ITALIA ed OCSE: una questione di pressione fiscale

Scritto il alle 11:25 da Danilo DT

pressione-fiscale-italia

Il problema della pressione fiscale resta un tema caldo di cui spesso si parla ma del quale non si riesce a trovare soluzione. In questo “guest post” si fa luce sull’argomento confrontando l’Italia con le altre realtà “che contano”.

Questa settimana ho il piacere di ospitare un personaggio che mi è capitato di leggere diverse volte in passato e che recentemente ho contattato per una “collaborazione”.
Nella speranza di completare ulteriormente il palinsesto del blog con nuovi argomenti e nuovi personaggi, ho il piacere di ospitare Sàntolo Cannavale che ci parlerà, questa settimana, proprio di pressione fiscale. Ovviamente un vostro feedback è ben gradito.

Pressione fiscale in Italia e nel Paesi OCSE [GUEST POST]

Se in Italia la pressione fiscale si fermasse al livello medio dei Paesi OCSE – 34,3% rispetto al PIL nazionale nel 2015 – gli italiani risparmierebbero circa 153 miliardi di euro ogni anno per tasse ed imposte pagate e potrebbero dedicare queste importanti risorse a consumi ed investimenti privati. Ne beneficerebbero le aziende produttive e indirettamente lo Stato mediante l’incasso di imposte indirette (IVA ed altro) sui beni e servizi scambiati.
Ma questo al momento è utopia, visto il costo complessivo annuale della “macchina statale” (spesa pubblica) pari a circa 800 miliardi di euro.
Nel predetto costo complessivo sono ricompresi i 70 miliardi di euro che annualmente gravano sul debito pubblico nazionale e che lo Stato italiano versa, in buona parte, ad investitori stranieri.

Il Sole 24Ore sullo specifico tema scrive: “L’Italia è scesa di una posizione, ma rimane comunque saldamente nel gruppo dei Paesi con la pressione fiscale più elevata. È quanto emerge dal rapporto dell’Ocse sul 2015, che vede il nostro Paese in sesta posizione (la stessa della Svezia) con una tassazione complessiva pari al 43,3% del Pil, alle spalle di Danimarca (al 46,6%), Francia (45,5%), Belgio (44,8%), Finlandia (44%) e Austria (43,5%). Nel 2014 eravamo quinti, davanti all’Austria. Lo scenario rimane quindi più o meno inalterato.”
Negli Stati Uniti il livello complessivo di tassazione nel 2015 è salito dal 25,9 al 26,4% del Pil (non lontani ormai dal livello pre-crisi e cioè dal 26,7% del 2007). Gli Usa rimangono saldamente in coda alla lista dei Paesi con la maggiore pressione fiscale. Sono infatti quintultimi, seguiti solo da Corea, Irlanda, Cile e Messico. Sarà interessante guardare agli sviluppi di tassazione negli Stati Uniti, dal momento che il neo eletto Presidente Donald Trump ha dichiarato con fermezza che uno dei pilastri della sua futura politica sarà rappresentato dalla forte riduzione della imposizione fiscale, in particolare quella che riguarderà le aziende americane.
L’OCSE conta 35 paesi membri e ha sede a Parigi, nello Château de la Muette”.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) (in inglese Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD); in francese Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE)) è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato.

Pressionre fiscale 2015 OCSE

Santolo Cannavale

Questo post non è da considerare come un’offerta o una sollecitazione all’acquisto. Informati presso il tuo consulente di fiducia.
NB: Attenzione! Leggi il disclaimer (a scanso di equivoci!)

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2 commenti Commenta
perplessa
Scritto il 5 dicembre 2016 at 14:30

le statistiche sull’imposizione complessiva non prendono in considerazione i singoli redditi imponibili, incluso la loro complessità applicativa, cosa che occorrerebbe iniziare a fare con gli strumenti che i cittadini /contribuenti hanno a disposizione che include anche i commenti nei social e nei blog. faccio un esempio sulla tassazione degli immobili. la voglio citare siccome ho fatto una breve ricerca sul sito spagnolo corrispondente alla nostra agenzia entrate e su articoli sul web. non ho conservato i link essendo finalizzata a mie valutazioni personali per eventuale piccolo investimento. In spagna i redditi da locazione sono considerati redditi da capitale immobiliario. e tassati con un’aliquota fissa con sgravio per le spese (non sono in grado di specificare le modalità esatte di detrazione). 25%. In Italia sono redditi irpef quindi si aggiungono al reddito complessivo fino ad arrivare ad una tassazione del 43%, quindi quasi il doppio, salvo opzione cedolare secca, per comprendere l’applicazione della quale il contribuente deve leggersi diverse pagine. l’aliquota più favorevole come noto richiede l’applicazione del canone concordato con una perdita quindi di un potenziale di reddito. Il contribuente italiano che possiede immobili all’estero oltre che essere gravato da un’imposta iniqua e sostanziosa come l’IVIE non può utilizzare la cedolare secca siccome i proventi da locazione estera sono considerati redditi diversi da dichiarare nel relativo quadro quindi tassati fino al 43. Da quello che ho inteso invece in Spagna deve compilare solo un modulo dichiarativo dei beni posseduti. Sarebbe interessante una ricerca un po più scientifica della mia anche sugli altri paesi europei. Stento a credere che esistano altri paesi con una complicazione fiscale come l’Italia e non mi riferisco solo agli immobili ovviamente. Siccome siamo in un blog di finanza non posso fare a meno di ricordare la patrimoniale mascherata da imposta di bollo. Un mezzuccio che mi ha sempre irritato. E poi si lamentano che i pensionati vanno a vivere all’estero…Mi piacerebbe visionare le istruzioni per la dichiarazione dei redditi degli altri paesi per valutarne la complessità rapportata alla nostra oltre che il numero di pagine. Dal passato 740 che fu definito lunare non siamo certo andati nella direzione della semplificazione.

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perplessa
Scritto il 5 dicembre 2016 at 14:54

il confronto fra gli Stati Uniti e l’europa però non è equo perché non tiene conto che con la fiscalità generale qua si pagano dei servizi, che invece il cittadino statunitense si paga a parte. Non ho idea di quanto costi ad esempio un’assicurazione sanitaria negli USA, suppongo sia piuttosto salata perché quando faccio preventivi per le assicurazioni di viaggio devo sempre specificare se il paese di destinazione è gli Stati uniti, perché c’è un ricarico Nemmeno potrei per avere un’idea riferirmi ai costi delle assicurazioni private italiane che offrono servizi aggiuntivi al servizio sanitario nazionale. Occorrerebbero dati esatti, Le assicurazioni italiano sono generalmente sottoscrivibili entro il 65esimo anno di età. come funziona negli Usa? Non ci sono solo i costi da valutare perciò per fare paragoni.

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