ITALIA: cambia tutto ma cambia niente!

Scritto il alle 10:13 da Danilo DT

Flat tax, immigrazione, scuola, più tanti altri provvedimenti sul tavolo per il nuovo Governo. Ma nel concreto cosa cambierà? E se invece dovesse cambiare, quanto è avvenuto in Spagna può essere il nuovo modello di crescita economica? Oppure siamo finiti nel fatidico “cul de sac”?

E’ un periodo dove non sono particolarmente stimolato a scrivere, vuoi perché i problemi sono noti e vuoi perché aspettiamo date ed eventi che potrebbero essere determinanti. Dopo tante parole, come è noto, adesso è giunto il momento di governare e la partita si farà anche sui numeri.

Volere e non potere.

Tante sono le cose da fare, tanti i discorsi, tanti i progetti pretenziosi. E anche tanta è stata la propaganda ma adesso? Adesso bisogna fare i conti, sia a livello matematico che a livello diplomatico. E difatti qualche sorpresina sta già venendo fuori anche a livello di “Incoerenza” o di sorprendente novità. Qualche esempio?

IMMIGRAZIONE e SCUOLA

Qualche giorno fa il fa il buon Salvini ha detto che quanto fatto da Minniti è buono e non verrà smantellato. Considerando che Minniti aveva abbattuto il numero di immigrati che arrivano in Italia, direi che il lavoro di Salvini su tale argomento sarà ben poco di nuovo e tanto di maquillage.
Come mostrano i dati, nel momento in cui gli sbarchi di migranti sono diminuiti rispetto al picco del 2016, di quasi l’80%, sembra difficile fare meglio anche c’è comunque sempre molto da fare. Basta seguire l’onda. Il premier Conte poi, in aula per l’approvazione del governo, parlando della scuola e di nuovo dell’immigrazione dice testuale :” Noi, nell’immigrazione come nella scuola non arriviamo per stravolgere ciò che è stato fatto»……«In materia di buona scuola abbiamo ragionato con tanti stakeholders, ci sono criticità su cui vogliamo intervenire” (Source) . In sostanza ribadisce quindi che su immigrazione e scuola non ci saranno vere e proprie novità o rivoluzioni, ma qualche provvedimento ad hoc limitato per correggere quelle che lui definisce “criticità”.

FLAT TAX e quota 100

Arriviamo poi ai punti veramente importanti, ovvero la flat tax, il reddito di cittadinanza e la riforma Fornero. Per quest’ultima a quanto pare verrà introdotto il limite di quota 100. Con un punto particolare: comunque verrà tenuta come età limite i 64 anni d’età. Di più: proprio nel caso di uscita a 64 anni l’assegno verrà in realtà ridotto. Di poco, ma ridotto, come possiamo leggere qui .
Considerando che con la Fornero il limite attuale è 67 anni, ma già con le riforme di Renzi e compagni era stato alleggerito, anche qui veri e propri stravolgimenti non ce ne saranno. E la flat tax? Anche qui il premier Conte ha detto qualche cosa molto significativa. Cosa? Che la flat tax è un …..”obiettivo”
Per definizione un obiettivo si ha alla fine del percorso in questo caso di governo, e non all’inizio. Parole che andrebbero quindi nella direzione indicata da Bagnai quando la settimana scorsa parlava di flat tax per il 2019 solo per le aziende. E ovviamente essendoci già, l’eventuale costo dovrebbe essere fortunatamente marginale.

REDDITO DI CITTADINANZA

E il reddito di cittadinanza? Anche qui nulla di immediato. Il premier Conte dice che prima si dovranno approntare i centri per l’impiego. Operazione che richiederà un po di tempo e vedrà lo stanziamento immediato di 2 miliardi di euro. Cifra contenuta e sostenibile. Il vero e proprio reddito verrà però erogato più avanti.

E RIASSUMENDO…

Quindi?
Quindi riassumendo, fortunatamente gli obiettivi del governo all’atto pratico sembrano sempre meno “radicali” e molto più fattibili e quindi meno dirompenti per i conti pubblici. Certamente stiamo parlando di provvedimenti abbastanza inutili ai fini del rilancio di una crescita sostenuta e stabile, visto che la produttività non viene toccata da tutto questo, ma almeno i conti dello stato sono per ora salvaguardati.
Ovviamente tutto questo però vuol anche dire che almeno fino al 2020 gli elettori grillini e in parte leghisti non vedranno l’attuazione di quasi nessuna delle riforme più importanti promesse.

Il modello SPAGNA

Facciamo invece adesso un ragionamento alla rovescia ed ipotizziamo che poi, invece, si usi il “pugno duro” e si arrivi a delle riforme veramente toste.Un vecchio amico del blog, Paolo41, mi ha stimolato la memoria e mi ha proposto un articolo uscito l’anno scorso che ha come oggetto la Spagna? La Spagna’ Ebbene si, paese che è uscito da una crisi nera e che potrebbe anche essere a modello vedendo il programma dei giallo verdi.
Facciamo così, proprio perché voglio che sia l’articolo a parlare.
Ve lo giro e fateci un pensierino.

I segreti della Spagna (23/05/2017)

Una crescita tripla rispetto all’Italia: il Pil spagnolo è aumentato del 3,3% nel 2016 (il nostro lo 0,9) ed è previsto al 2,7 quest’anno, contro la stima dell’1% per noi, appena comunicata dall’Istat, che però ha aggiunto un “se tutto va bene”, ossia se il commercio internazionale continuerà a tirare. Qual è il segreto? La politica di austerità che ha funzionato? Tenta di rispondere un paper appena pubblicato da Ref, l’istituto di analisi congiunturali diretto da Fedele De Novellis.

Quello che se ne ricava è che la Spagna ha attuato un mix di politiche, che si potrebbe definire di “riforme strutturali” del tipo che piace tanto all’Europa (e alla Germania), ma accompagnate da massicce dosi di politiche  (più o meno) keynesiane. E poi un ruolo non irrilevante l’ha avuto anche quello che Prodi chiamava “il fattore C”, ossia la fortuna. Ma vediamo in dettaglio.

La Spagna ha fatto una politica di austerità? Beh, grazie alle riforme del lavoro che hanno dato mano libera agli imprenditore di fare quel che vogliono (facendo rimpiangere le leggi franchiste come un modello di garantismo) i salari sono scesi in media del 10% e la disoccupazione ha raggiunto picchi oltre il 26% nel 2013, per poi ridursi fino all’attuale 18% circa, il più alto in Europa dopo la Grecia. Ma tutta l’austerità l’ha concentrata sul lavoro, perché invece la politica di bilancio è stata ultra-espansiva. Ecco un confronto con l’italia in due grafici tratti dallo studio Ref.

SP-IT-deficit

Come si vede, del limite al deficit al 3% la Spagna se n’è infischiata alla grande, e ancora se ne infischia (come la Francia, d’altronde). E guardiamo il saldo primario, cioè la differenza fra entrate e spese pubbliche al netto degli interessi: quello dell’Italia torna in attivo già nel 2011. Quindi, mentre infuria il periodo più nero della crisi, la nostra politica di bilancio sottrae risorse all’economia, perché spende meno di quanto preleva. L’ulteriore spesa per interessi a questo fine praticamente non conta, perché sono risorse che in parte vanno agli investitori esteri e per il resto rimangono essenzialmente nel circuito finanziario, senza passare all’economia reale.

Già, ma contro la Spagna è stata aperta una procedura di infrazione per violazione delle regole europee. E che cosa ne è derivato? Niente. La procedura è lì, ovviamente ancora in piedi perché il deficit spagnolo è ancora tra il 4 e il 5%, ma di penalità o multe neanche l’ombra. Come mai? E chi lo sa. Magari la Commissione è rimasta tanto impressionata dalle durissime riforme del lavoro e dai tagli ai salari che le sanzioni le sono passate di mente. Si è distratta. Capita.

Naturalmente, con quei po’ po’ di deficit accumulati il debito pubblico ha preso il volo. Era al 38% del Pil prima della crisi, nel 2015 è arrivato a sfiorare il 100%: un aumento del 263%. Anche il nostro debito è aumentato, ma solo del 34%. La consueta obiezione è che gli spagnoli quella politica se la potevano permettere, proprio perché il rapporto debito/Pil era basso, mentre noi partivamo già dal 100%. Già, ma guardiamo il grafico del debito pubblico.

SP-IT-debito

Dopo la grande corsa, il rapporto debito/Pil della Spagna nel 2016 ha cominciato a scendere. Eppure (grafici sopra) il deficit è stato ancora di circa il 4,5% e il saldo primario negativo di circa l’1,8. Già, ma nel frattempo è cresciuto il denominatore (il Pil) e quindi il rapporto si riduce lo stesso. Dove avevamo già visto una cosa del genere? L’avevamo vista per gli Usa. Anche lì per fronteggiare la crisi hanno fatto deficit (nel 2009 il 9,8%, poi è sceso gradualmente fino al 2,5% del 2015). E anche lì il debito/Pil, arrivato al 120,6% nel 2014, a fine 2016 era al 105%. Il rapporto debito/Pil si riduce in un solo modo, facendo crescere il Pil. E con politiche di bilancio restrittive – come le nostre – il Pil non cresce, o non cresce abbastanza.

La finanza pubblica non è stata la sola differenza tra i due paesi. La ripresa spagnola è stata spinta soprattutto da due fattori: i consumi e le esportazioni. E come hanno fatto i consumi a crescere, con la disoccupazione alle stelle e i salari tagliati? Beh, una parte consistente di soldi pubblici sono andati in sussidi, un punto di Pil più che da noi, spiega De Novellis, e infatti il reddito disponibile è salito più che da noi. D’altronde con quella politica durissima il governo doveva pur fare qualcosa per evitare una rivoluzione. Inoltre gli spagnoli hanno risparmiato meno di noi (o, detto in altro modo, hanno mostrato una più elevata propensione al consumo).

SP-IT-consuni_reddito

L’altro fattore sono state le esportazioni, che hanno avuto una crescita vivace, favorite dalla svalutazione interna e anche dal “fattore C”: i rapporti commerciali della Spagna sono molto orientati verso l’America Latina, e quindi il paese non ha subìto come noi le sanzioni alla Russia e la situazione problematica dei paesi del Nord Africa. Inoltre gli spagnoli hanno speso soprattutto all’interno, nell’alimentare, alberghi e pubblici esercizi, quindi le importazioni sono aumentate meno di quelle italiane.

Ciò detto, va segnalato un problema tecnico. Anche nel comunicato di ieri l’Istat ha rilevato che la componente estera netta ha avuto un effetto negativo sul nostro Pil, anche se solo dello 0,1%. Ma come mai, visto che nel 2016 il valore del saldo commerciale è stato positivo per ben 51,6 miliardi, un livello record secondo in Europa solo a quello tedesco? Il fatto è che, ai fini del contributo al Pil, si calcolano le quantità e non i prezzi, e il nostro export come quantità è leggermente diminuito. Ma se con una quantità inferiore sono aumentati gli incassi il dato dovrebbe essere positivo: significa che vendiamo all’estero prodotti di maggior valore. La regola contabile però non se ne cura. Si crea così il paradosso che per la Spagna il contributo estero al Pil è positivo e per noi negativo, nonostante che il saldo spagnolo sia intorno al 2% del Pil e il nostro intorno al 3.

Un altro fattore di vantaggio della Spagna è stata una più ampia disponibilità di credito, derivante anche dal fatto che la crisi delle banche spagnole è esplosa subito, a causa della loro forte esposizione con la bolla immobiliare. Questo ha costretto Madrid a chiedere gli aiuti europei per oltre 40 miliardi di euro e ha sostanzialmente risolto il problema. Oggi si dice che avremmo dovuto farlo anche noi, ma questa critica sa piuttosto di “senno del poi”. All’epoca il livello di sofferenze delle nostre banche non era a livelli patologici, e infatti non ci siamo dovuti svenare in salvataggi come quasi tutti gli altri paesi europei. Se poi però la crisi si prolunga per anni e anni, facendo strage di imprese, è ovvio che le sofferenze decollino. I nostri problemi bancari sono figli più di una politica sbagliata (europea, ma anche italiana) che di altro (a parte, ovviamente, i casi di mala gestione, da Monte Paschi alle famose quattro Casse di Risparmio alle banche venete).

Insomma, la Spagna ha fatto una politica di successo dal punto di vista della crescita del Pil, unendo svalutazione interna, spesa pubblica à gogo e un po’ di fortuna (per  mercati di esportazione, per la crisi bancaria esplosa “al tempo giusto”, perché i suoi cittadini hanno deciso di risparmiare meno e spendere di più). Il successo sul Pil è stato però pagato duramente dai lavoratori e soprattutto da chi il lavoro l’ha perso. Come al solito, i grandi capitalisti e banchieri fanno grandi guai, e i poveracci sono chiamati a rimediare.

(Fonte: LaRepubblica)

Credo che le conclusioni siano quantomai preoccupanti. Senza poi dimenticare che non è paragonabile la base di partenza del debito pubblico. La Spagna è partita con una campagna pro deficit con un debito /PIL al 38%, noi oggi siamo quasi 100 punti oltre.

Ho come l’impressione di essere nel fatidico “cul de sac”. Non vi pare?

STAY TUNED!

Danilo DT

(Clicca qui per ulteriori dettagli)

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11 commenti Commenta
adsodimelk
Scritto il 11 giugno 2018 at 10:50

ma se sono al governo da neanche 10 giorni cosa vuoi che abbiano potuto fare???

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Scritto il 11 giugno 2018 at 11:14

OVVIO e che diamine. Ho cercato di capire dove si va a parare.

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Scritto il 11 giugno 2018 at 11:16

Se vedi, nell’articolo ho citato le fonti che mi hanno portato a questi ragionamenti. Giusto o sbagliati non lo so, io ho detto la mia

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conrad-johnson
Scritto il 11 giugno 2018 at 12:43

intgeressante ma Tria dice che: «Stiamo ai fatti. Negli ultimi 25 anni, l’Italia ha un avanzo primario(prima di pagare gli interessi, ndr) fra i più alti d’Europa. Non ci si può accusare di politiche di bilancio avventurose. Ci portiamo dietro un debito che viene da lontano, certo. Ma abbiamo una posizione finanziaria netta con l’estero ormai quasi in equilibrio, quasi tanti crediti quanti debiti, e di questo passo saremo creditori netti sul resto del mondo in pochi anni. Vantiamo un avanzo significativo negli scambi con l’estero. Sono elementi oggettivi da crisi finanziaria? Direi di no. Mi spiego questa fase con i normali interrogativi che accompagnano una transizione politica».
Ecco, la posizione finanziaria netta è in equilibrio, ma il Target 2 di draghiana memoria in negativo per 430 mdi allora?

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conrad-johnson
Scritto il 11 giugno 2018 at 12:48

conrad-johnson@finanzaonline,

465 mdi

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Scritto il 11 giugno 2018 at 13:19

L’articolo che hai postato l’ho letto e il giudizio di JPM mi sembra un tantino terroristico.
Quantomeno per ora.
Target2, un problema che come dici tu è esploso proprio con il QE. Quindi IMHO gestibile in modo “diverso” e più politico.

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paolo41
Scritto il 11 giugno 2018 at 18:16

credo che anche il ministro Tria abbia letto l’articolo e che comunque fosse già al corrente della situazione…… le sue dichiarazioni alla stampa hanno cambiato il tono del mercato….. si ricava l’impressione che valga la pena, almeno per il momento, seguire le orme lasciate da Padoan ……

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conrad-johnson
Scritto il 11 giugno 2018 at 19:17

MA posizione finanziaria netta con l’estero e Target 2 non sono sinonimi?

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perplessa
Scritto il 12 giugno 2018 at 01:33

la differenza sta nel flamenco.l’ho pensato ieri quando sono andata a vedere un saggio di una scuola di flamenco vicino a casa mia.questione di energia. se uno assiste a una esibizione di flamenco , e una di ballo liscio, capisce dove sta la differenza fra italiani e spagnoli. e non è una puttanata

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pecunia
Scritto il 12 giugno 2018 at 11:56

E brava Perplessa! mi è piaciuta la tua osservazione.

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