ITALIA: Manifesto per la crescita economica e la ripresa

Scritto il alle 14:30 da Danilo DT

Guest Post by Paolo41 & Gainhunter: soluzioni per poterci assicurare un futuro degno di essere vissuto

Insieme al debito pubblico, il grosso problema dell’Italia è da almeno due decenni la bassa crescita. Ma come si può fare a stimolare la “crescita economica”? 

Proponiamo alcune soluzioni, tenendo in considerazione che:  

1) abbiamo una forte disparità, in termini di occupazione, fra le regioni del nord e di parte del centro rispetto a quelle del sud, dove continuano, senza generalizzare, ad albergare regole che non sono quelle dello Stato: attraverso l’evasione, il lavoro nero, le attività della malavita organizzata, il mancato rispetto delle regole, ma con tanto di cappello per quegli imprenditori (e non sono pochi) che riescono a gestire legalmente la loro attività, il “sistema Sud” continua a sopravvivere, ma non dà contributi sostanziali all’economia del paese, anzi ne assorbe risorse.

2) la crisi del 2008 ha colpito in particolare il Nord [source] e un’ulteriore recessione, unita al probabile calo di consumi interni conseguente alla finanziaria, potrebbe avere conseguenze devastanti proprio sulle regioni che “tirano” di più. 

Pertanto, le varie proposte dovranno essere applicate o meno e in diversa misura a seconda della situazione di ogni singola regione o area geografica, con il duplice obiettivo di favorire la crescita economica in ogni regione e di ridurre il gap tra Nord e Sud.

 Per stimolare la crescita economica ci sono due alternative basilari: 

1) investire in infrastrutture, dove mancano, e in particolare al Sud, per facilitare il legame con il Nord e con i paesi dove sarà possibile esportare

2) agevolare gli investimenti produttivi privati, eventualmente con partecipazione dello stato (la Gepi di una volta), sia come ulteriore aiuto sia come controllo del business, per un periodo che agevoli l’avviamento e il consolidamento dell’attività.

Personalmente (paolo41, ndr) ho avuto occasione di fare alcune consulenze ad aziende del sud-Italia. Una di queste (fine anni ’90) è stata quella di impostare l’avviamento di un’attività per un’azienda straniera al sud; trovai un finanziamento agevolato nell’area di Manfredonia, in una parte dell’ex-stabilimento Eni, chiuso anni prima per grosse problematiche ecologiche. Dopo la stesura del piano finanziario e delle pratiche per ottenere le agevolazioni finanziarie segui il rifacimento del lay-out nella vecchia area, l’acquisto e l’installazione dei macchinari (la fabbrica aveva un livello di automazione medio-alto) e i primi lotti di produzione. I sindacati locali furono di una collaborazione estrema sia  nella selezione del personale sia nello stabilire i livelli retributivi. La fabbrica continua, ancora oggi, a produrre, anzi mi risulta abbia incrementato la sua attività, ma non è solo un caso, perché ci sono altre aziende che hanno intrapreso attività in tale area. Sono stati, nel frattempo, migliorati i collegamenti logistici con le principali vie di comunicazione. Quindi vogliamo dire, se il progetto è sano e non si pensa solo a “sfruttare” il denaro degli investimenti agevolati, anche le iniziative al sud possono creare lavoro.

 E allora, cosa serve per spingere i privati a investire, e quali sono le possibili soluzioni per stimolare la crescita economica e l’occupazione? 

* Progetti concreti, studiati e realizzati in coordinamento tra Stato, Confindustria e sindacati; il fatto che ci siano tre soggetti diversi dovrebbe garantire sia che i progetti abbiano una intrinseca validità sia un certo controllo sull’effettiva realizzazione dei progetti. In particolare, bisogna favorire il riutilizzo di tutte le aziende esistenti chiuse o decotte o in procinto di chiudere, possibilmente vicino a centri universitari: da quello che si legge non c’è sempre bisogno di costruirne di nuove, ci sono tanti capannoni non utilizzati (che magari, non escludiamolo, hanno già usufruito di precedenti agevolazioni; ma non importa, bisogna insistere).

Settori dove investire: ce ne sono tanti a partire ad quelli più affini alla nostra tradizione ( meccanica, macchinario d’ogni tipo sia di impiego generale che per impieghi specifici, abbigliamento, calzature, prodotti chimici, farmaceutica, componentistica auto, alimentari, etc), ma c’è spazio nei settori energia (incluse le rinnovabili), elettronica, biologia, nanotecnologia, apparati di telecomunicazione, ricerca medica pura e relative tecnologie di cura e assistenza, etc. Probabilmente sono molti di più quelli che non abbiamo elencato rispetto a quelli soprascritti… 

* Ai singoli progetti vanno legati direttamente agevolazioni fiscali, contributi a fondo perduto da parte di Stato, UE, regione (spesso inutilizzati), facilitazioni nell’utilizzo dei servizi magari con contributi delle regioni, burocrazia ridotta al minimo. Si può prendere esempio da quanto hanno attuato l’Irlanda e, più recentemente, la Svizzera per attirare gli investimenti produttivi e di aziende di servizi.

Tale formula di incentivazione vale per tutte le zone italiane a più alto tasso di disoccupazione(non solo per il Sud): bisogna mettere in concorrenza le regioni fra loro per fornire i servizi e i finanziamenti più competitivi ai nuovi investimenti, come avviene nei distretti cinesi o fra gli stati nord-americani o canadesi. Non c’e migliore utilizzazione del federalismo per applicare tale competitività.

* Inoltre serve una forte partecipazione della parte sindacale ad accettare accordi specifici per ogni iniziativa fuori dagli schemi nazionali (e ci sembra che nella manovra presentata dal governo ci sia un’apertura verso accordi sindacali locali e aziendali): senza arrivare alle gabbie salariali, si può rendere più competitivo il costo del lavoro agendo sulle tasse sul lavoro, sul salario netto dell’operaio (dove il costo della vita lo permette), sui contributi da versare (che potrebbero essere integrati da una pensione integrativa suddivisa tra operai, azienda e regione, come ci risulta stiano già facendo regioni a gestione autonoma). Si dà per scontato che occorre ridurre le retribuzioni parossistiche di certi managers!!!!! E questo più al nord che al sud !!

 * Informatica di fabbrica e automazione. Dove è possibile, occorre cercare di automatizzare il processo produttivo; ma spesso le nuove iniziative e le dimensioni dell’attività non consentono un adeguato ritorno degli investimenti in automazione.

E’ quindi opportuno gradualizzarli con i piani di crescita dell’azienda. E’ comunque importante che anche una macchina a conduzione manuale abbia un collegamento informatico con l’ufficio gestione dell’azienda. In azienda deve girare poca carta (con l’esclusione naturalmente ..delle cartiere). L’information technology di fabbrica è un’altra area dove la regione può e deve intervenire offrendo servizi integrati in cooperativa per una pluralità di aziende.

 * Apprendistato: E’ necessario perché oggi le aziende hanno difficoltà a dare lavoro a persone senza esperienza. Meno burocrazia e più agevolazioni alle imprese: almeno per un certo periodo i contributi devono essere pagati dallo stato o dalle regioni. D’altra parte cosa fanno le aziende oggi?? Selezionano il personale fra quelli più capaci, li assumono a tempo determinato o come apprendisti per coprire le punte di ordini, effettuano una rotazione degli stessi, salvo assumere a tempo indeterminato quelli estremamente validi.

L’apprendistato potrebbe essere esteso, con le opportune modifiche e limitazioni, a tutti i lavoratori che vogliono imparare un nuovo lavoro, senza limiti di eta’.

Questo consentirebbe: 

– ai lavoratori di aziende che hanno chiuso, di trovare un altro lavoro anche completamente diverso dal precedente, bypassando il problema del “troppo vecchio per imparare, troppo giovane per andare in pensione”

– alle aziende che non trovano giovani volonterosi, di trovare comunque dei lavoratori volonterosi – allo Stato, di pagare meno cig e indennità di disoccupazione

– ai lavoratori di aziende che non hanno chiuso, di trovare un lavoro più consono alle proprie attitudini, stimolando quindi la motivazione e aumentando la produttivita’ (più uno è motivato, meglio lavora)

 Non dimentichiamo che abbiamo molti immigrati con permesso di soggiorno che sono disposti ad accettare lavoro; si tratta di rivedere i livelli di paga dell’apprendistato e se ci sono posti dove non vogliono andare i nostri giovani, dobbiamo utilizzare, ove esistono, anche le competenze degli immigrati, come sta avvenendo in molte fabbriche del nord.

Ampliando la nostra “vision”, sappiamo benissimo che siamo uno dei paesi a basso tasso di natalità e con gli anni la percentuale della popolazione anziana nazionale continuerà ad aumentare. In tale ottica gli immigrati “validi” possono essere una risorsa.

 * Promuovere nelle scuole gli indirizzi con maggiori sbocchi professionali: Di giovani che hanno voglia di lavorare ce ne sono ancora molti, ma sono pochi quelli che hanno una base tecnica o che accettano lavori ove occorra una certa manualità. La stragrande maggioranza dei giovani ha indirizzo umanistico o scienze politiche o avvocati o linguistico o commercialisti o geometri. Il mondo del lavoro è saturo, non ha sbocco, se non in rarissimi casi, per tali titoli di studio.  E’ assolutamente necessario intensificare la campagna di informazione che occorrono diplomati tecnici e fra i laureati ingegneri, fisici, matematici, biologi, chimici, agronomi, etc. Sono lauree più difficili e più lunghe, ma con le altre discipline è molto più elevato il rischio di fare i “bamboccioni“.

A questo proposito, si potrebbe permettere alle scuole (sia istituti tecnici sia licei) di (re)introdurre dei laboratori tecnici dove gli studenti possano sperimentare la propria manualita’: se uno studente è sempre stato abituato solo a studiare, come fa a capire se è più portato per una professione “di concetto” o una professione manuale?

Inoltre si dovrebbero fare delle gite scolastiche nelle aziende della zona, in modo che gli studenti possano farsi un’idea di cosa significa fare un lavoro piuttosto che un altro.  In questo discorso si inserisce il problema dei “sacrifici”, a cui spesso i giovani non sono abituati (spesso non per colpa loro), e probabile motivo per cui vengono scelti percorsi percepiti come più facili.

Nel mio primo lavoro (paolo41,ndr), novello ingegnere, sono stato messo al tornio, alla fresa e al trapano, in tuta a imparare a lavorare sulle macchine. Avevo uno stipendio come un operaio e il 50% mi andava via per l’affitto. Ci sono stato nove mesi prima di avere un incarico come ingegnere d’officina aiutante al capo officina ( non era laureato ma ne sapeva molto più del sottoscritto), che per me è stato una fucina di esperienze di lavoro e di vita. 

* Artigianato 

– Detassare/incentivare gli artigiani che si rendono disponibili a insegnare la loro professione a un apprendista (sempre senza limiti di età). Una volta l’artigiano era molto geloso del suo lavoro, non insegnava niente al garzone, era il garzone che doveva “osservare l’arte e metterla da parte”; oggi i tempi sono cambiati, e un artigiano in via di pensionamento non avrebbe nessun interesse a non farsi rubare il mestiere.

– Introdurre tra i corsi professionali regionali o comunali già esistenti anche dei corsi pratici di artigianato, reclutando gli insegnanti tra gli ex-artigiani pensionati.

* Collaborazione scuole-imprese: Spesso le aziende chiedono alle scuole l’elenco dei diplomati, poi quando hanno bisogno di assumere chiamano i neodiplomati (o chi si è diplomato da qualche anno, per vedere cosa hanno fatto nel frattempo) e li invitano a un colloquio; questo avviene specialmente se una scuola ha una buona reputazione in merito alla formazione degli studenti. Dove ciò non avviene, le scuole potrebbero prevedere degli open day per le aziende, invitando magari degli ex studenti e/o degli imprenditori che li hanno assunti, per portare le loro testimonianze. 

* Liberalizzazioni a più non posso per commercialisti, avvocati e tutte quelle attività dove le caste bloccano l’avanzare dei giovani: lasciare il tirocinio ma togliere gli esami di stato, chi è bravo saprà andare avanti. Per inciso io come ingegnere non ho mai voluto dare l’esame di stato..tempo perso e non serve a niente..si impara con la pratica..c’è tanta gente che capisce ..poco.. e mette la firma ad un progetto.

* Sistema rete:  Aziende dello stesso settore, specialmente se nello stesso distretto produttivo (ma questo vale, in parte, anche fra distretti omogenei dislocati in diverse regioni) che, per dimensioni non possono sostenere elevati costi di struttura, devono fare “rete”, favorendo centri di R&S comuni, sharing dei servizi e coordinamento acquisti.

Per quei componenti che raggiungono, messe insieme le singole necessità, elevati volumi si passa ad una attività comune che consenta di automatizzare la produzione. Anche in questo caso lo stato o la regione agevola l’investimento. Strategie comuni condivise  per l’esportazione o per la presenza produttiva in altri paesi. In questi casi è importante il coordinamento della confindustria locale e/o nazionale. Significativi contributi devono essere disponibili per le aziende che esportano o in termini di riduzione dei costi o come detassazione degli utili sull’esportato.

* R&S: Deve essere coordinata con centri di ricerca nazionali e sopranazionali; l’utilizzo dei centri di ricerca universitari deve essere fatto selezionando quelli che hanno una valida base tecnica e che non mirano solo a fare le tesine e pubblicazioni per fare carriera all’interno dell’ università. Ci deve essere integrazione fra fabbrica e ricerca. La ricerca universitaria e di centri nazionali deve essere pagata dallo Stato. I costi della ricerca su centri privati, opportunamente documentati sia in termini di preventivo che a consuntivo dei risultati, vengono detassati dagli utili aziendali. I centri di ricerca devono essere una fucina di futuri managers. Brevettare il più possibile, ridurre la burocrazia e i costi dei brevetti; i brevetti non devono essere considerati come una fonte di introiti per lo Stato, devono essere un servizio per l’industria, agile, veloce ed essenziale.

Difendere il know-how tecnologico e il marchio, non permettere contraffazione o imitazione dei nostri prodotti. Corsi d’istruzione continuativi per tutti, dagli operai ai managers di più alto livello.

 * Controllo delle remunerazioni:Non possono essere accettati gli squilibri oggi esistenti fra i livelli operativi e la dirigenza. Cerchiamo di essere il più possibile cinesi e non copiamo gli americani. Dobbiamo essere parchi nei dividendi e investire nello sviluppo.

* Occorre un forte coordinamento nei servizi logistici e trasporti, evitare l’ eccessiva proliferazione che non consente una riduzione dei costi, favorire la rapidità nello smistamento delle merci sia in approvvigionamento che in consegna. Come si può accettare che ad un Tir occorrano 24 ore per attraversare lo Stretto di Messina o 12 ore per fare la Napoli-Salerno o rimanere bloccato a Incisa sulla A1 o sui vari nodi autostradali del Nord???

Quindi, oltre a migliorare la rete autostradale, è necessario investire nel trasporto ferroviario e via mare sulle grandi vie di trasferimento e usare sistemi più flessibili ( via strada) per le connessioni locali costruendo agevoli interconnesioni  o aumentando quelle esistenti.

L’investimento sul ponte di Messina fa spavento, ma la soluzione non è, in assoluto, quella dei porta container (troppo macchinosa per brevi tratti di mare), mentre risulta essere molto costosa e abbastanza lenta quella delle grosse navi traghetto. Il Giappone è più indebitato (e più sismico) di noi; ciononostante ha sviluppato opere gigantesche nel campo della mobilità.

* Guerra ai cosidetti “no per principio“: sono, per natura, contro qualsiasi forma di sviluppo. Ad esempio è ormai impellente prevedere aziende per la separazione e cernita dei rifiuti. I rifiuti sono una miniera d’oro e quelli che possono essere bruciati devono andare in termovalorizzatori italiani e non tedeschi. La maggior parte dei rifiuti che non sono utilizzati per produrre energia, vengono riciclati. Non avere queste aziende che trattano i rifiuti è uno spreco enorme per il paese.  Non è comprensibile che a Napoli si preferisca spedire i rifiuti in Germania, e per di più pagando, quando questi vengono poi separati e utilizzati per diverse applicazioni in elevata percentuale. E si perdono opportunità di lavoro.

* La voce più grossa delle nostre importazioni sono i prodotti energetici: intensificare la ricerca di riserve di petrolio o gas in Italia e considerare il “drilling” di pozzi anche se sono nella pianura padana o nell’adriatico o negli altri nostri mari. Pensiamo che la Norvegia vive e vive bene con l’estrazione del petrolio. Ci rendiamo conto che non possa essere “libero drilling” (per esempio pare che ci sia del petrolio in un piccolo parco regionale lombardo…), basterebbe che si impari a dialogare e ascoltare, cosa che troppo spesso non avviene: molte volte si potrebbero trovare compromessi se non soluzioni migliori di quella proposta originariamente. Quindi no al “no per principio” ma anche alla liberta’ senza regole. Si ai degassificatori come soluzione alternativa e flessibile ad eventuali carenze di rifornimento tramite i gasdotti.

 * E’ un discorso difficile, ma occorrerebbe trovare qualche soluzione per l’utilizzo dei cassa integrati, magari per lavori a fondo sociale ma a valore aggiunto con possibilità  di aggiungere  una paga addizionale a quanto percepiscono dalla cassa integrazione. Se non accettano (magari perché lavorano al nero) dopo un certo periodo la cassa integrazione viene sospesa. Su questo punto toccherebbe alle regioni e, in particolare ai comuni, proporre delle soluzioni. A questo proposito sono stati introdotti dei “voucher” per i lavori occasionali, utilizzabili sia dalle aziende (per esempio quelle agricole per le raccolte stagionali) sia dai comuni (e qualche comune li ha utilizzati per far pulire le strade ai cassaintegrati).

 * Combattere il dumping ed elevare barriere a quei prodotti che nuocciono al tessuto industriale nazionale, anche litigando, a muso duro, con i burocrati europei; fare la voce grossa, non subire in continuazione, pretendere equilibri nelle quote import/export.

 Fare pressione su UE e poi sul WTO per modificare il sistema dei dazi per renderli proporzionali a:

 – emissioni di CO2 dello Stato di provenienza

– infortuni sul lavoro nello Stato di provenienza

 E se necessario, anche un contingentamento per certi prodotti. Nota storica: Nei primi anni ’90 in Europa si temeva un’invasione delle automobili giapponesi paragonabile a quanto era già avvenuto negli USA, con forti ripercussioni sulle vendite delle Case automobilistiche domestiche e di conseguenza sull’economia. Perciò l’UE decise di stabilire un numero massimo di automobili importabili dal Giappone ogni anno. Il risultato di questa norma fu che i costruttori giapponesi costruirono nuove fabbriche di automobili in Gran Bretagna, in Olanda, in Francia e in Spagna, creando nuovi posti di lavoro. 

Ma soprattutto, lottare contro la manipolazione del valore delle valute. 

* Introdurre una tassazione sulle banche mirata a favorire i finanziamenti e contrastare le operazioni speculative, per esempio tassando le transazioni finanziarie delle banche (magari oltre un certo limite, o con aliquote progressive) e riducendo le tasse sugli utili derivanti dall’attività bancaria tradizionale rivolta al supporto della economia imprenditoriale.

 

Di soluzioni ne abbiamo trovate, qualcuna anche di facile applicazione, prendendo spunto da quanto è già stato applicato in passato o viene applicato in alcune zone o settori. Sarebbe utile creare un sistema di scambio delle varie iniziative tra i vari comuni, province, regioni, in modo che se una soluzione funziona possa essere applicata anche in altri posti; un forum su internet sarebbe sufficiente. Magari commissionato a un piccolo team di giovani informatici, almeno si evita di buttare all’aria milioni di euro come avvenuto con il “portale Italia”.   

In sintesi, ci sono tante voci dove prevediamo un forte intervento statale e talvolta anche una presenza diretta, ma c’è anche altrettanta necessità di partecipazione del “privato”.  Si tratta praticamente di cambiare le regole del gioco: lo Stato assume un ruolo di macropianificazione industriale, ma per far ciò ha bisogno di managers qualificati che, difficilmente, si trovano nel mondo dei carrieristi della politica attuale.Non credo che ci siano tante altre alternative: se vogliamo evitare il baratro dove ci stiamo dirigendo, è assolutamente necessaria questa “fusione” fra Stato (e sue strutture regionali e comunali), Confindustrie (centrale e locali) e parti sociali. 

Non e’ una fusione impossibile, se l’obiettivo e’ comune.

Paolo41 & Gainhunter

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12 commenti Commenta
shake812
Scritto il 31 agosto 2011 at 15:48

Buon senso! Nient’altro che buon senso e lungimiranza applicato al Paese Italia dove questa merce purtroppo scarseggia!
Dobbiamo formare generazioni dotate di buon senso e lungimiranza e questo purtroppo è un problema, visto che la generazione che dovrebbe farlo non non ne ha più o ne ha molto poco/a.
Quando dico lungimiranza intendo dire che ogni volta che la comunità approva un’azione deve avere compreso con onestà tutte le conseguenze prevedibili e sostenibili secondo le informazioni a disposizione in quel momento.
L’impresa non è impossibile, ma certamente difficile.

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andrea.mensa
Scritto il 31 agosto 2011 at 18:04

acc…. bellissimo esempio di buon senso …… ma hai dimenticato di inserire in quali passaggi si pagheranno le bustarelle, e a chi ….. perchè credi che qui, in Italia, un piano che non le preveda potrebbe funzionare ?

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paolo41
Scritto il 31 agosto 2011 at 19:20

andrea.mensa@finanza,

..sarebbe già un grosso risultato se trovassero un minimo di coordinamento…siamo un popolo “sfasciato”…. naturalmente ben lungi da fare allusioni!!!!

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idleproc
Scritto il 31 agosto 2011 at 19:45

Proposta largamente condivisibile. La Realizzabilità imporrebbe una classe dirigente politica nazionale totalmente sostituita. Anche in Confindustria e nel Sindacato. Non bisogna dimenticare che sprechi ed intrallazzi e conseguenti fallimenti nei fini sono sempre proceduti a braccetto tra i soggetti interessati. La vera storia delle Grandi Opere: sovra-profiitti & tangenti & rafforzamento delle caste dirigenziali burocratiche. Il luogo dei no e dei “benefit”. Totalmente bipartisan. Succede al Nord, figuriamoci al Sud. Il problema si pone anche sulle questioni “europee” ed internazionali.
Al vostro progetto, che va bene per Tutta l’Italia, aggiungerei anche il riciclaggio dei lavori fasulli e clientelari costruiti nella PA specialmente al Sud: pagati dallo Stato ma trasferiti a produrre nel privato con le nuove regole nate dagli accordi.
Gira e rigira in economia il problema da tecnico, diventa sempre Politico. Non è eludibile.
Le persone responsabili con senso dello Stato e della Nazione dovrebbero fondare un unico partito fatto da conservatori e progressisti, sistemare le cose di base nell’interesse comune e poi separarsi secondo le legittime e diverse visioni strategiche. Farlo con questi è impensabile, sarebbe solo controproducente. Scusate, fantapolitica di fine estate.

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ottofranz
Scritto il 31 agosto 2011 at 21:35

ottimo ! Mi permetto un’integrazione con una voce importante che sembrate aver tralasciato

http://bimboalieno.altervista.org/?p=2055

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lampo
Scritto il 31 agosto 2011 at 23:09

Post molto interessante come proposte, che condivido quasi pienamente. :wink:

Provo, al fine di ampliare il dibattito (se volete), ad elencare per punti ciò che ritengo attualmente sia un ostacolo alla sua attuazione; propongo almeno una soluzione (a mio giudizio idonea) per superare tali ostacoli.
1. Informatica di fabbrica ed automazione.
Il limite attuale è l’infrastruttura internet che abbiamo in Italia. Siamo uno dei paesi dove la velocità media della connessione ADSL è una delle più basse di tutta l’Europa e siamo messi male anche a livello mondiale (69° posto): circa 4,74 Mbps (milioni di bit per secondo: ricordo che un byte=8bit) in download.
La statistica completa ed aggiornata la trovate qui: http://www.netindex.com/download/allcountries/
Un’azienda può pure investire in infrastrutture informatiche, e-commerce e servizi via web (gestione logistica e ordini via web per esempio)… ma se poi manca l’infrastruttura che permetta di lavorare ad una velocità idonea all’attività svolta… si rischia di buttare i soldi dalla finestra e di perdere clienti oltre a diventare meno competitivi (visto l’aumento inutile di costi per unità di prodotto finito o servizio offerto).
Soluzione: la rete deve essere distinta dall’operatore (non solo a livello legislativo o sulla carta), meglio se di dominio pubblico con magari un fondo statale a cui possano accedere anche i privati per effettuare investimenti sul suo potenziamento (donazioni che possano in parte scaricare, secondo me almeno al 50%). L’affidamento per il suo potenziamento deve essere effettuato con gara ad evidenzia pubblica, però non con un unico vincitore ma suddividendo l’affidamento in migliaia di piccoli lotti in modo che possano risultare vincitori più operatori (per evitare il fenomento del subappalto e quindi della qualità dell’intervento finale). In questo modo si garantirebbe il suo rinnovamento in tempi brevi con una pluralità di operatori… con contemporaneamente il rilancio del settore delle aziende che operano nella creazione delle infrastrutture generando automaticamente un clima concorrenziale e rimuovendo pian piano gli attuali operatori che vivono in regime di monopolio o oligopolio (cartello per intenderci).
Per legge, come negli USA, quando vengono effettuati lavori pubblici di scavo per la posa di impianti idrici, illuminazione, fognature, ecc. deve essere aggiunta anche una canalina per il futuro passaggio della banda (fibra ottica o qualsiasi altra tecnologia che verrà). Il Comune (ente più vicino territorialmente) deve poi mantenere una mappa aggiornata di questa rete (per il futuro passaggio della banda) disponibile e non utilizzata, che deve fornire come documentazione in sede della gara succitata (in modo che la stazione appaltante possa valutare correttamente i costi, tenendo conto dei lavori di scavo che può evitare, potendo quindi abbassare l’offerta con beneficio per le casse dello stato e degli enti e del futuro costo dell’uso dell’infrastruttura da parte degli utenti).
2. Apprendistato.
Ritengo controproducente, con le tutele del lavoro che esistono in Europa (oramai sempre meno in Italia) estenderlo “con le opportune modifiche e limitazioni, a tutti i lavoratori che vogliono imparare un nuovo lavoro, senza limiti di eta’”.
Il motivo risiede nella peculiare caratteristica Italia dove abbiamo una miriade di microimprese (partite iva) con pochissimi dipendenti. L’esito scontato sarebbe la tendenza della diminuzione dello stipendio senza la sua diversificazione in base alla professionalità, produttività e capacità del dipendente, portando al perverso meccanismo di livellamento verso il basso di tali fattori: è quello che è successo negli ultimi anni con la “liberalizzazione” del mercato del lavoro. Produttività e professionalità calata di più rispetto al costo del lavoro: d’altronde è più che umano per un dipendente capace, dopo un po’ che produce di più rispetto ad un altro (sono i primi confronti che compie quando inizia un nuovo lavoro!) che prende uno stipendio simile al suo… adeguarsi verso il basso (visto che il datore di lavoro… ha poco tempo e voglia per rendersene conto prima del lavoratore e premiarlo si conseguenza prima che si “demoralizzi”. Ciò è dovuto anche al meccanismo delle gabbie salariali e di livello che abbiamo). Perché ad esempio non potremmo detassare il superminimo invece degli straordinari: è un elemento della busta paga che il datore di lavoro può dare e togliere al lavoratore quando vuole… invece il livello non può farlo retrocedere se il lavoratore cala in produttività! Lo dico per esperienza visto che quando lavoravo nel privato, grazie alla voglia di fare e alla passione e diretto rapporto con il datore di lavoro avevo… un superminimo che superava la paga base!
Altra soluzione è introdurre pian piano il concetto del lavoro “al metro” o a cottimo (un po’ come negli USA): in pratica il datore di lavoro ti dice che questo è quello che devi produrre o realizzare in questo tempo a questo prezzo (prezzo non sottocosto però) con questo standard qualitativo SENZA TUTELE (a parte il versamento dei contributi pensionistici e di infortunio/assicurazione)! Ciò anche per lavori altamente qualificati e di difficile esecuzione (per esempio nei servizi compresi il settore pubblico: ad esempio la gestinoe di un anno di un asilo nido oppure l’esecuzione di una opera infrastrutturale). Chi è capace di riuscirci in meno tempo e con migliori risultati risulterebbe premiato (in termini economici)… e si getterebbero le basi per un meccanismo virtuoso di produttività e professionalità (e selezione delle assunzioni all’interno delle imprese in base alle reali capacità). Ripeto però che è difficile da attuale con il nostro concetto di tutela del lavoro (chi ha lavorato negli USA o in qualche altro paese in cui il mercato è più libero probabilmente mi comprenderà). Il tallone d’achille di questo sistema è che bisogna controllare bene che il risultato sia a regola d’arte e sicuro (ad es. se si tratta di opera infrastrutturale): in questo paese abbiamo la cultura di creare tante regole ma di controllare poco la loro applicazione, generando, per questo motivo, ulteriori regole più stringenti (visto che quelle precedenti non sembravano funzionare) invece di controllare e applicare le sanzioni immediatamente (senza sconti di sorta). Tutte queste regole poi creano ulteriore burocrazia… che riduce ancora più la libertà di impresa e la produttività, oltre ad essere dannosa per le casse dello Stato.
3. Artigianato.
Per realizzare quanto proposto è necessario liberalizzare il settore dell’insegnamento: molti artigiani pensionati non possono insegnare perché hanno la sola licenza elementare. Non possono insegnare, spesso neanche nel settore privato (infatti di solito fanno solo consulenza privata). Bisognerebbe introdurre un’equivalenza al titolo di studio di accesso per l’insegnamento in base ad un certo numero di anni di esercizio dell’attività (e risultati d’impresa ottenuti… per esempio vari riconoscimenti ricevuti). Poi si dovrebbe obbligare gli istituti che si sono specializzati nel business della gestione dei fondi UE per fare formazione (spesso telefonando a persone che non hanno neanche voglia di fare quel corso… ma che ci vanno visto che è gratis o quasi!) ad avere una percentuale minima (20-30% ad esempio) di insegnanti composta da operatori del settore di comprovata esperienza, indipendentemente dal titolo di studio in loro possesso, magari previo mini corso gratuito di formazione e addestramento all’insegnamento (se non hanno grandi capacità di trasmissione delle loro competenze).
4. Collaborazione scuole-imprese.
Provenendo da una rinomata scuola tecnica ho provato in prima persona quanto avete descritto (sono stato chiamato più volte e a distanza anche di 6-7 anni da tali elenchi!). Peccato che in questi ultimi anni con “la soppressione” delle scuole tecniche e dei relativi laboratori… ciò succeda sempre meno (è anche per questo che in italia sempre meno giovani sono disposti ha sporcarsi le mani… o ad effettuare lavori che richiedono una certa manualità e passione quali il pasticciere o il panettiere). Bisogna tornare ad incentivare la scuola tecnica e creare degli organismi privati, superpartes e possibilmente senza scopo di lucro (per non ricevere finanziamenti dal cliente che devono valutare!) che certifichino la vera qualità delle scuole con una specie di rating in base al quale poi ricevono una percentuale maggiore di fondi pubblici dallo stato. In poco tempo si avrebbe una rivoluzione e miglioramento della loro qualità con riduzione degli sprechi delle risorse attualmente finanziate a pioggia, indipendentemente dalla qualità dell’offerta formativa e della preparazione con cui escono gli studenti diplomati o laureati. In tal modo si riuscirebbe finalmente a capire se le scuole private che ricevono sempre più soldi pubblici sono veramente all’altezza di quelle pubbliche che ne hanno sempre di meno. (P.S. spesso mi chiedono, visto la mia passione, preparazione tecnica e cultura, che tipo di laurea possiedo… rispondo sempre che sono “deperito” :lol: anche se avevo iniziato ingegneria… abbandonata per motivi finanziari)
5. La voce più grossa delle nostre importazioni sono i prodotti energetici.
Brevemente, abbiamo bisogno di una politica energetica di lungo termine… con soppressione delle lobbies attuali. Difficile ad attuarsi però. A questo punto meglio un coordinamento a livello europeo a livello di politica energetica: sulla carta è già scritto come intenti (ne ho parlato in un post relativo al gas naturale)… ma siamo ancora molto lontani dal realizzarlo a causa dei vari interessi nazionali. I vari stati aderenti all’UE devono decidere cosa è più importante: l’interesse nazionale o quello sovranazionale (europeo)? Purtroppo conosciamo già la risposta :roll:
6. Trovare qualche soluzione per l’utilizzo dei cassa integrati.
Adesione obbligatoria ai lavori con un profilo simile (a livello di professionalità e stipendio) al loro: al secondo rifiuto di una offerta di lavoro (lasciamogli pure… una possibilità di dire no!) perdita dell’ammortizzatore sociale (cassa integrazione o mobilità). Nella mia regione stanno attuando qualcosa di simile (più blando) …con notevoli risultati. Prima molti cassaintegrati o lavoratori posti in mobilità non aderivano neanche ai bandi di lavoro con destinazione presso enti pubblici (ad esempio lavorare in Comune come supporto amministrativo o operaio) creati ad hoc per loro (visto che lavoravano in nero… per raddoppiare l’indennità)!

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gaolin
Scritto il 1 settembre 2011 at 16:21

Solo oggi leggo questo bel post.
Quanto ivi suggerito potrebbe tranquillamente essere assunto come un “Bignami” per governare un sano sviluppo economico di qualsiasi nazione.
Personalmente non conosco nè Gainhunter , nè Paolo41 con il quale mi trovo quasi sempre in totale sintonia di vedute. Molto probabilmente la stessa matrice culturale e le esperienze di lavoro hanno influito molto.
Per quanto riguarda il ns paese temo però che sia di difficile attuazione. Da noi il potere decisionale e di indirizzo politico è saldamente in mano alle caste degli avvocati, dei professionisti fiscali, della finanza a servizio delle oligarchie economiche e a tutta quella sorta di faccendieri che hanno come unico obiettivo il proprio arricchimento alle spalle degli altri cioè, per meglio dire, alle spalle di chi lavora sul serio.
Inoltre la delinquenza organizzata svolge anch’essa la sua parte per scoraggiare le buone intenzioni, che pure ci sono, specie in certe zone del sud ma non solo, come è noto.
Il Bignami di Paolo41 & Gainhunter, a ben vedere, va contro gli interessi di tutti COSTORO e si può stare sicuri che, anche ammesso che un vero e proprio miracolo politico lo facesse diventare programma di governo, troverebbe una miriade di sabotatori in perenne attività.
Ciò nonostante non bisogna demordere. Una parte dell’economia sarà sempre gestita da persone oneste, capaci e laboriose e tutto ciò che si può fare per aiutarle è un gran bene per tutti. Paradossalmente anche per i COSTORO che, bontà loro, lo sanno bene.

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nervifrank
Scritto il 1 settembre 2011 at 17:42

ahahah! bellissima! sentite questa:

” La manovra non la conosciamo perchè cambia di ora in ora. Così si è espresso il fondatore di Geox, Mario Moretti Polegato, lasciando il direttivo di Confindustria a Milano”.

Si fanno anche prendere per il cul@ dagli imprenditori.

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gainhunter
Scritto il 1 settembre 2011 at 19:10

lampo: 2. Apprendistato.
Ritengo controproducente, con le tutele del lavoro che esistono in Europa (oramai sempre meno in Italia) estenderlo “con le opportune modifiche e limitazioni, a tutti i lavoratori che vogliono imparare un nuovo lavoro, senza limiti di eta’”.
Il motivo risiede nella peculiare caratteristica Italia dove abbiamo una miriade di microimprese (partite iva) con pochissimi dipendenti. L’esito scontato sarebbe la tendenza della diminuzione dello stipendio senza la sua diversificazione in base alla professionalità, produttività e capacità del dipendente, portando al perverso meccanismo di livellamento verso il basso di tali fattori: è quello che è successo negli ultimi anni con la “liberalizzazione” del mercato del lavoro.

Il rischio è proprio quello che dici tu, occorrerebbe studiare delle limitazioni appunto per evitare questo, o magari delle soluzioni alternative. Lo scopo di questa proposta è consentire a chi deve / vuole cambiare tipo di lavoro di poterne imparare un altro. Da molti anni ormai si punta alla specializzazione, e questa è una cosa positiva, ma possono capitare delle situazioni che in qualche modo costringono un lavoratore a dover “buttare all’aria” tutto quanto fatto prima e ricominciare daccapo. Faccio alcuni esempi:
– malattie professionali (penso al macellaio che entra e esce dalla cella tutti i giorni e si trova a 40/50 anni con costanti dolori reumatici, al videoterminalista che a un certo punto si rende conto che sta perdendo troppe diottrie oppure soffre di cervicale, ecc.)
– la chiusura dell’azienda che costringe un lavoratore a cambiare regione per poter continuare a svolgere lo stesso lavoro, e quindi a stare lontano da moglie e figli e a dover mantenere due case; a volte uno potrebbe preferire cambiare completamente lavoro
– semplicemente il desiderio di cambiare e migliorare: quando uno fa lo stesso lavoro per 20 anni, poi magari desidera cambiare radicalmente per trovare maggiori soddisfazioni, magari mettendosi in proprio; ma se uno ha fatto l’ingegnere industriale e vuole “trasformarsi” in pasticciere dovrà imparare a fare il pasticciere prima di aprire la pasticceria
Poi, che sia apprendistato, riqualificazione professionale, corsi di formazione + stage, poco importa, basta che funzioni e che sia aperto a tutti.
(Era solo per non dimenticare chi è a metà vita lavorativa e si trova in certe situazioni, soprattutto in questo momento)

Un rischio simile lo si trova anche nel lavoro a cottimo: al primo “sputo” di crisi il lavoratore si troverebbe con lo stipendio tagliato o azzerato. Secondo me sono tutte soluzioni valide, occorre studiarle bene per fare in modo che non vengano utilizzate per scopi diversi da quelli per cui sono state concepite, come invece accade spesso (basti vedere i vari contratti a progetto & co.) :( Questi tipi di contratti spostano il rischio di crisi, che è un componente del rischio di impresa, dall’imprenditore al lavoratore; benissimo (se c’è da lavorare si lavora, se non c’è da lavorare cosa si va in azienda a fare?), basta che anche il compenso/stipendio includa questo rischio di crisi 8)

Per il resto mi trovi completamente d’accordo. Trovo particolarmente efficace e di semplice attuazione (a condizione che ci sia la volontà di attuarlo) il sistema per evitare il monopolio delle linee (per la serie, ma perchè non ci hanno pensato prima?) :-)

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gainhunter
Scritto il 1 settembre 2011 at 19:15

ottofranz,

Vero, fondamentale, insieme al rilancio del turismo, altra dimenticanza…

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smsj
Scritto il 1 settembre 2011 at 21:29

Tutto giusto, io aggiungerei anche che l’italico lamentoso dovrebbe anche cominciare a capire che la pacchia è finita.
Chiunque ha viaggiato si rende conto che in poche altre nazioni la pappa è sempre stata pronta come in Italia. Anche nei tanto vituperati States è normale che una persona cambi un numero N di lavori, sia per il destino a volte avverso che per seguire i propri sogni.
In Italia è sempre stato tutto dovuto, per questo siamo dei mollaccioni che votano da vent’anni in massa lo specchio dei nostri vizi. Salvo rendersi conto troppo tardi che si è stati strumenti, non mandatari.

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lampo
Scritto il 1 settembre 2011 at 22:14

gainhunter,

In merito al lavoro in Italia abbiamo fin troppo personale specializzato e soprattutto “teorico”. Nel mondo del lavoro ci vuole passione per quello che si fa, indipendentemente dal tipo di attività svolta e dallo stipendio percepito. E’ soprattutto una questione di ordine di idee, etica e mentalità: tutti possiamo essere essere imprenditori di noi stessi con enormi vantaggi. Imparare non perché te lo dice “il padrone” ma per te stesso, visto che così arrivi a lavorare meglio, a crearti un ventaglio di potenziali opportunità (le conoscenze maturate potrebbero servire in un altro settore o per migliorare economicamente… andando da un concorrente, ecc.) e ad aiutarti a raggiungere il giusto grado di soddisfazione personale. Quest’ultimo è l’aspetto fondamentale che “nobilita l’uomo” che lavora!
Adesso sono un po’ preso… ma è da diverso tempo che ho in mente un post sui problemi della disoccupazione giovanile e sui potenziali modi per risolverla grazie ad un cambiamento di mentalità, e quasi indipendentemente dalle scelte politiche. Credo che i giovani non si siano ancora resi conto del potere che hanno, grazie alla loro veloce e vorace creatività! E’ solo una questione di volontà e sicurezza nelle proprie possibilità oppure in quelle che si aspira ad ottenere e raggiungere.

In merito alla rete la mia opinione è che manca la volontà anche se il problema non è solo italiano. Secondo me ci sono interessi enormi ad accentrare in uno o più operatori monopolistici la rete… uno dei tanti è lo spionaggio industriale ed economico. Un altro è il controllo delle comunicazioni per motivi di sicurezza.
Però al giorno d’oggi è possibile svolgerli entrambi anche se la rete è in mano a molteplici operatori… ovviamente con il rischio, in caso di attività “illecite” o, diciamo, non giustificate dalla legge vigente, di essere scoperti, causa la difficoltà di trovare “un accordo” con tutti gli operatori sul mercato. E’ un discorso complesso… che magari in futuro proverò a sviscerare.
Purtroppo ultimamente sono occupato in un nuovo progetto che mi prende molto tempo e creatività… per cui chiedo scusa se non posso partecipare attivamente agli argomenti del blog, magari annoiandovi anche con qualche post. :wink:

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