la soglia di povertà assoluta rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta, ovvero l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.
Alla fine del rapporto, citato tra le fonti in fondo al post, troverete una tabella con il dettaglio dei vari casi.

Inoltre vi ricordo che, nella prima parte, avevamo già visto in una tabella come, durante la crisi occupazionale in corso, le persone che avevano perso il lavoro erano soprattutto quelle con un livello di istruzione basso, mentre risultava più avvantaggiato chi aveva un livello d’istruzione alto!

Quindi il livello di istruzione raggiunto è di fondamentale importanza!

Arrivati a questo punto mi sorge spontanea una domanda: cosa pensano i giovani dell’istruzione? Ci risponde il Censis ([11])

I giovani italiani in Europa sono quelli che danno una minore importanza alla scuola: il 50% non la ritiene un investimento valido, contro ad esempio il 90% dei giovani in Germania.

Da questa risposta desumo che ci ritroviamo in uno dei tre casi seguenti:

1. bisogna assolutamente e, al più presto, far cambiare ai nostri giovani l’idea che hanno sull’importanza della scuola;

2. la scuola italiana non funziona a dovere: ecco perché rispondono così;

3. entrambi i casi precedenti!

 Io propendo per la terza… anche se, ovviamente, la mia opinione non conta niente. Adesso affrontiamo un altro aspetto, ovvero la futura situazione pensionistica dei giovani italiani, tramite un altro comunicato stampa del Censis ([12]).

Il 42% dei lavoratori dipendenti 25-34 enni di oggi andrà in pensione intorno al 2050 con meno di mille euro al mese.

I dipendenti in questa fascia di età che guadagnano una cifra inferiore a mille euro sono il 31,9%: ciò significa che in molti si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito addirittura più basso di quello che avevano a inizio carriera. La previsione riguarda i più «fortunati», cioè i 4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard: poi ci sono un milione di giovani autonomi o con contratti atipici e 2 milioni di giovani che non studiano né lavorano (i NEET). 

Lincertezza del futuro: i giovani temono di più la perdita del lavoro (46,7%).

Direi che, vista la situazione descritta, hanno pienamente ragione nel loro timore! Infine, con un ultimo comunicato stampa del Censis ([11]), vediamo la situazione economica delle giovani famiglie.

Le famiglie giovani riescono sempre meno a risparmiare. L’indebolimento economico dei lavoratori più giovani è ormai un fenomeno di lungo periodo. E questa tendenza è destinata inevitabilmente a mettere a rischio la solidità patrimoniale delle famiglie italiane, erodendo la tradizionale propensione al risparmioSolo il 28% dei nuclei giovani (con persona di riferimento fino a 35 anni) riesce a risparmiare, il 42% non ha nessun patrimonio immobiliare, il 40% vive in affitto. Sono le famiglie più giovani quelle che spendono tutto il loro reddito mensile (il 58,4% contro la media del 52,5%) e che sono costrette a indebitarsi (il 5% contro la media del 3,7%). 

Aggiungiamo la ciliegina sulla torta con l’analisi di Mutui.it, il sito web di comparazione dei mutui ([12]):

I giovani sotto i 30 anni chiedono mutui, ma solo nel 5% dei casi vengono accontentati.

Questi, che abbiamo elencato, sono anche i motivi per cui i nostri giovani non riescono a mettere su famiglia e fare figli. Per chi non è d’accordo su questa affermazione… provo a fornirgli una prova statistica. Andando a rovistare nel database dell’Eurostat [(15)] ho scoperto che in merito al Tasso di fertilità della popolazione, oltre al dato complessivo, dispone anche del dato distinto per ciascun anno di età. Allora ho provato a fare un confronto fra il tasso di fertilità totale e quello parziale con età compresa fra 20 e 34 anni. Ho scelto questo intervallo perché vi rientra sia chi ha voluto mettere famiglia dopo il completamento della scuola dell’obbligo, sia quella “minoranza” che ha preferito laurearsi prima di fare il passo. Guardate il risultato in questa classifica (ordinata in ordine crescente per tasso di fertilità fra 20 e 34 anni):

 

La riprova di quello che dicevamo prima. Infatti anche se siamo piazzati piuttosto male, in Europa come tasso di fertilità complessivo (pari a 1,41) siamo terz’ultimi nella fascia indicata. Ecco la dimostrazione del fatto che i nostri giovani mettono su famiglia più tardi rispetto agli altri Paesi. Debbo dire che il risultato mi ha lasciato piuttosto perplesso, anche perché siamo il Paese in cui risiede il Vaticano, che si prodiga sempre per la famiglia, i giovani e l’aumento del tasso di fertilità. Dovremmo fare da esempio… e invece!

3. CONCLUSIONI

Potrei continuare a iosa ma preferisco fermarmi qui, altrimenti i giovani che leggono…  incominciano, ingiustificatamente, a pentirsi di esserlo (ci sono anche tanti lati positivi)! Credo, ad ogni modo, di aver fornito un quadro esauriente della criticità della situazione.

In pratica stiamo minando un’intera generazione e quindi anche il nostro futuro, oltre ad innescare un processo di erosione dei nostri risparmi. Infatti, viste le difficoltà che dovranno affrontare, gran parte di loro avrà bisogno di sostentamento finanziario da… ieri fino… alla pensione, compresa!

Anche il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, ha dichiarato ([16]):

Europe cannot afford that so many young people who have the potential to contribute to our societies and our economies are left behind. We need to realise the potential of all young people in Europe in order to recover from the crisis.

“L’Europa non può permettersi di fare a meno del contributo che così tanti giovani possono dare alle nostre società e alle nostre economie. Per uscire dalla crisi, dobbiamo valorizzare il potenziale costituito dai giovani europei.”

 Concludo con altre due citazioni estratte dal rapporto OCSE ([9a]). 

“Tackling youth exclusion from the labour market is a well-studied problem but with no easy solutions”.

“Il contrasto dell’esclusione dei giovani dal mercato del lavoro è un problema ben studiato ma privo di facili soluzioni.”

Permettete che mentre leggevo quest’ultima frase mi è venuto da imprecare! Vi spiego perché: due righe più sotto c’è scritto:

“… youth issues have been a recurring theme of the OECD’s reflections on employment policy over the past 50 years”.

“Le problematiche giovanili sono state un aspetto ricorrente delle riflessioni OCSE sulla politica dell’occupazione negli ultimi 50 anni”.

Probabilmente per molti governi europei, tali riflessioni… non sono state neanche lontanamente  considerate, visto che la disoccupazione giovanile ha assunto proporzioni catastrofiche!

Nella prossima parte proviamo a vedere come possiamo intervenire.

Lampo

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[7] Banca d’Italia – Saccomanni Fabrizio – La generazione esclusa: il contributo dei giovani alla crescita economica
(11 giugno 2011): http://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/Saccomanni_110611.pdf
Nello stesso intervento trovate una bibliografia con la precisa appartenenza dei dati che ho citato nel post (principalmente Eurostat ed Istat).

 

[8] Eurostat – Persons with tertiary education attainment by age and sex (%): http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/show.do?dataset=edat_lfse_07&lang=en

 

[9] Ocse – OECD Employment Outlook 2011 (settembre 2011): http://www.oecd-ilibrary.org/employment/oecd-employment-outlook-2011_empl_outlook-2011-en
                [9a] pag. 12;

 

[10] Istat – La povertà in Italia – Anno 2010 (15 luglio 2011): http://www.istat.it/it/files/2011/07/povert%C3%A0_15_7_2010.pdf?title=Povert%C3%A0+in+Italia+-+15%2Flug%2F2011+-+Testo+integrale.pdf
                pag. 6 per la tabella sulla povertà relativa;
                pag. 10 per la tabella sulal povertà assoluta.

 

[11] Censis – Comunicato stampa del 21 giugno 2011Italiani imprigionati nel presente: http://www.censis.it/10?resource_50=112236

 

[12] Censis – Comunicato stampa del 6 luglio 2011Presentati i risultati del primo anno di lavoro del progetto «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali» di Censis e Unipol: http://www.censis.it/10?resource_50=112440

 

[13] Censis – Comunicato stampa del 20 agosto 2011Giovani vulnerabili, patrimoni delle famiglie a rischio: http://www.censis.it/10?resource_50=113113

 

[14] Finanza.com – Mutui, per il 95% degli under 30 il sogno di una casa finisce prima di cominciare (30 settembre 2011): http://www.finanza.com/finanzapersonale/notizia.asp?id=341449&sezione=PCASA

 

[15] Eurostat – Fertility rates by age: http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/show.do?dataset=demo_frate&lang=en

 

[16] Commissione Europea – http://ec.europa.eu/education/news/news2768_en.htm

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8 commenti Commenta
alfio200
Scritto il 20 ottobre 2011 at 16:16

E QUAL E’ LA RISPOSTA DEL GOVERNO A QUESTO?

I SUBPRIME DI STATO!!

Nel decreto svilippo pare sarà inserita una norma in cui lo Stato garantirà i mutui contratti dalle giovani coppie. Appunto…subprime di Stato!!

Da non credersi! Riuscite ad immaginare cosa succederà nel Meridione edcato da decenni all’assistenzialismo (Napoli, Catanzaro, Palermo, etc.)? Quanti giovani extacomunitari verranno a sposarsi in Italia per avere la casa praticamente a spese delle Stato? Sempre che la casa vada solo alle coppie regolarmente sposate, ma non è difficile presumere che potranno averla anche i conviventi. A questi possiamo naturalmente aggungere quelli che fruiranno di questo regalo anche al Nord (ovviamente).

Una follia? Neanche tanto:

ADESSO VIENE IL BELLO…

Perchè il governo, SICURAMENTE spalleggiato (in questo) dall’opposizione, emanerà un’assurdità del genere?

Solito discorso…si prevede, da qui al 2015, un crollo del mercato immobiliare: chi sono i grandi prorpietari di immobili in Italia?

STATO
CHIESA
COOPERATIVE (principalmente rosse)
BANCHE
ASSICURAZIONI

Ecco svelato l’arcano! Non si vuole far scendere il prezzo degli immobili…a nostre spese e con esiti catastrofici (vedi esisto subprime bancari negli USA).

Non solo…si spera anche di costruire nuovi immobili. Nel decreto sviluppo, GUARDA CASO, ci sono norme che agevolano in questo senso.

Chi sono i grandi costruttori edili in Italia?

I VARI LIGRESTI E CO.
COOPERATIVE ROSSE

E le giovani coppie, direte voi, non saranno comunque agevolate?

Si potevano comunque agevolare senza mandare ancora più rapidamente e gravemente il paese in default. Bastava lasciar crollare (come è avvenuto negli altri paesi) il prezzo degli immobili.

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lampo
Scritto il 20 ottobre 2011 at 16:23

alfio200@finanza,

Aggiungi, che mi risulta che in Italia abbiamo circa 5 MILIONI, ripeto 5 MILIONI di immobili vuoti, vuoi perché vetusti oppure seconde case, ecc.

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paolo41
Scritto il 20 ottobre 2011 at 17:33

lampo,

ottimo!! molto apprezzato. Aspettiamo il terzo capitolo (possibili interventi)……

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perplessa
Scritto il 20 ottobre 2011 at 19:44

a proposito delle future pensioni :
ovunque si trovano calcoli generici . ci tengo a precisare che informazioni precise sul calcolo attualmente in vigore, si possono reperire nel sito dell’inps :
http://www.inps.it/portale/default.aspx?sID=%3b0%3b5614%3b4756%3b&lastMenu=4756&iMenu=1&iNodo=4756&p4=2

quindi, generalizzare sul calcolo contributivo è fuorviante, perchè in base all’età del pensionando, come chiunque può leggere e verificare, c’è un differenziale fra il coefficiente a 57 anni e il coefficente a 65 del 27,17%,a parità di montante versato.
Altrettanto è una bufala, quella che spargono alcuni, che coloro che hanno il contributivo andranno in pensione all’età di matusalemme, perchè potenzialmente possono andarvi a 57 anni.
La proposta attuale di confindustria è di elevare questa forchetta a 62 -68, mi pare di ricordare. Ma confindustria non è il governo, e nessuno per ora ha fatto proposte concrete di modificare questa forchetta.
Dire che i futuri pensionandi andranno in pensione con 1000 euro, non ha nessun fondamento, perchè dipende dalla contribuzione versata(33% per i dipendenti,a prescindere dal sistema di calcolo, retributivo, contributivo o misto).E’ evidente che un dirigente che guadagna 100.000 euro l’anno, versa 33.000 euro, chi non lavora non versa. Altrettanto evidente è che chi ha iniziato a lavorare a 15 anni, a 57 avrà versato 42 anni di contributi, chi inizia a 30, a 65 ne avrà versati 35, e avrà un montante inferiore, e di gran lunga, a parità di retribuzione. E’ il conto della serva,che pare però di difficile comprensione.Quindi a casistiche completamente diverse, corrispondono pensioni competamente diverse nella loro entità.Inoltre prevedere ora le variazioni del PIL che serviranno per la rivalutazione del montante fra 20 o 30 anni, richiede le stesse capacità previsionali che occorrono per indovinare i numeri al lotto.
Detto questo, se una persona ha lavorato poco, i 1000 euro li prende attualmente anche con il sistema retributivo, che conseguono solamente le persone che avevano 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, come è citato per l’appunto al link che ho postato.
Facendo un esempio concreto, mi sono fatta fare un calcolo dal patronato, alla fine del 2010, con i dati fornitimi dall’amministrazione dove lavoro, relativi alla mia retribuzione storica, quindi parliamo di fatti, non di ipotesi. La mia pensione maturata al 13 febbraio 2013, con 40 anni di servizio, sarebbe di € 1.560, con una perdita secca del 25% sullo stipendio, mentre prima della legge Dini, la remunerazione era molto superiore. Se ipoteticamente fossi potuta accedere al pensionamento, a ottobre dell’anno scorso, non posso, essendo troppo “giovane”di età, la pensione sarebbe stata 90 euro mensili di meno, sempre in base al calcolo che mi ha fatto il patronato, con i dati dell’amministrazione. Quindi per ogni anno di lavoro in meno, sono circa 40/45 euro, mensili, aprossimativamente. Si desume che un dipendente con la mia retribuzione che ha lavorato solo 30 anni, invece di 40, accederebbe alla pensione con meno di 1200 euro mensili. E’ un caso non raro, si verifica quando una persona ha iniziato a lavorare tardi, e deve accedere con la pensione di vecchiaia, per raggiunti limiti di età, e non con la pensione di anzianità, con 40 anni di lavoro.
Personalmente penso che alcune previsioni generiche sulle remunerazioni pensionistiche future, pubblicate diffusamente dai media, sono finalizzate a giustificare tagli e prolungamenti alle pensioni dei baby boomers, in previsione della gobba pensionistica.Ma, mi dovete scusare, non ci sto a farmi prendere per i fondelli. La gente dovrebbe leggere un pò di più quello che sta scritto nei siti degli enti di previdenza, invece di leggere le statistiche che si vedono in giro.
Inoltre, la suddetta proposta di Confindustria in merito alla revisione della forbice di accesso al contributivo, dimostra, che il cosiddetto ” patto fra generazioni” è uno specchietto per le allodole.

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lampo
Scritto il 20 ottobre 2011 at 20:29

perplessa@finanza,

Il problema per i giovani è proprio il sistema contributivo, visto che molti di loro si sono laureati tardi e prima dei 30-35 (se non dopo) non riescono a trovare un lavoro che gli fornisca un montante inferiore a quello che avevano lavorando.

Infatti fino a quella età gli vengono proposti stage o contratti senza montante contributivo o con versamento ridotto di contributi per il dipendente/impresa (ad esempio apprendistato, ritenuta d’acconto, partita iva per un lavoro tendenzialmente da normale dipendente, ecc.).

Inoltre con lo stipendio ridotto che prendono non possono neanche permettersi di crearsi un terzo pilastro pensionistico, visto che non hanno capacità di risparmio.

Ricordiamoci infatti che la pensione aumenta anche grazie al montante “esponenziale” degli interessi, che permette di aumentare di parecchio il tesoretto dei versamenti iniziali (cioè quelli fatti 20-30 prima di andare in pensione): si tratta solo di una considerazione matematica.

Ovviamente parliamo di stime sulla base del vigente sistema pensionistico, visto che è molto difficile prevedere cosa succederà fra 30-40 anni, anche dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale. Pensate solo agli impressionanti cambiamenti a cui abbiamo assistito da pochi anni.

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gainhunter
Scritto il 21 ottobre 2011 at 22:39

lampo,

Infatti, penso che sia stato un grosso errore introdurre il sistema contributivo “da solo”: anche se si sapeva benissimo che dovevano esserci tre pilastri per garantire una pensione dignitosa ai lavoratori post-1995, ci si è limitati a dimezzare il primo pilastro e a dare una detrazione d’imposta sui versamenti in assicurazioni/pensioni integrative (sulle quali i vari costi più o meno nascosti erodevano buona parte degli eventuali guadagni); solo due o tre anni fa si è arrivati a pensare al secondo pilastro (in merito al quale non commento).
Il sistema contributivo avrebbe dovuto essere introdotto insieme agli altri due pilastri.
Inoltre, i due pilastri aggiuntivi dovrebbero essere normati in modo tale da tutelare l’interesse del futuro pensionato, non come avviene ora. L’Italia di solito copia gli altri Paesi, in questo caso avrebbe potuto copiare l’IRA dagli USA, e invece …

P.S.: ottimo lavoro!

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perplessa
Scritto il 22 ottobre 2011 at 14:35

lampo,

La motivazione ufficiale per cui fu introdotta la legge Dini, era di eliminare il sistema a ripartizione, e che ognuno da quel momento si pagasse la propria pensione, con il proprio accantonamento individuale, anche a tutela dei lavoratori stessi, perchè non si potesse più attingere dalla previdenza come era stato fatto sino a quel momento, per pagare l’assistenza. Mi pare sia stata una presa in giro. Il punto è che la gente non se la paga, la pensione, come si detto,perchè non lavora, oppure ha contratti di collaborazione per i quali si versa una contribuzione inferiore a quella del lavoro subordinato. Quello che intendevo sottolineare è che vi è una propaganda finalizzata a distrarre i contributi versati sinora, cercando di colpevolizzare i lavoratori che accedono con il sistema retributivo, come detentori di un privilegio, per proporre assurdità, come quella di far lavorare la gente 45 o 50 anni,versando ulteriori contributi non remunerati:il massimo è 40 come noto(forse), dopo la pensione non aumenta con il calcolo retributivo. Già ora i soldi versati durante la finestra mobile sono a fondo perduto. Per chi lavora, ovviamente, per chi è disoccupato, la finestra mobile vuole dire sopravvivere un altro anno, o 15 mesi con quello che si è risparmiato, se c’è. Altra proposta emersa è quella di estendere il contributivo a tutti, omettendo di dire che prima della legge Dini non vi sono dati reali sull’accantonamento individuale, perchè non servivano. Chi lo propone lo sa benissimo, non altrettanto la gente comune che si fa strumentalizzare dalla propaganda. Il motivo per cui mi sono fatta fare il calcolo dal patronato, in virtù di una convenzione con l’INPDAP, che non ha il personale per fare calcoli preventivi, era per valutare la eventuale convenienza di optare per il contributivo, introdotta recentemente per le donne con un minimo di 35 anni di contribuzione e 57 anni di età per permettere loro di andarsene in pensione, senza attendere i limiti di età. Ho appreso in questa occasione, che il calcolo del montante viene fatto con una formula, perchè prima della legge Dini, non c’era l’accantonamento individuale. Naturalmente la formula rende impossibile i fruire di questa norma, perchè il montante fasullo così calcolato è di entità ridicola. Se si adottasse in massa questa formula, per calcolare forzatamente la pensione alla gente, sarebbe un esproprio di massa,a cui bisogna opporsi, trasformando gli italiani in una popolazione di poveracci, senza disturbare sia l’1% che detiene le risorse, e non paga le tasse in proporzione, che il resto degli evasori minori. Dubito alquanto che le risorse che si vogliono attingere dalle pensioni, sarebbero utilizzate per risolvere il problema della disoccupazione e della precarietà dei giovani, che è il problema reale per cui il rendimento della loro previdenza sarà scarso. In merito alla previdenza integrativa, se il problema reale è la disoccupazione, non so dove disoccupati o sottoccupati piglierebbero i soldi per pagarsela, se non hanno nemmeno quelli per mangiare. E non ci dev’essere nemmeno un’equivalenza del tipo: i contributi che sono stati versati finora adesso servono per qualcos’altro, e voi vi pagate un’altra pensione, che è quello che temo. La possibilità di farsi una pensione integrativa privata, c’è, la legge lo prevede, infatti l’ho fatta anch’io, pur non essendo obbligata, per usufruire della deduzione, e per avere la devoluzione di quanto accantonato in una volta sola. Se molti non si fidano di usare a questo scopo il TFR,mi pare comprensibile, in questo paese. Un esempio di scippo, che conferma che è opportuno non fidarsi, anche questo sconosciuto ai più, è quello della trasformazione in TFR dell’indennità di buonuscita dei lavoratori pubblici, prima per ” i giovani” assunti dopo il 96, e adesso per tutti gli altri. Entrambi avranno il TFR, pagando gli stessi contributi dovuti per la buonuscita, cioè il doppio, senza nemmeno avere il diritto agli acconti sul TFR, che hanno tutti gli altri lavoratori.In questo paese le leggi si fanno così. Ci provano,e il più delle volte gli va fatta bene. Non ci hanno provato con la proposta sulla laurea riscattata, dicendo che sarebbe valsa solo per il calcolo? Una presa per i fondelli, il calcolo è uguale, perchè come detto dopo i 40 la percentuale di rendimento non può crescere, col retributivo. Non lo sapevano?Come fa la gente a fidarsi di questi qua?Naturalmente gli eletti in parlamento, durante la carica, in aspettativa non retribuita, possono accantonare sia la pensione nel vecchio posto di lavoro, che il vitalizio in parlamento. E fino mi pare la data fosse 2000, ma di preciso non ricordo, l’ho letto sul sito dell’INPDAP, quei contributi erano figurativi.

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perplessa
Scritto il 22 ottobre 2011 at 14:59

perplessa@finanza,

un lapsus, il contributo per il TFR sarebbe a carico del solo datore di lavoro, invece ai dipendenti pubblici il contributo per la buonuscita continua ad essere trattenuto comunque, non è che è il doppio dell’altro

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