Un tuffo nella storia: la svalutazione della Lira del 1992

Scritto il alle 14:17 da gaolin@finanza

Guest post: forse si andava meglio quando si andava peggio…

In questa stagione, nel 1992, ci fu l’ultima svalutazione della Lira. Anche allora, prima che accadesse, l’evento veniva descritto dalla più parte dei media come la catastrofe dell’Italia. Ma come in realtà andarono le cose?

Non so quanti lettori di I&M hanno vissuto quel periodo in posizioni tali da essere ben colpiti, nel bene o nel male, dalla situazione delle parità monetarie di allora. Credo pochi. Io ero fra questi e gli eventi che si susseguirono in quell’autunno del 1992 me li ricordo benissimo e nel prosieguo del post sarà anche chiaro perché. Allora ero un giovane imprenditore in carriera da alcuni anni che con altri 2 soci avevo costituito un’azienda che operava prevalentemente nei mercati esteri europei. Allora non esisteva l’Euro, esisteva il serpente monetario europeo con una sorta di valuta di riferimento, l’ECU, a cui le varie valute nazionali aderenti al sistema dovevano stare agganciate, entro una percentuale di scostamento non superiore al 3% per alcune e 5% per altre, fra cui la lira.

Le varie economie europee anche allora erano più o meno forti e, come oggi, più o meno ben gestite dai governi degli stati. Anche allora, come oggi, la Germania poteva vantare un’economia più solida di altri, con un sistema produttivo industriale di assoluta avanguardia e con una moneta forte che in pratica faceva da riferimento per tutte le altre economie.

L’Italia non era certo la cenerentola europea ma, come ben sappiamo, la sua economia doveva adattarsi continuamente alle conseguenze di una gestione del paese sconsiderata, miope e orientata al breve termine, frutto di una incompetenza della classe politica piuttosto diffusa, allora come oggi, che prevalentemente era, come anche oggi, prevalentemente orientata alla divisione della torta piuttosto che alla sua creazione.

I regali che allora la politica faceva più o meno a tutte le classi sociali, in particolare statali, lobby e caste varie generava un continuo aumento del costo del lavoro che a sua volta determinava una continua perdita di competitività del sistema produttivo italiano a cui si doveva far fronte con ripetute svalutazioni della lira, determinate dalla bilancia commerciale e dei pagamenti che man mano andava sempre più in disequilibrio. Qualche trauma queste svalutazioni lo generavano ma in breve tutto si riequilibrava, fino alla successiva.

Negli anni precedenti il 1992 c’erano stati degli accordi più forti fra gli stati, che avevano l’obiettivo di stabilizzare i cambi fra le valute europee aderenti allo SME. L’Italia vi aderì con la solita faciloneria ma, in mancanza di politiche di contenimento della spesa pubblica, pur partendo da un cambio che garantiva inizialmente competitività al nostro sistema industriale, dopo pochi anni si arrivò alla solita situazione. La gran parte delle aziende italiane, sia grandi che piccole, non ce la faceva più a competere nel mercato per cui o venivano tagliate fuori dalla concorrenza estera oppure, per non perdere quote, vendevano sotto costo in attesa di tempi migliori, ovvero della prossima svalutazione.

La situazione delle aziende italiane nell’estate del 1992 era generalmente molte difficile. Per quelle export oriented poi era proprio insostenibile.

Ricordo benissimo i sermoni dell’allora direttore della Banca d’Italia, Carlo Azelio Ciampi che si sgolava ogni giorno per ribadire che l’Italia non doveva svalutare e che una valuta forte obbligava l’amministrazione pubblica ad essere più virtuosa mentre l’industria privata avrebbe dovuto orientare gli investimenti verso le produzioni ad alto contenuto tecnologico con elevato valore aggiunto.

Il tutto condito dal preannuncio di sventure per l’Italia, se avessimo svalutato la nostra Lira per l’ennesima volta. A Ciampi si univa costantemente, anche allora, il forte coro di tanti politici e di tutti coloro che, da una lira forte, avevano certamente vantaggi, quali certe oligarchie economiche nazionali monopoliste, i possessori di capitali non ancora tramutati in valuta estera e la finanza in generale, specie quella che aveva interessi a livello internazionale.

Si paventarono tassi di inflazione annui a 2 cifre, perdita di fiducia dell’Italia nei mercati internazionali, bilancia commerciale ancora più in deficit, causa l’aumento dei costi delle importazioni, insomma miseria e perdita di valore per tutti. Nonostante la sciagurata ostinazione di Ciampi, ancora oggi ben onorato per i suoi servigi alla nostra repubblica, la lira dovette essere svalutata. Dopo aver esaurite tutte le riserve della Banca d’Italia, in un’ostinata difesa di una parità monetaria insostenibile, ci fu un vero e proprio tracollo della lira. In termini numerici il marco, che ad agosto 1992 quotava 750 lire per 1 marco, arrivò a fine ottobre (vado a memoria) a ben 1300 lire, per poi stabilizzarsi sui 1.050 dopo alcuni mesi. Insomma la lira in 3 mesi perse il 40% circa del suo valore antecedente rispetto al marco tedesco.

Non so bene quali danni provocò al sistema finanziario italiano questa caduta del valore della lira. Alle banche piccole, medie o grandi non internazionalizzate non provocò nessun danno in quanto avevano impieghi e raccolta in lire e lo stesso fu per tutte le istituzioni, pubbliche e private, non indebitate in valuta estera. In ogni caso non ci furono fallimenti tali da determinare danni rilevanti alla finanza. Fortunatamente allora la globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia erano agli albori e c’era ancora l’idea diffusa che per guadagnare il pane, o di più del pane, si doveva lavorare sodo, magari rischiando il proprio patrimonio accumulato.

Qualcuno indebitato in valuta ebbe bisogno di un po’ di tempo per riprendersi ma, normalmente, chi era indebitato in questo modo lavorava per l’estero e poteva contare su futuri incassi in valuta che generavano utili tali da compensare le perdite.

Ma cosa accadde nell’economia reale e nei prezzi dei beni che i cittadini acquistavano normalmente per soddisfare i propri bisogni primari o voluttuari?

Per quelli prodotti in Italia, che allora erano la stragrande maggioranza, gli incrementi dei prezzi seguirono un trend di incrementi poco più del normale. L’incidenza delle materie prime importate quasi sempre è una componente bassa del prezzo finale dei beni con queste prodotti. Anche la benzina ebbe un aumento ben minore dell’incremento del costo del petrolio in lire dovuto alla svalutazione.

Per quanto riguarda poi i beni voluttuari d’investimento, quali automobili o elettrodomestici di provenienza estera anche qui ci fu un incremento abbastanza modesto. Le aziende estere presenti in Italia pur di non perdere troppe quote di mercato in favore delle industrie italiane accettarono di ridurre di molto i propri margini di guadagno nel nostro mercato che erano diventati allora per loro molto elevati. Anzi , nel settore auto, molte case straniere vendettero per alcuni anni addirittura sottocosto, pur di non consegnare il mercato italiano in ampia prevalenza al costruttore nazionale.

Insomma la tanto temuta inflazione a 2 cifre non ci fu e nell’arco di meno di 2 anni si stabilizzò ai valori soliti.

Ma cosa successe invece all’economia reale italiana, composta da piccole e medie industrie export oriented, ancora molto dinamiche, anche se un po’ prostrate dalle difficoltà affrontate negli anni precedenti il 1992?

Ebbene per chi non lo sapesse per queste gli anni seguenti furono di quelli che ancora oggi si possono ricordare come gli ultimi del miracolo industriale italiano. Il lavoro per le aziende italiane riprese a tutta birra, dapprima e per ovvie ragioni per quelle esportatrici poi, con un certo sfasamento, per tutto il tessuto industriale italiano. Il portafoglio ordini era sempre gonfio e in crescita, gli investimenti delle imprese ripresero freneticamente, gli utili si gonfiarono come da anni non si ricordava e l’occupazione nell’economia reale ebbe un vero e proprio boom.

Inoltre, buona parte delle lavorazioni del manifatturiero che avevano cominciato a prendere la via della delocalizzazione rientrarono precipitosamente per le ottime condizioni di competitività che l’Italia aveva riconquistato.

Insomma, l’economia reale italiana visse dopo il 1992 gli ultimi anni di grande splendore, fatto che stranamente non viene registrato né ricordato negli annali della nostra storia come tale, in quanto offuscato dalla vicenda della svalutazione, ritenuta ben più degna di menzione e di cui doversi vergognare.

Sembra un paradosso ma è proprio così.

Finanziariamente parlando, il 1992 è ricordato come l’anno della disfatta dell’Italia ma il vero effetto negativo fu che il valore del nostro PIL calò bruscamente al livello che gli competeva.

Questo fu un disastro per la stragrande maggioranza degli italiani?

Assolutamente no. Infatti, per effetto della svalutazione e la successiva forte ripresa dell’economia reale, la ricchezza vera degli italiani aumentò di molto negli anni seguenti il 1992 anche se il PIL nazionale, espresso in USD o ECU, ebbe bisogno di molti anni per riprendere i precedenti valori. Ciò è stato considerato una iattura dagli uomini della finanza ma per tutti gli altri non è certo stato così. In quegli anni il benessere diffuso aumentò di molto in parte, per questa volta, anche a discapito delle oligarchie finanziarie.

Personalmente posso dire che dalle notti insonni di ante svalutazione sono passato in pochi mesi a più sereni momenti e a riprendere fiducia nel futuro mio e dell’Italia con in più un’esperienza acquisita che mi ha cambiato fortemente e lasciato un segno indelebile nel profondo. Esperienza che mi ha permesso di sopravvivere bene anche nella situazione attuale che per certi aspetti è molto simile a quella del 1992 e nel contempo molto ma molto peggio di allora, per la gran parte del contesto industriale italiano.

In questi giorni di passione che stiamo vivendo, la preoccupazione di tutti, perfino di chi non ha nulla da perdere, è sulla sorte di questo sistema finanziario globale in accertato complessivo iperdefault tecnico. Poco o nulla si dibatte se il suo salvataggio è veramente possibile e a quale prezzo per i destini della maggioranza delle persone. Si paventano ogni sorta di catastrofi, al cui confronto quelle dell’allora governatore di Bankitalia Ciampi erano pioggerelline da paragonare a un uragano scala 8.

In realtà si cerca in tutti i modi di mantenere in vita un sistema finanziario marcio che vuole salvaguardare i privilegi dei pochi e dei peggiori, ovvero di quelli che nulla fanno per il miglioramento del bene comune ma che agiscono solo per il loro smodato interesse personale e la propria bramosia di potere. In più si può dire che anche le soluzioni e misure che la classe finanziaria sta ultimamente imponendo agli stati sono più un fattore di moltiplicazione del disastro, che è stato attuato con il loro determinante contributo, piuttosto che una soluzione dei loro problemi.

Bisogna anche dire che il perverso intreccio finanziario globalizzato che è stato creato è talmente inestricabile che può avere una sola vera soluzione. Il collasso globale per poi ripartire di nuovo e con nuove regole, o meglio con auspicabili molte restrizioni che taglino le unghie agli avventurieri che usano i soldi che gli altri hanno guadagnato con il sudore della loro fronte.

Come? Si vedrà prima o poi. Magari nel 2012? Non credo, i malefici gatti della finanza hanno dimostrato di avere un numero di vite imprecisato e ben superiore a sette. Però lo spero e spero anche che la finanza possa diventare più etica e al servizio della gente onesta e laboriosa. In fondo sognare non costa nulla e fa vivere meglio.

Gaolin

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DT

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29 commenti Commenta
maurobs
Scritto il 30 settembre 2011 at 14:50

Concordo in toto. io all’epoca poco più che trentenne e in via di separazione, lavoravo in banca ed era un lavorio frenetico con aziende esportatrici e aziende che lavoravano per aziende esportatrici. Livello insoluti molto basso, numero di pratiche di affidamenti copioso, fervore che poi mai più ho rivisto. Addirittura ero riuscito poco prima di separarmi ad aprire una piccola ditta per mia ex moglie che tutt’ora esiste, ma all’epoca essendo agli inizi non c’era problema anche se non riusciva guadagnarsi uno stipendio, io con il mio risolvevo il tutto.

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bergasim
Scritto il 30 settembre 2011 at 15:56

Dell’ECRI Achutan Dice Stati Uniti, “entra una nuova recessione”
Inserito da Tyler Durden su 2011/09/30 07:59 -0400

Realtà Recessione

Lo scorso anno l’indice ECRI è stato il noir bete principali indicatori del mercato: mentre l’indice indicato chiaramente gli Stati Uniti erano entrati in recessione, il suo creatore Lakshman Achutan sempre confutato i risultati dell’indice, invece spingendo un opinione contraria che gli Stati Uniti era in realtà in crescita. Poi venne QE2 e con esso s 9 mesi sospensione della realtà. Quel tempo è finito, così come il tentativo in corso Achutan di negare i fatti. Come di un minuto fa, la testa del dell’ECRI ha dichiarato a Bloomberg Radio che gli Stati Uniti è ” di ribaltamento in una nuova recessione. ” “Ha aggiunto:” Noi non facciamo queste chiamate alla leggera. Quando li facciamo, è perché c’è un messaggio obiettivo travolgente che esce del nostro futuro indicatori. Cosa sta succedendo con gli indicatori principali è macchia d’olio;. non è reversibile ” Come Zero Hedge primo disse mesi fa, quando si estrae finalmente its testa tra le sue gluteui maximus, abbiamo expet il NBER per proclamare la re-recessione come partito nel mese di giugno / luglio.

Avremo l’intervista Radio Bloomberg il più presto possibile

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angiglio
Scritto il 30 settembre 2011 at 16:23

Anche io avevo da poco iniziato a lavorare nel settore finanziario ma ricordo cose ben diverse. Ricordo un giovedì in cui gli sportelli avevano finito il contante, ricordo sempre in quel pomeriggio i cartelli appesi fuori dalle banche che invitavano i clienti a ritornare nei giorni seguenti. Ricordo la paura di molti correntisti ed ho ben presenti i furgoni portavalori che uscivano in fretta e furia dalle sedi centrali degli istituti e dalla Banca d’Italia per nadare a rifornire le banche evitando il panico (PS: il contante era finito perchè nessuna agenzia tiene più di tanto in cassa, ma ricordo che questa spiegazione quel pomeriggio ed il giorno successivo non sembrava così convincente).

Ho saputo dopo che in quel momento Andreatta era in giro per convincere Germania, Francia e GB a garantire l’acquisto dei titoli di stato italiani nei tre anni successivi perchè era già stato predisposto un decreto legge per congelare i titoli di stato, tutti, per tre anni al 4%.

Ricordo la facilità con cui i fondi speculativi di Soros distrussero la lira ed ho ben presente quanto miliardi vennero bruciati nel tentativo di sostenerla.

Non eravamo alla fine del boom economico (che invece si concluse con la crisi petrolifera del 1974) ma eravamo alla fine del periodo di vacche grasse in cui l’Italia aveva speso molto di più di quanto poteva permettersi: andate a guardare quando e chi ha fatto il debito che ora ci chiedono di pagare e trovere tutti i governi compresi proprio tra i primi anni ’70 ed i primi anni ’90. Certo che alcuni vivevano bene: gli statali che riuscirono ad andare in pensione a 46 anni, chi riuscì ad avere pensioni d’invalidità anche senza meritarle e così via. Ma per il resto tutto questo gran benessere non me lo ricordo. Ed in ogni caso per averlo si facevano debiti che altri (noi adesso) avrebbero pagato.

Ciampi ed Amato comunque posero fine alla spesa facile. Ricordo una manovra da 90.000 miliardi, accordi tra le parti sociali ed il primo anno in cui l’avanzo primario tornò positivo.
Fu un primo tentativo naufragato con la discesa in campo di Berlusconi.

Ricordo anche che gli unici a guadagnarci in quei giorni furono quegli imprenditori che lavorando con l’estero fermarono i pagamenti loro dovuti su conti esteri in valute estere. Per poi magari utilizzare l’ultimo scudo e farli rientrare.

In ultimo andate a leggervi lo studio di UBS “euro break down” di cui mi sembra si sia parlato già nel sito ed andate avanti fino ai paragrafi in cui si prospettano scenari non economici di “disordini” e “guerre civili”. Io non credo che un’uscita dall’euro con tanto di svalutazione sia la soluzione.

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lampo
Scritto il 30 settembre 2011 at 16:25

Intanto la classe dirigente politica ed industriale italiana (termine più corretto sarebbe classe dirompente) pensa di rilanciare l’economia ed i consumi vendendo i gioielli di famiglia, ovvero il proprio patrimonio immobiliare. Magari anche una bella patrimonialetta perenne di circa 6 miliardi l’anno, come dice Confindustria, non sarebbe male (tanto loro possono evadere le tasse e le cassette di sicurezza in Svizzera le stanno producendo…visto che erano esaurite).
Debbo dire che oramai la maggior parte di chi regna sovrano (comanda grazie all’intreccio massonico e simil mafioso che esiste in italia)… pensa solo a mangiarsi le ultime briciole della torta… e, finite quelle, passare al portatorta (i nostri risparmi)!

Non ho ancora sentito nessuno parlare di investimenti nella scuola, educazione, incentivi ad acquisire professionalità avanzata, ricerca (vera non quella dei baroni), turismo, valorizzazione del nostro patrimonio immobiliare ed eno-gastronomico, ecc.

Evidentemente aspettano proprio l’affossamento del paese e la successiva svalutazione: reale o indotta dal minor costo del lavoro causa maggiore disperazione fra i disoccupati che cresceranno?
Forse fra qualche anno dovremo inginocchiarci per avere un lavoro? O prostituirci (visto che molte donne sono già indotte a farlo)?

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hironibiki
Scritto il 30 settembre 2011 at 16:41

lampo,
Concordo. Questi pazzi stanno già pensando di svendere le azioni societarie, come se con 40 – 50 miliardi in tasca in più le cose possono cambiare su un monte di debito da 1900..
Forse svenderanno allora anche gli immobili, così poi quando ci si dovrà recare all’ospedale (olte al parcheggio limitrofo) si dovrà pagare il pass di ingresso, il posto d’attesa nella sala d’aspetto, il lettino per il malato e così via.
Ok forse esagero però l’Italia sembra sempre più simile alla Grecia ogni giorno che passa.

Stavo meglio in vacanza :(

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paolo41
Scritto il 30 settembre 2011 at 17:10

Gaolin,
non solo ho vissuto la svalutazione del 1992, ma anche qualche svalutazione precedente ( mi sono laureato nell’aprile del 1965 e..il giorno dopo, non scherzo, lavoravo già in un’azienda meccanica).
Ti puoi immaginare se non condivido il tuo post e sarei incoerente con quanto ho postato in questo blog ormai da qualche anno, nel senso che ho sempre sostenuto che l’entrata nell’euro sia stata una dei più grossi errori compiuti dalla nostra classe politica e dalle lobbies industriali che, in quegli anni, erano più propensi a deindustrializzare il tessuto economico piuttosto che ad investire nello sviluppo.
Diciamolo apertamente, abbiamo vissuto per anni sulla lungimiranza che hanno avuto alcuni grandi politici e imprenditori del dopo guerra che hanno permesso al paese uno sviluppo notevole per circa trent’anni, dopodichè è stato tutto un mangia-mangia generale con i risultati che, oggi, tutti vediamo.
Potenzialmente ci sarebbe ancora la possibilità di tirarsi fuori da questo pantano, ma ti cascano le braccia quando ti rendi conto che non c’è un politico, giallo o verde che sia, che abbia sia un minimo di cultura industriale sia quel minimo di “attributi” per un rilancio del paese.

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andrea.mensa
Scritto il 30 settembre 2011 at 17:33

con i miei 66 anni, di svalutazioni della lire, ne ho viste e subite ben pià di una.
c’è una grossa differenza però tra allora e oggi, e questa differenza sta nella forbice dei redditi, ma peggio ancora nella forbice delle disponibilità complessive delle persone.
a me sembra ovvio, ma evidentemente non lo è per la maggior parte delle persone, che il denaro è solo un mezzo per fare scambi, non un valore e tantomeno una ricchezza. l’unica cosa a cui lo si può assimilare coerentemente è a un titolo di credito.
e un titolo di credito ha valore solo se c’è qualcuno che tale credito lo può onorare.
non è il valore della moneta, la cosa importante, ma la redistribuzione delle risorse che la svalutazione può operare.
quando ci si metterà in testa che senza risorse disponibili alla maggior parte delle persone, ma concentrate in poche mani, l’economia non cresce, perchè è inutile produrre se nessuno può comperare, che se con un certo reddito distribuito tutti comprano e mangiano un pollo al giorno, e se quel reddito lo dimezziamo alla stragrande maggioranza concentrandolo nelle mani di pochi, e la stragrande maggioranza può permettersi solo più 1/2 pollo al giorno , non è ch equei pochi ne mangeranno 10 a testa al giorno. sembra una banalità , ma non la si vuol capire, che senza una redistribuzionje delle risorse l’economia non ripartirà mai, nemmeno a calci in c…lo, e che la moneta può valere quello che vuole, ma è il rapporto tra il valore del “credito-moneta” col valore dei beni, alla fine quello che conta e ancor più col rapporto verso i guadagni della classe più numerosa.
sono banalità, ma io continuo a vedere che si gira attorno, ma al cuore del problema non si vuole arrivare.
la distribuzione delle risorse e dei redditi, questa la enorme differenza tra allora e oggi.!!!!

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ob1KnoB
Scritto il 30 settembre 2011 at 17:44

citazione storica 1991
http://www.youtube.com/watch?v=XtXnBL7ndqw
questa volta e’ diverso…..(?!)
buon weekend

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andrea.mensa
Scritto il 30 settembre 2011 at 17:56

ob1KnoB@finanzaonline,

nell’attuazione , questa volta è uguale a tutte le altre, è nei risultati che è diverso.
mi spiego meglio.
il criterio è sempre quello di togliere disponibilità a chi lavora, produce ricchezza reale, per costringerlo a lavorare di più a produrre di più e chiedere di meno.
e questo è sempre uguale, semprela solita storia.
quello che è diverso è che le riduzioni hanno un limite.
si può ridurre i redditi e costringere a lavorare in due per avere quel che prima otteneva uno, si può distruggerglli il diritto di lavorare solo 8 ore, chiedendogli straordinari gratis ( perchè tanto c’è la fila fuori disposta a farlo), ma quando il reddito comincia a non esser più sufficiente per vivere, allora è diverso, perchè invece di aumentare la produttività, i lavoratori muoiono o si stufano di lavorare, e allora il castello crolla.
non siamo ancora alla gente che muore di fame, ma che riducono i consumi, anche quelli alimentari, si!

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andrea.mensa
Scritto il 30 settembre 2011 at 17:59

ob1KnoB@finanzaonline,

ps. e non dimenticare che se è vero che gli stati sono oberati di debiti, c’è anche chi di quei debiti ha il credito!!!!

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lacan2
Scritto il 30 settembre 2011 at 18:01

io aggiungerei che avremmo 2 mila miliardi di debiti da onorare in Euro … mentre in quell’occasione i debiti erano denominati in Lire, e la differenza non è da poco: le conseguenze sarebbero sicuramente la bancarotta dello stato .. senza considerare che inizialmente dovremmo convincere i mercati a darci fiducia e a comprare il nostro debito… ci attenderebbero un paio o più anni di vere e proprie lacrime e sangue che probabilmente pagherebbe la classe media e coloro che non hanno competenze e informazioni per difendere il loro capitale dalla svalutazione…

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lacan2
Scritto il 30 settembre 2011 at 18:09

in tutti i casi, in mercati globali con regole non globali, si rischia una convergenza verso il basso del tenore di vita dei paesi occidentali a favore di migliori condizioni nei paesi in via di sviluppo: l’argomentazione della produzione di beni tecnologicamente avanzati per difendersi dalla concorrenza potrebbe essere parzialmente vera per un po’..ma l’informazione è talmente libera, così come la voglia di arrivare, che anche i paesi in via di sviluppo prima o poi sarebbero in grado di produrre beni ad alto contenuto tecnologico…

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idleproc
Scritto il 30 settembre 2011 at 18:43

@Gaolin

Ho come te un ricordo d’impresa dell’epoca. Non è stato facile, come anche in altre svalutazioni precedenti. Avevo necessità di grande liquidità per la clientela (crediti al cliente) necessaria per mantenerla legata e per favorirne l’attività. E’ sulla sull’affidabilità e sulla fiducia del cliente oltre che sui prezzi e la qualità dei prodotti che ci si mantiene un mercato con uno zoccolo duro che aiuta molto in fasi recessive. Tutto capitale aziendale. Regola Paterna: non diventare mai schiavo del credito bancario, finisci per lavorare gratis per loro e a decidere sono loro. Mi sono sempre venuti a chiedere per favore se avevo bisogno di credito (non è una battuta). Non è mai stata una passeggiata ma “arridatece la lira” e la sovranità monetaria, finanziaria, di programmazione economica, svalutazioni comprese. Con la Casta che è rimasta intatta, si possono sempre fare i conti, all’epoca si è salvata ed espansa entrando in europa.
Anche su Ciampi, sfondi una porta spalancata: ha distrutto le nostre riserve, lo avrei visto in luogo molto più consono ad alloggio e vitto garantito anche in quanto tra i Padri della cosiddetta europa. Non concordo sul fatto che i nostri soldi la Casta li abbia dati solo allo stato e alle clientele. Li ha dati anche, da sempre, alla grande, a certa “grande” impresa oggi multinazionale e delocalizzata che “nomina” tramite la politica le dirigenze pubbliche. Costruendo la madre di tutti gli intrallazzi dei mancati controlli e delle inefficienze che non sono mai casuali. Il trasferimento di reddito in Italia è stato sempre fatto da lavoro, piccola e media impresa anche agricola, lavoro autonomo verso lor signori. Con la finanziarizzazione distorta dell’economia e i suoi profitti fasulli autoreferenziali, la terziarizzazione con servizi obbligatori e allucinanti alle imprese, lavori improduttivi fasulli, la globalizzazione sconsiderata senza pianificazione, Pantalone ha avuto ulteriori “clienti” che non è più in grado di sostenere. Solo degli idioti possono pensare di creare “valore” e campare tutti di servizi. Un saluto agli altri amici del blog.

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idleproc
Scritto il 30 settembre 2011 at 19:16

Ve ne racconto una di piccola. Mia figlia produce anche rifiuti speciali. Non lei direttamente infatti non è un’aliena anche se alcune volte sono portato a crederlo. Mi telefona e mi dice che al Ministero x sono passati al controllo remoto delle operazioni di carico-scarico delle imprese addette allo smaltimento. Tenere presente che esiste tutta una contabilità e controlli sulle predette operazioni come giustamente deve essere. Ordunque in fase di carico, con apposita chiavetta la ditta a mezzo internet doveva dare conferma al predetto ufficio dell’avvenuto carico. Solo che tutta la faccenda non l’avevano attivata. Lei mi telefona e mi fa, cosa faccio me li mangio? Credo abbiano soppresso l’ufficio. Il dubbio è sempre quello che gli uffici li costruiscano per soddisfare qualche clientela o qualche appalto. Arridatece gli Asburgo.

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lampo
Scritto il 30 settembre 2011 at 20:36

idleproc@finanza,

Condivido… purtroppo! :cry:

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lucianom
Scritto il 30 settembre 2011 at 21:06

Quante parole, mettetevi nei panni di milioni di persone al mondo che muoiono ancora di FAME, andate a spiegare a loro i vostri commenti.Sono ormai avanti con gli anni e forse non mi dispiacerebbe che tutti noi, specialmente i giovani, tornassimo un po’ indietro quando con quattro uova barattavo mezzo etto di olio, non era il medio evo ma gli anni cinquanta.Però non morivo di fame. Sono passati 60 anni e forse le cose per queste persone sono peggiorate, sono anche loro esseri umani come noi ripeto come noi. Chi rinuncerebbe a metà stipendio o metà pensione perchè tutto questo non succeda?Scusate ho scritto a ruota libera quello che mi frulla in questo momento nella mente.Probabilmnte comincio a perdere dei colpi e non riesco più a rapportarmi con la realtà.O forse stasera ho bevuto un bicchiere di troppo. :mrgreen:

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idleproc
Scritto il 30 settembre 2011 at 21:39

lucianom,

Ciascuno di chi scrive in questo blog, lo farebbe. Che si trovi dal lato impresa o dal lato lavoro. Non credo che la soluzione sia di distribuire la povertà ma la ricchezza. Oggi in occidente ci sono pensioni da fame. Il ciclo economico attuale porta ad una visione Malthusiana. Non è la strada giusta. Dobbiamo creare ricchezza. Non è vero che si stanno esaurendo le risorse, inventeremo sempre qualcosa di nuovo, non poniamoci limiti né allo sviluppo né alla conoscenza e proiettiamoci positivamente nella lotta per la conquista del futuro. Dobbiamo tener presente che stanno trasferendo e trasferiranno capitali e risorse anche di quei pensionati che magari hanno una casetta che saranno costretti a vendere per via di patrimoniali varie. Il trasferimento di redditi e capitale non sarà per salvare ed aiutare l’africano che si trova stabiliti i prezzi dei generi alimentari a WS e dalla multinazionale che stabilisce il prezzo da oligopolio del prodotto del suo lavoro. La globalizzazione criminale ha distrutto quel poco che restava delle economie arretrate a km 0. Per loro è la fame. Servirà a salvare pochi gruppi di finanzieri. Da noi vogliono spolparci anche del patrimonio pubblico strategico che è il frutto del lavoro nostro e dei nostri padri ed una garanzia di sicurezza della comunità per il futuro, come in epoca feudale lo era il tesoro anticarestia delle chiese. C’è molto da fare e dobbiamo credere negli uomini, nel loro istinto primario sociale, e cambiare le regole del gioco come dice l’amico Gaolin, come ricorda sempre DT, Berg, Gremlin, Paolo,… Mi sa tanto che in punti chiave ci siano finiti un bel pò di psicopatici. Ce ne libereremo. Ora il bicchiere me lo vado a fare io. :P

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schwefelwolf
Scritto il 30 settembre 2011 at 23:32

Concordo pienamente con l’analitica ricostruzione di Gaolin. All’epoca avevo una piccola agenzia di rappresentanza in Germania e la lira “ridimensionata” – unita ad un’eccellente qualità di prodotto e affidabilità di fornitura – resero possibile un vero e proprio “sfondamento” sul mercato tedesco (e poi, a cascata, anche in tutti i mercati che dipendevano dalla “sovranità” tecnica dei progetti tedeschi, quindi Spagna, Australia e via andando). Non credo però che una svalutazione oggi riaprirebbe la strada ad una nuova edizione del “miracolo” di allora: l’eccellente qualità di prodotto e l’affidabilità di fornitura vengono oggi offerti, a condizioni molto migliori, da “concorrenti” che operano in Polonia, Ungheria, Romania etc. – concorrenti che sono, di fatto, figli dei trasferimenti d’attività imposti dalla globalizzazione. I miei vecchi partner di allora (settore subforniture automotive) hanno quasi smesso di produrre in Italia – mentre lavorano molto bene dalla Polonia e dal Brasile. In altri termini: i buoi sono scappati, e temo che chiudere la porta della stalla non serva piú.
Una riedizione del “miracolo” del ’92 resterebbe comunque una “mission impossible”, con uno Stato gerontocratico oberato di debiti, con una quota impositiva da paura e una sovraproduzione di laureati piú o meno inutili (“ricercatori” di sociologia, psicologia, politologia etc.), aggravata da un’estrema scarsità di personale (tecnico) professionalmente qualificato. Completiamo il quadro con le infrastrutture ormai obsolete, le selezioni clientelari ed anti-meritocratiche, la corruzione e l’evasione – e ditemi: chi potrebbe, in queste condizioni, rilanciare la crescita? Ci stanno solo prendendo, ancora una volta, per il … naso.
Penso quindi che per arrivare ad un cambiamento si dovranno forzatamente usare – purtroppo – i forconi, e non solo in Italia. Una cosa di cui io, con i miei 65 anni, non avrei proprio alcuna voglia – ma temo che prima o poi arriverà, sarà inevitabile. Come giustamente rileva Andrea Mensa: quando i soldi non bastano piú neanche per mangiare, le ottiche cambiano. E’ una situazione che ricorda un po’ la Francia del 1788… (a parte, ovviamente, le differenze di stile fra Versailles e Arcore).

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idleproc
Scritto il 1 ottobre 2011 at 00:01

schwefelwolf@finanza,

Mi è piaciuta l’osservazione sulla differenza di stile fra Versailles e Arcore. :mrgreen:

Sembra che le osservazioni di DT su S&P 500 trovino conferma… Comunque sia l’è un mago…

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andrea.mensa
Scritto il 1 ottobre 2011 at 09:06

mi spiace dirvelo, ma continuate a vedere il passato come momento economicamente valido, senza rendervi conto della differenza tra ieri e oggi.
e faccio l’esempio dell’Italia, ma è valido con lo scarto di pochi anni per molti altri paesi.
ripetendo che la ricchezza non è determinata dalla quantità di denaro circolante, ma dalla quantità di beni reali effettivamente presenti (tutti i beni hanno una vita, da pochi giorni a secoli, ma ogni tipo di bene viene creato, utilizzato e poi distrutto o archiviato).
ma i beni reali vengono prodotti solo se poi possono essere venduti, e questo è il problema che oggi attanaglia l’economia.
prodotti nuovi, realmente utili ( e non solo mode pubblicizzate) come in passato hanno rappresentato la motorizzazione , e poi l’immobiliare che ha dato una casa in proprietà a più dell’85% della popolazione, con mobili, elettrodomestici, ecc… senza beni di reale utilità, senza disponibilità finanziarie da un bvuon quinto della popolazione, su cosa volete basare la crescita economica ? sulle esportazioni ? e verso quali paesi ?

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idleproc
Scritto il 1 ottobre 2011 at 09:59

andrea.mensa@finanza,

Non stiamo dicendo cose molto diverse. Siamo infatti in crisi di sovrapproduzione globale da molti anni che è la vera radice del problema. Nei BRIC è stata trasferita solo produzione non altri modi di produrre ed è una produzione sostenuta dall’indebitamento occidentale e dall’erosione del capitale in occidente. Questa, a mio giudizio, sarà l’origine della crisi delle tigri asiatiche. Produrre ricchezza non significa produrre IPOD. Non significa produrre finta innovazione con prodotti a rapida deperibilità di mercato e sostanziale. A me piacciono le cose che funzionano e bene per anni fino a quando vengono sostituite in quanto ammortizzate nel valore d’uso e perché superate da innovazione reale. Oggi abbiamo tutto “certificato” ma la cacca certificata resta sempre cacca. C’è mercato con mezzo mondo da sfamare e da portare a tenori di vita e sociali decenti. Ci sarà mercato anche per gli sfizi. La ricchezza, è ovvio, non è il denaro ma le merci prodotte che servono agli uomini. Oggi l’innovazione spesso solo di nome è controllata ed ostacolata dalle multinazionali oligopoliste. Vorrei un mondo più reticolare e policentrico non dominato da “5 banche” e da qualche multinazionale. Il problema, che è politico-economico, è come fare.

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gaolin
Scritto il 1 ottobre 2011 at 22:21

Salve a Tutti
Oggi, rientrato a casa dall’estero. Ho potuto leggermi in pace I&M.
Per rispondere ai tanti commenti che ci sono stati a questo post aggiungo alcune considerazioni.
Dice bene chi rileva che un’uscita dall’Euro dell’Italia adesso e la conseguente svalutazione della “nuova lira” sarebbe un trauma ben superiore a quello che si verificò nel 1992 e non solo per l’Italia. Diciamolo pure: sarebbe una vera e propria catastrofe economico-finanziaria globale.
Ma l’alternativa qual’è?
Quella di continuare a mantenere in vita un’unione monetaria che invece di uniformare le economie reali di buona parte dei paesi aderenti le massacra?
Quella di costringere paesi interi a vivere di debito che aumenta sempre e che non pagheranno mai?
Quella di pretendere che gli italiani, o gli spagnoli, o i greci, o i francesi, ecc. diventino come i tedeschi?
Quella di sperare che i popoli dei paesi virtuosi paghino le pensioni di quelli dei paesi in default tecnico perché non possono essere lasciati fallire?
… e via dicendo.
Se cominciassimo ad ammettere che l’unione monetaria europea, per come si è sviluppata in questo decennio, è una tragedia senza fine, con scenari sempre più oscuri e che non può stare in piedi in nessun modo sarebbe un gran passo. Perlomeno si comincerebbe a pensare a come disgregarla facendo meno danni possibile.
Un’economia dove gli scambi commerciali sono liberi quanto basta e le valute non vengono manipolate più di tanto il tutto si autoregola.
Le svalutazioni della lira o di altre monete che un tempo erano frequentissime non facevano altro che rimettere nel giusto rango le economia e le finanze dei vari paesi.
Se accadesse in futuro che una nuova euro-lira fosse scambiata a 2 euro-marchi, vorrebbe semplicemente dire che l’economia tedesca nel suo complesso varrebbe effettivamente il doppio oppure che la nostra invece varrebbe la metà, rispetto oggi.
Costringere un paese debole economicamente ad avere una moneta forte lo ammazza proprio e solo un ritorno a una valuta nazionale debole può ridargli la speranza di piano piano riprendersi.
Se poi un paese, pur avendo una economia forte, ha invece una moneta debole allora fa sfracelli in giro per il mondo, se lo so lascia fare ovviamente.
CINA INSEGNA.
Ma ci vuol tanto a capirlo?
Se pensiamo invece solo a fare Eurobond, o Eurounionbond, o fondi salva stati, o in generale a trasferire ai posteri il debito che diventa sempre più immane, non ci sono speranze di poter invertire il declino dell’occidente e, in particolare dell’Italia.
Poi guardando all’Italia, condivido un po’ il pessimismo di Schwefelewolf, anche se l’esperienza insegna che se uno viene buttato in mare normalmente impara a nuotare. Ovvero, se ci sono le condizioni, la voglia di lavorare risalta fuori.
La situazione italiana di oggi invece è che, se anche hai voglia di lavorare e di fare impresa è meglio che ti passi se non sei veramente uno tosto, o fortunato, o ambedue, che è meglio.

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gainhunter
Scritto il 2 ottobre 2011 at 19:04

gaolin@finanza,

Post molto interessante e utile per chi come me nel 1992 era ancora troppo giovane per avere queste preoccupazioni, grazie Gaolin!

Per quanto riguarda la situazione attuale, ormai non ci sono più Paesi virtuosi tra quelli che contano, rimangono solo quelli scandinavi (grazie alle risorse naturali). La corsa dell’economia tedesca pagata tramite l’aumento del debito pubblico e le esportazioni intra-UE è giunta alla fine. E quindi l’obiettivo è diventato lo stesso per tutti: stimolare la crescita senza aumentare il debito pubblico. L’unico modo è farlo tramite le esportazioni negli altri continenti, svalutando l’Euro, tanto la valuta cinese è agganciata al dollaro. E guarda caso i Paesi emergenti hanno già iniziato a cedere, in Borsa come anticipazione dell’economia.

Quindi rompere l’UE oggi non trova più motivazione nelle differenze tra gli Stati membri, ma nell’ostinazione di alcuni Paesi nel considerarsi (a torto) superiori (o più virtuosi) degli altri, e nel voler cercare di sfruttarne la situazione il più possibile (anche per nascondere la realtà).

Se si vuole disgregare l’UE basandosi sulle differenze economiche tra i Paesi membri, a maggior ragione si dovrebbe voler dividere l’Italia in due, visto che nel caso dell’Italia le differenze ci sono davvero e sono abissali. :roll:
Al contrario, se colmare le differenze tra Nord e Sud Italia non è una missione impossibile, non vedo perchè debba esserlo in Europa…

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lampo
Scritto il 2 ottobre 2011 at 20:28

gainhunter,

E quindi l’obiettivo è diventato lo stesso per tutti: stimolare la crescita senza aumentare il debito pubblico. L’unico modo è farlo tramite le esportazioni negli altri continenti, svalutando l’Euro, tanto la valuta cinese è agganciata al dollaro. E guarda caso i Paesi emergenti hanno già iniziato a cedere, in Borsa come anticipazione dell’economia

Concordo… anche se il rovescio della medaglia sarà l’aumento della disoccupazione in Europa, soprattutto giovanile. Secondo me questo è uno degli aspetti di cui dovremmo avere più paura e iniziare ad affrontare, rovesciando il mercato interno dalle solite note corporazioni che fanno gli interessi di chi spesso non è concorrenziale e sarebbe spazzato via immediatamente in un mercato veramente competitivo, libero e concorrenziale.

P.S.
Dovremmo essere quasi coetanei… visto che nel ’92 io sono diventato “deperito” :mrgreen:

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gainhunter
Scritto il 3 ottobre 2011 at 07:40

lampo: Concordo… anche se il rovescio della medaglia sarà l’aumento della disoccupazione in Europa, soprattutto giovanile.

Perchè? Se aumentano le esportazioni aumenta la produzione e l’occupazione dovrebbe aumentare. Mi sfugge qualcosa :roll:
E poi un Euro debole dovrebbe rendere un po’ meno conveniente produrre fuori dall’Europa e potrebbe far rientrare parte della produzione.

Poi, indubbiamente, sulle corporazioni hai ragione da vendere. :x

lampo: Dovremmo essere quasi coetanei… visto che nel ’92 io sono diventato “deperito” :mrgreen:

Eh sì, ragioniere nel ’96 :-)

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pacoseven
Scritto il 4 ottobre 2011 at 13:01

nel giugno del 1992 avevo aperto il mio primo mutuo per la casa.
Indicizzato naturalmente….
in autunno pagavo interessi del 17%….pagavo l’affitto della casa precedente (dovevo ristrutturare l’altra) e le rate dell’auto.
in totale , solo per queste tre cose , me ne andavano via 2.200.000 di lire ogni mese.
io guadagnavo 1.600.000.
ho mangiato pane e cipolla per un anno.
è stato anche grazie a gente che ha stretto la cinghia come me ,che ne siamo venuti fuori.

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gaolin
Scritto il 4 ottobre 2011 at 14:11

pacoseven@finanza,

Esatto. Proprio così.
Anche la mia azienda di allora pagava tassi sui finanziamenti in lire di quel tenore (mi pare 12% ma non sono sicuro).
Ma perchè?
Perchè allora, come oggi, chi si prendeva il rischio di finanziare il sistema economico italiano pretendeva quei tassi. Ma pur essendo tassi molto alti, con la svalutazione di settembre-ottobre 1992, ci ha perso molto. E’ qui che la finanza in quell’oiccasione ci ha rimesso non poco, perchè la svalutazione era andata oltre l’immaginabile.
Ciò succede sempre quando si vuole, con quattro sacchi messi sulle sponde, fermare un’alluvione.
In Grecia stanno facendo come Ciampi, con i risultati che si possono constatare.
La Grecia, se vuole avere un futuro, non può che tornare alla dracma svalutata. Da lì potrà poi ripartire, tornando a lavorare sul serio e non a vivere facendo debiti, come ha fatto in questi 10 anni.
L’Italia corre lo stesso rischio, anche se per fare Kaputt ci mettrà ancora un po’.
Ma vogliamo proprio questo per la gioa dei vacanzieri, delle oligarchie e delle caste protette, finchè dura?

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paolo41
Scritto il 4 ottobre 2011 at 14:40

gaolin@finanza,

…anche per noi, se riusciamo a uscire dal cappio dell’euro….. due anni di lacrime e sangue e di grossi sacrifici, naturalmente con una classe dirigente “professionale” e non con l’attuale accozzaglia di politici, tutti insieme naturalmente, gialli o verdi che siano!!!!!
Riavere la nostra autonomia, fermare il dumping che mina il nostro sistema economico, depurare il sistema dalla corruzione che emerge da ogni tombino, finanziare lo sviluppo con il realizzo dei capitali pubblici immobilizzatie tassando le ricchezze e le rendite di posizione in modo progressivo, sai quante cose potrebbero essere attuate …è incredibile pensare alla dimensione dello spazio di manovra che potrebbe essere utilizzato!!!
E stai tranquillo che quelli che oggi fanno i “preziosi” (vedi tedeschi, francesi, olandesi, etc) comincerebbero a grattarsi la testa!!!!!

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gaolin
Scritto il 4 ottobre 2011 at 15:45

paolo41,

Vorrei dire concordo.
Ho un solo grande dubbio.
I nostri 30enni hanno abbastanza peli sullo stomaco, vera voglia di tirar su le maniche e buttare via telefonini, video giochi, chat varie, social network e altre diavolerie perditempo per almeno 8 ore al giorno?
Questa risposta la dovrebbe dare i trentenni o giù di lì.
Io un po’ di speranza ce l’ho. Per semplificare il concetto, basterebbe adottare il secolare sistema che ha sempre funzionato, buttarli nel mare (si fa per dire), così imparano a nuotare. In ogni caso i migliori ce la fanno. Se ce ne saranno tanti, l’Italia sarà prima o poi a posto altrimenti si salvi, ora, chi può.

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