Bisogna essere uniti, tutti, contro la crisi economica

Scritto il alle 11:11 da Danilo DT

Una soluzione al difficile momento economico può essere una maggiore coesione trai vari stati del globo, mettendo da parte l’egemonia occidentale che ha cannibalizzato il sistema economico per anni.

La globalizzazione ed il decoupling.
Questi due termini sono spesso un tormentone che manda in crisi gli analisti. Come conciliare due concetti così diversi ma così interconnessi? E’ corretto parlare di decoupling in un mondo sempre più globalizzato?


Secondo me è evidente il fatto che ormai tutti stiamo diventando cittadini del mondo, nel senso che grazie alla tecnologia in primis, le distanze sono diventate relative ed è diventato normale parlare, chattare, negoziare, discutere e anche vendere merce con un australiano o un cileno. E questa è la globalizzazione. Ma non possiamo nemmeno negare che il decoupling, atteso da sempre, sarà probabilmente meno marcato e traumatico dal punto di vista statistico. Ma sarà inevitabile. Come poter negare il fatto che al mondo ci sono paesi con crescita economica virtuosa, chiaro surplus di bilancio, una popolazione in forte crescita e in fase di urbanizzazione, con risorse giovani (qui ormai siamo tutti vecchi…) e soprattutto con poco debito? E come poter pensare che questi paesi, nel tempo, avranno una crescita economica pari o solo leggermente superiore a quella dei paesi cosiddetto “core”, ovvero le economie occidentali?

Tra le varie letture che mi capitano tra le mani, mi sono ritrovato questo scritto di Sachs, nulla a che vedere con la nota banca d’affari USA Goldman Sachs, ma un professore di economia, direttore dell’Earth Institute presso la Columbia University e Consulente Speciale del Segretario Generale ONU per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
Il concetto che esprime il professor Sachs è secondo me fondamentale e importante, ma di difficile attuazione, in quanto tutti, in questa fase di crisi, mirano a guardare il proprio orticello chiudendosi a riccio e fregandosene di cosa può accadere agli altri. E l’Unione Europea è il più lampante degli esempi, proprio in un’area che invece dovrebbe cooperare e a parole lo fa eccome, e che invece poi si comporta come un puzzle di stati dove il protezionismo regna sovrano. Ognuno per se e gli altri…che si aggiustino. Ma non è questa la strada da percorrere. Bisogna liberarsi dalle logiche che fino ad oggi hanno comandato il mondo, accettando un gioco di ruoli più ampio, come vogliono i paesi emergenti.

L’egemonia politica ed economica degli USA è finita. Questa è l’unica vera verità. E l’elemento che potrebbe fungere da collante in questa situazione è quell’ente che oggi è una filiale del Governo USA ma che per competenze e dimensioni, può assumente un ruolo determinante: la Banca Mondiale.

NEW YORK – Il mondo si trova ad un bivio: o la comunità unirà gli sforzi per combattere la povertà, l’esaurimento delle risorse ed il cambiamento climatico, oppure si troverà ad affrontare una generazione di guerre per le risorse, di instabilità politica e distruzione ambientale.

La Banca mondiale, se guidata in modo adeguato, può svolgere un ruolo chiave per evitare queste minacce ed i rischi che comportano. La posta in gioco a livello globale sarà molto alta in primavera con l’elezione da parte dei 187 paesi membri del nuovo presidente che succederà a Robert Zoellick alla fine del suo mandato a luglio.

La Banca mondiale fu istituita nel 1944 per promuovere lo sviluppo economico, e ormai quasi tutti i paesi ne fanno parte. La sua missione principale è ridurre la povertà globale ed assicurare che lo sviluppo globale sia sicuro dal punto di vista ambientale e inclusivo da un punto di vista sociale. Il raggiungimento di questi obiettivi non solo migliorerebbe le vite di miliardi di persone, ma potrebbe prevenire conflitti violenti alimentati dalla povertà, dalle carestie e dalle lotte per le scarse risorse.

I funzionari americani hanno da sempre considerato la Banca mondiale come un’appendice della politica estera e degli interessi commerciali degli Stati Uniti. Il fatto che la sede si trovi a pochi isolati dalla Casa Bianca in Pennsylvania Avenue ha reso molto più semplice agli USA dominare l’istituzione. Ora diversi paesi membri, tra cui Brasile, Cina, India e molti altri paesi africani, stanno alzando la voce in favore di una leadership collettiva e di una strategia migliore che funzioni per tutti.

A partire dall’istituzione della banca ad oggi, secondo una regola non scritta il governo statunitense ha designato ogni singolo nuovo presidente: tutti gli 11 presidenti della banca sono stati infatti finora americani e nessuno di loro era esperto di sviluppo economico, ovvero la missione principale della banca, o con una carriera di lotta alla povertà e promozione della sostenibilità ambientale. Per contro, gli Stati Uniti hanno selezionato banchieri di Wall Street e politici per fare in modo, presumibilmente, che le politiche della banca fossero adeguatamente in linea con gli interessi commerciali e politici statunitensi.

Ciò nonostante, tale politica sta ora avendo un effetto controproducente sugli Stati Uniti e sta seriamente danneggiando il mondo. A causa dell’assenza per lungo tempo di una competenza strategica ai vertici, la banca non ha avuto una direzione chiara. Molti progetti hanno tenuto conto degli interessi aziendali degli Stati Uniti piuttosto che dello sviluppo sostenibile. La banca ha inaugurato molti progetti di sviluppo, ma ha risolto troppo pochi problemi globali.

La leadership della banca ha imposto per troppo tempo i principi statunitensi, spesso del tutto inappropriati per i paesi e le persone più povere. La banca ha sbagliato, ad esempio, nel contesto dell’esplosione delle pandemie di AIDS, tubercolosi e malaria negli anni ’90, non riuscendo a fornire aiuto dove era necessario limitare queste epidemie e salvare milioni di vite.

Ancor peggio, ha appoggiato il pagamento dei costi da parte degli utenti e le spese per i servizi sanitari mettendo la possibilità di salvarsi la vita al di fuori della portata dei più poveri, ovvero proprio di coloro che più ne hanno bisogno. Nel 2000, durante il vertice sull’Aids tenutosi a Durban, ho suggerito l’istituzione di un nuovo Fondo Globale per contrastare queste malattie proprio visto che la Banca mondiale non stava facendo il suo lavoro. Il Fondo Globale per combattere l’Aids, la tubercolosi e la malaria è stato istituito e ha salvato da allora milioni di vite; solo in Africa le morti sono diminuite almeno del 30%.

Allo stesso modo la banca ha poi perso una serie di opportunità importanti per sostenere i piccoli proprietari terrieri e agricoltori di sussistenza e, più in generale, per promuovere uno sviluppo rurale integrato nelle comunità rurali di Africa, Asia e America latina. Per circa 20 anni, approssimativamente tra il 1985 ed il 2005, la banca si è opposta all’uso ben collaudato di un sostegno mirato a favore dei piccoli proprietari terrieri per permettere agli agricoltori di sussistenza impoveriti di migliorare i raccolti ed uscire dallo stato di povertà. Più recentemente, la banca ha aumentato il sostegno ai piccoli proprietari terrieri, ma c’è ancora molto che si potrebbe e si dovrebbe fare.

Il personale della banca è altamente professionale e sarebbe in grado di realizzare molto di più se liberato dagli interessi e dalla prospettiva limitata degli Stati Uniti. La banca ha il potenziale per trasformarsi in un catalizzatore del progresso nelle aree chiave che delineeranno il futuro del mondo. Le sue priorità dovrebbero comprendere la produttività agricola, la mobilitazione dell’informatica per lo sviluppo sostenibile, l’utilizzo di sistemi di energia a basso tenore di carbonio ed un sistema educativo di qualità per tutti grazie all’uso di nuove forme di comunicazione in grado di raggiungere milioni di student mal serviti.

Le attività della banca toccano oggi tutte queste aree, ma la banca stessa non è in grado di fornire una leadership efficace in nessuna di queste. Nonostante le competenze del personale, la banca non è stata finora nè abbastanza strategica nè sufficientemente abile a diventare attore del cambiamento. Ripristinare il ruolo corretto della banca comporterà un duro lavoro e richiederà competenze specifiche ai vertici.

Ancor più importante, il nuovo presidente della banca dovrebbe avere un’esperienza diretta sull’ampia gamma di sfide urgenti poste dallo sviluppo. Il mondo non dovrebbe accettare lo status quo. Un leader della Banca mondiale che venga di nuovo daWall Street o dalla politica statunitense sarebbe un duro colpo per un pianeta che ha bisogno di soluzioni creative alle complesse sfide dello sviluppo. La banca ha bisogno di un professionista valido pronto ad affrontare le grandi sfide dello sviluppo sostenibile sin dal primo giorno.

 

Jeffrey D. Sachs è professore di economia, direttore dell’Earth Institute presso la Columbia University e Consulente Speciale del Segretario Generale ONU per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
(Source: Project Syndacate)
 

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DT

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4 commenti Commenta
battista
Scritto il 29 febbraio 2012 at 11:55

ciao DT ,

un saluto a tutti

allego link relativo al calo del numero dei mutui erogati , da come leggo e’ un calo incredibile , che vale una profonda riflessione

http://it.finance.yahoo.com/notizie/mutui-44-prosegue-trend-negativo-100840904.html

ciao , un saluto a tutti

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battista
Scritto il 29 febbraio 2012 at 11:58

scusate , ho dimenticato di scrivere di perdonare OT

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john_ludd
Scritto il 29 febbraio 2012 at 11:58

Sarò il solito pessimista (realista ?) ma io vedo un diverso tipo di globalizzazione in atto. I ricchi americani, europei e asiatici sono sempre più simili tra loro, ingordi e totalmente insensibili a tutto il resto. Conta solo la mobilità del capitale e quindi questi sono effettivamente cittadini del mondo, seguono il loro denaro e sono inattaccabili. C’è poi una classe di professionisti e oggi l’ingegnere di New Dehli ha molto più in comune con il suo simile di Berlino, Tokyo o New York che con il vecchio negoziante indiano a pochi metri da casa sua. Penso che il mondo delle nazioni stia effettivamente mutando per essere sostituito dal mondo del singoli, delle multinazionali e delle reti di computers. Una traversalità che smonta la società e non la rende per niente più equa e quindi più sicura. Si parla di BRICS… sì ma ci siete mai stati a San Paolo o a Mosca ? Sono luoghi dove i ricchi vivono in una città diversa, a San Paolo se ne stanno negli attici a 100 metri di altezza e passano da un luogo all’altro in elicottero, a Mosca li vedete qualche volta sfrecciare in convogli di fuoriserie Mercedes dai vetri oscurati. Bello eh ? Che i BRICS vogliano posti all’altezza della loro reale potenza economica è del tutto naturale ma è solo un gioco di potere, non certo per avere maggiore equità, in fondo solo il Brasile ha qualche aspetto della democrazia, gli altri ve li lascio.

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idleproc
Scritto il 29 febbraio 2012 at 13:19

Concordo con John. Ho sostenuto posizioni “nazionaliste” solo in funzione di difesa dei popoli. Una scelta di retroguardia e perdente di fronte al processo in atto. La ritenevo “etica”, il servo della gleba non può spostarsi dove si sposta il capitale e all’interno dello sviluppo sovranazionale perde la possibilità di esprimere nei modi tradizionali della mediazione democratica ormai quasi defunta un rapporto di forza sociale che lo riscatti o che ne garantisca una decente sopravvivenza. E’ un processo che cancellerà anche la classe media fattore di stabilità sociale. Si aprono nuove contraddizioni non facilmente gestibili e, a mio giudizio, un pericoloso periodo di instabilità geopolitica.

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