FOCUS: investimenti “Risk Free” e diversificazione

Scritto il alle 12:00 da Danilo DT

Esistono ancora investimenti privi di rischio? Cosa si intende per signoraggio dello Stato? Ma è davvero un male questa riscoperta del reale “rischio sovrano”?

Buongiorno a tutti!

Ennesima puntata della “piccola partnership” (non di tipo commerciale, ci tengo a sottolinearlo) con una casa d’investimento (AnimaSgr) con un approfondimento di indubbio interesse.
Tengo inoltre a precisare che questo video è dedicato soprattutto agli investitori magari non super professionisti, ma è anche interessante per coloro che sono più “navigati”.
Ovviamente sarò ben lieto di leggere i Vs feedback su questa iniziativa. Vi lascio al video e alla sua trascrizione. Buona visione!

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1. Esistono ancora investimenti privi di rischio?

Fino a pochi anni i titoli di Stato di ciascun paese erano considerati “privi di rischio”  dagli investitori di quello stesso paese. E lo Stato non poteva mai essere insolvente  perché in possesso di un’arma definitiva: la creazione di moneta legale. Grazie a ciò i debiti potevano essere rimborsati “stampando” i mezzi di pagamento di cui lo Stato aveva bisogno.
Tuttavia, è noto che l’immissione di un eccesso di moneta nel circuito economico si traduce in eccesso di domanda rispetto alla produzione di beni e l’eccesso di domanda –aumentando i prezzi delle merci- riduce anche il potere di acquisto della moneta in circolazione. L’iper-inflazione è infatti una forma indiretta di “insolvenza” dello stato debitore: quando l’inflazione è molto alta il rimborso dei titoli di Stato rimette nelle mani degli investitori un potere d’acquisto molto inferiore a quello di cui essi disponevano al momento della sottoscrizione.
Anche con un’inflazione moderata come quella attuale l’erosione del valore del debito permane, ma è quasi impercettibile. Anche in situazioni ordinarie, cioè, lo Stato debitore gode di un vantaggio invisibile che gli economisti hanno battezzato
“signoraggio”

2. Cosa si intende per signoraggio dello Stato?


Il “signoraggio” dello Stato deriva dalla possibilità stessa di battere moneta. Quando l’inflazione non è alta, è proprio questa possibilità che conferisce ai titoli governativi lo status di attività “prive di rischio”. A sua volta, questo status privilegiato di debitore “privo di rischio” si traduce per lo Stato in tassi d’interesse inferiori a quelli dei debitori privati, cioè in un costo dell’indebitamento più basso.
Da quando la crisi ha radicalmente cambiato questa percezione, il debito governativo deve guadagnarsi sul campo lo status di riskless asset come accade ai “comuni mortali”: vale a dire garantendo la propria solvibilità attraverso comportamenti virtuosi. Con l’introduzione dell’Euro il potere di creare moneta è stato trasferito ad un’istituzione indipendente, la BCE. Da qui il problema del diverso grado di sostenibilità dei debiti pubblici degli Stati membri: il mercato si si pone il problema di separare i veri titoli di Stato “privi di rischio” (quelli degli governi virtuosi) da quelli che lo sono un po’ meno. Oggi anche tra i titoli di Stato si è creata una gerarchia del rischio e questa gerarchia si riflette in rendimenti diversi tra loro. Non a caso, il “premio al rischio” si misura ora con lo spread rispetto all’unico investimento “privo di rischio” rimasto: i titoli di Stato tedeschi. 

3. Ma è davvero un male questa riscoperta del reale “rischio sovrano”?

Una recente simulazione del Fondo Monetario Internazionale, estesa ai titoli di Stato di 14 diversi paesi avanzati e a 5 indici azionari, ha dimostrato che le combinazioni ottimali di portafoglio realizzabili dopo il 2008 sono caratterizzate da rendimenti sempre più alti e da una rischiosità sempre più bassa dei portafogli ottimali realizzabili prima della crisi.
Non è un paradosso: la dilatazione degli spread tra i rendimenti dei titoli degli Stati
sovrani, oltre a ridurre il numero dei “porti sicuri” ha anche aumentato le opportunità di diversificazione.
Maggiore è la differenziazione tra i comportamenti degli strumenti finanziari, migliore può essere la realizzazione di combinazioni efficienti tra essi. Non è l’esistenza di molte attività “prive di rischio” che riduce la volatilità del portafoglio: ne basta infatti una sola. Più sono le attività rischiose che si comportano in modo disomogeneo (inclusi i titoli di Stato di paesi diversi), migliore è la frontiera dei portafogli ottenibili: per ogni dato livello di rischio è cioè raggiungibile un rendimento più alto. Tra tante cattive notizie, la vecchia teoria finanziaria ce ne regala oggi almeno una buona.

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DT

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2 commenti Commenta
Scritto il 9 maggio 2012 at 01:22

Questo post non ha ricevuto commenti, ma non è da sottovalutare secondo me!

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angiglio
Scritto il 10 maggio 2012 at 11:31

L’argomento è centrale, hai ragione, ma non da adito a “chiacchiere” finanziarie e quindi viene un pò snobbato: non si può criticare nessuno, non si possono immaginare scenari apocalittici e quindi ecco il poco interesse suscitato.

Ma per chi si occupa di investimenti sarà il punto centrale nei prossimi anni. Alcune considerazioni:

Il tema è stato affrontato ad esempio da PIMCO, da Pictet e da altre case d’investimento: tutti ci si sta chiedendo se esistono attività prive di rischio con tutto ciò che ne consegue. Noi siamo concentrati sulla Grecia, sulle nostre beghe politiche, ma non cogliamo il trentennale tedesco a poco più del 2% lordo.

Iperinflazione: se devo immaginare uno scenario possibile immagino autorità monetarie nei paesi sviluppati che perseguono un’inflazione al 4-5% con la rassicurazione “non vi preoccupate che siamo in grado di controllare e presidiare questi livelli” e poi, in brevissimo tempo, l’inflazione che dal 4-5% passa alle due cifre, ovvero iperinflazione.

Chi si ricorda quale era l’inflazione negli USA nel 1981? Il 14% Noi eravamo concentrati sulla nostra, ma in tutto il mondo un periodo di iperinflazione ha permesso di superare la crisi petrolifera. Perchè non potrebbe ripresentarsi la stessa forma indiretta di “insolvenza” dello stato debitore?

Rendimenti reali negativi: quanti si sentono ancora dire dai clienti anziani che una volta i BOT rendevano proprio bene, anche il 20%? Quindi perchè non arrivare in una situazione dove per 10-15 anni i clienti si vedranno rendimenti finalmente alti anche se solo nominalmente, ma negativi in termini reali? E’ per assurdo una soluzione in cui tutti sono contenti: avremmo rendimenti nominali all’8-10%, rendimenti reali al -4-5% ed in 10 anni il debito si riduce della metà.

Chi si ricorda le cartelle fondiarie del San Paolo? Magari il meccanismo dell’estrazione non verrà più ripresentato, ma titoli al 6% che quando vennero venduti sembravano ottimi, divennero poco più che carta straccia.

E la Gran Bretagna che subito dopo la seconda guerra mondiale emette un prestito al 2% perpetuo pagandosi in questo modo parte delle spese della guerra?

Centrali quindi saranno: riduzione del debito ovunque ci sia un debito alto; ma nel ridurre questo debito si potrà ricorrere ad armi non convenzionali (iperinflazione). Globalizzazione: noi continuiamo a guardare la cartina economica come guardiamo la cartina geografica: con l’Europa nel centro e con proporzioni sbagliate: andiamo a guardare una cartina di Peters e poi ritorniamo a parlare di economia. Scarsità delle risorse: se il mondo cresce velocemente le risorse si riducono velocemente, se siamo in crisi si riducono un pò più lentamente, ma continuano a ridursi.

L’unica cosa che mi trova perplesso è purtroppo legata a questo ipotizzato aumento di attività decorrelate: secondo me si va più in direzione di una situazione che definirei di “vero”/ “falso”: rischio/non rischio, compro/vendo, esco/entro, attività prive di rischio/investimenti, bund tedeschi/tutto il resto. E nel momento in cui il bund tedesco fosse considerato anche solo minimamente a rischio, si passerebbe a BEI/resto del mondo ed il buond immediatamente si posizionerebbe in resto del mondo. Da “vero” a “falso” non c’è decorrelazione, c’è opposizione.

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